Un mistero inquietante

L’altra notte, prima di andare a dormire, ho fatto a tempo ad ascoltare l’ultimo servizio circa un omicidio che mi ha sempre inquietato molto. È la storia di una ragazza avvelenata col cianuro – sapore di mandorle amare – senza tuttavia che si sia mai scoperto né da chi né come questo terribile fatto possa essere avvenuto.
Quel giorno la ragazza era a casa perché già di suo non si sentiva molto bene. Tuttavia le sue condizioni non preoccupavano. Viveva con altre due sue amiche, anch’esse presenti quel giorno, anche se in momenti diversi e non per tutto il giorno. A un certo punto la ragazza rimaneva sola, e presumibilmente era quello il momento in cui essa assumeva il cianuro. Il cianuro è un veleno che fa effetto abbastanza presto. In quel quarto d’ora la ragazza mangia o beve qualcosa, e forse riceve qualcuno. Quando una delle due amiche torna a casa, la ragazza comincia a lamentarsi veementemente. Tuttavia la ragazza dice solo di sentirsi male, non rivela nulla all’amica circa il perché possa sentirsi così. Viene chiamata l’ambulanza, ma presto la ragazza morirà in preda a dolori strazianti…
Per lungo tempo gli investigatori provarono a incastrare le sue conviventi poiché quella era la pista più probabile. Ma alla fine loro stessi si convinsero che le sue due amiche non c’entravano nulla con quel fatto. Ma allora chi uccise davvero quella ragazza senza lasciar traccia di sé?
Forse c’entravano alcuni fatti insoliti avvenuti in quel periodo. Primo: una delle tre amiche tempo prima aveva subìto il furto della borsa dalla quale potevano essere state trafugate le chiavi dell’abitazione in cui vivevano. Qualche giorno prima della morte, mentre la vittima era in compagnia del suo ragazzo, aveva veduto un’ombra, probabilmente di una donna, passare per casa, mentre invece non avrebbe dovuto esserci nessuno oltre loro in quel momento. Tale presenza era stata rilevata anche dal ragazzo della scomparsa.
Secondo: la ragazza in quel periodo temeva di aver pestato i piedi di qualcuno che la odiava. Si trattava della moglie del ragazzo con cui aveva progettato di scappare via. Infatti in realtà il ragazzo della vittima era un uomo rom già sposato e con diversi figli. Nonostante questo i due amanti avevano deciso che, visto che si amavano, il loro amore dovesse andare a compimento. La scomparsa sapeva di essere invisa alla moglie del suo ragazzo, ma era convinta, come riferì alla madre, che finché il padre dell’uomo fosse rimasto in vita “non le sarebbe successo nulla”. Il padre del ragazzo era uno stimato e anziano capo clan nomade; e guarda caso questi morì appena il giorno prima dell’omicidio della ragazza.
Terzo fatto insolito. In seguito alla morte della ragazza, sua madre decise di bruciare il suo diario, “per salvaguardare la sua privacy”, disse. Solo che quel diario avrebbe potuto contenere il nome dell’assassino. Anzi, sembrerebbe che una volta la madre abbia fatto proprio questa affermazione: nel diario c’è il nome della persona che ha ucciso mia figlia…

mistero

La spaventosa faccia dell’ipocrisia

Era stata una giornata tranquilla, almeno fino a quel momento. Poi successe che sull’autobus una donna cominciò a dare di matto sbraitando contro l’autista, colpevole di non averle aperto le porte del mezzo. Aveva ignorato del tutto la sua fermata.
«Perché non mi ha aperto?! Dovevo scendere, cazzo!», disse la signora idrofoba alzando la voce non curandosi minimamente che tutti l’adocchiassero.
L’autista – che era una brava persona – si sentì ingiustamente punto sul vivo, proprio lui che il suo mestiere lo faceva onestamente e con abnegazione. Così si impuntò a voler cercare un dialogo con l’assurda squilibrata.
«Ma signora, lei ha prenotato la fermata?», le chiese.
Gli occhi degli astanti finirono tutti sul segnalatore di fermata prenotata: era innegabilmente spento.
«Ma certo che ho prenotato! E lei mi doveva lasciar scendere!», gli rispose iraconda la donna.
«Però la fermata non è prenotata, vede? Altrimenti le avrei aperto…», ribatté l’autista che si sforzava d’esser fin troppo affabile.
«Ma io ho prenotato!», insistette lei con rabbia.
Allora all’autista venne in mente che poteva esser rotto il bottone a cui la donna si era affidata per prenotare la fermata.
«Mi faccia vedere come si è prenotata. Provi a premere il bottone, mi faccia la cortesia…», tentò di verificare la sua ipotesi.
E allora assistetti a una scena da macchietta, qualcosa a cui, se non vi avessi assistito, non avrei mai creduto: la signora finse solo di premere il pulsante, ma non lo fece! Tuttavia il suo imbroglio fu sufficiente per gabbare l’autista che, al mio contrario, era molto lontano da lei e non si accorse di nulla.
L’autista le disse dunque conciliante:
«Allora è per quello che la fermata non è stata prenotata… Il pulsante evidentemente è guasto… Avrebbe dovuto accorgersene, signora, quando ha prenotato la fermata…»
«Ma io mi ero prenotata, cazzo! E lei mi deve far scendere!», si incaponì lei imperterrita con una faccia come il culo.
«Ma converrà che non è stata colpa mia, no? Lo sarebbe stato solo se…»
«Non voglio sentire niente! Non mi interessano le sue scuse! Lei mi deve far scendere!», continuò a sbraitare l’indigesta arpia, che avrebbe taciuto solo se lui le avesse autorizzato quel favore.
E infine il povero autista si sentì comunque così in colpa che, nonostante il regolamento lo vietasse categoricamente, le accordò di aprirle le porte in mezzo alla strada, laddove non vi era alcuna fermata.
Quando la pazza finalmente se ne scese scoppiò una grande pace su tutto il mezzo.
Poco ebbi la controprova che confermò la mia tesi in modo incontrovertibile: un tizio si prenotò, sempre a quel pulsante, e riuscì perfettamente – guarda caso – a farlo funzionare. A somma dimostrazione che, pur di ottenere quel che voleva, quella signora sgarbata aveva avuto la faccia tosta di accusare falsamente – e con un’ira spropositata – un’altra persona di non essersi comportata bene…
Che donna ripugnante!

pazza

Romanzi incompiuti

Ormai cominciano a esser tanti i romanzi che ho cominciato ma che poi non sono più stato in grado di completare.
Anche il primo in assoluto che scrissi appartiene a questa categoria. Sorprendentemente, è una storia horror – chi mai avrebbe potuto immaginarlo? 😀 – con delle parti molto sessuali! Recentemente, rileggendolo, non lo avevo trovato per niente male. Certo, era scritto in maniera estremamente semplice, però non era quella cosa insipida che avrei potuto immaginarmi.
Anche se so perfettamente come avrei portato avanti la storia, non ho mai trovato l’entusiasmo per terminarla, perché adesso non mi interessa più scrivere una storia come quella. Non ho la pazienza per farlo, impegnato come sono in altre storie per me più stimolanti.
Il protagonista assoluto della vicenda era una certa Hildita – vi dice niente? – cioè la ragazza che Guillermo ama in “Nelle spirali del tempo, lei piange”, che è sempre quella, ma declinata in maniera differente, che poi diventa Nemesita nella saga di Nemesis… 🙂

Dato che so che alcune di queste opere sono destinate a rimanere per sempre incompiute… credo che, per non mandarle del tutto perse e sprecate, comincerò a pubblicarle su questo blog. Difatti in alcuni casi si tratta di brani molto valenti che tutt’oggi mi piacciono ancora molto.
🙂

Paradiso Amaro (film)

La moglie di un uomo patisce un grave incidente. In seguito suo marito scopre che questa lo tradiva. Allora, mentre deve decidere di staccarle la spina perché non c’è più nulla da fare per lei, parte alla ricerca del suo amante…
Commuovente ma anche ironico.
Un film non banale con vari approfondimenti e digressioni su argomenti quali il tradimento, il fine vita, il rapporto coi figli, eccetera.

paradisoamaro

Hildita ubriaca

Le ragazze dovevano ancora arrivare, cioè Lola Falena e Hildita, cioè le uniche due ragazze che componevano il nostro gruppetto eterogeneo. In verità a nessuno importava un cazzo di Lola Falena. Proprio in quel viaggio scoprii che c’era chi non la sopportava per niente, Pablo su tutti, il quale forse temeva il potere che essa poteva esercitare su Hildita allontanandogliela. Anche a Bronco però Lola Falena non piaceva affatto: la trovava assurdamente insipida.
Comunque nessuno protestava. Perché, se per tenersi Hildita con noi si doveva pagare il prezzo di avere pure Lola, ci potevamo stare. Ci andava bene a tutti. Non ci fosse stata Lola, il fatto che Hildita fosse stata solo con noi ragazzi avrebbe dato troppo nell’occhio. Inoltre nessuno avrebbe più potuto negare l’evidenza che eravamo tutti per un verso o per l’altro cotti di lei. Noi ragazzi eravamo lì tutti per Hildita: c’era chi ne era pienamente consapevole, come me, Pablo e Bronco, e chi non, come il Principino e il Bestemmiatore.
Era subito dopo cena. Dopo aver mangiato come al solito un pessimo pasto gentilmente offerto dalla carente cucina dell’albergo straniero in cui alloggiavamo, noi ragazzi ci eravamo ritirati nella mia stanza, perché era la più spaziosa e anche la più bella, con quella specie di finestra che dava sul cielo che ci eravamo ritrovati piacevolmente sulla testa per cui Hildita aveva perso la brocca.
Le ragazze stavano per arrivare. Si era detto di giocare un po’ a carte e cazzeggiare. Ma a un certo punto Pablo mi si avvicinò e mi disse:
«Cerchiamo di far ubriacare Hildita stasera!»
Rimasi di sasso. Poi sorrisi. Dunque quei sordidi pensieri di farsela non si annidavano solo in me… E certo!
Bene. Allora non dovevo mancare. Per una volta mi sarei sforzato di non andare a dormire tassativamente prima delle ventidue e trenta.
Le ragazze vennero. Hildita era tranquillissima, non sapeva che su di lei si erano addensati i nostri sozzi desideri maschili. Lola era un po’ più eccitata, ma solo perché pensava che la serata le avrebbe riservato del divertimento sfrenato.
Dopo un po’ che bevevamo direttamente dalle numerose lattine di birra che ci eravamo portati dietro – con il passare dei giorni ne avremmo accatastate una discreta quantità riuscendo a comporre in un angolo della stanza la scultura di un palazzo o qualcosa del genere –, qualcuno propose sfacciatamente di giocare a “strip-poker”. Fu il Principino. Io e Pablo lo fulminammo con lo sguardo maledicendolo. Non dovevamo farle capire subito a cosa miravamo!, sennò Hildita se ne sarebbe andata! Difatti Hildita disse di no. E nessuno obiettò niente. Dato che era lei che di fatto comandava, anche se lei non se n’era resa minimamente conto.
Giocammo un po’ a scopa. A traversone. A tresette. Una noia e una depressione abissale. Uno squallore unico. Intanto bevevamo modestamente. Ma io Pablo e Bronco, pensandoci molto furbi, ci tenevamo per dopo.
Poi Bronco a un tratto disse, come sapesse già di giocare sul velluto, cioè fosse stato certo che Hildita avrebbe accettato la sua proposta:
«Giochiamo a “Capitano Flu”!»
E qui Hildita cadde alla grande nella nostra trappola estremamente furba! Conosceva quel gioco e per di più la divertiva molto. Disse con un’ingenuità incredibile:
«Sì!»
Io però mi feci fuori. Dissi accortamente:
«Ragazzi, io non posso partecipare. Come sapete ieri ho vomitato e sono stato male di stomaco. Se bevo solo un altro goccio rischio di rivomitarvi subito addosso. Quindi mi limiterò a guard… cioè osservare voi che giocate, va bene?»
Andava a tutti benone. A Hildita perché comunque a quel gioco avrebbero partecipato gli altri. A Pablo e Bronco perché non fregava un cazzo se vi avessi partecipato o meno, e pure per gli altri era lo stesso: basta che si giocava.
Così mi misi lì in un angoletto. Il Capitano Flu era un gioco cretino creato da cretini, per cretini, che comunque si vogliono ubriacare. Si svolgeva più o meno così – non ricordo più bene i dettali perché da allora non ne sentii più parlare. Uno diceva una frase e beveva un bicchierino. Il secondo ripeteva quella frase aggiungendone un’altra. Il terzo idem. Quando uno sbagliava a ripetere tutto, beveva un bicchiere doppio e il giro ricominciava da lui. Fino all’ubriacatura conclamata.
Ben presto mi resi conto che l’avevo scampata bella! Infatti per me quel gioco era difficilissimo! Non riuscivo a ricordare nessuna frase! E se vi avessi partecipato sarei stato il primo a finire super-ebbro diventando lo zimbello di tutti! Per fortuna avevo vomitato la sera prima! Vedi delle volte il destino ti è favorevole anche quando non sembra…
I primi a finire fuori carreggiata, eliminati, furono il Principino, che in quel gioco se la sarebbe battuta con me per la nomea del più impedito, e il Bestemmiatore. Il Bestemmiatore a un certo punto fu esentato perché, essendosi innervosito troppo, aveva finito per dire così tante bestemmie da rischiare di toglierci a tutti il paradiso nell’altra vita. Anche al Principino, dato che appariva molto confuso, fu concesso di mettersi a letto e terminare il gioco – la stanza era anche la sua d’altronde. E lui si addormentò di botto nonostante noi continuassimo a parlare e parlare e fare casino.
Pablo appariva saldissimo nel suo intento di non impapocchiarsi. La sua spietata costanza faceva paura. E riusciva a vincere. Lui e Bronco sembrava che nella vita non avessero fatto altro che allenarsi a quel gioco, per questo ora erano diventati dei veri maestri. E quando sbagliavano una volta ogni tanto sembrava più che altro che lo facessero per far credere agli altri che avevano qualche possibilità di vincere.
Il problema fu Lola Falena. Quella stronzetta sbagliava più di Hildita, e dava pure in escandescenza. A un certo punto tentò di baciarmi senza motivo perché era un po’ brilla e si sentì autorizzata a farlo. Mi prese sulla gota. La respinsi rimettendola nel cerchio dove si stava facendo il gioco prima che avesse potuto coinvolgermi in qualche giochetto erotico davanti i visi divertiti degli altri, che se la sarebbero goduta un sacco in tal caso. Rideva a sproposito. Faceva baccano. Rischiava di far chiamare la polizia da qualche vicino scocciato. Si strusciava le tette addosso alla gente, anche a Hildita, che le diceva:
«Su, un minimo di decoro… Basta, non esagerare, vabbè che sei brilla però dovresti darti una calmata, fa la brava…»
Per placarla un poco dovetti andare dal Bestemmiatore e attizzarlo contro lei. Gli dissi sottovoce: «Ma non vedi che è strafatta e che vuol scopare? Perché non te la porti su un letto, facendo finta di volerla calmare, e pomiciate un po’?»
Lui mi disse con due occhietti da topolino allettato dal formaggio: «Dici? Dici che ci sta?» «Ma certo!», rinfocolai.
Così il Bestemmiatore, tra una bestemmia e l’altra, le disse che doveva piantarla di fare tutto quel casino, che ora ci pensava lui a metterla a letto e, tra le risate di tutti, se la trascinò a letto e poi la tenne abbracciata in una stretta che sapeva di catena.
Lola tentò di liberarsi per finta, ma sotto sotto quella stretta era proprio quello di cui aveva bisogno. Così il Bestemmiatore poté toccarle le sue puntute tette con le braccia senza destare alcun sospetto, Lola ne fu felice e – questa cosa l’avrei scoperta solo la mattina dopo – ogni tanto gli sfiorò il membro con le mani facendo finta di niente, mentre il Bestemmiatore si eccitava sempre più – ed ecco svelato anche il mistero del perché adesso Lola taceva come pacificata, mentre lui se ne usciva ogni tanto con una delle sue bestemmie apparentemente senza motivo come parlasse nel sonno.
Rimasero a giocare al gioco dell’ubriacatura solo Bronco, Pablo e Hildita. Tutti gli occhi erano puntati su Hildita. A un certo punto anche Lola dovette accorgersene, e le dispiacque che non fosse stata lei al centro del proscenio. Ma che ci poteva fare? Nessuna poteva competere con lo charme e la brillante femminilità di Hildita!
Hildita era nettamente quella che più, tra i tre, beveva. Il gioco andò avanti per un po’. E noi maschietti sempre lì, allupati, che aspettavamo che caracollasse. Ma lei, a parte qualche modesto annebbiamento nei riflessi, appariva ben lungi dal caracollare a terra svenuta.
A un certo punto Hildita si alzò. Disse che andava al bagno a fare la pipì. A quel punto Bronco ebbe per la prima volta un gesto spazientito e disse apertamente rivelando in parte il nostro piano segreto:
«Senti, Hildita, ma ti manca ancora molto all’ubriacatura? Che noi mica possiamo star qui tutta la notte! Che se poi bere ti serve solo ad andare al gabicesso lasciamo perdere!»
Ridemmo tutti. Anche Hildita, che non si rese conto però che con quella frase simpatica Bronco le aveva appena detto la verità. Gli rispose:
«Io reggo bene l’alcol, non lo sapevate?»
Andò in bagno a pisciare. Bronco bestemmiò, anche Pablo lo fece. Poi bestemmiai io. Il Bestemmiatore ci guardò stranamente poi disse:
«Qui mi sembra che qualcuno voglia rubarmi il mestiere.»
Lola Falena non sapeva bene se ridere o piangere. Adesso era ben conscia che a nessuno lì dentro importava nulla di lei, erano tutti lì solo per Hildita, o quasi, pure il Bestemmiatore, anche se in quel mentre le stava tuttora stringendo le tette nella sua potente stretta virile.
Una volta che Hildita fu uscita dal bagno, Bronco e Pablo dissero che era inutile giocare a quel gioco se nessuno si sarebbe ubriacato. Hildita perché reggeva l’alcol meglio di tutti. Pablo perché adesso era diventato quello che non sbagliava mai. E Bronco perché, ci disse, anche lui non si ubriacava, avendo lo stomaco rivestito di merda: al massimo a un certo punto gli sarebbe venuto da vomitare. E nessuno voleva che ripetesse la scena di cui ero stato io il protagonista assoluto la sera prima.
Però la notte era ancora giovane e nessuno di loro voleva andare a dormire, a parte me. Così mi alzai e dissi teatralmente a Hildita se mi dava la chiave della loro stanza. Lei mi chiese stupita che cosa ci avrei fatto. Le dissi:
«Semplice. Dato che voi starete qui tutta la notte – non dite che non è così che non ci credo –, io, che voglio andare a dormire, vado da voi, se per voi va bene. Così voi andate avanti con la festicciola e potete anche dormire qui, mentre io dormo per l’appunto da voi, che domani il prof vuole che andiamo a visitare il monastero abbandonato delle carmelitane, ve lo siete dimenticato? E io non voglio essere uno zombie perché non ho dormito la notte prima.»
Hildita si alzò in piedi anche lei. Cavò la chiave dalla tasca anteriore destra dei jeans da uomo che sempre indossava. Me la stava mettendo in mano quando si voltò verso Lola falena e le chiese:
«Per te va bene?» – difatti la stanza la divideva proprio con lei.
Lola fece un gesto fatalistico. Certo: non si poteva opporre dato che mi si erano intrufolate nella stanza e non intendevano sloggiare.
Così loro cominciarono a cantare le canzoni strappalacrime. Lola si era portata un libro con i testi, in previsione proprio di questo. Io me ne andai nella camera di Hildita e Lola. Vi entrai, lo confesso, con un brivido di eccitazione. Quella era la stanza di Hildita! Ma ben presto mi calmai. In fondo era molto simile alla mia e non c’era niente di strano in giro. Solo quando andai in bagno la mia eccitazione crebbe all’ennesima potenza. Difatti trovai degli abiti dismessi in un angolo, con delle mutandine grigie lì abbandonate indubbiamente femminili.
Mi chiusi in bagno avvicinandomi al tesoro con eccitazione estrema. Non pensai a nulla: agii come preda di un istinto primordiale. Me le presi in mano avvicinandomele lascivamente al volto. Annusai a piene inalate il loro odore. Era la prima volta che facevo un gesto del genere; mai prima d’ora mi era venuto in mente che un giorno avrei potuto compierlo. Ma ne rimasi molto deluso: non sapevano assolutamente di niente! Pensai che la persona che si era fatta la doccia doveva essere molto pulita, oltre che avere l’abitudine di cambiarsi ogni giorno – la tal cosa non era affatto scontata per me e gli altri maschietti miei coetanei all’epoca.
Me ne andai a dormire dimesso. Guardai un po’ di televisione. Ricordo il film che passavano alla tv, l’unica cosa decente che avessi potuto vedere: Il silenzio degli innocenti. Peccato che non si capiva un cazzo, perché era in lingua straniera, per di più con sopra una voce atona – straniera anch’essa – che faceva una traduzione senza preoccuparsi troppo di fornire un doppiaggio in sincronia. Che schifezza.
Il giorno dopo Pablo mi venne a chiamare per fare colazione. Lo feci entrare anche se ero già pronto per andare. Ne approfittai per risolvere quel mistero che mi angustiava. Lo portai in bagno e gli dissi, gettando l’esca a cui lui abboccò subito:
«Guarda ‘ste ragazze al giorno d’oggi come so’ disordinate! So’ peggio di noi!»
Puntai il dito sulle mutandine e gli altri abiti smessi all’angolo del bagno. Pablo fece una delle sue risate di gusto ma sgangherate.
«AHHHA! È Lola Falena. Mi hanno detto che ieri si è fatta la doccia…»
E io pensai subito: vaffanculo! neppure sono di Hildita, ma di quella stronza di Lola, vaffanculo!
D’altronde la sera prima mi era venuto in mente di ravanare un po’ nelle loro valigie per cercare altra biancheria che avesse potuto dirsi realmente “sporca” ma… temendo troppo di essere scoperto, mi ero imposto di non farlo, tirandomi una pippa dopo che il film con Jodie Foster era terminato per ripagarmi della delusione, e dopo ero andato a letto tutto rilassato.
«Come è andata la serata poi ieri?», chiesi.
«Ieri? Beh, niente di particolare. Abbiamo cantato… Lola ha rotto il cazzo a tutto il piano così a un certo punto è dovuto intervenire il personale dell’albergo. Volevano, Bronco e Lola, per ritorsione, usare gli idranti di sicurezza, ma li ho convinti a desistere. Non te ne sei accorto? Non hai sentito nulla?»
«No.»
«Tu dormivi… Beato te. Però poi… Io ho dormito meglio di te!», mi disse mentre gli si accendevano gli occhi chiari come il mare.
E io cominciai a capire quel che stava per dirmi. Ma non potevo crederci…
«Non dirmi che… sei riuscito… tu… con… Hildita…», mi terrorizzai al solo pensarci.
«Sì! No. Cioè, quasi. Non è che ho dormito proprio con lei. Però ho dormito SU lei, o meglio sulle sue grosse tette morbide. E sapessi quanto si sta bene a dormire lì… Sembra di stare tra le nuvole. Ho dormito proprio bene, quelle poche ore. E sono in perfetta forma lo stesso…»
Sorrisi.
«Immagino», gli dissi. «Sei stato fortunato.»
Di certo lo invidiavo. Ma non potevo avercela con lui. Pablo era un bravo ragazzo, dopotutto, proprio come me. Gli feci mentalmente i complimenti per aver vinto brillantemente quella battaglia. Ma io miravo a vincere la guerra.
Quel giorno stesso, poco dopo, Hildita, forse sentendosi un poco in colpa per quello che aveva fatto con Pablo, volle ripagarmi giocando a carte con me, solo con me, approfittando anche della scusa che le dispiaceva che il giorno prima mi avevano solato la stanza costringendomi quasi a dormir solo.
In quel momento era il massimo a cui potevo aspirare. Così mi contentai.

hildita