Cartoni irrinunciabili: Ken il guerriero!

Tempo fa un blogger mi chiedeva se me lo ricordavo Ken il guerriero. E certo! Anche Ken il guerriero ha tutti i requisiti per essere citato in questa rubrica! Ci mancherebbe!

Fu un cartone di grande successo, replicato più volte. Nel suo genere si può dire che fu anche abbastanza, per certi versi, innovativo.

La storia (tratta da un manga): dopo un qualche grosso disastro nucleare la civiltà è rapidamente regredita verso il caos più completo. Ogni prepotente spadroneggia senza che nessuno abbia la forza di opporsi… Eppure esiste una luce capace di rischiarare le tenebre in cui il mondo è sprofondato: Kenshiro! Che in realtà è semplicemente alla ricerca (almeno nella prima serie) della sua amata Giulia, rapita da qualche supercattivone che gliel’ha soffiata.

Kenshiro è uno dei più alti esponenti di una antica e letale scuola di arti marziali, Hokuto, e userà tutta la sua forza e la sua tecnica contro chi gli si parerà contro. Tuttavia Ken non è il solo combattente in grado di spazzare via orde di persone con alcune velocissime mosse e colpi piazzati nei punti giusti… Ci sono molti altri maestri sparsi per il globo: alcuni si dimostreranno suoi amici, mentre altri no.

Il mio personaggio preferito (della prima stagione) era Rei, perché era buono e nei suoi abiti c’era quell’azzurrino che lo faceva sembrare ancora più buono…

😉

Paul Auster: Moon Palace

Un sufficientemente ispirato Auster realizza un romanzo che si può dire tranquillamente di formazione.

Un ragazzo spiantato si abbandona al suo fatal destino di povertà… Ma poi ha un colpo di fortuna e viene letteralmente salvato da un amico e una ragazza che si è innamorata istantaneamente di lui… Trova quindi lavoro presso un insolito, altero, bugiardo decrepito che gli racconterà la propria incredibile storia.

Più avanti il ragazzo scoprirà un ulteriore impensabile legame tra il vecchio e lui, che si concreterà nella persona di un terzo personaggio il quale si rileverà molto importante per la sua esistenza.

Sostanzialmente Auster cuce assieme tre storie (che avrebbero benissimo esser presentate singolarmente) rendendole interdipendenti. L’opera gli riesce abbastanza bene.

Convivenza #36

Lei è dotata di un’intelligenza brillante. Anche con quella, in un primo momento, ha fatto breccia nel tuo cuore.

Che è brillante glielo ripetono fin dalle Elementari, perché è la sua caratteristica più stentorea, che salta subito agli occhi.

Tuttavia lei è anche disabile. E parte della sua disabilità si ripercuote sulla sua mente, la quale, anche se sembra eccelsa (e lo è, per molti versi), in certi frangenti fatica a compiere ragionamenti e azioni che per altri sarebbero normali – lei ha scoperto che questo fenomeno si può chiamare “nebbia mentale” o qualcosa di simile.

Così, anche solo imparare velocemente un nuovo gioco con le carte rischia di mandarla in tilt. Così, anche cucinare può diventare un problema insormontabile per lei…

Questa è una cosa difficile da spiegare alla gente, che tende a non capirla e scambiare le sue difficoltà per mera pigrizia.

Il tuo compito, amandola, è quello di renderle meno complicata la vita.

Kurosawa: Rashomon

Tra i film più iconici di questo grande maestro, il quale, col suo linguaggio comunicativo universale, è sempre stato in grado di farsi apprezzare anche in Occidente. Da qui il suo successo planetario…

Tre uomini si ritrovano sotto delle rovine, bloccati da un violento acquazzone che non si sa quando terminerà. Allora cominciano a parlare di un omicidio, un fatto giudiziario insolito, che nessuno sa bene come si sia svolto sul serio. Un brigante si invaghisce di una donna che vede passare con il marito. Tende loro una trappola in maniera da imprigionare lui e possedere carnalmente con la forza lei. Poi le versioni circa come siano andate le cose divergono… Esistono tre variazioni differenti. Anzi quattro. Il fatto è che l’essere umano mente sempre a proprio vantaggio per camuffare le proprie manchevolezze o il disonore…

Un Kurosawa un po’ pirallendiano… anche se il fulcro della storia è apertamente e dichiaratamente quanto ci si possa fidare degli esseri umani.

Il regista vuol lasciarci un filo di speranza.

Giorgio Carpinteri: Polsi sottili

Grandioso o assai modesto. Capolavoro o immane schifezza. Geniale o irrisoriamente povero di idee. Innovatore o stantio. Questi sono alcuni degli aggettivi che potrebbero venirvi in mente leggendo questo fumetto che secondo me nello stile ricorda Antonio Ligabue (il pittore) frullato col futurismo fascista. Dico solo che a me è piaciuto e che probabilmente la cosa migliore è la parte grafica. Se riuscirete a farvi trascinare in questa storia visionaria laddove vi vuol condurre… piacerà anche a voi.

La trama a mio modesto parere, pur avendo forse un alto ideale, passa totalmente in secondo piano essendo sicuramente metaforica.

In un mondo follemente divergente dal nostro, anche esteticamente, ci vengono mostrati alcuni strambi personaggi. Un tale viene rapito e allora… il suo appartamento si preoccupa per lui! Un altro tizio è innamorato di una ragazza che non lo conosce, la quale ragazza ha un gatto parlante e senziente ed è una ladra a cui capita un giorno di rubare qualcosa di prezioso che neppure lei sa cosa sia. Lo smarrimento di questo oggetto scatena le reazioni di vari altri strambi personaggi, mentre sullo sfondo si aggira un’entità vagamente assimilabile al Grande Fratello che trama affinché si compiano i suoi piani. Alla fine viene spiegato tutto, e sarà qualcosa che non sarete mai stati in grado di indovinare.

È un fumetto stimolante, sicuramente diverso da tutto quello che ho letto in precedenza. Se vi piacciono le soluzioni grafiche insolite e non vi dispiace contemplare per diversi secondi ogni singola vignetta per cercare di afferrarne meglio i particolari, vi piacerà. 😉

Altman: Images

C’è stato un tempo in cui andavano di moda film dove si dava ampio mandato al subconscio. Il cinema rigurgita di tali pellicole, solitamente non propriamente riuscite e di scarsa qualità…

Fu così che anche Altman, molto tempo fa, realizzò una storia che poteva tranquillamente provenire dai meandri di un sogno (e poteva esser scambiata per un’opera di Bergman, il regista, chiaramente)…

Una scrittrice, durante un autunno/inverno che sembra assai grigio e immutabile, si trova col compagno in campagna per cercare di ultimare un libro di favole mitologiche a cui sta lavorando. Tuttavia non troverà molta pace perché sarà assediata dalla visione di un suo ex amante morto, e poi da un ex amante reale, che si ripresenterà nella sua vita sotto forma di amico di famiglia, senza che il marito inconsapevole sospetti nulla di quello che un tempo era avvenuto tra i due. Tra l’altro, a complicare ulteriormente il quadro già di per sé piuttosto opprimente, farà la comparsa anche un suo doppione, della donna, intendo. La quale comincerà inesorabilmente a confondere i maschi della sua vita uno con l’altro.

La scrittrice, per liberarsi da tutte queste oberanti manifestazioni, incorporee o reali, allora dovrà in qualche maniera più o meno metaforica ucciderle…

L’ultima curiosità riguarda i colori di questo vecchio film, che si presenta quasi in “un bianco e nero a colori”, di un color seppia marrone…

Cartoni irrinunciabili: Occhi di gatto!

Ritorno a questa rubrica (momentaneamente sospesa a favore della meno impegnativa “Sigle”) per celebrare brevemente questo cartone che credo ormai conoscano tutti. Eh, sì, perché quando un cartone vale, nella maggior parte dei casi, viene replicato più volte, così che finisce per esser conosciuto tanto dalle nuove leve quanto dalle vecchie! 😉

Occhi di gatto è la storia di tre ragazze bellissime che nascondono, dietro un’ordinaria e pacifica facciata da bariste, una doppia vita di ladre abilissime. Ma non sono cattive, e non è che si siano date al crimine per cupidigia o gusto di infrangere le regole. Si dà il caso che con quei furti non vogliano far altro che rientrare in possesso di opere appartenute al defunto e amato padre.

Dovranno affrontare sempre nuove e impegnative sfide, e sopratutto l’opposizione della polizia che, ovviamente, si è messa in testa di arrestarle. E fatalità il poliziotto maggiormente incaricato del casi che le riguardano altri non è che il fidanzato un po’ frescone di una delle tre.

Risate, azione e commedia rosa garantiti per questo anime proveniente dalla fervida immaginazione del grande mangaka Tsukasa Hojo (anche creatore di City Hunter, tra l’altro).

Pure la sigla è venuta bene ed è una delle poche di Cristina d’Avena che troverete in questa rubrica.

Qual è la vostra Occhi di gatto preferita? Preferite forse il fascino della donna matura, tipo Kelly? Oppure siete più per le sgarzoline, e allora tenete per Tati? Sennò quella di mezzo è sempre una sicurezza, Sheila… 😉

Io da bambino stravedevo per Tati…

Synecdoche, New York

Mi dicono che il regista di questo ottimo film – che qualcuno potrebbe anche chiamare capolavoro – sia lo sceneggiatore di Se ti lascio ti cancello e altre bizzarre e importanti pellicole, qui alla sua prima prova registica…

Un uomo, autore teatrale, un giorno si ammala di una qualche malattia, che in parte gli minerà il fisico e forse l’anima – a ogni modo invecchierà sopravvivendo a molti altri personaggi del film. A un certo punto viene lasciato dalla moglie (probabilmente lesbica) che si porta pure via la bambina piccola che hanno avuto assieme…

Assisteremo ai drammi di questo uomo il quale nel frattempo cercherà ossessivamente di realizzare un’opera che sia più vera possibile. La svolta del film si avrà proprio quando incontrerà un tipo, suo fan accanito, che si dichiarerà pronto a fondersi con lui e diventare la sua ombra. Da quel momento l’autore comincerà a portare nella finzione parti sempre più rilevanti di realtà, praticamente duplicando i personaggi della sua vita. Arrivando a creare una storia parallela in cui c’è un autore che sta cercando di scrivere un dramma che si ispira sempre più alla realtà… Potete immaginare come ciò si concluderà: finzione e realtà a un certo punto diverranno praticamente compenetranti e indistinguibili.

Detto così sembrerebbe un film assolutamente serio e forse anche triste, dato i patemi dell’uomo. Ma questo è solo un aspetto dell’opera. Difatti il film a tratti è anche molto ironico, grottesco, paradossale. I temi centrali su cui ci ruota e si interroga sono per l’appunto i doppi, il valore della sofferenza umana e della famiglia, lo scopo della vita e cosa rimane quando infine uno muore.

Ripeto: il film potrebbe essere definito un capolavoro. Ma non tutti saranno in grado di apprezzarlo. Io per esempio l’ho ben accolto ma non stravedo per opere di questo genere, così paradossali.

A proposito, questa storia mi ha fatto venire in mente un altro film, con dei doppi, di cui però non ricordo molto. Posso dire che probabilmente era degli anni ’80/90 e che il regista, che all’epoca andava per la maggiore, forse era inglese ed era piuttosto fissato con i doppi e il ciclo vitale. Nel film in questione infatti si mostravano scorrere su un nastro, in sequenze accelerate, varie forme di vita animali e vegetali, dalla nascita alla morte, arrivando perfino alla putrefazione. Nel film (che era un po’ sconclusionato) c’erano anche, se non ricordo male, degli amputati, o comunque qualche freak…

Qualcuno per caso ricorda il titolo del film e del regista (credo nel frattempo scomparso dai radar, non so se morto)?

Se non erro c’era una scena in cui un tipo andava a letto con due gemelle…

Don’t worry (film)

Gus Van Sant è un regista che ho stabilito mi sia antipatico a priori. Per prima cosa perché non gli perdonerò mai Psycho, ovvero l’assurda pretesa di tentare di rifare, cambiando poche inquadrature, un capolavoro del cinema mondiale. E poi per altri suoi film che giudico presuntuosi. Tuttavia in questo caso lo promuovo in pieno. 🙂

Grazie a un grande Joaquin Phoenix, racconta la storia di un alcolizzato che, a causa proprio dell’alcolismo, ha un incidente e rimane invalido. Ci viene mostrato il lungo e difficoltoso percorso di un uomo per uscire dalla dipendenza.

Una bella storia, che può essere anche un esempio positivo e concreto per tanti.

Direi che con film del genere un regista può giustificare la sua intera esistenza. Nel senso che uno potrebbe dire: era una merda, però ha fatto quel film…

🙂

C’era una volta in Anatolia

Partiamo dicendo che, a pelle, i turchi già mi stanno sulle palle – perché son bassi, barbuti, mori e fumano (e di conseguenza puzzano); perché non hanno una democrazia decente; perché non hanno i requisiti per far parte dell’Unione Europea, eppure ci stanno dentro con tutte le scarpe… Stabilite voi se questo è “razzista” (non lo è)… Poi i turchi che vengono mostrati in questo film sono anche piuttosto antipatici di loro, ciarlieri, ecc… Ma sopratutto il film delude raccontando una storia che probabilmente vorrebbe esser corale, mentre invece finisce per non centrare a sufficienza alcun bersaglio che si proponeva.

Due fratelli confessano l’omicidio di un uomo – poi si capirà un possibile movente – alla polizia, la quale si reca subito sul luogo indicato per accertare i fatti e trovare la salma. Ma la persona che ha dichiarato l’uccisione era ubriaca quando ha agito e non ricorda bene l’ubicazione del corpo, per cui si dovranno fare più tentativi. Nel frattempo un medico e un pezzo grosso della città, anche loro al seguito della combriccola che sta vagando per trovare la salma, discutono di un fatto definito assai curioso da uno dei due. Alla fine del film quel fatto avrà assunto tutt’altra rilevanza.

Due ore e mezza di menate. Avrei preferito minore lunghezza e maggiore incisività, forse così mi sarebbe piaciuto di più.