I tre anelli (favola)

C’era una volta un contadino che aveva tre belle figlie. Una bionda, la maggiore, considerata la più bella delle tre, una mora, la secondogenita, che egli considerava la più arguta e sensibile, e una rossa di capelli, che egli considerava la più combattiva.
Vivevano in un piccolo borgo, dove le opportunità di sposalizio erano assai modeste, mentre il contadino sognava che ognuna delle sue figlie trovasse un ottimo partito da sposare. Così, quando le figlie ebbero tutte l’età giusta per maritarsi, il contadino decise di propiziare la loro causa recandosi alla residenza di una vecchia strega del luogo assai influente, che qualcuno sosteneva un tempo fosse stata una fata, la quale si diceva in giro avesse il gran potere di dominare le vite degli altri apportando ricchezza o altri benefici.
La strega abitava in un castello diroccato, in completa solitudine. Quando la strega avvistò il contadino gli disse:
«Che cosa vuoi da me, contadino? Che cosa vai cercando nel mio castello?»
E il contadino rispose:
«Potente signora, ho sentito dire che lei è in grado di far doni importanti a chi chieda la sua intercessione. Così sono venuto qui umilmente a chiederle di intervenire sul futuro delle mie tre figlie, che sono tutte brave e buone e in età da marito…»
La vecchia strega comprese cosa intendesse. Allora disse:
«È vero. Mio è il potere di far doni agli esseri umani. Ma sta sempre a loro, da ultimo, decidere se accettarli o meno. E non è detto che il mio dono si riveli fonte indiscutibile di felicità. Se ti va bene tutto questo, ti renderò i miei preziosi servigi.»
«Oh, sì! Certo che mi va bene!», disse il contadino felice di non esser stato respinto, il quale era convinto che se il dono della strega fosse stato maligno si sarebbe sempre fatto a tempo a rifiutarlo cortesemente. «Che cosa vuol dunque che faccia per lei, mia signora? Che prezzo vuole che paghi per i suoi rilevanti servigi?», disse lui.
«Sei fortunato. I miei servigi per te sono gratis. Dunque ti dico solo di portarmi domani la tua prima figlia. Io le farò un dono che lei potrà rifiutare. Ma non le offrirò la possibilità di avere un altro dono da me, questo deve esser ben chiaro. Se dunque lei rifiuterà, non otterrà più niente da me», disse la strega un tempo stata fata.
«Va benissimo mia signora!», disse il contadino.
«Bene. Se hai capito, domani portami la tua prima figlia. Il giorno dopo portami la seconda, alla quale verrà proposto anche a lei un dono. Il terzo giorno portami la terza figlia, che riceverà anche lei un dono.»
«E così sia, mia signora clementissima. Domani le porterò la mia prima figlia.»
Così il giorno dopo il contadino giunse al castello con la sua prima figlia, la primogenita bionda, che egli riteneva l’essere più bello della terra e pensava meritasse un fato tanto favorevole quanto opulento.
La strega gli disse di far entrare la figlia da sola nel castello, mentre lui avrebbe atteso qualche minuto fuori.
Una volta che fu dentro, la ragazza si trovò di fronte la strega la quale aveva le fattezze di una comune vecchia. I suoi tratti somatici non erano però così percepibili, forse per via dell’ampio abito provvisto di cappuccio che ella indossava, che glieli mascheravano con le sue stoffe pesanti e le sue ombre. Dunque la giovane non poté vedere chiaramente negli occhi della strega neppure quando questa le parlò dicendole «Se vuoi, ti offro di poter scegliere tra questi tre anelli», dischiudendo una mano rachitica e ossuta nella quale rispendevano degli splendidi anelli, ed erano uno d’oro, uno d’argento e uno di ferro. «Puoi anche rifiutarli e tornartene a casa da tuo padre. In tal caso il tuo destino prestabilito non cambierà. Se invece accetterai uno di questi anelli, il tuo destino cambierà e non lo potrai più mutare. Dunque pensa bene alla tua scelta…», le disse la strega ammonendola.
Ma la ragazza, appena vide l’anello d’oro, se ne innamorò subito. Conosceva il suo valore ed era certa che l’avrebbe condotta a un futuro prospero, probabilmente di ricchezza sfacciata, se non di altro.
Allora prese quello e non volle rivedere la sua decisione neppure quando la strega, per l’ultima volta, le chiese se voleva ripensarci. Così la strega le disse di andare e che non si sarebbero più viste.
Una volta fuori dal castello la ragazza mise al corrente il genitore di quello che era avvenuto e della sua scelta. E il contadino le disse che era stata brava e aveva fatto bene a scegliere l’anello d’oro, che sarebbe stato sicura fonte di agiatezza e benessere.
Il giorno dopo il contadino portò al castello della strega la sua seconda figlia, quella mora. Essa entrò e fu sola con la strega, la quale aprì la sua mano ossuta nella quale risplendevano due anelli, uno d’argento e uno di ferro, e le disse di scegliere tra questi.
La ragazza adorava l’argento e non esitò a scegliere l’anello d’argento. La strega le chiese se era sicura. La ragazza confermò. Così la strega la licenziò dicendole di tornare dal padre e che non si sarebbero più viste.
Il padre si complimentò con la figlia mora per aver fatto quella scelta. Certo, sperava che nella proposta avesse potuto esser contemplato ancora una volta l’anello d’oro, ma visto che non c’era stato, l’anello d’argento era stato senz’altro la scelta ottimale. Così, immaginava che avrebbe portato alla figlia una ricchezza magari più mitigata di quella della figlia bionda, ma comunque una buona ricchezza.
Il terzo giorno il contadino accompagnò dalla strega l’ultima sua figlia, quella rossa, presentendo che avrebbe avuto da scegliere solo se accettare o meno l’anello di ferro, non essendone pienamente contento. E la figlia entrò sola nel castello della strega e questa aprì la sua mano nodosa e le disse che le poteva donare quell’anello di ferro, se essa voleva. Sennò non aveva niente altro da offrirle. E la ragazza accettò perché sapeva che il padre così voleva per lei, e poi a lei quell’anello di ferro non dispiaceva affatto, anzi le piaceva molto.
Nel giro di sei mesi le tre ragazze trovarono tre mariti che le sposarono e se le portarono via. La prima fu la ragazza bionda. Un giorno un ricco re, di un regno confinante, in passaggio per quei declivi, la vide al fiume mentre ella si immergeva nuda per le abluzioni. Rimase letteralmente folgorato dalla sua bellezza. La volle subito per sé prima che qualcuno avesse potuto rubargliela. Così, informatosi presso la giovane stessa se fosse già sposata o meno e avendo incamerato che fosse ancora libera, si fece condurre immediatamente dal padre, a cui disse che l’avrebbe resa regina del suo regno e lei sarebbe diventata la donna più ricca del continente. Il padre ne fu lietissimo e gliela concesse subito. Così la prima figlia, quella bionda e bellissima, fu la prima a sposarsi lietamente con un ricco re.
Qualche tempo dopo si svolse in paese l’ennesima edizione di una tradizionale competizione in versi in cui si affrontavano i migliori cantori venuti appositamente da tutta la regione. Il più famoso dei partecipanti era un grande artista e bardo conosciuto ovunque. Egli era il favorito della tenzone. Ciononostante, quando venne letta la poesia di un tal sconosciuto, questa fu acclamata da tutti come la poesia migliore mai scritta, e anche il grande artista lo ammise. Vinse un tal che si faceva chiamare Anello d’argento. Quando si trattò di svelare l’identità di questo anonimo compositore, si fece avanti tra il pubblico la ragazza mora con l’anello d’argento. Il grande artista tessé le sue notevolissime lodi, se ne innamorò all’istante e le chiese se voleva sposarlo. Lei disse sì. Il padre ne fu contento. Così quella fu la seconda figlia del contadino che si sposò.
Qualche tempo dopo, un giorno, si recò al mercato la terza figlia del contadino, quella rossa, a fare la spesa. A un tratto un prode guerriero che passava di lì casualmente la vide e le disse che lei era la donna più bella che avesse mai visto, in particolare lo colpirono i suoi capelli rossi, che egli non aveva mai veduto in vita sua, provenendo da un paese del sud in cui tutti avevo gli occhi scuri, i capelli neri e la carnagione scura anch’essa.
La ragazza acconsentì a farsi prima corteggiare e poi impalmare, e il padre pure non si oppose.
Passarono gli anni e il contadino ormai era un anziano signore, ancora ben in salute ma piuttosto solitario. Così un giorno si sentì di intraprendere un lungo viaggio per andare in visita alle sue belle figlie maritate per vedere come se la passavano.
Per primo si recò dalla figlia bionda e bellissima che aveva sposato quel re ricchissimo. Ma quello che scoprì non gli piacque per niente. La ragazza si era fatta donna, sì, era diventata forse ancora più bella, o forse si dovrebbe dire che era la donna più bella che fosse mai esistita. Anche la sua ricchezza era incommensurabile e in costante ascesa. Tuttavia essa era sostanzialmente infelice. Difatti si era inacidita come un frutto un tempo squisito ormai diventato marcio. La donna bionda era sempre arrabbiata o preoccupata per i suoi denari. Litigava col marito per essi. A sua detta la sua ricchezza era costantemente minacciata da altri che gliela volevano sottrarre. E in parte quello era vero. Infatti, tra lei e il marito, avevano subìto svariati attentati e avvelenamenti per farli perire, cosicché la loro ricchezza, una volta morti, sarebbe andata al popolo. Difatti i due non riuscivano ad avere figli. Per questo ne avevano anche adottati alcuni. Ma questi poverini erano tutti stati ammazzati avvelenati, proprio per i motivi sopra detti.
Così la salute della bellissima donna bionda stava peggiorando sotto il peso costante di quelle preoccupazioni alle quali era sempre sottoposta.
Il contadino si maledì per averla mandata, anni addietro, dalla strega a scegliere quell’anello d’oro che l’aveva portata senza dubbio a quel destino infausto. Le disse allora che avrebbe dovuto liberarsi di tutta la sua ricchezza, solo così sarebbe tornata a esser felice. Ma lei, di fronte a questa proposta, reagì con sdegno. Mai e poi mai avrebbe rinunciato a quello che le spettava. Avrebbe preferito morire piuttosto che rinunciarvi. Detto questo lo scacciò in malo modo bandendolo per sempre dal suo regno accusandolo per di più di esser stato incaricato da qualche nemico di metterle quella malsana pulce nell’orecchio.
Così il vecchio si recò mestamente dalla sua seconda figlia, quella mora, che aveva sposato un artista. Solo casualmente la trovò alla loro abitazione, dato che lei e il consorte, visto la vita d’artisti che conducevano, erano abituati a spostarsi spesso in tutti i luoghi ove la terra ferma non soggiaceva al mare.
Il contadino la trovò molto cambiata. Aveva ora occhi scuri cerchiati da passioni che la consumavano la sua figlia mora che un tempo aveva accettato l’anello d’argento. Ella gli raccontò del caos che era diventata la sua vita, una vita fatta di eccessi, ardenti passioni anche fedifraghe per altri artisti o uomini impulsivi. L’altezza della sua arte l’aveva messa in contatto con la voce degli angeli, disse, ma quella voce era stata per lei insostenibile, poiché nessun essere umano era in grado di sopportarla. Così, essa disse, la sua arte l’aveva fatta bruciare di passioni indicibili e tormentose che non le davano tregua, e quelle passioni la stavano sempre più inesorabilmente consumando.
Il padre, afflitto da quello che non avrebbe mai immaginato essere il destino della sua figlia mora, si maledì per averla portata quel giorno dalla strega del castello. Le disse che però lei, se non voleva morire, poteva sempre cambiare: poteva smettere d’esser un’artista così profonda. Poteva tornare con lui e assisterlo serenamente durante gli ultimi giorni della sua vecchiaia.
Ma lei gli rispose dicendogli che non avrebbe potuto mai farlo, infatti… come si può chiedere a un uccello di non volare più, o a una sorgente di non scorrere, o a un fuoco di non bruciare? Nessuno poteva negare la propria natura una volta scoperta, così lei non lo avrebbe fatto.
Il contadino se ne andò tristissimo a trovare la sua terza figlia, quella rossa. Sperava che almeno lei fosse felice. Ma anche per lei il suo desiderio non fu esaudito. La ragazza aveva cicatrici su tutto il corpo e anche una in viso che in parte glielo deturpava. Ella gli raccontò che, per non stare troppo lontana dal marito che amava tanto, impegnato sempre nelle sue assurde guerre, aveva scelto di seguirlo sui campi di battaglia, anche se lui glielo aveva fortemente sconsigliato. Poi un giorno il marito era stato decapitato da un’orda di guerrieri più barbarici di altri. Quello l’aveva fatta impazzire d’ira. Così, giurando vendetta, aveva per la prima volta impugnato una spada, ed essa stessa, come successo esattamente per il marito defunto, era stata risucchiata in quella guerra di cui nemmeno conosceva ormai le origini. Il contadino la trovò invasata di furia, e comprese che non c’era posto nel suo cuore per altro che per quello: guerra e morte, sangue, e null’altro.
Il contadino si maledì per aver portato anche lei quel giorno di tanti anni fa da quella strega che le aveva per sempre cambiato il destino. Le propose di cambiar vita seguendolo, tornando al suo paese d’origine che non era mai stato scalfito nemmeno dall’ombra di un conflitto, ma sapeva già che lei non avrebbe accettato. Difatti lei gli rispose che avrebbe combattuto quella guerra infinita finché non l’avessero ammazzata. Solo quella sarebbe stata la sorte ferale che avrebbe accettato.
Così al contadino non rimase che tornarsene al suo paese cercando di pensare il meno possibile alle sue care figliole infelici, ognuna con un’infelicità diversa.
Poi un giorno gli giunsero tre infauste notizie. La sua primogenita, la figlia bionda e ricca, era morta. Non era stata ammazzata da nessuno. Era stato il suo stesso corpo che alla fine aveva ceduto, sotto il peso di tutti quei pensieri neri a cui lei lo sottoponeva sempre.
La seconda notizia lo informò che si era consumata anche la fiamma della sua figlia mora, l’artista. Il suo cuore aveva ceduto il giorno in cui, dopo tanto patire, era riuscita a congiungersi con l’ultimo amore estremo che aveva avuto nella vita, il più grande di tutti.
Infine gli giunse anche la notizia che la sua figlia rossa era caduta sul campo di guerra in una battaglia che sarebbe per sempre rimasta nella storia. Fu anche sepolta con la sua spada insanguinata in mano, dopo aver fatto cadere centinaia di nemici.
Così al contadino, ormai vecchio, amareggiato, e solo al mondo, non restò che morire anche lui.
E l’ultimo giorno della sua vita la strega, che era ancora in vita anche se più vecchia e rattrappita e imbruttita della prima e unica volta che si erano incontrati, lo andò a visitare al suo capezzale. E gli disse:
«Vedi, io ti avevo avvertito, a te e alle tue figlie, che, accettando i miei doni, non era detto che sareste stati più felici. Ma voi, avidi di ricchezze e successi, li avete tutti accolti a braccia aperte. A ogni modo, vecchio contadino che oggi morrai, non ti struggere, dato che non vi è modo di sapere se sareste stati tutti più felici a invecchiare senza un palpito nel cuore in un paesino dimenticato da Dio come questo, oppure se, accelerando il vostro destino gettandovi nelle sue spire, quel vivere più intenso non abbia impresso un maggior significato a quelle vostre vite altrimenti insulse.»
Il contadino non comprese a pieno il significato di quelle parole. Si sentiva solo molto stanco. Così adagiò la testa al lato del guanciale su cui poggiava, la lasciò andare, e chiuse gli occhi per sempre.

anellodoro

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Sogno #51: L’ermetica

In un paesetto di montagna, a metà mattinata. In un rifugio, assai modesto, quasi deserto. Con l’arredo spoglio e anche un po’ logoro. Come i vestiti della donna alla cassa che mi trovai davanti allorché si trattò di pagare la mia esigua consumazione.
L’unico altro cliente, davanti a me, si era velocemente volatilizzato. Nel locale rimanemmo esclusivamente io e la donna.
Solo quando mi pose gli occhi addosso sembrò accorgersi davvero di me, come del resto fu per me nei suoi riguardi. Fino a un istante prima avevo considerato quella dimessa donna facente pienamente parte dello spento contesto. Sennonché, da vicino, notai che, nonostante gli abiti sciatti, le scarpe antiche e polverose, l’atmosfera vetusta che la permeava da capo a piedi, il suo viso semplice, senza ombra di belletto, i capelli lisci, neri, così corti che erano stati adunati con un semplice elastico e non facevano quasi capire che ci fossero… essa era in qualche misura bella, e ancor di più attraente.
Come fulminato da quella evidenza, la fissai più a lungo del dovuto mentre lei pronunciò con la sua bella e strana voce la prima di una serie di frasi che man mano avrebbero assunto sfumature sempre più intriganti per me, seppure si rivelaron tutte inflessibilmente grottesche.
Fu proprio quello il fulcro intorno al quale ruotò la nostra intera conversazione a spirale, senza sbocco. Quella prima frase fu così insolita e insensata che mi manifestai apertamente perplesso. Le dissi che non avevo compreso quel che mi aveva detto. Lei allora provò a dirmene un’altra, di frase, ma anche questa, pur essendo totalmente diversa dalla precedente, aveva in sé i semi agri dell’insensatezza, se non ancora della follia. Così dovetti ammetterle costernato che, ancora, non capivo assolutamente di cosa stesse parlando.
E lei la prese male. La sua faccia si adombrò. Ma stavolta intuii blandamente il senso delle sue recriminazioni, o almeno di ciò mi volli convincere. Esprimeva lo stato d’animo che, noi forestieri, che venivamo dalla grande città, ci credevamo sempre superiori a loro, semplici paesani, che magari passavano tutta la vita nello stesso posto a fare le stesse cose e questo gli bastava.
Manifestò dunque un’ulteriore accezione di malanimo aumentando le contumelie verso me. Adesso diceva probabilmente che noi stranieri ci prendevamo sempre gioco in particolare delle povere donne locali, abusando della loro ingenua e innata bontà di cuore. Ma qui ci tenni a specificarle obiettando con vigore che non era affatto così. Le dissi che aveva frainteso completamente il senso del mio discorso.
Mi affannai a cercare di spiegarle che era come stessimo parlando due lingue diverse, nonostante ci servissimo dei medesimi termini: le nostre lingue, pur affondando in substrati comuni, attribuivano a essi un significato diametralmente antitetico e ascoso. Forse l’una poteva essere considerata l’antesignana dell’altra.
La mia osservazione ebbe il potere almeno di calmarla facendole intendere che non ce l’avessi per nulla con lei né avessi intenzione di prenderla per il naso. Poi, dato che avevo catturato la sua attenzione e che ora lei sembrava disposta a prendere in considerazione l’ipotesi che fossi un uomo di animo buono e null’affatto carogna, mi spinsi oltre e le ammisi che, per quanto riguardava il discorso delle donne del suo paese, al contrario di quanto lei immaginava, la trovavo affascinante, per una qualche ragione pure a me completamente sconosciuta.
Ma essa qui riprese la strada del fraintendimento a oltranza: sembrò ora nuovamente propensa a rioffendersi. Dovetti allora riacciuffare per i capelli la nostra conversazione dicendole più volte, nel modo più chiaro possibile, che lei mi piaceva, mi piaceva proprio come donna!, le dettagliai più volte. Finché sul volto le si assestò un’aria stupita più clemente. Ma dai suoi occhi vacui intuii che, eppure, non avesse afferrato in pieno il succo semplicissimo del mio discorso.
Difatti la frase con cui riattaccò dopo fu qualcosa di assolutamente astruso e inconcepibile, che dal mio punto di vista non aveva né capo né coda. A ogni modo si poteva affermare che io ero nettamente più bravo di lei a comprendere quel che diceva rispetto all’opposto.
Avrei potuto chiedermi se quella donna che avevo incontrato di cui mi ero invaghito non fosse completamente pazza, invece mi venne da pensare che con le donne non ci si intende mai. Per quanto ci si sforzi di avere un dialogo costante e franco, sarà sempre che, pur parlando la medesima lingua, si attribuiranno significati diversi ai medesimi vocaboli. Così si avrà solo l’illusione di comprendersi; mentre in realtà non si avrà alcuna concreta possibilità di farlo.
Compresi dunque che, qualora avessi avallato l’amore di quella donna, sarei stato per tutta la vita a cercare invano di spiegarmi, e lei lo stesso con me. E il nostro amore, seppur grande, sarebbe inesorabilmente scivolato nel malanimo del rincrescimento dei litigi che ne sarebbero susseguiti.
Dunque lo abiurai rinunciandovi per sempre.

ermetica

Fallaci: Lettera a un bambino mai nato

Ho deciso di leggere questo libro dopo che una mia amica me lo ha consigliato.
È la storia di una non certo convenzionale donna-forte molto attaccata al lavoro e alla carriera, che un giorno rimane incinta. Questo evento stravolge la sua vita costringendola a mutare le sue abitudini. All’inizio neppure vorrebbe tenere il bambino. Presto, tra dubbi e ripensamenti, in una serie di stati d’animo contraddittori che si susseguono incessantemente, decide però di farlo. Ma ogni volta è come se tutto venisse di nuovo messo in discussione perché entra in rotta di collisione con il suo modo di vivere e sopratutto quelle libertà a cui lei non vuol proprio rinunciare.
In questo libro troviamo molteplici interrogazioni sulla gravidanza e la nascita di un figlio.
Nonostante pensassi che l’argomento non mi avrebbe riservato sorprese, ho dovuto ricredermi, perché il romanzo mi ha emozionato in più d’un punto. Ho anche appreso nozioni che non sapevo.

Non è troppo lungo. E seppur potrebbe esser letto in una sola giornata, consiglio vivamente una lettura diluita, per fare in modo di assaporare al meglio ogni singolo paragrafo, che talvolta può esprimere uno stato d’animo completamente in antitesi col paragrafo precedente.

Io e la Fallaci siamo senza ombra di dubbio molto diversi. Nonostante ciò posso affermare che, inaspettatamente, in lei ho trovato diversi punti di contatto, sopratutto per quanto riguarda la percezione della realtà.

Delirius Dementhia: Vacanza

È al telefono con l’amica. Raggiante perché sta per farsi una bella vacanza con la stessa – non con me, ormai non facciamo più vacanze assieme: litigheremmo tutto il tempo.
A un certo punto mi fa:
«Ma quanto durano le lamette prima di consumarsi?»
Io la guardo sgomento: ecco una delle sue domande assurde. È una vita che si rade le gambe e le ascelle – ha cominciato molto prima di quando io ho cominciato a farmi la barba! – e chiede a me quanto durano le lamette?! Sono io che dovrei chiederlo a lei. Che poi che ne so io dei rasoi femminili? Magari sono diversi. E comunque magari li usa con una frequenza diversa dalla mia…
Dato che non le rispondo torna a parlare alla cornetta con l’amica.
«Vabbè me ne porto due, per star sicura. A me ricrescono subito…»
Due lamette per due settimane! E che è, una foresta tropicale?!? Pensa di consumare una lametta a settimana?!? È tutta matta! Che poi le si può dire di tutto ma non che abbia molti peli sulle gambe. È esattamente il contrario. E anche quando non si rade non si notano per niente. Se lo dico io vuol dire che è così: non le faccio mai complimenti gratuiti.
Sta le solite sette/otto ore per scegliersi i vestiti da portare. Poi, quando si tratta di completare le valigie, mi frega lo shampoo e il dentifricio. Di dentifricio, ce ne sarebbe uno apposito per lei, comprato da lei stessa, che è sbiancante. Io non uso quelle schifezze che mi irritano le gengive pitturandomi lo smalto… Ma sfortunatamente c’è solo mezzo tubetto, per cui lascia qui il suo e mi scippa il mio – senza avvisarmi, perché sa che potrei imbestialirmi. Comunque stavolta, dopo svariate occasioni che succede, sono io a fregarla. Difatti, per quando riguarda lo shampoo, in realtà non uso quello nella cabina doccia, da lei sottratto. Quello è solo uno specchietto per le allodole. Quello che uso è riposto nell’armadietto al lato del water, e lei non sa neppure che esista. Per il dentifricio, sapendo che stava per partire, ne ho comprato un altro anch’esso riposto nell’armadietto dei miei segreti.
Sennonché, a sera, accade l’imprevedibile. Lei ha già saccheggiato shampoo, dentifricio – per non parlare di pettini e forbicine per le unghie –, così, quando viene il momento di lavarmi i denti prima di coricarmi, tiro fuori dall’armadietto il dentifricio di scorta e uso quello, come è comprensibile che sia. Ma poi commetto un errore imperdonabile: dimentico di riporlo nell’armadietto. Non ho fatto i conti con la sua eccentrica follia.
La mattina dopo, lei, vede il dentifricio nel solito posto. Allora immagina di aver dimenticato di sgraffignarmelo, per cui se lo intasca anche quello. Così se ne parte con due tubetti di dentifricio al seguito!, e a me lascia quello sbiancante che non userò mai.
E io la maledico. Le mando anche un sms di insulti.

vacanza

Providence (Alan Moore)

Guarda caso, adesso che ho finito Jerusalem, ho anche trovato il tempo di terminare il terzo e ultimo volume di Providence, dello stesso autore.
Confermo il mio giudizio su questa opera. Intrigante e spaventosa, come lo è il mondo horror-occulto di Lovecraft.
L’unico appunto che gli si può muovere è che molti dettagli vanno per forza di cose persi – lo stesso si può dire del libro Jerusalem – perché Alan ha studiato così approfonditamente la materia, cioè il mondo e la vita di Lovecraft, che un comune lettore non può rilevarli quando ci si imbatte.
Mi chiedo ora che cosa farà Moore, ora che ha terminato di scrivere un libro epocale che l’ha tenuto occupato per dieci anni. E ora che anche col mondo di Lovecraft ha chiuso un ciclo…

Che cosa stai facendo Alan?

provide

Ferita [X-Men]

Erano passate dodici ore. Dodici fottute ore del diavolo.
Logan cambiò le bende al braccio. Non si era ancora rimarginato. E questo non gli era quasi mai successo prima. O meglio gli era successo solo le volte in cui se l’era vista davvero brutta, o per qualche motivo il suo fattore rigenerante mutante aveva fatto cilecca, vuoi per una magia, vuoi per qualche altro accidente… Già: magia. Era quello il punto dolente probabilmente. Perché quella ferita gli era stata inflitta nel regno magico governato da Magik, Illyana.
Fin dal principio Logan aveva seguito con preoccupazione il decorso della ferita. Perché fin da subito si era accorto che c’era qualcosa che non andava. Solitamente, ciò che provava mentre una grande ferita si rimarginava, era come una sensazione di ritessitura e rinspessimento dei tessuti. Invece stavolta la sensazione che aveva percepito principalmente era stata come di bruciore, un bruciore acuto che non gli era passato dopo tutto quelle ore, che rimaneva invariabilmente lì, nel punto dove era stato tagliato con chissà cosa, forse degli artigli simili ai suoi? Forse con lame magiche o avvelenate? Per facilitare il decorso Logan ci aveva buttato sopra dell’alcol, ma non era servito a nulla. Per un attimo aveva sentito sfrigolargli la pelle, con l’ustione da alcol che tentava di soppiantare quella pregressa della ferita. Ma poi era stato come se quest’ultima avesse fagocitato il bruciore da alcol, di cui quindi si era perso prestissimo traccia. A quel punto gli era venuto in mente di bendare il braccio.
Non si era fatto vedere per quasi tutto il giorno dagli altri suoi compagni. Ma ora era sera, e la belva che era in lui si agitava come presaga del male che l’oscurità avrebbe portato. Ora la bestia era inquieta. La bestia dentro lui sapeva che quella ferita non sarebbe guarita. Una volta che le bende furono tolte per dare un’occhiata e vedere come la situazione evolveva, anche la parte umana di Logan ne fu consapevole…
La ferita non era riuscita a rimarginarsi completamente. Il fattore rigenerante aveva funzionato, ma solo in parte. In pratica era riuscito a accomodare i tessuti per metà. Ma questo era avvenuto già un’ora dopo che la ferita si era manifestata. Da allora il fattore arrancava, non procedeva, a somma dimostrazione che non era in grado di riparare quel che rimaneva.
Come in preda a una frenesia, in un attimo saltò fuori la finestra. Atterrò come un gatto, senza un rumore. Fiutò l’aria. Puntò ed entrò subito verso una porta finestra sul giardino.
Gli sembrò di captare solo l’odore dell’unica persona che avrebbe voluto vedere in quel momento: Ororo, la regina dei venti – e di tante altre cose, compreso uno o due regni nell’Africa nera che la reclamavano come monarca. Avanzò verso il soggiorno al pianterreno a piccoli passi impercettibili.
La scoprì mentre, abbandonata su un divano, guardava svogliatamente la televisione, sicuramente assai nauseata dalle notizie che passavano, che parlavano di guerre, epidemie, atti terroristici. Allora la vide cambiare canale optando per il canale degli animali e della natura, che era l’unico canale che, aveva dichiarato lei stessa, ormai era in grado di rilassarla, o perlomeno non le comunicava sensazioni negative.
Logan le si avvicinò furtivo alle spalle come un leone avrebbe fatto per sorprendere una gazzella. Qualora avesse voluto assassinarla, sarebbe stato facile per lui sfoderare gli artigli e infilzarle il cuore da dietro. Ma certo lui non aveva motivi per farlo, e lei era forse la sua migliore amica.
«Logan. Che hai? Quando la notte giri così disperato e non sai di birra vuol dire che qualcosa ti si agita dentro, non è vero?», lo sorprese manifestando di essere al corrente della sua presenza.
Lui si sentì in impaccio, perché il predatore era stato scoperto dalla preda. Per un attimo non gli vennero le parole.
«Da quant’è che ti sei accorta di me? Come hai fatto?», le disse poi a voce bassa.
«Appena sei entrato ti ho visto nel riflesso della tv. Ma che hai? Davvero ci deve essere qualcosa che ti turba se sei stato così distratto…», e allora spense la tv e si voltò verso lui, che a sua volta le si fece innanzi affinché potessero guardarsi comodamente negli occhi come fanno gli amici veri quando serve.
Ororo captò immediatamente quel suo pallore innaturale. Ma non glielo disse per non metterlo ancor di più in soggezione e attese paziente che lui si decidesse a parlarle. Gli dedicò tutta la sua attenzione e lui se ne accorse e gliene fu riconoscente. E, dopo dei secondi interminabili di silenzio, infine esordì:
«Mi è successa una cosa… E a dire il vero non so come prenderla… Non vorrei allarmare nessuno però…», le disse porgendole il braccio malato sotto gli occhi, come fosse stata un medico.
«Ti sei ferito? Dove? Quando?», disse subito lei curiosa. Poi si rese conto della stranezza di vederlo fasciato. Non lo aveva quasi mai visto così. Neppure se lo ricordava. Non lui. Non l’indistruttibile uomo bestia.
«Perché le bende, Logan? Cosa nascondi?», disse poi in maniera intrattenibile con un accenno di preoccupazione nel tono. Per un attimo immaginò che un piranha o qualcosa del genere lo avesse addentato e non avesse voluto più abbandonare la sua carne.
Logan cominciò a srotolarsi la benda che aveva appena cambiato.
«Non nascondo niente, ‘Roro. Solo una ferita. Come tante. Solo che questa non guarisce. A dire il vero non credo che lo farà», disse gravemente.
«Perché non dovrebbe guarire?», chiese lei insospettita.
«Perché sono dodici ore che non si rimargina. Cioè, in parte lo ha fatto. Ma non completamente, come non fosse proprio nelle corde del fattore rigenerante di sistemarla per le feste.»
«Stai dicendo che non ti funziona più il potere di rigenerazione, che si sta estinguendo?»
«No. Funziona sempre. Ma non su questa?»
«Ovvero?»
«Ho fatto la prova. Mi sono tagliato l’altro braccio. Una ferita profonda come lo era all’inizio quella al braccio destro. Ma quella al braccio sinistro è guarita completamente nei soliti tempi, o forse ci ha impiegato qualcosa di più, forse per colpa di questa. Questa qui invece, questa bastarda, non guarisce. E ripeto, le sensazioni che ho in merito mi dicono che non credo proprio che lo farà.»
«Allora torniamo a una delle prime domande che ti ho fatto», disse lei quasi con tono accusatorio, «a cui non hai ancora risposto. Come diavolo te la sei procurata?!»
Lui non voleva rispondere. Non voleva che si arrivasse a quel punto, adesso le era chiaro. Tuttavia oramai non poteva esimersi dal farlo.
«Un viaggetto. È il ricordo di un viaggetto di cui non ricordo nulla.»
«Dove, per la miseria?!»
«Nel Limbo.»
«Nel Limbo. Ah! Capisco.»
Ororo comprese che era quello il motivo per cui all’inizio era stato un po’ vago. Logan sapeva che ora Ororo se la sarebbe presa molto duramente con Illyana, che a dire il vero ormai non potevano più trattare come una bambina perché non lo era più. Illyana si era sviluppata, e anche i suoi poteri ogni giorno diventavano sempre più cospicui, maestosi e anche terrificanti, tanto che allo stato delle cose, neppure il professor X, che ormai, per una questione di età, non poteva più seguirli come un tempo anche se avrebbe voluto, il quale era anche molto impegnato sempre più in vicende politiche di delicati equilibri diplomatici con gli umani e le loro varie fazioni, neppure il professor X era a conoscenza della vera portata dei poteri di Illyana. Illyana, che mostrava ormai di essere sempre più refrattaria ad accettare l’autorità di coloro i quali reputava dei suoi pari, se non forse addirittura dei subalterni.
«Adesso mi sente!», si adirò Ororo.
«Lascia stare. Starà dormendo.»
«Non ti preoccupare per lei, scommetto che non dorme affatto la demonietta! Ma prima vorrei darci un’occhiata, vuoi?», gli chiese ponendo gentilmente una mano sul suo braccio peloso. E Logan fece un cenno che doveva essere di assenso e lasciò che lei lo sbendasse proprio come aveva fatto lui pochi minuti prima.
Tempesta si manifestò accigliata.
«Sai, io di ferite ne ho viste tante in vita mia…», incominciò.
«Anche io, se è per questo», disse lui che sapeva dove sarebbe andata a parare.
«Ma una ferita di questo tipo giuro che non l’ho mai veduta. Sembra… quasi pulsare. Che sia viva essa stessa. Eppure è aperta ma non sanguina mi sembra, vero Logan?»
«Sanguina pochissimo, anche se la carne è aperta. E brucia moltissimo, come se la mia carne non facesse a tempo a rigenerarsi che quella cosa lì la vaporizzasse. A dire il vero il dolore delle volte mi sembra insostenibile, ma forse sono io che sono così abituato a giovarmi del fattore rigenerante che…»
«Tesi piuttosto traballante. No, non credo. Tu conosci benissimo il dolore e ne hai affrontati di tremendi in vita tua, se non sbaglio». Logan pensò a quando gli era stato impiantato lo scheletro di adamantio, «Per cui, se tu dici che fa davvero male, deve essere così. Ecco adesso sono davvero arrabbiata e possiamo recarci assieme da Illyana…»
Logan la seguì mentre, furibonda, si portava verso gli alloggi della ragazza russa. Illyana era ospitata ancora nella sezione dedicata alle reclute. Poteva contare su una singola stanzetta non troppo grande e doveva dividere il bagno con altre persone del piano, perché non aveva un bagno tutto per lei nella stanza.
Dopo aver bussato sollecitamente un paio di volte – ma non selvaggiamente come avrebbe voluto perché non voleva svegliare gli altri studenti –, Ororo spalancò la porta della stanza di Illyana. La porta, che avrebbe potuto e dovuto esser chiusa, era comunque invece aperta.
«Illyana?! Dove sei?», chiese Ororo prima ancora di accendere la luce.
Una volta che la luce fu accesa fu evidente a tutti che Illyana non c’era.
«Non è rientrata stanotte…», disse Ororo. «Chissà da quanto è fuori…»
Logan annusò l’aria e disse:
«È latitante da almeno dopo pranzo.»
Logan pensò che si fosse sentita così in colpa da non mostrare più la sua faccia in giro. Allora ripensò alle ultime parole che si erano scambiati e riconsiderò l’idea che avesse potuto essere innocente davvero come gli aveva detto, nonostante quel suo faccino, il quale ultimamente si faceva sempre più perverso, e non le andava più via.

tempesta