Senso di colpa

Forse l’unico rimpianto della mia vita è quello di non aver mai realmente reso felice una donna (finora). Questo mi pesa. Mai resa felice per un tempo sufficientemente lungo.

L’amore nella mia vita è stato sempre assai fugace. Spesso per colpa mia, nel senso che avendo molti timori, di non essere all’altezza delle aspettative delle mie partner (per via della mia salute ballerina), tante volte sono stato sfuggente, mi sono dileguato, o non ho insistito quando avrei dovuto, quando loro volevano che io dimostrassi quanto ci tenevo.

Quando poi sorgeva un problema, tante volte mi dicevo questa triste cosa: vabbè, forse è meglio così; meglio se si allontana subito così non soffrirà troppo dopo.

In tutta questa faccenda però non mi ero mai accorto del mio grande senso di colpa. È strano che me ne sia reso conto completamente solo recentemente, aprendomi con una persona che ora credo si possa considerare la mia ragazza.

Sì, ho un grande senso di colpa pregresso nei riguardi dell’altro sesso. Mi dispiace immensamente di averle deluse. Di aver dato loro l’impressione che non mi interessassero abbastanza. Mi dispiace di averle fatte fuggire. Mi dispiace di averle spaventate.

Mi dispiace che non abbiano voluto comprendermi, neppure nelle poche occasioni in cui ho dato loro la possibilità di vedere il segreto celato nel mio scrigno.

Più di tutto mi dispiace che, non comprendendomi, mi abbiano odiato. Alcune volte molto intensamente.

Ho scoperto che mi odiano anche ragazze che non dovrebbero. Questo mi ha fatto molto pensare.

Ho scoperto che qualcuna mi odia anche dopo moltissimo tempo, quando io non la odio più (e magari sarei dovuto esser io quello più autorizzato a odiarla).

Mi spiace molto per questa situazione. Mi sento responsabile; ma allo stesso tempo so di essere innocente delle colpe che mi vengono ascritte. Non sono uno stronzo. Non vi ho mai preso in giro. Eh, no, non sono neppure gay (qualcuna potrebbe pensarlo dato che sovente mi sono sottratto agli atti amorosi e anche solo ai baci, per non aumentare il coinvolgimento).

Detto questo, un paio di grosse stronze credo di averle incontrate lo stesso.

Chant d’Hiver

Mi fa ridere pensare che un tempo avrei bollato questo film come immensa cagata pazzesca di uno che probabilmente voleva fare il verso a Luis Buñuel pur non essendone minimamente all’altezza, uno che doveva esser un tipo molto presuntuoso…

E invece alla fine mi sono quasi divertito a vedere questo film strampalato, ironico, immaginifico, senza una trama chiara, con un mucchio di personaggi, che contiene anche elementi fantastici (che non c’entrano un mazzo col resto). Un film che non consiglio e non mi consiglierei di (ri)vedere, un film che rasenta l’anticinema (per quanto è disgregata la materia grezza di cui è composto). Però in fondo un film che ha diritto di esistere nella mente (malata? :-D) di chi l’ha concepito. E allora io sono in grado di cogliere la sua bellezza, anche se in giro ce n’è di molta migliore e più cristallina.

Provo a riassumere la trama: delle giovani scippatrici; uno che si è innamorato di una ragazza ma non sa cosa dirle; poliziotti rompiballe o corrotti; due vecchi amici che discutono sempre tra loro, che a un certo punto litigano a causa di una vecchia che piace forse a entrambi (ma comunque tra loro si creerà anche un grosso equivoco); una porta che si apre su un muro, ma solo in certi momenti; altri due che non so chi siano; un padre di famiglia con prole trattato male da una donna, interpretato da Enrico Ghezzi, uno degli ideatori di Blob e Fuori Orario, a cui certo questo film sarà piaciuto un sacco perché l’intera pellicola è una specie di “blob” informe senza trama…

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La madre di Ameba – Parte II (Fine)

Una settimana dopo, mentre ormai la madre rappresentava la mia ossessione costante, Ameba mi chiamò al telefono. Aveva un tono che si sforzava di essere dolce. Non lo sa, pensai subito rassicurato: non sa di quello che c’è stato tra me e sua madre. Disse che voleva uscire con me. Affrontò l’argomento come se il nostro rapporto non fosse mai stato in discussione, come fossimo ancora ai primi momenti del nostro rapporto, quando ci chiamavamo a vicenda e l’uno proponeva all’altra di vederci senza un piano preciso. Pensai alla madre, a quella madre sexy che aveva e, sperando di rivederla, accettai subito. Tra una cosa e l’altra avrei scoperto che c’era proprio lo zampino della madre se Ameba era stata consigliata a richiamarmi.

Quella sera ero molto eccitato al pensiero di rivedere la madre, tanto che non seppi trattenermi e allora pensai che anche se Ameba non c’entrava niente con sua madre, era comunque un suo prodotto, era uscita dalla sua vagina ed era come una sua propagazione. Questo mi fece infervorare al punto che finii per spingere Ameba in un vicolo e la possedetti lì. E Ameba incredibilmente ci stette, seppur si stupì molto di quella mia focosità mai mostratale prima e pensò a quanto dovevo essere cotto di lei.

Quella sera accompagnai a casa Ameba tardi. Erano circa le due quando la porta della sua abitazione si aprì per consegnarla nelle amorevoli braccia di sua madre, la quale l’aveva attesa preoccupata in vestaglia, in piedi. Ameba manifestandosi molto stanca andò subito a dormire. Si chiuse nella sua stanza e non la sentii più.

La madre mi disse che non ne sarebbe uscita finché l’indomani non l’avesse chiamata lei, perché sua figlia aveva il sonno molto pesante. Dormiva sempre parecchie ore.

Indovinò che avevamo fatto l’amore e poi mi chiese se anche io fossi stanco quanto Ameba. Io le dissi che non ero ancora stanco. Allora lei spalancò la vestaglia rivelandomi la vista del suo corpo già pronto all’amplesso.

Fu una notte di fuoco in cui detti fondo a tutte le mie energie. Lei mi confortò anche con uno zabaione e una caraffa di caffè. Fu la notte in cui godetti di più in vita mia. La madre di Ameba era una donna vera, che sapeva come comportarsi, dove toccare, cosa dire. Era la perfetta amante.

Uscii da quella casa stremato alle sei del mattino, prima che qualcuno avesse potuto vedermi.

Continuai a frequentare Ameba nella mia vita ufficiale, mentre in quella nascosta era con la madre che scopavo. I nostri incontri avvenivano all’incirca una volta ogni dieci giorni. Se per qualche motivo uno di noi non poteva rispettare la consegna, si scusava con l’altro proponendo un nuovo appuntamento. Ameba non si accorse mai di niente, anche perché lei non c’era mai in casa quando mi incontravo con la madre…

La madre di Ameba era per me la donna ideale. Una donna sexy e matura, ancora bella, nel pieno della forma e della consapevolezza, con cui potevo fare l’amore tante volte. Era anche una donna che da me non pretendeva altro al di fuori del sesso bollente che ci contraddistingueva. Non le sarebbe mai venuto in mente di chiedermi di metter su famiglia (con Ameba che sarebbe diventata mia figlia!), né tanto meno di svilirci in un usuale rapporto di coppia che lentamente sarebbe scivolato nelle solite consuetudini della convivenza.

Per me quella donna era una dea. Una dea, sì, però adesso potevo intuire le somiglianze che aveva con Ameba: in fondo erano entrambe molto egoiste e manipolatrici. Concepivano gli uomini come mezzi per raggiungere i loro scopi, non come persone da amare sul serio, non almeno come era per me verso loro. Il quadro mi era chiarissimo nella mente. Eppure non potevo abbandonarla, perché traevo troppo piacere da quei privilegi che lei mi elargiva. Sapevo che presto sarebbe finita e che mi avrebbe lasciato lei, perché io non sarei mai stato in grado di farlo.

Così un dì – era da venti giorni che non ci vedevamo e io ero caricato a pallettoni, pronto a dare il meglio di me a letto come mai avevo fatto – lei non mi accolse come fossi il suo campione dell’amore, ma come fossi ancora un vecchio amico di sua figlia o poco più. Nei suoi sorrisi non c’era più alcun tocco del peccato che tanto ci elettrizzava ma appena una semplice condiscendenza. E quando mi aprì tutti i varchi verso il suo corpo lo fece come a dire: tieni, sfamati pure, povero affamato, ma non ti offendere se io non mangio con te, che non ho più tanta fame.

In definitiva anche lei divenne fredda: ciò mi ricordò quando Ameba diventava un manichino nelle mie mani, quando facevamo l’amore e lei sotto sotto non voleva. Così me ne andai da quella casa sconsolato, con la coda tra le gambe, mortificato, già presago che ormai ero divenuto di troppo.

Il giorno dopo la madre di Ameba mi chiamò e mi disse che frequentava un uomo, un uomo ben più “grande” di me, della sua età, e che dunque i nostri incontri avrebbero dovuto diradarsi. Io mi sarei aggrappato anche ad averla una volta al mese, ogni due mesi, una volta l’anno!, pur di non interrompere definitivamente quei nostri congressi carnali. Però per fortuna mi resi conto che mi stava solo indorando la pillola e che dicendomi quelle parole mi voleva far capire che il tempo in cui la madre si scopava il ragazzo della figlia era terminato e non sarebbe più tornato. Così le dissi che non c’erano problemi e di chiamarmi lei quando fosse stata comoda. Lei mi ringraziò accoratamente per la mia “comprensione matura” e mi disse che sicuramente lo avrebbe fatto, quando sarebbe stato il momento. E io sapevo che quel momento non sarebbe più giunto. E infatti quel momento non giunse più.

Tuttavia ci fu una singolare appendice a quella storia in fondo squallida tra noi – squallida perché tutto sommato io, frustrato dall’avere una ragazza fredda come Ameba, mi ero gettato a pesce sulla madre, la quale in definitiva si era solo divertita a incarnare quel desiderio di sessualità proibita che in realtà non le corrispondeva, perché probabilmente lei era molto più simile ad Ameba di quanto volesse farmi credere… L’appendice fu questa… Quattro anni dopo, una sera, sul tardi, erano circa le quattro di notte, mi trovai a passare col motorino davanti un locale che sapevo essere un po’ equivoco, nel senso che si diceva che lì la gente si prostituisse bellamente, sia uomini che donne. A un tratto vidi sbatter fuori da un ingresso laterale proprio la madre di Ameba. Era semisvestita, piangeva, farfugliava cose incomprensibili. L’omaccione che le diede il benservito era un tipo calvo, sui cinquanta, molto robusto – sicuramente fascista, pensai nauseato –; dopo averla afferrata per i capelli non esitò anche a prenderla a calci dicendole chiaramente di non farsi più vedere, che lui non l’amava perché lei era una donna che “non valeva niente”.

Nemmeno il tempo di sbatterle la faccia sull’asfalto che quello era già rientrato nel locale. Dunque non potei neppure affrontarlo. Comunque lei l’avevo riconosciuta al volo, anche se aveva cambiato pettinatura protendendo per una quasi da vamp anni quaranta, che a dire il vero le donava molto.

Mi precipitai a soccorrerla. Il rosso del sangue si mischiava al rosso del rossetto. Lei non mi riconobbe all’inizio, sembrava piuttosto frastornata, e comunque era ancora completamente focalizzata su quell’uomo così cattivo che l’aveva respinta dichiarando di non amarla più. Con un retropensiero il mio cervello pensò che era proprio quello che si meritava una come lei: lei, sempre stata così utilitaristica, essere usata da un uomo senza scrupoli, per poi esser gettata via quando non serviva più, che poi non era quello che lei aveva fatto con me?

Ci misi un po’ a capire se preferisse essere portata all’ospedale, o in una caserma a fare una denuncia, o ancora a casa sua. Alla fine scelse l’opzione più comoda. A casa.

Mentre mi si stringeva alle spalle da dietro, sul motorino, capii che non nutriva alcun sentimento per me. Anche adesso che avevo assurto il ruolo di suo salvatore, era come non mi vedesse.

Mi invitò meccanicamente a salire da lei. Era ancora molto confusa. Io accettai più per controllare che non svalvolasse che altro. Poi, anche se non ne era minimamente in grado, cercò di farsi scopare, credo solo nel vano tentativo di prendersi immediatamente una rivincita su quella vita che l’aveva così delusa, bastonata e inaridita quella notte. Per dimostrarsi che era ancora buona e appetibile per qualcuno.

Ma in lei non c’era più niente delle cose che un tempo mi avevano così conturbato. Però scoprii che una parte di me era eccitata all’idea di rinfrescare quell’usanza di intimità. Così la scopai come voleva, mentre lei ancora piagnucolava pensando all’altro. Strano a dirsi, non me ne importò affatto.

La portai all’orgasmo anche se lei aveva la testa su Marte. Per me fu appagante. E quando lei, sempre per cortesia o altro, non insomma per le giuste motivazioni, mi chiese di rimanere a dormire, declinai il suo invito adducendo una scusa falsa, a cui comunque non si oppose minimamente perché non faceva reale differenza per lei se rimanevo o me ne andavo.

Pensai che avevo fatto la mia buona azione, me l’ero scopata e mi ero anche preso una sorta di rivalsa morale su di lei, perché io una donna non l’avrei mai trattata come lei si era fatta trattare da quell’uomo manesco.

Ameba sapevo che era in giro per l’Europa con l’Erasmus. Chissà se almeno lì, per una volta, avrebbe fatto la parte di quella non frigida. Temevo di no. Mi veniva da ridere a pensare a tutte le persone che raccontano sempre grandi avventure, grandi storie e delle volte grandi amori con l’Erasmus, mentre lei non avrebbe raccontato un bel niente, ne ero certo.

Una vita (film)

Chiariamo subito che non c’entra niente col bel romanzo di Italo Svevo. È invece la trasposizione dall’omonimo romanzo di Maupassant.

Questo film francese parla di una ragazza che si innamora di un uomo e poi lo sposa. Poi il suo matrimonio va in crisi perché lui la tradisce con un’altra donna. Poi lei scopre chi è questa donna… Poi ha un figlio… Poi questo figlio cresce e le si allontana e lei comincia ad accumulare un mucchio di debiti per aiutarlo economicamente. Poi il figlio sposa anche una ragazza. Così la madre, che per il figlio farebbe qualsiasi cosa, che era partita più che benestante, finisce per vendersi e impegnarsi tutto quello che può… Tuttavia il finale è positivo.

È un’opera “naturalistica”, con pochi fronzoli, in cui l’obiettivo della telecamera sembra quasi spiare le vicende narrate.

A me è piaciuta.

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La Cecilia infuriata

Il 19 ero a letto. A fine giornata. E ripensavo a quella cosa.

Non mi ha risposto, riflettevo. Forse sono stato troppo duro. Sicuramente. Ah, ho paura di aver esagerato. Temo che adesso comincerà a non rispondermi più. Le lascerò dei messaggi e lei… non mi dirà nulla. Mi ignorerà. Che deficiente che sono. Una ragazza così intelligente, sensibile… Ecco, l’ho fatto di nuovo. Ho sabotato un potenziale bel rapporto, tra l’altro ferendo chi non se lo meritava. Sembra quasi che ogni tanto mi sia impossibile non farlo. Mi sono dato la zappa sui piedi. Perché lei mi piaceva. E molto. Spero di non perdermela per strada. Ma forse già ora è tardi…

Il giorno dopo interrompe il suo silenzio: si manifesta.

È anche peggio di quanto immaginassi: è infuriata. Scaglia le sue ire come fossero fulmini, quasi tutte incentrate su di me – la sfiga è che pure un altro le ha creato problemi proprio nello stesso momento e i nostri influssi nefasti devono essersi come accresciuti a vicenda.

Mi sale un senso di nausea dallo stomaco. Ohhh, no. Un’altra volta perdo una che mi interessa… Eppure capisco il suo punto di vista. Riesco a comprendere le sue emozioni. Non sa che io agli amici parlo francamente. Sono io quello strano che non ha usato il giusto tatto. Le mie critiche erano per dire che l’ho talmente in stima che mi aspetto il massimo da lei. Lei si è comportata in una maniera comprensibile. Avrei dovuto saperlo che se mi ponevo in quella maniera, che poteva sembrare aggressiva, lei si sarebbe risentita.

Avrei voglia di mollar tutto. Chiuder tutto, uscire – ma non si può nemmeno farlo perché siamo in quarantena! Andarmi a nascondere e non pensarci più. Ormai ho rovinato tutto… Ma la cosa che più mi addolora è che mi odi, e non avrei mai voluto crearle una reazione di questo tipo.

Oddio, mi ha già bloccato sul suo blog, che cazzo. Neppure posso scusarmi! Ma forse… Forse faccio a tempo a scusarmi per email. Forse lì si è dimenticata di farlo. Forse pensa che non sia necessario. Forse pensa che, essendosi palesata adesso così ostile nei miei confronti, alzerò i tacchi e me ne andrò.

Così, anche se il mio istinto era quello di allontanarmi al più presto da quella situazione che mi stava dando la nausea, mi affretto a scriverle per email.

Le spedisco la lettera. Non mi torna indietro nessun messaggio strano – una volta mi è successo (e non si trattava di un semplice “noreply”) – ma in fondo non vuol dir niente. Adesso non mi resta che attendere e sperare che legga e voglia perdonarmi. È una ragazza sensibile, forse apprezzerà la mia sincerità, anche se, per sua stessa ammissione, è un po’ permalosa, e me l’aveva pure detto di non stuzzicarla, invece io ho fatto il contrario, stupido che non sono altro…

Il giorno dopo controllo l’email col cuore in gola. Mi ha risposto! Oddio, che cosa mi dirà? Mi manderà affanculo ancora più poderosamente dicendomi di non importunarla più sennò mi denuncia… oppure accetta le scuse?

Lei è ancora molto arrabbiata ma… mi parla. Accetta il dialogo, che è un ottimo segno. Mi cazzia a dovere, mi avverte di non farla più incazzare. Sostanzialmente accetta le mie scuse, le quali forse non si aspettava proprio. Mi saluta dandomi appuntamento a domani, sul suo blog, dove, dice, concluderemo la vicenda una volta per tutte. Mi comunica pure l’orario in cui pubblicherà il suo articolo.

L’indomani mi reco ansioso sul suo blog. Ha scritto un lungo articolo. Non è affatto tenera. Mi chiedo come la devo prendere. Forse è una sfida per vedere come reagisco. Ieri mi sembrava mi avesse perdonato; adesso, almeno a giudicare da quel che trovo scritto qui, sembra ancora una tigre.

Io lo interpreto come una prova. Se mi offendo, dopo che io l’ho offesa per prima, è finita. Ma io non mi offendo perché capisco il suo punto di vista e mi sento anzi ancora mortalmente dispiaciuto per aver fatto star male una persona sensibile come lei facendole scrivere questo sfogo pieno di rabbia. Allora mi tocca di rispondere…

Incrocio le dita e parlo col cuore. Butto tutto me stesso in quelle parole. Così, se lei ha un cuore buono, come credo, mi perdonerà, sennò vorrà dire che in fondo pure ieri non mi aveva affatto perdonato e voleva solo vendetta.

Fortunatamente mi sembra che il lungo discorso mi riesca bene. Sono sorpreso anche io. Avrei potuto bloccarmi, come delle volte mi capita quando avrei un mucchio di cose da dire e la testa mi va in cortocircuito. Ma non è successo.

Lei risponde pochissimo, indirettamente. Ma mi ha perdonato. Oh, sì!

Glielo avevo detto, per email: se superiamo questa crisi, saremo uniti per sempre. È andata così.

Ultimo minuto (film)

Da bambino questo film mi aveva molto emozionato. Mi ero chiesto come mai non esistessero altri film sul mondo del calcio, il quale a dire il vero pensavo fosse stato qui rappresentato in maniera troppo guasta. Ma ovviamente sbagliavo alla grande, per eccesso di ingenuità. A rivederlo oggi mi è sembrato assolutamente realistico, forse fin troppo tollerante col calcio, anche quello di una volta, che certo era meno cattivo e più dilettantistico di quello di oggi.

È la storia del dirigente sportivo di una società calcistica che si barcamena tra diplomazie e corruzioni, dovendo anche star dietro le bizze di alcuni calciatori che poi si vendono le partite. In più ha una figlia che ha avuto una storia con uno dei suoi calciatori più testa calda.

L’ottimo Ugo Tognazzi è il protagonista assoluto della pellicola, e infatti compare in quasi ogni scena.

Il film (di Pupi Avati, scritto anche con l’apporto del giornalista sportivo Michele Plastino), affrontando senza sosta un mucchio di tematiche, risulta quasi naif. Nel senso che contiene molteplici elementi interessanti che avrebbero potuto anche essere approfonditi maggiormente facendo di esso un prodotto sontuoso. Invece così il risultato è un film carino ma decisamente minore.

La madre di Ameba – Parte I

Le cose tra me è Ameba non andavano troppo bene. L’ultima volta che avevamo fatto l’amore mi era sembrato di accoppiarmi con un manichino. Lei aveva guardato a lato per tutto il tempo con la sua faccia imbalsamata, in quella sua tipica espressione da statua. E io mi ero svuotato i testicoli senza alcuna soddisfazione. Per la prima volta in vita mia avevo sperato di “fare presto” per togliermi subito quella pessima sensazione che lei mi procurava, che mi faceva sentire straniero a casa mia.

D’altronde Ameba era una ragazza fredda non solo a letto ma anche per tutto il resto. Stavo cominciando a capirlo, ma ancora non c’ero arrivato, stupido come ero. Inoltre credo non fosse capace di provare vero amore per nessuno. So che non dovrei dirlo, che sembro il leone ferito dal rifiuto di accoppiarsi della leonessa il quale pensa che debba esserci per forza qualcosa che non va in lei se non ha accettato le sue avance. Però, credo proprio che non fossi io il problema. Anche perché il futuro avrebbe dimostrato proprio questo. Anche quando lei dichiarava di aver perso la brocca per qualcuno, oltre a mantenersi fredda, la sua sembrava più una raffigurazione del concetto d’amore che lei aveva nella testa più che un vero vissuto da sperimentare in tutte le sue forme belle e brutte. Anche quando apparentemente sarebbe stata triste per un amore, non mi avrebbe mai dato l’impressione di star davvero male, come invece sarebbe stato per una persona comune in caso di un amore infelice.

Allora perché ci stavo, se lei era così sbagliata, perfino il contrario di quella che avrei desiderato per me? Ci stavo perché in quel periodo gli ormoni mi facevano perdere la testa. Così era vero che lei era un pezzo di legno o ghiaccio che dir si voglia in ogni estrinsecazione di sé, però era anche vero che comunque un bel corpo femminile ce lo aveva. Ricordo che mi facevano uscire di senno i suoi fianchi così femminili. Sui quali mettevo le mani ogni volta che potevo, anche se lei raramente mi permetteva di raggiungere quella contiguità. Ricordo i suoi piedini da femmina. Ricordo quel suo bel sedere ben formato senza smagliature. Ricordo i suoi capelli arricciati. Ricordo le sue labbra dritte. Ricordo come lei, semisvestita, si tirasse sempre su quell’asciugamano per non farmi veder niente, mentre sembrava tanto che una parte di lei fosse affascinata dall’attrazione che provavo per il suo corpo e ci godesse a stuzzicarmi.

Insomma, era solo una questione fisica, perché caratterialmente e per tutto il resto eravamo davvero agli antipodi in ogni aspetto della vita. E la questione fisica era tale non perché lei fosse oggettivamente attraente, ma solo perché lei era una femmina e io un maschio in calore invasato delle sue prime esperienze con l’altro sesso, impossibilitato a lasciar perdere prima di esserne stato abbastanza sazio.

Con le altre femmine avevo invece rapporti splendidi; e allora mi chiedevo: ma perché deve andare così a meraviglia con le altre mentre Ameba non è in grado di regalarmi mai una, dico una, soddisfazione accettabile? Non è che avessi delle storie con altre, e nemmeno che flirtassi. Si trattava semplicemente di intrattenere usuali rapporti più o meno di amicizia e creanza. Ma la cosa divertente è che questo ragionamento mi portava a farlo proprio la femmina che più di tutte era vicino ad Ameba. Cioè sua madre.

La madre era una donna all’apparenza molto diversa da Ameba, tanto che non capivo come quella figlia di pietra avesse potuto nascere da quella madre stupenda. Ameba aveva complessivamente un bel corpo ma era assolutamente piatta davanti. La madre invece era più alta e anche larga di lei, con un seno giunonico che non potei non notare fin da quando misi piede in quella casa.

Ma anche caratterialmente erano molto diverse. La madre aveva per me tutte le accortezze che Ameba ormai dava per scontate e dunque non mi concedeva neppure fintamente. La madre sembrava nutrire del sincero rispetto per l’uomo che ero, o meglio che sarei diventato, perché all’epoca ero solo un ragazzo diciottenne. Aveva circa venticinque anni più di me. Ma era ancora molto piacente. E poi era una donna matura, con tutto il fascino e la consapevolezza di una donna matura. Sapeva come vestire. Sapeva quando risultare castigata (anche se con quel seno era difficile) e quando far perdere la testa indossando una scollatura e delle scarpe con il tacco le quali solitamente non erano mai troppo alte perché sennò avrebbe probabilmente finito per mettere in soggezione il suo partner, a proporsi in quella maniera ostentata, oppure avrebbe potuto facilmente farsi fraintendere e passare per una donna facile o spregiudicata, cosa che lei non era – o almeno così pensavo.

In quella casa ieratica c’era una strana atmosfera. La stanza di Ameba era, sì, piena di gingilleltti da ragazzina tipici di quell’età, con dei poster di Madonna e altre rockstar appesi alle pareti, ma sembrava tanto, anche qui, più una rappresentazione posticcia di una tipica stanza da adolescente che una vera estrinsecazione di lei, vissuta. Mentre il resto della casa era molto spartano o per lo più classico. Come il carattere della madre, che spesso appariva una donna assai silente, riflessiva, imperscrutabile. Quelle due femmine vivevano da sole in quella casa perché il capofamiglia era morto quando Ameba era ancora piccola e aveva dieci anni. Lei mi diceva che suo padre le mancava più come figura che come persona o padre. Invece la madre le ripeteva sempre quella strana frase che io non capivo ma che avrei compreso solo in futuro, quando sarei cresciuto: che lei, Ameba, era stata concepita appositamente per starle accanto, come fosse stata un cane da compagnia più che una ragazza autonoma che un giorno avrebbe spiccato il volo andando per la sua strada.

La madre di Ameba era sempre gentile con me e mi faceva molte domande su come ero e quello che mi piaceva e che opinioni avevo. Sul principio ero certo che fosse perché voleva sapere con chi usciva sua figlia, e certo quella doveva essere una componente importante; ma poi capii che era interessata a me al di fuori del rapporto che avevo stretto con sua figlia.

Così ci fu quel giorno in cui mi presentai all’appuntamento mezz’ora prima del dovuto. All’epoca ero molto inesperto e non sapevo che non ci si deve mai presentare a casa di una ragazza (in particolare una come Ameba) mezz’ora prima, perché essa poteva non esser presentabile. Mi accolse la madre un po’ stupita. Mi disse che sua figlia stava dormendo – difatti Ameba aveva questa abitudine da vecchia, di dormire sempre almeno mezz’ora il pomeriggio, se non anche più di un’ora. Dopodiché decise di tenermi occupato qualche minuto prima di andarla a svegliare. Allora, per una volta, si sedette anche lei al divanetto e cominciò con quella mitragliata di domande. Ma stavolta, approfittando dell’assenza della figlia, mi chiese questioni ben più impertinenti delle volte antecedenti. Come per esempio cosa mi piaceva di Ameba e se la trovavo bella. E io, arrossendo, vuotai praticamente il sacco e le dissi che mi piacevano i suoi fianchi e anche che delle volte non la sentivo proprio vicina. Tutto questo mentre la madre mi osservava attentissima; aveva accavallato le belle gambe muscolose lasciando che lo spacco della gonna si aprisse a più non posso, senza parlare della notevole visione che offriva il vestito all’altezza del seno, di cui lei sembrava totalmente non informata e ostentava quasi con pertinace civetteria.

Poi fu il suo turno di parlare e mi disse, mostrando di cercare delle parole che non riusciva a trovar adatte, che sua figlia era un po’ così e che la dovevo prendere per quel che era. Mi disse anche una cosa molto importante: che non sarebbe cambiata e quindi dovevo chiedermi onestamente se la accettavo oppure se fosse il caso di cambiar aria. Ma poi, notando la mia aria preoccupata, volle chiarire che a lei piacevo molto e certo lei sperava che sarei rimasto con la figlia perché ero senz’altro un bravo ragazzo e un buon partito.

Poi mi chiese subito dopo, a tradimento, se avevamo già fatto l’amore. Io non risposi, defalcai lo sguardo e sorrisi nel vuoto, a far intendere che non potevo certo parlare di quell’argomento con la madre della mia ragazza, per quanto essa fosse gentile con me e la sentissi ben più vicina della figlia. Allora lei non pensò di abbandonare la questione e anzi andò più a fondo sorprendendomi molto, chiedendomi quanto mi piacesse fare l’amore e che cosa mi piaceva di più del farlo. Che era una domanda generica, anche se molto privata, che non riguardava la figlia, per cui si aspettava, quasi mi imponeva, di rispondere…

Ma poi sentimmo giungere Ameba con le sue ciabbattine porpora che chiedeva alla madre, dalla cucina, se era rimasta una certa merendina per fare uno spuntino. Allora la madre riunì all’istante le gambe, si rifece dritta col busto e le rispose flemmatica, come niente fosse, che le merendine erano finite e che io ero di là in salotto con lei che l’aspettavo. Allora Ameba fece la sua comparsa all’ingresso del salotto rimanendovi in realtà ritrosa, perché era solo in pantaloncini corti e magliettina e ciò la faceva sentire quasi nuda; e con aria sia distratta che incuriosita da quella nostra strana intimità, infastidita sia di quello che del fatto che fossi giunto prima degli accordi, chiese alla madre: ma perché non mi hai svegliato? Ma sapeva anche lei che avrebbe preferito non essere svegliata prima, solo perché il suo ragazzo scemo era venuto mezz’ora prima perché aveva tanta voglia di vederla.

Tre giorni dopo litigai con Ameba e pensammo davvero per la prima volta a lasciarci. Il nostro rapporto si fece a maglie più larghe. Ciò volle dire che entrambi ci guardavamo attorno e riflettevamo su di esso chiedendoci se non fosse il caso di troncare. In quel periodo comunque la madre era entrata a far parte nei miei sogni erotici ben più di Ameba: immaginavo sempre che mi si offrisse in quel salotto che era stato spettatore di quell’indiscreto suo modo di fare slacciato ma al contempo dignitoso.

Poi un giorno mi chiamò proprio la madre e mi disse di venire, perché mi doveva parlare. Provai a chiederle di cosa si trattasse ma non riuscii a farmelo dire. Durante il percorso per arrivare da lei vagliai tutte le possibili motivazioni che avessero potuto nascondersi dietro quel suo gesto e alla fine mi convinsi che Ameba, che non sentivo da un po’, con tutta probabilità doveva essere a letto malata, e dunque la madre aveva pensato che le avrebbe fatto bene rivedermi in un momento di patimento. Così mi preparai a qualcosa del genere. Ma una volta che fui lì mi accorsi subito che di Ameba non c’era traccia in quella strana casa così formale e vuota. E la madre era vestita bene. Non da casalinga, ma da donna che forse avrebbe avuto un appuntamento. Il suo seno faceva capolino da una camicetta bianca in cui gli ultimi bottoni erano stati subdolamente slacciati. Aveva scarpe robuste con la zeppa, con un tacco altissimo. Era più alta di me. Più grande di me. Più decisa di me.

Le chiesi imbarazzato cosa volesse. E lei, facendomi accomodare e porgendomi un’aranciata, cominciò a fare un lungo discorso sulla figlia, su me e Ameba, sul nostro rapporto e sul fatto che non avrebbe dovuto dispiacermi se il legame con lei si fosse interrotto, perché nella vita le cose è bene che vadano come devono andare, piuttosto che si protraggano con uno stillicidio di sentimenti ed energie tale da svilire le passioni e le gioie più belle.

Mi disse anche che tra un’ora e mezza Ameba sarebbe tornata dalla palestra e che, se avessi voluto, le avrei potuto parlare. Mi disse che se avessi chiesto ad Ameba di rimetterci assieme, essa sostanzialmente avrebbe accettato perché si era resa conto che con quel carattere che aveva respingeva tutti i maschi che incontrava sulla sua strada. D’altronde, se le avessi detto di lasciarci in via definitiva, Ameba non ne avrebbe affatto fatto una tragedia e, non mostrandosi dispiaciuta, mi avrebbe detto che era meglio così e che anche lei lo aveva pensato da tempo, perché le cose tra noi non andavano più tanto bene.

Tutto questo mi lasciò molto turbato. Perché la madre era tanto diretta, almeno apparentemente, quanto Ameba non sapeva esserlo. Ma era anche tanto più attraente di quanto la figlia non fosse né mai avrebbe potuto essere.

Poi a un certo punto mi chiese se la trovassi bella. E io confessai che mi sembrava la donna più bella che avessi mai visto e le dissi anche che Ameba non sarebbe mai stata così bella, perché non era proprio nelle sue corde esserlo.

Lei sorrise soddisfatta, probabilmente proprio perché era quello che si aspettava e sperava le dicessi. Allora mi prese dolcemente la testa, dapprima me la carezzò e poi me la tirò proprio dove avrei voluto, cioè sul suo grande, accogliente, caldo, soffice seno. Dunque mi spinse la testa sempre più sui suoi seni, se li tirò rapidamente fuori dalla camicetta e capii cosa voleva da me.

Un’ora e un quarto dopo lasciai quella casa non sapendo più nulla, completamente plagiato e rintronato dalla profonda esperienza erotica avuta con la madre.

CONTINUA –

ameba