Aumentare le dosi

Carmen la vedo al mattino, a colazione. Si va a mettere al tavolino all’angolo del bistrot per dare meno nell’occhio. Ma io l’ho vista ugualmente. Ho visto quella sua cera tipica da mattina in cui sembra una reduce di guerra, con quelle profondissime occhiaie che sembra chissà cosa abbia fatto. Quest’oggi non mi guarda proprio. Non osa. Si vergogna troppo. Ieri sera che cosa hai fatto, Carmen? Con chi ti sei svenduta ieri notte? Ti sei anche drogata, o gliel’hai solo data?
Il suo pallore mortifero fa quasi spavento. Se potesse indossare gli occhiali da sole anche a tavola lo farebbe. Ma così darebbe ancora più nell’occhio e lei non vuole che la gente vada tutta da lei a dirle “che cosa hai fatto ieri Carmen? Quei tuoi debosciati peccati di ieri si indovinano tutti dalle tue occhiaie”… Perché lo fai, Carmen? Tra un tentativo di suicidio e l’altro, ti butti via col primo venuto. Lo so, lo so: l’autolesionismo a causa del tuo passato. Ma ti sembra un buon motivo, questo? Ti sembra sia il caso di dover scontare in eterno la tua condanna? Questi discorsi sono pericolosi da fare con lei. Perché lei allora risponde “hai ragione”, che non è vita, e va a tentare l’ennesimo suicidio in un’altra maniera ancora non testata. Per ora ha sempre deciso di cambiare. La prima volta si buttò dal balcone. La seconda fu con le pillole. La terza si gettò nel lago. Speriamo che prima o poi non tenti col gas sennò farà saltare tutti per aria. Finché rimarremo in albergo, questo non potrà avvenire… E allora, con cosa si farà del male Carmen la prossima volta? Temo un’overdose…
Verso le dieci e trenta mi ritrovo tra le parti di casa mia. La cassetta delle lettere è stracolma di pubblicità. La apro raccogliendo tutta quell’immondizia. C’è una donna di spalle che sta facendo la stessa cosa. Sembra carina seppur un po’ magra di chiappa. Così chinata, le si vede la linea di demarcazione dei glutei, che in realtà sembrano troppo magri per i miei gusti. È vestita con abiti estivi, sembra in vacanza ma non deve essere così. Questo deve essere il suo normale modo di vestire, e questa la sua attuale residenza.
Ci incrociamo a mezza altezza, quasi intruppiamo. Lei risale, io mi chino verso la mia cassetta delle lettere. Ma ci conosciamo. È Barbra LeBlanc, una mia vecchia amica dai tempi dell’adolescenza. Non è molto cambiata nei tratti somatici. È, sì, invecchiata, ma conserva le stesse fattezze e le stesse espressioni di un tempo, seppure forse qualche piccolo tiraggio qua e là abbia alterato qualcosina. Per il resto è uguale. Gli stessi occhi tanto curiosi quanto luttuosi. La sua maschera di trucco nasconde bene tutti i suoi patimenti (passati e presenti). La dà sempre a bere ai suoi uomini, di essere sicura di sé e felice, mentre non mi risulta sia mai stato così, per un motivo o per l’altro. Solo alla fine ci si accorge dei suoi patimenti, quando a un certo punto sbotta in lacrime liberatorie e allora tutti capiscono quanto soffra e che aveva solo recitato fino allora. Deve essere nell’intervallo tra una storia e l’altra perché mi sembra senza pensieri e quasi pronta per rigettarsi in una nuova passione… Anche tu qui? Sì, mi sono trasferita, mi dice. Io qui ci abitavo, oggi sono rimasti solo i miei genitori ma ogni tanto ci torno, rispondo. Sì, lo so, mi ricordo che abitavi proprio nello stesso stabile di Mon-Bon, mi sorride fissandomi gli occhi dentro come mi avesse infilzato con una forchetta. E non distoglie lo sguardo da me, non lo distoglie. Così anche io faccio lo stesso. Sulle sue gote ci sono dei sbrilluccichini, come andava negli anni Ottanta. Il suo volto gonfio è stato stirato. Anche lei è vittima della mania dell’estetismo e deve aver paura di invecchiare, perché nel momento che sarà invecchiata nessun uomo la vorrà più al fianco, neppure quelli che adesso se la vogliono solo scopare.
Ha i capelli mesciati, di bionde ciocche chiaramente. Lei si è sempre sentita una bionda mancata. Un ombretto marcato agli occhi, verde-azzurro. Immagino il tempo che ci abbia impiegato per scegliere la gradazione giusta… I suoi abiti invece sembrano quelli di un’indiana d’America che voglia risultare sexy, con i lacci slacciati e tutte quegli spacchi, dalla gonna in su. Dobbiamo vederci delle volte,  eh? Che ne pensi?, mi domanda volendo dare seguito reale al suo desiderio. Certo, rispondo, io qui ci passo spesso. Inoltre mi piace sempre tornare in questa zona nella quale sono cresciuto…, ammicco simpatico. Riceve una chiamata. Scocciante assai, a giudicare dal suo sguardo, che però non mi vuol lasciare. Pronto? No, adesso ho da fare, sono alla posta in fila e non mi posso proprio muovere, non ci possiamo vedere caro…, dice spudoratamente nel microfono mentre decide di tornare in posizione eretta e così faccio io, mentre più o meno inavvertitamente quel movimento finisce per toccarmi cosicché lei a un certo punto si giri su se stessa e, come fossimo seduti, si metta schiena a schiena con me, come ci si mette talvolta da bambini sia per gioco sia per riposare magari una schiena stanca.
Continua a parlare rimpinzandolo con una marea di bugie. Eppure le dice come se per lei fosse normale, come fosse talmente abituata a farlo da vivere in una realtà alternativa quando le pronuncia, cosicché non siano poi così false, quelle bugie, ma possano essere vere, seppure solo nella sua mente.
Vorrebbe abbandonare il suo tipo per tornare da me, ma si vede che non può farlo a breve. Così, a malincuore, interrompe il nostro contatto fisico, si volta, mi cerca lo sguardo, e mi fa capire che la prossima volta non mancheremo di prendere qualcosa assieme. Mi lancia un bacio con le mani. Sorrido gentile…
La sera mi debbo vedere con Tony. Ma prima mi intrattengo con Crystal. Crystal è sempre molto sorridente. Ha lo sguardo di chi è molto felice e la sa pure lunga su come divertirsi. È una donna molto bella, nel pieno della sua maturità psicofisica. È una persona estremamente piacevole, con cui si è sempre molto a proprio agio. Per questo è molto ricercata. E a me risulta un po’ strano che abbia voluto intrattenersi con me piuttosto che con altre persone più rinomate o stimolanti, eppure sembra proprio che gli vada a genio. È così bella, in sintonia con tutto quello che dico che… quasi quasi, se non sapessi che ne ha passati al tritacarne a centinaia di uomini, belli e brutti, prima di me, quasi quasi… Ma questa circostanza, che io so, e che lei sa che so, è come se ci rendesse fratello e sorella, è come se disinneschi tutta l’attrazione che ci potrebbe benissimo essere tra lei e me, tra una come lei (che è il tipo di donna che piace a tutti gli uomini, nessuno escluso) e quelli come me, che sarei uno di quelli che non si accontenta della prima venuta e che ama le donne ricercate, con qualcosa di particolare dentro.
Stasera siamo soli a sorseggiare le nostre aranciate e lei continua a sorridere furba nella mia direzione. Così faccio quello che non dovrei fare… Mi informo a fini utilitaristici della sua situazione sentimentale. Stai ancora con quello? Chi?, fa lei. Quello con cui.. come si chiamava? Vincent, quel mezzo pittore… Ah! Il pittore!, si manifesta euforica. No, no. Con lui è finita. Te l’ho detto che sto da sola, no? No, veramente non me l’hai detto. Ah!, davvero?, sorride divertita. Sono completamente sola. Sola, sola! Ho rotto i ponti con tutti…
Non sembra per niente avvilita. Meglio per lei… Ma poi continua a parlare e comincia a dire cose un po’ strane… Dopo di lui ce ne sono stati tre. Tre?, faccio stupito. Sì!, dice ancora ridendo di gusto. Ma scusa… se fino a… due settimane fa stavate ancora assieme…, le faccio notare. Ma ogni mia osservazione non fa che farla ridere ancora di più: adesso il suo riso è intrattenibile. Sì! E mi sono limitata! Ah! Ah! Il giorno stesso che l’ho lasciato mi sono rimorchiata uno in un bar! Ah! Ah! Si, lo so che fa brutto ma non è così male come si vede nei film! La mattina dopo gli ho dato un bel calcio nel culo… Bello mio, non vorrai mica metterti con me, eh?, gli ho detto. La mia è stata solo una mattata, per svoltare la serata e festeggiare il mio nuovo nubilato! Ha fatto una faccia che mi ha un po’ dispiaciuto. Si è sentito usato… Beh, credo che, almeno una volta nella vita, ogni uomo debba provare questa sensazione. Tutte le donne la provano, e ben più di una sola volta nella vita! Aveva dei riccetti neri con una specie di… non mi viene la parola…, la barba ruvida di un giorno, due occhi neri molto belli (che erano quelli che mi avevano attratto in lui) e un corpo magro da tossico. L’ho messo alla porta con ancora il petto nudo, quando era senza scarpe. I calzini non ce li aveva neppure prima… Sai quei tipi che non indossano calzini d’estate? Annuisco: non li sopporto, affermo. Beh, era uno di quelli!, riprende. E questo è stato il primo… Se lo vogliamo considerare come primo… Tu lo considereresti come uno con cui sono stata? Direi di sì, anche se forse non c’è stato troppo coinvolgimento emotivo… Appunto! Il secondo è stato quattro giorni dopo. Come vedi mi sono presa una pausa di riflessione. È stato un mio collega che mi “stimava tanto tanto”, che da tempo non faceva che complimentarsi con me, decantando le mie lodi! Che amore che era! Pensava che fossi la donna perfetta! Una madonna! Ah! Una madonna pure sexy e intelligente! Ah! Ah! Beh, l’ho invitato da me… Lui era da tempo che timidamente spingeva per avere almeno una cena, cena che non gli avevo mai voluto concedere, per tenerlo sulla graticola, per vedere quanto avrebbe resistito la sua sincera ammirazione per me! Ma ho capito che lo sciocco sarebbe potuto andare avanti per tutta la vita con quell’assurda immotivata ammirazione. Magari avrebbe scritto di me nel suo diario segreto, di quanto ero bella e stupenda, magari avrebbe parlato delle volte che si masturbava a pensarmi, magari sarei rimasta per sempre il suo idilliaco sogno erotico… Per questo ho deciso di mandare in mille pezzi le sue soavi convinzioni su di me! Perché sono stronza: tu almeno questo lo hai capito?, mi fa. E io le faccio una faccia del tipo: non credo che tu lo sia davvero, non può esserlo così tanto quanto vorresti farmi credere. Però non proferisco parola e lei va avanti… Tu non ci credi, lo so. Ma meglio per te se cominci a crederci sennò ci rimarrai male, bello mio… Senti qua… Abbiamo fatto l’amore, poi ho deciso di fare qualcosa che non avevo fatto mai in vita mia. Ho cominciato a canzonare la sua prestazione sessuale. Gli uomini sono molto suscettibili in merito, sai? Ah, ma mi sa che lo sai questo, vero? Mi fa l’occhietto… A un certo punto io… Si ferma come se la scena del film che mi vuol descrivere la riviva nei suoi occhi, stia scorrendo nei suoi occhi brillanti… Ah, ma questo non te lo posso dire! Ti devi fidare di me quando ti dico che sono stronza! Se tu sapessi cosa gli ho fatto, e cosa gli ho fatto fare! Ride… Posso dirti solo che gliel’ho tenuto in mano per minuti e minuti e che non gli si rizzava più dalla vergogna… E alla fine se n’è dovuto andare in lacrime, ahaahah! E mi ha detto: perché mi fai questo?! Io ti amo e tu mi umilii in questo modo! Sei cattiva! Cattiva! Cattiva a me, capisci? Adesso sarei anche cattiva… Ma non ero il suo angelo? Non ero la donna perfetta, secondo lui? Non so se sono addirittura cattiva. Però sono stronza… Su questo non ci piove. Forse tutti sono cattivi con almeno qualcuno. Forse tutti sono cattivi dentro… Mi guarda ancora come a dirmi, adesso mi credi? Mentre io devo aver immobilizzato la mia faccia in un’espressione di malcelata interrogazione circa il perché questa sera abbia deciso di distruggere tutte le belle cose che mi credevo su di lei. Possibile che mi stia mentendo? Temo proprio che non sia così. D’altronde forse, se lo stesse facendo, forse sarebbe anche peggio. Così prendo per buono tutto quello che mi dice. Ho capito. Mi sta avvertendo. Mi conosce. E sa che se mi innamoro di lei potrei percorrerla tutta quella strada dell’innamoramento e lei non mi renderebbe certo la vita facile. Mi sta dicendo, non lo fare, sennò darò una prova anche a te di quel che sono capace…
Sorride fissandomi, sembra non intenzionata a proseguire. E il terzo?, le faccio io anche per togliermi dall’impasse del suo sguardo senza vergogna, anche se l’ultima cosa al mondo che vorrei sarebbe quella, in questo momento, di ascoltare un’altra storia di questo tipo. Il terzo, già, il terzo!, dice come fosse tornata a esser posseduta dal demone del vizio. Col terzo ci sono stata fino all’altro ieri. Un giorno ero andata al negozio d’abiti per vedere se c’erano delle novità. Dentro colgo questo tipo che stava litigando con una ragazza. Alla fine le ha mollato un ceffone e l’ha fatta mettere a piangere, ma non solo. Dietro le ha urlato frasi irriguardose circa le pratiche sessuali che la poverina doveva aver imparato da lui. Una volta che la poverina è uscita dal negozio, io ho posto il mio sguardo su di lui, e lui, che si sentiva un grande uomo perché si era liberato di quella poveretta con tutta quella classe, che dapprima voleva solo provarsi un paio di jeans neri, dopo un po’ ha visto che lo fissavo…
Se l’è presa anche con te?!, dico… No!, risponde. Perché gli sorridevo. Sulla mia bella faccia da stronza avevo questa medesima espressione che ho adesso con te. E chi mai potrebbe inveire contro una faccia da culo come questa, me lo sai dire?!, ride. Concordo, penso tra me e me… In breve mi ha parlato di quella tipa, come a giustificarsi. Ha farfugliato cose contraddittorie del tipo che la madre della tipa gli aveva rotto i coglioni con la storia del matrimonio ed era per questo che lui aveva deciso di lasciarla in mezzo a una strada, che forse era pure ingravidata, anche se mi ha specificato che era sicuro che il bambino eventuale non fosse suo, per questo non le avrebbe dato un soldo, per questo aveva fatto in maniera che quella non lo avrebbe più cercato per nessun motivo al mondo…
E tu… ma perché mi parli di questo tizio? Non sarà mica lui il tipo con cui ti sei messa, eh?!, dico cominciando a percepire la verità. Ma è proprio così… Invece sì! Mi chiederai perché l’ho fatto, dice. Come ho potuto mettermi con uno che aveva appena trattato male una povera ragazza tanto carina davanti ai miei occhi e le aveva pure messo le mani addosso?! E io non so dirti esattamente perché l’ho fatto… Per primo probabilmente perché il tipo mi sembrava belloccio, mi piaceva fisicamente e ho pensato che insieme avremmo fatto una bella coppia. Per secondo perché non sono mai stata con un tipo violento e quello era senz’altro il tipo che mi mancava… Ma scusa, non avevi paura delle botte, della possessività, delle corna?! Quello doveva essere uno stronzo patentato, le dico. Esatto!, risponde, lei; è proprio questo il punto! Allora lo vuoi capire o no?! Io, essendo stronza, proprio tipi del genere mi merito, non capisci? E forse, mi avesse dato le botte, potrei dire di essermele meritate, perché io sono stronza! Stronza! Stronza!
Ho il timore di chiederle come è andata a finire. Ma me lo riferisce lei sbrigativamente perché si accorge che Tony sta arrivando e tra poco ci raggiungerà al tavolo. Un giorno ho flirtato con uno al telefono per vedere se si ingelosiva. E lui si è ingelosito e s’è distrutto l’appartamento (non lo avrei mai fatto qualora ci fossimo trovati nel mio appartamento). Tra l’altro lui si trovava lì ospite in una casa di un suo mezzo conoscente e sarebbe dovuto ripartire per l’Europa dell’est a giorni. Anche io gli ho fatto credere che vivessi a Parigi. Così, quando sono sparita, sono certa che lui non mi cercherà mai più in questa città. Semmai mi cercherà a Parigi, all’indirizzo di fantasia che gli ho lasciato, che non esiste… Dimmi tu se può esistere rue de la guard belle! Che idiota che era quel tipo! Però a letto ammetto che era divertente. Avevi sempre il timore che ti stesse per stringere le mani al collo per ammazzarti, e questo aumentava di molto la libido…
Arriva finalmente Tony al tavolo. Saluta me e lei. Ha un volto strano. Sembra mi voglia dire qualcosa. Così, appena si alza la musica, mi si avvicina e mi dice nell’orecchio che ha appena saputo una cosa incredibile. Che Crystal ieri ha lasciato Gulan, il quale ora sta sotto un treno e ha dato di matto ed è stato sedato da un’ambulanza accorsa sul luogo poiché troppo esagitato. E anzi che non sia andato in galera. E nessuno di noi sapeva che Crystal era stata con lui. Mi dice che è stata una specie di colpo di fulmine. Crystal mi guarda furba come sapesse quel che Tony mi ha appena riferito. Sembra dirmi: adesso sei convinto che sono stronza, davvero stronza, oppure anche tu hai bisogno di una prova?
In quel periodo lessi sul giornale che la quantità di sostanze “ambigue” che il Governo rilasciava nell’aria per “scopi umanitari” erano aumentate del 50%; e che quelle sostanze sembravano render folli le persone, oppure affibbiargli malattie stranissime da cui era assai difficile riprendersi…

Prince of Persia (gioco)

Un gioco assurdo. Complicatissimo. A cui apparentemente chiunque potrebbe giocare, e invece non è così e serve un apposito manuale (che difatti esiste!) per avere qualche piccola possibilità di completarlo!
Oggi, per fortuna, in genere, hanno capito che un gioco non può essere così complicato. Che, essendo un gioco, dovrebbe divertire o aiutare a rilassarsi e non rappresentare anzi un ennesimo motivo di stress! Guardatevi i video con le soluzioni per i vari livelli e poi capirete perché non siete mai arrivati neppure lontanamente vicini a terminarlo.

Il tradimento

«Non capisco come si possa voltare le spalle a qualcuno da un giorno all’altro…»
«In realtà non è mai da un giorno all’altro. I segnali ci sono sempre, fin dall’inizio. Solo che prima non volevi coglierli. Prima preferivi bearti delle cose belle che ti dava. Quelle cose belle ti facevano accantonare i numerosi campanelli d’allarme, che esistevano comunque fin dal principio.»
«Sì. Lo so. È vero. Ma ciò non toglie che rimanga qualcosa di mostruoso abbandonare così qualcuno da un certo punto in poi. E questo è un tradimento bello e buono…»
«Sì. Anche se in effetti il vero tradimento lo stava compiendo con l’altro. Cioè eri tu il tradimento per lei, dato che un uomo accanto già ce lo aveva da qualche parte. Quindi lei si è ritirata a un certo punto quando tu l’hai messa con le spalle al muro, quando a un certo punto le hai imposto implicitamente di fare sul serio con te oppure di dileguarsi. E lei, sentendosi alle strette, quello ha fatto: si è dileguata. Così ha consumato ben due tradimenti. Il primo era quando è venuta da te e ti ha allettato pur avendo già qualcuno con lei. E il secondo l’ha realizzato una volta che ha scelto di non percorrere tutta quella strada che aveva già copiosamente intrapreso con te. Se questo ti può consolare, il tradimento verso te è stato di portata minore del tradimento verso l’altro.»
«Non mi consola. Rimane il fatto che lei è venuta da me e si è dimostrata disponibile, con tutti quegli atteggiamenti. E poi a un certo punto ha fatto dietrofront. E da allora è come se non ci fossimo mai conosciuti. Cioè adesso vorrebbe che fossimo anche meno che conoscenti! Capito come ragiona? Finché ha bisogno, viene da te e si offre (dando anche molto, a dire il vero). Poi però decide di spegnere la luce a tutto il rapporto. E tu lo devi accettare come se nulla fosse, come se non fosse successo nulla. Capisci? E questo è aberrante. Inammissibile. Disgustoso. Come può aver buttato nel cesso tutti quei genuini momenti insieme che si sono indiscutibilmente verificati tra noi? Lei ha buttato tutto, tutto! Anche le cose belle. Anche quello che non doveva buttare. Non si fa così. Non siamo nella giungla, dove si sbrana prima di esser sbranati. Ci si dovrebbe comportare onestamente e da persone civili. Invece…»
«Data la sua essenza prettamente incompiuta, è stata obbligata a farlo. Era l’unico modo che aveva per fuggire da quella situazione ormai troppo asfissiante e compromettente per lei. Doveva troncare prima che le fosse impossibile farlo dopo con una tale disinvoltura.»
«Questo non toglie che quel che ha fatto, che fa, sia mostruoso. A ogni modo, poniamo pure il caso che non avesse già l’altro. Lo stesso si potrebbe parlare di tradimento. Perché tradire qualcuno è abbandonarlo da un giorno all’altro, voltargli le spalle vilmente senza una spiegazione. Metti il caso che semplicemente non gli piacessi più. Sarebbe stato troppo venire da me e parlarmi chiaro e dirmelo, oppure lasciarmelo capire più o meno direttamente piuttosto che mettere in atto questa fuga totale? Invece lei ha scelto la strada più sanguinosa e abietta. La strada di coloro che ti usano finché gli servi e dopo ti sputano via come il nocciolo di una ciliegia da cui è stata succhiata tutta la polpa. Tradire qualcuno è uno dei gesti peggiori che si possano compiere sulla faccia della terra.»

I giorni dell’abbandono (film)

Come prevedevo il film non vale granché, discostandosi troppo (anche per “emotività”) dal libro da cui è tratto. Nel romanzo della Ferrante la protagonista rischiava seriamente la pazzia, aveva visioni. Qui invece si narra solo la in fondo banale storia di una donna lasciata dal marito.
La domanda è la solita: a quale scopo acquistare i diritti di un libro se poi lo si taglia, lo si censura, lo si depotenzia, lo si semplifica per renderlo un prodotto più “normale” e meno atipico e meno disturbante?

Mick Ronson

Recentemente ho visto su Rai5 un interessante documentario su questo musicista, celebre sopratutto per essere stato il chitarrista di Bowie in quello che forse fu il suo periodo più interessante.
Mi ha molto colpito. E ha confermato quello che già pensavo. Per questo mi sembra giusto tributargli un piccolo ricordo su questo blog.
Mick Ronson credo sia stato anche una brava persona.

 

La maledetta

Nel piccolo, dimesso parco accanto alla chiesa, Nemesis scorse una languida figura femminile adagiata su un muretto. Curiosamente, ella, per sedersi, non aveva scelto le pur indubbiamente sgombre e più adatte panchine. Tuttavia sicuramente tale scelta non era stata dettata dal caso. Difatti le panchine si trovavano in mezzo al parco, sommerse dal sole, mentre il muretto era collocato in una zona austera nella quale la luce giungeva diradata e dimessa. Dunque lì si era più nascosti e si poteva stare per conto proprio.
La cosa che lo colpì era che ella aveva assunto una postura tutta curva nella quale l’unico oggetto della sua attenzione era costituito dalla foto che stringeva tra le mani davanti a sé, tenuta come fosse una preziosissima reliquia, una specie di specchietto nel quale osservare compitamente la propria immagine riflessa, di cui pareva ghiotta. Inoltre il soggetto della foto (in un formato più grande dell’usuale) era chiaramente distinguibile anche dalla distanza dalla quale Nemesis, silenzioso, osservava. Ed era l’immagine (commerciale) di una… suora, posta in primo piano in una posa frontale: immagine probabilmente ritoccata o disegnata, perché conservava un certo alone da icona sacra.
Nemesis poté esplorare i lunghi capelli della ragazza i quali, pur sciolti, conservavano la cura di esser stati raggruppati come quasi avessero avuto un laccio che li cingesse. Essa indossava abiti normali da ragazza non troppo benestante di trenta anni. Di profilo, pareva piuttosto carina.
Dapprincipio Nemesis immaginò che da un momento all’altro la fanciulla avrebbe abbandonato la visione fissa sul ritratto vagheggiato della foto per dunque rialzare lo sguardo; ma i secondi passavano ed essa rimaneva ferma in contemplazione, e pareva non avesse alcuna intenzione di modificare l’impostazione datasi.
Eseguita una deviazione di pochi passi dal percorso prestabilito, Nemesis volle passarle accanto per essere annesso nel suo raggio visivo, nel raggio visivo della ragazza caduta in immotivata stupefazione. Ma neppure la sua intromissione ebbe il potere di farle alzare gli occhi per un attimo su di lui. Ella continuò imperterrita a contemplare la foto, come posseduta.
Tuttavia Nemesis scoprì un particolare inquietante che da lontano non avrebbe mai colto. Ella non era muta come lui dapprima si era creduto. Ella sussurrava qualcosa con cadenza costante. E, in più, nel suo tono si poteva rintracciare qualcosa di suadente, acceso… pervertente.
Udì le parole che essa pronunciava sommessamente ma inizialmente non riuscì a distinguerle poiché lei, per l’appunto, per scongiurare l’eventualità che qualcuno avesse potuto comprenderle, le diceva sottovoce.
Malgrado ciò, il cervello acutissimo di Nemesis, assai dotato per alcune cose, ci sarebbe stato il caso che prima o poi sarebbe riuscito a svelare la loro natura, a forza di pensarci e ripensarci. Infatti così fu e Nemesis si figurò che ella avesse bisbigliato qualcosa del genere: «Che tu sia maledetta, figlia di Dio. Che tu possa sprofondare nelle fiamme dell’Inferno. Io qui ti maledico e ti condanno a sputare sangue ogni giorno della tua vita fino all’inevitabile morte che, quando verrà, sarà come un sollievo per te. Per questo dovrà avvenire molto lontano nel tempo…». Non poteva ovviamente esserne certo al cento per cento ma di quello lui si convinse. Nemesis lo comprese mentre le si era allontanato e ormai procedeva spedito verso la meta della sua peregrinazione.
Una volta che si ritrovò sulla via del ritorno, fu intrigato dalla voglia di apprendere se lei fosse ancora là. E dunque ripassò pressoché per il medesimo percorso imboccato prima. E lei era ancora là, immutabile, nello stesso invariato posto, che sempre imponeva le mani concentrando tutta la sua energia sulla fotografia abbellita e posticcia. Le parole che Nemesis sapeva ella pronunciasse erano in netta antinomia con la sua postura delicata e prostrata, con il suo incedere con lo sguardo dentro la fotografia, quasi a volerla penetrare. Il suo corpo pareva tanto angelico quanto diaboliche erano le parole che le uscivano dalla bocca scostumata. Eppure la ragazza sembrava amare smodatamente senza se e senza ma quella suora. Allora perché stava recitando quella empia e sacrilega preghiera per arrecarle strazio e dolore a più non posso? La ragazza pareva carezzare il foglio traslucido con cura estrema, avendo immensa paura che potesse rovinarlo: le dita che lo sfioravano erano ora appena appoggiate a esso, come se ella non avesse voluto lasciare alcuna impronta la quale avrebbe potuto irriguardevolmente insudiciarlo.
Era una contraddizione troppo evidente, quella. E Nemesis immaginò che essa potesse esser posseduta da un qualche demonio il quale la spingeva a lordare il contrario di ciò che ella avrebbe realmente voluto…
Nemesis avrebbe voluto gettarsi in aiuto della sventurata poiché era evidente che essa era finita in un brutto guaio dal quale da sola non sembrava essere in grado di tirarsene fuori. Tuttavia, Nemesis, aveva fin troppi problemi propri a cui dover badare, senza che si aggiungessero pure quelli di lei ad accasciarlo ulteriormente. Dunque dovette tormentosamente abbandonarla al suo destino. E se era scritto che ella ce l’avrebbe fatta, allora ella si sarebbe salvata. Altrimenti la ragazza si poteva dire che fosse già segnata. Nemesis non la poteva aiutare seppur essa gli faceva tanta pena…
Nemesis avrebbe almeno voluto vederle il volto per esaminare il tipo di luce che le brillava negli occhi, ma adoperarsi in una tale strategia di avvicinamento avrebbe significato farsi indubbiamente scorgere dalla ragazza, circostanza, quella, che a quel punto Nemesis voleva assolutamente scansare.
Si limitò dunque a rasentarla periferica. E il suo volto, così facendo, gli fu sempre negletto.

Improvvisamente un uomo nella notte (film)

Film considerato poco, che invece a me non è dispiaciuto, che Cielo spaccia assurdamente per un film erotico (dato che c’è qualche scenetta lievemente hot). Ma meglio così: altrimenti non avrei mai avuto la possibilità di (ri)vedere questo film così particolare.
In questa storia ci sono cinque personaggi principali: due ragazzini, fratello e sorella, che da poco hanno perso i genitori; la loro educatrice; la governante della casa in cui sono ospitati (casa di un parente prossimo che però non vuol sapere niente dei pargoli e per questo parte per non vederli e non averci nulla a che fare); infine c’è una specie di giardiniere tuttofare. Il giardiniere, povero e non integro moralmente, con un passato difficile alle spalle, sorprendentemente ha una tresca con la morigerata educatrice, che sembrerebbe il suo opposto, lei, acculturata e gentile e delicata, che dovrebbe essergli superiore non solo intellettualmente. Ma la loro è una di quelle relazioni sanguigne in cui gli opposti si attraggono. Lui ama il bondage (cioè legarla!) e farle tutto quello che gli passa per la testa. Lei apparentemente resiste, lo disprezza e si disprezza, ma segretamente lo ama e anela essere completamente sottomessa da lui (!).
Di questo amore malato si accorgono i due bambini, molto legati al giardiniere di cui subiscono lo charme, anche perché non hanno altre figure paterne a cui rivolgere le loro attenzioni. E quell’amore i due ragazzini, non potendoselo spiegare, lo interpretano a modo loro, infondendogli alla fine un senso esiziale e fatidico.
L’ambiguo personaggio del giardiniere, fulcro e catalizzatore della storia, è interpretato da Marlon Brando (già un po’ vecchiotto e sovrappeso). È la sua presenza e l’influenza che esercita su tutti gli altri quattro personaggi a generare quelle deviazioni che guasteranno l’atmosfera bucolica e l’anima di tutti, tranne forse quella della bigotta e marginale governante, che è l’unica che forse, in parte, si salva, nonostante la sua mediocrità, anzi forse proprio per via della sua mediocrità. È l’unica che non si lascerà intaccare dal potere perverso del giardiniere. Quel giardiniere che poi è un povero diavolo anche lui. Sa essere gentile con i ragazzini, però li istruisce (molto più lui che la loro istitutrice) a molteplici nozioni ambigue e crudeli.
Curiosità: il film è ispirato al romanzo breve di Henry James “Il giro di vite“, di cui però rappresenta solamente una specie di antefatto, cioè si svolge prima dei fatti narrati in quel racconto.
In definitiva, penso ancora, quel giardiniere aveva anche dei lati positivi, non era tutto questo male assoluto. Ma la verità è che il diavolo vero veste panni miti, non ha corna e forcone. Il diavolo è l’uomo comune.