Il circolo vizioso dei ladri

Lui ruba a me perché gli altri gli hanno rubato tutto. Lo capisco. Gli hanno rubato il futuro, la dignità, la famiglia, la felicità. Ce ne è abbastanza per essere incazzati dalla mattina alla sera, per fare una strage, per assassinare tutti i politici che si potrebbe incontrare per strada. Lo so. Lo capisco. Lui ruba a me perché lo Stato (gli Stati) lo hanno fottuto. Così lui a chi può rubare se non a me, cioè colui il quale ogni tanto si ritrova subito davanti la mattina? E non gli interessa nulla se io sono dalla sua parte, sono innocente e cerco di favorirlo. No. Ormai non gliene frega più un cazzo di niente. È arrabbiato con tutti e quindi anche con me…
Già prima avevo ascoltato il cliente precedente lamentarsi con lui, sia perché il servizio fornito era “un po’ caro” e sia perché il cartello con i prezzi prevedeva 1 euro e ½ di meno di quanto lui gli chiedeva. Adesso comprendevo anche io quella perplessità. Perché avevo capito che lui rubava a me perché gli era stato rubato. Però, non si rende conto che così facendo si dà la zappa sui piedi, perché, se pure quelli come me finiscono di proteggerlo e di riverirlo, per lui è la fine: ben presto qualcuno potrebbe vendicarsi e fare una soffiata alla polizia, oppure semplicemente smettere di fornirsi da lui.
E poi non si rende conto che così fa il gioco proprio dei prepotenti che lo hanno ridotto in queste misere condizioni di indigenza. Perché il potente gode se i poveri (che ha reso tali) si fanno la guerra l’un l’altro, si frazionano, si frammentano, si temono, si odiano: per esso sarà ancora meglio, perché meglio potrà sfruttarci e meglio potrà incularci, lo stronzo.
Così lui ruba a me perché gli hanno rubato. Ma non si deve rubare ad un altro solo perché ti hanno rubato, perché così non si fa altro che propagare il male all’infinito. E se pure io finissi per fare come te, amico mio, come finirebbe? E poi tu a chi ruberesti? Non ci arrivi, stupido?

L’odio peggiore (quello delle donne…)

Non c’è nulla da fare… Il modo in cui odiano le donne è diverso… È talmente profondo, radicato, insensato, avvolgente, spietato… che confesso mi faccia paura. E poi ci vuole così poco ad essere odiati da una donna…
Da quando sono entrato a far parte degli adulti ho arricchito molto rapidamente la collezione delle donne che mi odiano. L’ultima è quella che non prende più l’autobus con me perché è convinta che le abbia guardato il sedere (ma si può odiare per un motivo del genere?!)… Che era proprio come mi immaginavo io… Era quello il vero motivo circa il perché non l’avevo più vista… Ne ho avuto conferma semplicemente incontrandola casualmente all’autobus successivo a quello che prendevo di solito… All’improvviso è comparsa lei e, quando ha dovuto avvicinarmisi necessariamente per salire sul mezzo, giuro che digrignava i denti e schiumava rabbia nei miei confronti…
Poveracce queste donne che odiano uno solo perché dà una sbirciatina al loro (bello, tra l’altro) sedere… Posso capire se fosse stato brutto e se le avessi fatto una faccia schifata… Ma no, io l’ho anche apprezzato! Oppure potrei capire se le avessi tirato inopinatamente su la gonna e le avessi detto: adesso tu mi fai vedere il tuo sedere, troia!… Ma non è accaduto niente di simile: è solo lei che si è messa quei pantacollant aderenti… Io che c’entro?! Mi ci è caduto l’occhio…

Oppure c’è quell’altra che mi odia, la commessa. E volete sapere perché? State attenti… Perché ho osato andare nel suo negozio (che in vetrina aveva un’insegna cubitale con su scritto FOTOCOPIE) e l’ho obbligata a farmi delle fotocopie! Sono proprio un mostro, eh?
L’ultima volta che sono entrato nel suo negozio (nel quale non mi recavo da un po’) lei aveva talmente impressa la mia faccia nella sua memoria che, appena mi ha riconosciuto, mi ha fatto uscire subito perché, guarda caso, in quel momento doveva chiudere l’esercizio (ma, quando sono uscito, lei il negozio non l’ha mica chiuso)…
Odiato perché la facevo lavorare! E pensare che credevo di farle un favore andando a fare le fotocopie da lei quando avrei potuto andare in un mucchio di altri posti… Ma devo aver frainteso la natura del suo negozio… Forse lei in realtà spaccia droga, oppure quell’esercizio serve solo per il riciclaggio del denaro sporco, vallo a sapere…

Io dico sempre che le donne tendenzialmente sono delle “senza Dio”, nel senso che, dato che credere in Dio vuol dire credere nell’essere umano e nella vita, le donne allo stesso modo, come se fossero delle atee, non credono davvero che sia possibile (o per loro o per gli altri) amare qualcuno, e quindi non si fidano.
Per questo alcune volte le donne mi odiano, perché, o si aspettano delle cose da me che non fornisco loro (o anche che loro credono che non sarei disposto o capace a dare), o perché sono gelose di come mi comporto con le altre (signore, io sono un tipo educato, e se una con me è gentile, allora io sicuramente sarò a mia volta gentile con lei…), oppure perché non credono in quello che dico loro, perché, se davvero fossi come dichiaro di essere, allora si troverebbero di fronte un tipo davvero eccezione, superlativo, sensibile, buono, generoso, arguto, disponibile e loro (loro donne) non possono credere che io possa essere davvero così; dunque devo essere uno che le sta solo prendendo per i fondelli, e dunque mi odiano a morte perché per un attimo ci avevano davvero creduto che potessi essere quell’uomo perfetto che hanno sempre sognato fin da bambine…

Donne, l’odio fa male, non lo sapete? E sia a chi è odiato e sia a chi odia… Tempo fa mi interrogai circa l’esistenza di un singolo motivo valido per odiare qualcun’altro. Risultato: non ne trovai neppure uno. Perciò da allora mi limito al disprezzo, mentre l’odio, l’odio puro che sarebbe il contrario dell’amore, no, quello no, lo lascio a chi ancora non sa cosa voglia dire e continua a farsi del male e a manifestare tutta la sua ignoranza odiando.
Dunque, donne, adesso che vi ho spiegato le cose come stanno, piantatela! Non lo fate più! Non mi odiate!

La comunità scientifica fa baldoria

Non so come fosse mai potuta accadere quella cosa però, avevamo appena venti anni, avevamo appena finito le scuole ed eravamo già una cospicua comunità scientifica alla quale venivano assegnate missioni importanti. E, proprio per svolgere una di esse, fummo impacchettati e spediti tutti (saremmo stati una ventina) in un paese a nord, (forse in Lapponia? Boh! Io non c’ho capito mai niente in geografia… Ma forse era il Polo Nord…).
Arrivammo noi e portammo il nostro giovanile e arruffone scompiglio (avremmo messo a repentaglio il delicato ecosistema della natura). Quel posto era pressoché deserto (eppure c’era un aeroporto!). Non vi era traccia di civiltà umana alcuna: c’era solo una sconfinata vegetazione che pareva crescere silente ed imperterrita in quei brevi periodi dell’anno nei quali i ghiacci concedevano una tregua… Così, tutto intorno, era un rigoglio di timidi ciuffetti d’erba che cercavano di prendere il sopravvento sulla brulla scura terra (e non ce l’avrebbero mai fatta in finale, ma loro ad ogni primavera ci avrebbero riprovato…).
Ci avviammo camminando cialtronanescamente come turisti (italiani) all’estero che si vogliono divertire (ecco! Quello era esattamente il nostro spirito). Giusy, che era la più dolce (ma non tutti l’apprezzavano e molte la invidiavano pure), in realtà era quella che finiva per trainare il gruppo, vuoi perché i maschi, gira e rigira, seguivano sempre lei, e vuoi perché tutti gli altri (cioè le femmine), pur tentando di imprimere alla marcia una direzione diversa, dovevano alla fine adattarvisi e accodarsi anche loro come pecore del gregge…
L’atmosfera era baldanzosa, scurrile, serena, gioviale. Nessuno era davvero arrabbiato con nessuno e tutti erano propensi alle battute e alle facezie (sapevamo di essere dei privilegiati e ce la volevamo spassare). Il cacca diceva le sue barzellette sconce e ogni tanto alle mie spalle partiva uno sghignazzo. No, io non gli davo troppo spago, io ero troppo contento di star facendo quella bella gita all’aperto con Giusy, che dal canto suo marciava lenta e trasognata, con quella sua camminata leggermente strascicata (che io avevo sempre trovato molto sexy), con il piede sinistro che tendeva verso l’interno.
Insomma, passammo qualche collina (nel frattempo il peloso, mentre si rollava una canna, ci diede la grande notizia che «Whue, ragà’!, ma qui non c’è proprio un cazzo di niente!». E io lo ringrazia. Grazie peloso, non me ne ero proprio accorto…), calpestammo qualche novello fiorellino (c’erano pure le margherite lì, lo sapevate?) e giungemmo (quasi per miracolo, dico io, visto le insigni personalità che componevano la nostra spedizione) al luogo da esaminare.
Era un edificio costruito tutto in acciaio flessibile e altri materiali luccicanti, ma molto avveniristico sia per forma (una specie di cupola cubista con numerose finestre in vetro a tutti i suoi lati) che per contenuto; infatti, all’interno di quella cattedrale nel deserto, avremmo trovato il soggetto della nostra ricerca. Eravamo lì proprio per riscontrare con i nostri occhi se quello che ci avevano detto era vero, e cioè che li dentro – non si sapeva bene chi ce l’avesse messe – ci fossero delle specie vegetali con delle caratteristiche assai rare e, in alcuni casi, uniche. Cioè da secoli si vociferava che ci fossero, però nessuno c’era mai andato, o meglio qualcuno ci era andato ma, non avendo tutti gli strumenti adatti appresso, era tornato indietro e aveva detto a qualcun altro che lì c’era qualcosa che non si era mai visto e che non si sapeva chi diavolo ce l’avesse messo. Ed infine quel qualcuno aveva mandato noi, l’allegra comunità scientifica sempre pronta ad emigrare e a vedere cose nuove (tutto per smuovere il culo, fare nuove esperienze, viaggiare gratis per il mondo e rimorchiarsi le straniere… – ma quand’è che ci avrebbero mandato in Svezia? Io me lo sognavo la notte il giorno che finalmente ci avrebbero accordato quel favore e spesso mi immaginavo quelle scandinave con le loro gambe bianchissime e lisce… Vabbé però c’era sempre la Giusy che era uno spettacolo da vedere e un amore da intenerirsi il cuore…).
Entrammo nella mega-serra come dei rom che vanno a vedere la cappella sistina (con lo stesso insulso tracotante menefreghismo). Il cacca affermò che doveva andare in bagno e che sperava che lì dentro ci fosse almeno da qualche parte un cesso (altrimenti lui gliela avrebbe fatta in un angolino e noi non avremmo dovuto lamentarci); il peloso aveva scartato uno snack al cioccolato (aveva buttato in terra la carta) e lo aveva addentato con il suo carico di caramello e nocciole e chissà quale altra schifezza al cioccolato… I miei compagni delle volte mi davano proprio la nausea…
Ad un certo punto ci trovammo davanti la serra-cripta vera, dove erano contenute tutte le vegetazioni varie. Ci assiepammo intorno e cominciammo a lasciare impronte sui vetri che proteggevano i fiori, i quali potevamo vedere dall’esterno.
Lì dentro c’erano un mucchio di fiori con gradazioni mai viste (ne ricordo in particolare uno color azzurro che mi sembrò da subito bellissimo, ma non era il solo che colpì la mia immaginazione, ce ne erano tanti altri infinitamente belli, e di tutte le fogge…).
Qualcuno individuò il dispositivo per aprire la serra ma, prima ancora di chiedere consiglio ad altri circa se fosse il caso di farlo – e io gli avrei detto di no, che attendesse ancora un po’ perché non sapevamo che impatto potevamo avere con quell’ambiente incontaminato, che chissà da quando non veniva a contatto con arie che non fossero state filtrate da apposite membrane e tecnologie… –, premette un bottone rosso e tutti i vetri si aprirono all’unisono.
Un lieve odore di conserva (?) mi investi le narici, ma quasi non me ne accorsi perché il mio primo riflesso fu quello (come del resto anche per tutti gli altri) di toccare i bei fiori con i polpastrelli delle mie mani. Ma appena lo feci, questi, purtroppo, si polverizzarono come cenere. Mi voltai intorno e vidi che la stessa sorte era toccata all’intera serra (e dunque non era stato tanto il mero contatto con la mia mano – o quelle dei miei altri sciagurati compari che, c’era da scommetterci, l’avevano anche loro fatto e pure con minore delicatezza del sottoscritto –, che per un attimo mi aveva fatto pensare di essere un assassino di vegetali; piuttosto la sfortunata adiacenza con l’aria ormai inquinata del resto del mondo).
Con mia grande recriminazione e delusione (e anche di Giusy, che era sempre stata una ragazza molto sensibile, in grado di commuoversi anche per il volo di un uccellino) convenimmo di aver irrimediabilmente rovinato e fatto morire per sempre quell’ecosistema così inconsueto, ignoto e delicato. L’unica cosa che potei fare fu quella di raccogliere dei campioni di fiori essiccatesi e di preservarli in delle bustine di plastica. Giusy mi aiutò, mentre il cacca si liberò la vescica su altri fiori inceneriti: tanto oramai male non gli fa!, disse lui con la faccia idiota che lo contraddistingueva, con un sorriso di infantile gioia e non volendo affatto celare a tutte le ragazze la misura e i lineamenti del suo pistolino (che neppure erano granché). Qualche ragazza si mostrò falsamente scandalizzata (ma era proprio quello che lui voleva), tuttavia ammirò il coraggio (io direi più l’idiozia) con il quale il cacca sbatteva loro in faccia (si fa per dire) quel flusso di urina senza vergogna. Lo guardarono voraci, e quella notte era già scritto che si sarebbero dimenticate di quella parte del suo carattere che lo faceva palesare come un individuo volgare e, sicuramente, lo avrebbero scopato come ricci, come se fossero gli ultimi esseri umani sulla faccia della terra e dovessero permettere alla specie di riprodursi per salvarsi dall’estinzione!… Che eroi!
La nostra missione era già finita (e non avevamo potuto scoprire un @azzo! Niente di niente! Neppure chi aveva creato quei fiori che probabilmente erano stati geneticamente modificati, se erano stati degli esquimesi super evoluti, o qualche scienziato pazzo, magari nazista, o, chi poteva dirlo, gli alieni).
Non ci rimaneva che tornare indietro. Così raccattammo qualche frugale bagaglio (poca roba, sopratutto cibo spazzatura e pasta, perché, senza quella, all’estero non si campa) e ci avviammo delusi (più che altro dalla brevità del soggiorno e da quel poco divertimento che ci aveva riservato) verso l’aeroporto.
In un attimo fummo in quei luoghi coperti dove la civiltà prendeva il sopravvento sulla natura impetuosa e misteriosa. La luce a neon stonava assai rispetto alla maestosità di quella solare, ma per quegli idioti era anche meglio perché, in ambiti simili, non c’era dubbio che si sentissero più a loro agio (e poi ricordava loro McDonald’s, senza il quale i loro fegati spappolati non potevano vivere perché altrimenti avrebbero avuto una crisi di astinenza da grasso animale mischiato per la fretta ad interiora e feci degli stessi, alla facciaccia loro!).
Ma una volta che potemmo esaminare con maggiore cura (rispetto a quando ne eravamo usciti) quei luoghi commerciali, essi ci apparvero assai più attraenti che in precedenza. Infatti la via che portava all’hangar era preceduta da negozi che pullulavano di civiltà, progresso, cose inutili, plastica, sapori industrializzati, consumismo a go-go.
Così (non ricordo più chi fu il primo a fermarsi a quelle panchine nel centro commerciale) avvenne che si decise che prima di tornarcene a casa avremmo dovuto divertirci in quel luogo perlomeno un altro pochino (sennò che cosa avremmo raccontato ai familiari e agli amici che a casa ci attendevano bramosi delle nostre sempre prodigiose avventure da scienziati erranti?).
Qualcuno si procurò i superalcolici e li passò agli altri. Il peloso ebbe l’idea di fare il gioco della sedia (che non so come mai ebbe un grandissimo successo, forse perché presto diventarono quasi tutti brilli). Altri si rifornirono di pizza superunta, gelati austriaci (che schifezza!) che tentavano di imitare quelli italioti, gli immancabili panini imbottiti di fattura americana, bevande super gassate (che avrebbero favorito l’osteoporosi tra qualche annetto, quando sarebbe cominciata la nostra parabola discendente e non saremmo più stati tanto giovani) e super dolci (che avrebbero avvantaggiato l’insorgenza del diabete nei nostri fiaccati organismi da pigri beoti pseudocivilizzati).
Poi il cacca decise di fondere insieme (letteralmente) il gioco delle sedie con il gioco degli aeroplani di carta infuocati (che fin da piccolo gli avevo visto fare numerose volte, gettando dalla finestra i suoi origami e sperando vanamente che prima o poi sarebbero riusciti a dar fuoco al serbatoio della macchina dell’odiosa insegnante di latino).
Presto ci trasformammo in un’accozzaglia di ubriachi dementi vacanzieri che, non sapendo che fare, tentava di appiccare il fuoco a tutto quello che incontrava (ma la plastica e le altre sostanze apiriche non ci davano molta soddisfazione, e hai voglia a stare lì con gli accendini ad arrovellare, caro cacca…).
Insomma, tutto finì a puttane, con noi che tornammo brilli come bevitori incalliti e che quando ci decidemmo a prendere l’aereo (quello vero, che ci avrebbe riportato a casa) per metà cademmo stecchiti in un sonno paralizzante senza sogni, mentre l’altra metà si dedicò a dare fastidio agli sventurati contadinotti che non so per quale ragione erano finiti sul nostro stesso volo di linea e non so proprio da dove @azzo erano spuntati…
Do-iuu-noo-coca-cola?, ripeté (sghignazzando) ossessivamente per tutto il viaggio il peloso al giapponese allibito che non riusciva a distogliergli gli occhi di dosso per quanto volesse, poiché lo trovava inverosimilmente rivoltante ed inconcepibile…
Italiani, brava gente. Italiani, sempre farsi riconoscere all’estero…

Default USA! :-D))))))))))))))))))))))))

Mi fa sbellicare questa cosa che gli USA rischiano il default! Cioè, pure loro stanno con le pezze al culo! E se ci stanno loro, allora gli altri come stanno?!
Ma non vi rendete conto che grandissime condizioni paradossali e intrinsecamente e infinitamente contraddittorie crea questa cosa (per voi ormai fondamentale) che si chiama economia?! Non capite che è tutta una bolla di sapone, una balla colossale, una presa per i fondelli, un’astrazione cerebrale, la più grande pippa mentale che l’uomo sia stato capace di concepire in secoli di presenza sulla faccia della terra! La più grande stronzata esistente!… Quando le cose che contano sono ben altre e si toccano con le mani… Il pane si fa con la farina, non col denaro, e la farina si fa col lavoro, ed il lavoro non esiste, signore e signori, solo perché c’è qualcuno che paga per esso. Nossignore! Il fornaio esiterebbe anche se non ci fosse qualcuno che lo paga! Esiste per il diritto alla vita, alla permanenza in vita, e alla proliferazione! Capito, furboni?
Teoricamente (e pure praticamente) tutto il mondo potrebbe fallire! Il che è un ossimoro!

Si diceva di me, si dice di me

Quando ero piccolo si diceva di me:
che sembravo un pulcino (in particolare quando indossavo la mia amata felpa giallo canarino);
che ero delicato (mi ammalavo sempre, ero molto cagionevole);
che ero un “piagnone” (che volete farci? Avevo la lacrimuccia facile. Oggi invece non piango a dirotto da decenni – e ricordo bene il giorno che mi accadde per l’ultima volta –, ma questo non vuol dire che non lo faccia più, e anzi credo che si possa affermare che mi commuovo sempre abbastanza facilmente;
che ero molto timido (e diventavo pure rosso come un pomodoro, la qual cosa mi faceva ancor di più essere impacciato);
che parlavo pochissimo e facevo sempre il bravo (perciò ero molto apprezzato dai miei insegnati, poiché non davo mai loro alcun problema);
che ero molto sincero (anche a costo di ammettere un mio errore non segnalato e di prendere un voto in meno al compito in classe);
che ero bello? (avevo molte bambine intorno che volevano sempre conoscermi o giocare con me). Comunque non ero realmente bello (al massimo carino)…

Quando ero adolescente si diceva di me:
che ero timido (e più una ragazza mi piaceva e più non riuscivo a spiccicare parola);
che parlavo poco (ma quando parlavo, le mie, erano sentenze. Stesso dicasi per le parolacce…);
che ero sensibile (la qual cosa era molto apprezzata, ma apparentemente solo dalle femminucce, che però si accasavano con i bulletti…);
che ero “strano” (nel senso che ero troppo diverso dagli altri, troppo per essere vero. I miei coetanei non riuscivano ad inquadrarmi secondo le comuni tipologie di carattere);
che ero sfuggente (e, come una farfalla, non potevo essere catturato, a meno di cagionare la mia morte);
che ero ombroso e che c’era qualcosa che mi rodeva (quindi qualcuno preferiva starmi lontano);
che avevo principi troppo utopici (ma io non credo proprio).

Più recentemente si dice di me:
che sono “strano” (per molti continuo ad essere un enigma irrisolvibile);
che sono molto interessante però c’è qualcosa in me che mi rende irraggiungibile (ma questo lo pensano le persone che in generale non hanno molta fiducia in loro stessi – e dunque negli altri – e non accettano che nella vita possano esistere fortunatamente delle eccezioni alla mediocre banalità degli essere umani);
che sono stronzo (tesi sostenuta in prevalenza da chi è esso stesso uno stronzo, oppure da donne che stupidamente si sono sentite respinte da me, mentre non ricordo di averne mai davvero allontanata nessuna in vita mia…)
che sono skizzato di mio (e non ho bisogno quindi di alcuna droga);
che sono fuori dal mondo (infatti ho il vizio di seguire sempre i miei fondamenti, anche se spesso sarebbe più comodo adattarsi un po’ di più ad essere una merda come gli altri);
che sono incazzato (ma chi non lo sarebbe se sapesse come va il mondo e le ingiustizie che ogni istante si perpetrano?);
che sono ancora molto sincero (ma si fa largo il partito che sostiene che invece è esattamente il contrario, ed io in realtà sia un gran bluff, cioè uno tra i più grandi bugiardi che siano mai esistiti, poiché affermo cose che non possono esistere, o che è così improbabile che siano vere che non possono esserlo!…);
che sono simpatico (ma che qualche volta divento eccessivo… Ah! Ah! :-D)

Gelosia!

Ecco un sentimento meschino con il quale tutti, prima o poi, si devono cimentare: la gelosia!
Gelosia vuol dire essere infantili, voler possedere qualcuno e desiderare che non ci venga preferito nessuno.
Gelosia è vedere lei che flirta con quel babbeo mentre tu sei a pochi metri e potresti farla brillare come una stella…
Gelosia è l’angoscia trapanante di sapere che lei ti mente per vedersi con gli altri…
Gelosia è quando avverti qualcosa che ti brucia nel cuore (delle volte pure nello stomaco) e senti che, quel fuoco, potrebbe davvero consumarti il corpo e l’anima dall’interno se tu glielo permettessi…
La gelosia è un sentimento che ho quasi sconfitto. Dico quasi perché è come uno di quei virus che è impossibile estinguere totalmente, che se ne resta sempre lì, covante, in attesa che tu gli dia modo di ridiventare forte. È un po’ come il raffreddore, verso il quale non esiste (e non potrà mai esistere) un antidoto definitivo, che non lo faccia tornare.

Una delle ultime volte che provai siffatto sentimento mi accadde quando dovevo assistere al modo nel quale una ragazza rispondeva al telefono. Lei si armava di quella sua voce artefatta estremamente dolce e, a tutti quelli che la chiamavano, riservava delle parole esageratamente mielose (e sia se si trattasse del capoufficio, che di un’amica, che di un suo nemico)… Era così allusiva, falsamente seducente, che quasi quasi mi veniva voglia di chiamarla anche io, così anche a me avrebbe detto quelle artefatte bugie ed avrebbe riempito il vuoto del mio cuore, così avido delle sue lusinghe…
Ad un certo punto mi resi conto però che ero geloso anche quando la chiamava la madre (il che era semplicemente folle! Perché dovevo essere geloso anche di quello?!). Così riuscii a vedere la cosa dall’esterno (e allora mi parve incredibilmente buffa) e dunque a farmi scemare la porzione più corposa della mia insensata gelosia…
E poi, ogni volta che la vedevo intrattenersi con uno che non mi era simpatico e che reputavo peggiore di me, ho cominciato a dirmi che se lei era così stupida da voler sprecare il suo tempo con quello piuttosto che passarlo con me… evidentemente era quello che si meritava…

Negli ultimi anni ho un nuovo approccio al grattacapo gelosia: diciamo che il mio punto di vista è mutato. Infatti, da quando l’ho quasi sconfitta, mi succede di accorgermi della gelosia degli altri nei miei confronti: gli uomini sono gelosi se io parlo con le donne (e allora mi fa sbellicare la maniera nella quale si affaccendano per cercare di sottrarmele mettendosi in competizione con me… Ah! Come se io mi mettessi al loro insulso livello!… Io non devo dimostrare nulla e tanto meno conquistare nessuno!); ma anche le donne sono gelosissime di e tra di loro e, se una volta mi accade di essere particolarmente simpatico con una, devo sbrigarmi a esserlo anche con le altre che assistono alla scena, sennò c’è il non remoto caso che me la faranno pure pagare!
E a queste donne (che sono gelose delle esigue donne che sono nella mia vita) vorrei dire: ma insomma! Io nun trombo mai! Almeno mi permettete di parlare ed essere gentile con tutte quelle che mi danno qualche bella sensazione?! Almeno questo me lo concedete?! E che diamine! Ma che davero davero!?
;-P

Io sono DAVVERO felice se chi amo è a sua volta felice, con o senza di me (alla facciaccia vostra!).

Trauma

Ricordo da giovane le partite al calcetto in quelle afose serate romane… In verità non mi andava troppo di sudare correndo dietro ad una palla (e poi dovermi fare una doccia a mezzanotte), per cui mi limitavo a guardare; osservare una partita di pallone genuinamente combattuta è bello quanto giocarla (sopratutto per chi non ha voglia di correre).
E allora mi mettevo appoggiato a quella colonna tronca, che praticamente fungeva da palo della porta e mi mettevo a parlare, tra un’azione e l’altra, con il mio amico Francesco; lui, sì, giocava, anche se sempre con quella sua voglia svogliata, come se ti facesse un favore (infatti delle volte anche lui lasciava perdere e come me si metteva a vedere gli altri che sgobbavano).
Faceva il difensore e stava dunque spesso nelle retrovie ad aspettare che venisse chiamato in causa. I suoi interventi non erano certo impeccabili, e la metà delle volte si faceva superare, però l’altra metà se la cavava ed io apprezzavo il suo modo ostinato di non darla vinta all’attaccante e sgomitare, dargli una spinta che lo sbilanciava (e saltuariamente anche stenderlo di netto, ma quello avveniva raramente, come detto, perché Francesco era un tipo molto gentile e per nulla aggressivo, e sarebbe stato il primo a dolersi se avesse provocato una sbucciatura ad un suo compagno di giochi). Ammiravo il fatto che, pur essendo tecnicamente e fisicamente inferiore agli altri, ottenesse dei risultati molto migliori di quelli che avrebbe dovuto…
Giocavamo in piazza, la piazza grande, perché la sera la trovavamo vuota. Però invero a quella comodità dovevamo pagare uno grande scotto, ed il prezzo era piuttosto salato… Il quartiere dove si trovava la piazza grande era piuttosto malfamato, non certo raccomandabile (per questo a quell’ora la piazza era deserta). Noi lo sapevamo ma ci andavamo comunque, e da un lato era come il voler affermare il nostro diritto al divertimento e alla spensieratezza della giovinezza: non ci andava per nulla bene che dei balordi ci sbolognassero dal nostro campetto, che ci spettava di diritto perché nella zona non c’era molto di meglio da prendere…
Per questo stavamo sempre con un occhio al gioco e un altro alla strada, dove sapevamo che il rombo di qualche motorino poteva essere foriero di un avvenimento assai negativo… Ma in realtà anche i blitz che i balordi compievano a piedi erano assai consueti. Anzi, in genere i drogati si muovevano silenziosi (e di solito non erano neppure tanti, massimo tre) e ti piombavano alle spalle senza che te ne rendessi conto (ce n’era uno riccetto che ricordo con particolare terrore e disprezzo: era un tipo che parlava poco e faceva cose molto cattive, io me lo sognavo la notte. Ma oggi ho sentito che è morto di overdose e che si è tolto di mezzo).
Avevano siringhe aguzze che spesso intingevano nel loro sangue per renderle più spaventose. E noi, quando li si avvistava, lanciavamo un allarme e allora si correva tutti via a rotta di collo, fino a quando non ce li saremmo tolti dalle palle. Sapevamo che erano drogati e che dunque avrebbero dovuto essere deboli e molto meno atletici di noi. Ma non era proprio così, anche perché loro cercavano prede quando non erano ridotti come stracci… Posso dire che la vera differenza tra loro e noi fosse che noi, in finale, fossimo semplicemente più allenati a correre, quindi avevamo più fiato: ed era questo che ci permetteva di scappare dalle loro grinfie. Poi noi eravamo molti più di loro, che infatti puntavo più che altro a ripulire qualcuno di noi che fosse rimasto indietro e isolato, o che avesse inciampato rovinando a terra.
Una volta Gino ci raccontò di come lo avevano accerchiato e gli avevano puntato la siringa alla gola dicendogli che se non gli dava tutti i soldi loro gli facevano venire L’AIDS. E lui si era messo a piangere e gli aveva dato diecimila lire… Per tutti quei terribili momenti aveva pensato alla povera madre che l’avrebbe pianto sulla sua tomba se davvero loro gli avessero attaccato quella temibile malattia dalla quale all’epoca non si scappava (cioè si moriva abbastanza presto, non come oggi)…
Nonostante gli intralci comunque noi continuavamo imperterriti a giocare a pallone, perché eravamo giovani e reclamavamo il nostro diritto a vivere una vita spensierata e felice…
Una sera Francesco si era portato la catenina d’oro, allora, mentre aspettava che la squadra avversaria attaccasse (quella volta avrebbe avuto poco lavoro poiché le compagini erano state fatte troppo sbilanciate ed i pezzi da novanta, a parte lui, appartenevano tutti alla sua squadra), mi disse una cosa. Aveva avuto molto tempo per pensare, così, ad un tratto si sfilò la catenina (sembrava lunghissima) e me la porse. Tieni, mettitela in tasca tu. Me la ridai dopo quando torniamo a casa, non mi fido a tenermela così, in bella vista, mi disse. Bella roba! Ma allora perché te la sei portata?! Così inguai me!, gli risposi. Però quello che diceva era sensato. Così, dopo aver appurato che le sue tasche erano bucate e per questo me l’aveva passata, non potei che accontentarlo.
Più tardi venne anche Stefano al campo, con quel suo motorino modificato che voleva far passare per moto di grossa cilindrata. Gli raccontai la storia della catenina e lui si mise a ridere. A lui non facevano per nulla spavento né i drogati né gli altri criminali del quartiere. Con una sgommata me li lascio tutti dietro, mi disse. E poi mi giurò che lui, pur uscendo quasi tutte le sere, non era mai stato rapinato. A me, quando me vedono, lasciano sta’, che tanto lo sanno già che nun c’è trippa pe’ gatti cummé!, mi disse sprezzante.
Ed io, un po’ gli credevo, però gli dicevo che stava esagerando, che se si fosse ritrovato davanti prima o poi uno di quelli tosti, dei ragazzi grandi e alti, anche lui se la sarebbe fatta addosso come tutti. Ma lui continuava a dire di no. Era così sicuro di sé che stringemmo un patto. Se anche quella sera si fosse fatto vivo qualche malintenzionato mi avrebbe dato un passaggio sulla sua moto e mi avrebbe mostrato come quelli non ci avrebbero mai preso. Io accettai, non tanto perché ero sicuro che sarebbe andata proprio così ma perché sapevo che a piedi avrei comunque avuto meno chance di fuga…
E manco a farlo apposta, quella sera, verso le ventitré e trenta passarono dei marioli, ma di quelli davvero duri: quelli con le moto, quelli grandi e spietati che nessuno sapeva cosa avessero nella testa, quelli che ogni tanto finivano ammazzati negli scontri a fuoco contro le forze dell’ordine.
I miei amici si sparpagliarono tutti con terrore, mentre i mascalzoni sembrarono aver pianificato una strategia per dividerci: infatti ognuno di loro era come fosse un cane pastore che doveva avere a che fare delle pecore, aveva la sua sfera di influenza e si atteneva a quella. La loro azione fu così fulminea che mentre io salivo in fretta in sella con Stefano e insieme partivamo, mi resi conto che tutti gli altri miei amici erano già stati praticamente bloccati (e sarebbero stati ripuliti per bene): io e Stefano eravamo gli unici ad avere ancora qualche possibilità di scappare!
Dato che gli altri era evidente che fossero stati subito acciuffati, la cricca ci mandò dietro ben due persone sullo stesso motorino (e questo mi allarmò molto). Mentre ci seguivano (mantenendo sempre la stessa distanza con noi) fui certo di percepire Stefano deglutire più volte per la paura, mentre, stringendomi forte a lui, sentii il suo cuore pompare alla stessa concitata velocità del mio (dunque aveva una fifa boia, proprio come me). Ma ancora era molto ottimista, al contrario di me. Mo li seminamo, mi affermò sottovoce…
Imboccammo una curva e Stefano mi ripeté, adesso li seminiamo. Ci inclinammo così tanto di lato che vidi un primissimo piano dei sassi che oltrepassavamo. Stefano stava facendo le curve come le aveva viste fare dai motociclisti di pista. Io pensai: se cadiamo adesso, siamo fottuti, ci rompiamo tutto e quelli ci piombano addosso e ce le danno pure di santa ragione perché gli abbiamo fatto sprecare la benzina, poi quando scoprono che ho la catenina d’oro si incazzano ancora di più, mi dicono che ai furbi spetta una lezione esemplare e allora mi si inculano in strada, lì, davanti a Stefano…
Mi ero già girato il mio bel film dell’orrore e, se si fosse realizzato sul serio, in qualche maniera ero già pronto, e dunque forse sarebbe stato un po’ meno doloroso di quanto potessi immaginare, poiché il sapere cosa ci aspetta può lenire lo strazio che verrà (ma delle volte anche renderlo peggiore)…
Ma superata quella curva parabolica eravamo ancora in piedi. Visto?, mi disse Stefano giubilante. Ma doveva ancora guardare nello specchietto retrovisore; solo allora sarebbe sbiancato come se avesse visto un morto camminare… Infatti, dietro di noi, non c’era più la moto che ci seguiva, o meglio quella era lontana, però uno dei suoi due occupanti era sceso e ci stava inseguendo a piedi, correndo!
Mi pareva incredibile però era tutto vero: quel tizio ci era incollato, e aveva qualcosa di demoniaco, pensai. Aveva guadagnato terreno invece di perderlo (e, questo, ancora oggi non me lo spiego). La moto di Stefano sembrava andare al rallentatore. Io pensavo: ma perché non corre qui, che la strada è rettilinea?! Perché?! Si vuol far beccare?!
Mi sembrava che la moto di Stefano avesse qualcosa che non andasse al radiatore, sembrava non potesse pompare bene la miscela… Pareva sul punto di ingolfarsi da un momento all’altro. Stefano era divento bianco come un lenzuolo e non diceva più una parola, mentre alle nostre spalle… era praticamente una specie di spettro spiritato quello che ci inseguiva, ed aveva due occhi (con sopra delle fitte sopracciglia nere) così torvi e malvagi che la sua furia era appurabile anche solo da quel particolare.
Ma poi quella empia magia che ci attirava a lui si sciolse, e non so come ma la moto di Stefano rombò e ridivenne più veloce del tipo a piedi, che presto rinunciò a correrci appresso con il dispiacere dipinto sul volto. Lo vidi fermarsi mestamente e capii che avevamo vinto. Sì, almeno quella volta avevamo vinto.
Stefano mi portò a casa e quando accostò al mio portone fu molto delicato mentre fermò la moto. Pareva scosso, che pensasse intimamente a qualcosa. E quando mi salutò si sforzò di sorridere e mi disse: visto che non dovevi temere nulla con me? (ma non è che ci credesse molto). Da quella sera non abbiamo più parlato di quell’episodio, della sera nella quale rischiammo la vita. Però da allora è come se fossimo più uniti, è come se fossimo diventati fratelli di sangue…
Ma perché oggi ho ripensato a tutto questo? Sì, in fondo lo so perché…. Siamo venuto in gita ad Assisi con la parrocchia, io sono ormai catechista da cinque anni. Sono tra gli evangelizzatori più apprezzati e rispettati dai bambini. C’è n’è uno che mi è sempre piaciuto moltissimo: si chiama Riccardino. Fino a pochi giorni fa era il bambino più vivace ed intelligente di tutta la chiesa. Era una delizia assistere allo spettacolo della sua vita. Era sempre intento a scoprire cose nuove e a stupirsene. Era il più grande spot vivente per quelle coppie che vogliono fare un figlio…
Ma poi un giorno la scuola me l’ha restituito così: traumatizzato, imbambolato, timoroso, chiuso in un mondo tutto suo, fuori di testa, stralunato, apatico. Tutto quello che di bello c’era in lui è stato tarpato, o pervertito, oserei dire. Così adesso Riccardino è un bambino con problemi, e credo abbia difficoltà pure ad allacciarsi le scarpe o a soffiarsi il naso.
Mi sono informato circa cosa gli è successo e pare che abbia subito uno shock poiché ha assistito ad una scena molto brutale mentre un tipo picchiava un altro in una maniera particolarmente feroce. Pare che Riccardino volesse sottrarsi a quella vista ma che abbia dovuto assistervi suo malgrado, che abbia tentato di tapparsi gli occhi e le orecchie con le mani per estraniarsene (ma senza riuscirvi).
E mi hanno restituito Riccardino solo dopo, quando tutto era già successo, ed io non ero con lui per aiutarlo e per dirgli che alla fine le cose brutte finiscono e passano, anche quelle molto, molto brutte.
E ora Riccardino è rotto dentro e non vuol scendere dal pullman. Dice che ha paura e sussurra frasi sconclusionate, ed io son so che fare. I bambini sono le vittime migliori per la violenza, poiché non hanno difese sufficientemente robuste per opporvisi, e anche perché assorbono tutto quanto sta loro intorno, bello o brutto che sia.
La violenza mi ha rubato il cuoricino di Riccardino e l’ha esiliato in un posto dove esiste solo il tormento ed il dolore. Ma io lo riporterò fuori da quell’inferno, perché la vita è più forte della morte, come la gioia lo è della disperazione… Aspettami Riccardino. Io te ne tirerò fuori. Ci vorrà solo un po’ di tempo. E tu tornerai quello di prima, anzi anche meglio. Perché chi ha conosciuto il dolore ha l’opportunità di divenire una persona migliore se poi lo supera. E io so che tu diverrai un ottimo catechista da grande, tra magari quindici anni. Me lo sento…
Riccardino non ha potuto fuggire sul motorino di Stefano, come feci io quella volta. Lui è stato beccato. E loro lo hanno rotto. Perché loro amano sempre rompere quello che più c’è di buono e puro al mondo.