La vita segreta delle api (film)

Film sentimentale che immagino abbia avuto molto successo quando uscì. Oggi, che siamo abituati perfino a Tarantino, credo abbia perso un filo di mordente. Ma rimane di qualità e ben fatto.

È la storia di una ragazzina orfana di madre che un giorno scappa dal padre violento, accompagnata da una domestica nera. La bambina cela in sé un terribile ricordo: quello di aver inavvertitamente ammazzato la madre con una rivoltellata; ma non è sicura che esso sia vero perché era molto piccola quando quel fatto avvenne. Così nutre la speranza che la madre sia ancora viva da qualche parte, anche perché il padre, in un momento di rabbia, le dice che non è morta e se n’è solo andata volendola abbandonare.

La storia della ragazzina si intreccia con quella della domestica e di tutta la gente nera dell’epoca, nel momento in cui avevano appena ottenuto il diritto di votare ma molta gente bianca, razzista, era restia ad accettarlo.

Le due fuggiasche verranno accolte da una famiglia nera piuttosto emancipata, di sole sorelle diventate benestanti attraverso il commercio del loro miele…

I personaggi, molto ben caratterizzati, sono forse la cosa migliore.

Scappa – Get Out

Un thriller/horror di argomento insolito, con lunghe premesse molto ben costruite. Poi il finale, come prevedibile, tracima in quello che ci si sarebbe potuti aspettare, giunti a quel punto. A ogni modo non inficiando la discreta qualità complessiva del film.

Un ragazzo nero è fidanzato con una ragazza bianca. I due sono molto affiatati e felici. A un certo punto però lei decide che è il momento di presentarlo ai genitori, ai quali non ha detto neppure che è nero. Così il ragazzo nero conosce la famiglia della sua ragazza. Ma ne ricava nel complesso una sensazione di fastidio e di estraniamento. In particolare nota come i domestici a servizio appaiano piuttosto strambi. Ha l’impressione che in quel posto ci sia, sotto sotto, un problema di tensioni interrazziali. Ma il massimo della paranoia lo raggiunge nel momento in cui in quella casa si dà un ricevimento con parenti vari provenienti da tutto il paese. Sembrano tutti un po’ tocchi. Sembra che tutti dicano delle cose per volerne indicare però delle altre…

Convivenza #33

Un giorno le hai scattato una foto in cui si vedeva una sua ascella.

Non hai resistito… L’hai tagliata in modo che sembrasse altro. E la stavi per spedire ai tuoi amici, con l’intento di divertirti un mondo a osservare le loro reazioni, che sarebbero state sicuramente assai scomposte… Ma lei, appena l’ha saputo, ha sventato il tuo piano criminale imponendoti di non farlo…

Tuttavia tu ritieni che avrebbe potuto lasciarti fare questo innocente scherzetto. Perché alla fine avresti indubbiamente svelato il gioco. Dunque che male avresti fatto?

3:-)

Gautier: Jettatura

Curioso, visto l’argomento, romanzo “romantico” (di Romanticismo), scritto con uno stile, direi, classico, con molte descrizioni, su un argomento che non mi sarei mai aspettato di trovare in un romanzo serio francese: la jettatura! 😀

È la storia di un aristocratico inglese che si reca a Napoli, dove la sua fidanzata stanzia per motivi di salute. La fanciulla, assai delicata per natura, sembra essersi perfettamente ripresa; sennonché la vista del futuro sposo, che pure ella ama oltre ogni dubbio, sembra farla riprecipitare verso la sua vecchia malattia. E allora il corpo della bella si fa sempre più diafano, come stesse per diventare un angelo, o uno spettro. Contemporaneamente, le insolite fattezze dell’inglese ne fanno oggetto sia di scherno che di timore da parte della popolazione locale, che lo professa con progressiva ostinazione niente meno che uno jettatore! Tra di essi c’è anche un conte napoletano che spasima per la mano della ragazza, disposto a sfidarlo a duello pur di salvare la vita alla tenue fanciulla e altresì impalmarla lui…

Una gradevole sorpresa.

Porta sfiga credere alla sfiga…

Sigle: Bryger!

Il cartone non era affatto male. Trattasi di brigata spaziale formata da quattro elementi: il capo, che indossava un lungo mantello, due ragazzi eroici, e una ragazza avvenente. Se non sbaglio facevano parte dei buoni e se ne andavano per il cosmo a sventare minacce di vario tipo. Guidavano un’automobile volante che si trasformava in un prodigioso robot, tra i più belli mai creati. Oggi il cartone se lo ricordano in pochi. La sigla secondo me è anche meglio.

Dalle ombre #9

. L’amara lezione

Un pomeriggio io e R.T. ci eravamo appartati in un’aula deserta della scuola per fare dei disegni che ci vedevano assai partecipi. Io mi dedicavo ai personaggi e lui agli sfondi. Il nostro palese intento era quello di ricopiare gli eroi dei cartoni animati. In verità non era la prima volta che ci ritagliavamo uno spazio simile, tra un gioco e l’altro, tra il fare i compiti assieme durante i pomeriggi del doposcuola.

Ma quel giorno avemmo una bruttissima sorpresa. All’improvviso vedemmo entrare nella stanza L.C. assieme a un altro ragazzo del nostro gruppetto esclusivo (il quale quel giorno indossava un cappellino che lo faceva sentire un gran giamburrasca fico), oltre che il bullo che le suonava a tutti nella classe, con cui L.C. aveva finito per affiliarsi non avendo potuto fare di meglio.

Erano venuti apposta per menare le mani, lo capii subito dal loro modo di fare autoritario. Ciò mi spaventò a morte, perché ai tempi ero molto sensibile e pauroso e la violenza mi paralizzava sconvolgendomi. A ogni modo scoprii presto che non erano lì tanto per me, che in definitiva piacevo a tutti e si poteva dire non avessi nemici. Erano lì per R.T. Non mi ci volle molto anche per comprendere che esso non aveva alcuno scampo. Si erano messi in testa di punirlo per alcuni suoi atteggiamenti. Tutti e tre infatti nutrivano nei suoi riguardi delle acredini più o meno marcate, e in taluni casi c’ero di mezzo io, o meglio la gelosia per il rapporto che intrattenevo con lui a discapito loro.

Così lo attaccarono con delle scuse puerili che rappresentavano meri pretesti. Fu il bulletto il primo ad alzare le mani dando l’esempio. E R.T., vedendosi perso, si mise subito a piangere. Poi anche gli altri due non rinunciarono ad assestargli la sua sanzione, che si materializzò in un paio di schiaffi. Quando toccò a L.C., lui si manifestò molto più cattivo degli altri e, anche se il colpo che gli assestò fu solo uno, non si poté dire che non fosse proprio sentito.

Il bulletto, abituato a ben altre battaglie a perdifiato nelle strade selvagge del rione popolare in cui viveva e imperversava, di fronte alle subitanee lacrime inconsolabili di R.T., non poté che perder presto interesse per lui canzonandolo per la sua codardia mentre già gli voltava le spalle andandosene. Sicuramente non si era aspettato molta opposizione, però così non c’era gusto per lui, tanto più che al suo fianco, per una volta, insolitamente, aveva potuto contare sul supporto di altri due bambini scudieri agguerriti che gli facevano da guardia-spalle, a lui che tra l’altro si sarebbe gettato in una rissa anche contro cento persone pur di non fare la parte del vigliacco.

Così i tre se ne andarono alla chetichella; ma non prima che L.C. mi avvertisse dicendomi chiaro e tondo come stavano le cose. Se avessi continuato a frequentare R.T., anche io avrei potuto fare una brutta fine prima o poi. Quella frase mi fece molta paura.

Mentre tentavo inutilmente d’esser di conforto a R.T., esso era perfettamente consapevole che non potevo dargliene in nessuna maniera, di conforto o aiuto. Perché anche io ero debole esattamente come lui. Perfino di più, come vedremo.

Oggi, a rievocare quell’amara punizione, penso: dunque quei tre ragazzini si erano messi d’accordo per menare espressamente le mani. Ma come era stato possibile tutto ciò? Che si erano detti: adesso andiamo lì e lo picchiamo? E da dove e da chi era partita quella violenza? Come avevano potuto, quei tre, così diversi tra loro, aver trovato un comune accordo su quella cosa così aberrante e malvagia? Che si erano detti per, infine, avallare tutto ciò?!

Non lo scoprirò mai. Erano solo bambini. Ma si erano comportati da gangster.

The quiet american (film)

Siamo negli anni in cui si contendevano il Viet Nam i francesi e i comunisti, quando gli americani non avevano ancora deciso di entrare apertamente in guerra, seppure la loro lunga mano già influenzasse abbondantemente lo scenario, ovviamente appestandolo.

Un reporter inglese da tempo segue pigramente l’evoluzione dei fatti. La verità è che quella guerra piena di morti lo nausea ed è ormai per lui scarsamente importante. Ciononostante è interessato a rimanere lì poiché innamorato di una giovane ragazza locale la quale senza il suo intervento sarebbe stata probabilmente destinata alla prostituzione. Lei d’altronde lo ricambia, vedendolo come il proprio salvatore. A turbare il loro idillio d’amore – che però sarebbe senza futuro poiché lui, a Londra, è già sposato con una donna cattolica non intenzionata a concedergli il divorzio per nessun motivo al mondo – subentrano alcuni fattori. Primo: il giornale per cui lavora gli chiede di tornare indietro, dato che ritiene ampiamente esaurito il suo ruolo in loco. Lui allora si inventa che deve indagare su una grossa storia e prende tempo. Grossa storia che poi si materializzerà davvero… Secondo: l’arrivo di un americano – tanto per bene e fascinoso – che ha un ruolo di ausilio alla popolazione; che gli fa lo scherzetto di innamorarsi a prima vista della sua compagna, di fatto entrando in competizione con lui per lei… Terzo: la comparsa di una misteriosa terza egemonia, né comunista, né francese, che si interpone tra le fazioni con il chiaro intento di estrometterle. Tale egemonia è capeggiata da un belligerante leader fascista che non si sa bene dove abbia racimolato esercito e armi in dotazione, ma si capisce facilmente che non esiterà a sacrificare civili innocenti pur di arrivare laddove si propone.

Una buona storia, tratta da un libro, con Michael Caine, in cui emergeranno in maniera palese gli scempi e i massacri che da sempre governi che si dicono civilizzati pur compiono sulle popolazioni. Primi fra tutti, gli USA.

Vatti a fidare degli americani!

Su Tong: Cipria

In questo romanzo ci troviamo in Cina intorno gli anni ’50, nel periodo in cui il governo si mise in testa che la prostituzione fosse un’indecenza e sarebbe quindi dovuta sparire. Le prostitute vennero allora obbligate a reintegrarsi nella società in ruoli considerati più ammodo. È la storia in particolare di due di esse, molto amiche, con caratteri che si compensano, una mite l’altra più tosta, le quali si ritrovarono egualmente spiazzate da questa costrizione. Una fugge. L’altra, suo malgrado, rimane nel centro di reintegro ma non riesce ad adeguarsi ai nuovi standard e ai ritmi richiesti…

Questo romanzo ci dà uno spaccato adeguato della Cina che fu (ma faccio notare che tali concetti sono facilmente estendili a ogni luogo ove esista la prostituzione); ma sopratutto sgretola con incredibile semplicità alcuni falsi miti sul mercimonio del corpo svelando l’ipocrisia che da sempre riguarda questo argomento quando se ne parla. Per esempio i benpensanti bigotti sembrano sempre ignorare che esistano prostitute che si prostituiscono essendone soddisfatte. Esistono prostitute che si sentono maggiormente sfruttate svolgendo altri impieghi (oggi le chiameremmo sex-workers). In questi casi è menzognero e fuori da ogni logica cercare di “emancipare” delle persone che prediligono avere quel ruolo all’interno della società piuttosto che un altro.

Su Tong, in maniera asciutta, riesce a far capire molte cose. Si sofferma in particolare sulla singolare e spiacevole situazione di queste prostitute “redente”. Disprezzate quando facevano le prostitute, ma bistrattate anche una volta che hanno smesso di fare il mestiere, perché il loro stigma rimane comunque immutabile.

Io sono perfettamente d’accordo con la tesi-teorema del libro: se una persona non è sfruttata da nessuno e preferisce questo lavoro a un qualsiasi altro, non c’è chiaramente nulla di male.

È molto, molto peggio quando invece uno prostituisce i propri ideali. Quello è davvero immorale e imperdonabile. Tipo i politici. Loro sì che sono delle vere mignotte. Le peggiori di tutte. Come pure quelli che per duemila euro al mese eseguono le leggi/disposizioni dei superiori senza obiettare mai nulla, neppure quando esse sono palesemente ingiuste. Pensate, esistono persone che rinunciano alla propria anima per appena duemila euro al mese. Non vi sembra un po’ pochino? Il Diavolo sta proprio facendo affari d’oro in questo periodo…

3:-)

Delirius Dementhia: Cuscini

Torna a casa tutta trafelata. La sento: è piena di fruscianti sporte. Chissà che ha comprato stavolta… Abbiamo tutto, non ci serve niente. E lei sempre a darsi da fare, ad acquistare cose nuove, buttare le “vecchie” (ancora efficientissime) e ricominciare il ciclo all’infinito. Ah, lo shopping compulsivo, che peste che è per le donne!

Farfuglia cose. Cerco di tenerla fuori dalla mia stanza ma lei si avvicina e mi obbliga ad ascoltare quel che ha da dire:

«…Hai sentito?! Ho preso i cuscini nuovi… Se dopo ti vuoi divertire a metterli… Io intanto lavo i vecchi…»

No, non mi voglio affatto “divertire”. Non è divertente quando ti piomba in casa una schiavista che ti vorrebbe subito assoggettare a una mansione, di cui tra l’altro a te non solo non frega niente ma trovi anche che sia altamente inutile e una perdita totale di tempo. Così non faccio un cazzo. Non mi muovo.

Sento che mette su la lavatrice.

Più tardi, è sera. Tira fuori la roba dal cestello. Mentre cerco di mangiare in santa pace, si viene a lamentare da me in cucina.

«Non è venuta bene!», apre davanti a me uno di quei cuscini imbottiti per sedie che avevamo usato fino a un giorno fa ed era sempre andato benissimo e neppure si era mai deformato. La gommapiuma è tutta sfaldata, quasi polverizzata. Ammiro il suo ennesimo “capolavoro”.

«Complimenti», dico caustico.

«…Perché non vanno messi in lavatrice, che sennò si rovinano!», si affretta a giustificarsi. «Anche a casa di quella mia amica gliela avevo fatto fare ed era successa la stessa cosa…», ammette.

Ah, dunque lo sapevi già! E allora perché cazzo l’hai rifatto, demente?!, penso.

«Questa roba non va in lavatrice!», sentenzia. «Andrebbero lavate solo le foderette esterne!»

Adesso ci sei arrivata, idiota?, e perché prima non ci hai pensato, tu e la tua solita irruenza distruttrice?!

Come al solito, poi, fa tutto da sola.

«Adesso butto tutto!» (che sarebbe una delle sue godurie preferite).

«E allora butta, butta…», dico con noncuranza.

Ma lei non vuole davvero buttare quella roba, anche se ormai inservibile, perché farlo sarebbe come ammettere platealmente davanti ai miei occhi che ha fallito, cosa che lei non vuol minimamente concedermi.

«Anzi, no. Sai che faccio? Ci ricompro i cuscini dentro, così ho il cambio con le nuove», fa una giravolta.

«E allora non buttare niente…», commento laconico, tanto è impossibile stare appresso alle sue bizze cervicali.

«Ma questa roba dentro la devo buttare!», esegue un’altra giravolta per volermi per forza contraddire in qualche modo. «Adesso la scuoto fuori dalla finestra!», aggiunge.

«Non farlo!», le dico. «È incivile. Poi quella roba neppure è biodegradabile. Non va messa in circolo nell’ambiente circostante come se niente fosse!»

«E allora come faccio?!», sbotta come se fosse colpa mia e le dovessi fornire io un’altra soluzione.

«La butti a terra e poi la scopi e la metti nel secchio della mondezza, scema!», le dico volendo esser molto più gentile di quanto meriterebbe.

Lei comincia a farlo ma, subito, smette, come perdendo ogni entusiasmo.

«Non viene… Non viene… Rimane dentro! Questa roba va sgrullata fuori!», ritorna alla carica. Ormai ha questa idea fissa nella capoccia bacata che possiede e nessuno può togliergliela. Non si capisce perché mai, la stessa azione, compiuta sul pavimento di casa nostra non debba funzionare mentre eseguita fuori la finestra sì.

«Non farlo!», le impongo io, che non voglio litigare coi vicini di sotto essendo per di più dalla parte del torto. Se mi prendono in castagna che dico?, che ho una moglie sciagurata e fuori di testa?!

Lei comunque la smette. «Vabbè, ci penso dopo…», dice, che tradotto significa che lo farà quando non guardo. Ma per ora mi va bene: non posso controllarla ventiquattro ore su ventiquattro.

Un’ora dopo, quando mi sto per appisolare davanti la tv, la sento sbattere furiosamente quelle foderette fuori la finestra, con quella violenza insita in lei, che sempre la contraddistingue.

Che donna deprecabile. Signora dell’ipocrisia. Regina della stoltezza.

“Dove li sgrullo?”