Laila: Le antenate

Nel salotto di casa mia c’è uno strano quadro che ha sempre attirato la mia attenzione poiché molto particolare e inquietante. Non c’è da molto, saranno dieci anni. Prima non c’era. Poi un giorno sostituì le gigantografie di quando ero bambina piccola e stavo alle giostrine. Non so da dove provenga. Forse da un mercatino, direi, anche perché non sembra affatto un quadro di valore, seppure è molto evocativo. Eppure c’è qualcosa in esso che racconta una storia, una storia lontana di piccole grandi violenze, che forse potrebbe avere a che fare con la mia tormentata famiglia, potrebbe essere un ponte tra quel passato violento e la violenza del mondo d’oggi…

Il quadro raffigura due donne o ragazze. Lo stile è un falso carboncino, dunque è una specie di bianco e nero con sfondo seppia, con qualche ombra più marcata di altre. Ci sono queste due donne, sedute su un canapè da due posti, l’una vicinissima all’altra. Attaccate. Devono essere molto unite, devono essere state molto unite queste due donne, nella vita così come nel quadro. Quella di sinistra è più minuta dell’altra, anche se non di molto. Anche la sua postura più ritirata mostra che è subalterna all’altra. Difatti essa stringe con una mano il braccio dell’altra, come a non volersene separare, o come a proteggersi da qualcosa d’imminente, forse proprio colui che ha fatto il quadro, colui che ha voluto ritrarre le due sorelline tanto unite. Ma saranno davvero sorelle? Le due si somigliano, tuttavia tendo a prediligere l’ipotesi che chissà perché siano cugine carnali, ma non sorelle, non so perché…

Entrambe hanno abiti lunghi. Ma quello della donna di sinistra è come si può intuire più castigato di quello dell’altra, con il vestito che le arriva fino alla gola. Mentre quello dell’altra si ferma subito dopo i seni, che le fascia aderendo perfettamente non lasciando intravedere alcuna piega che si potrebbe dire maliziosa; le lascia scoperte le braccia bianche però, di un biancore che risalta, soprattutto nel braccio destro, più esposto alla luce poiché più avanti che l’altro.

E veniamo al viso. A una prima analisi le due sembrerebbero molto quiete. La prima donna fissa un punto imprecisato dietro il ritrattista, un punto spostato alla propria destra. Non guarda lui, no. Guarda assorta qualcosa che sta più lontano, molto più lontano. L’altra donna invece ha un volto maggiormente oscurato anche se dovrebbe essere maggiormente in prominenza rispetto la luce. Questo particolare non si capisce. C’è un’unica spiegazione in merito. Non è un vero ritratto dal vivo, quanto semmai un qualcosa di simbolico. La luce illumina meglio la donna a sinistra poiché più pura e fragile dell’altra, mentre per l’altra, per lo stesso motivo, le oscura in parte il volto.

Il volto della donna di destra sorride bonariamente, oppure arrendevolmente, con mitezza. È tramite quel sorriso che mi risposto sul volto della donna a sinistra e mi rendo conto che anche lei sorride. Ma il suo sorriso è più simile al sorriso di un folle convinto di qualche sciocchezza, il sorriso dell’egocentrico. Invece l’altro sorriso ha qualcosa di rassegnato, come se essa, essendo la donna che si carica sulle spalle il benessere psicofisico dell’altra, dovesse patire anche di più, e per questo fosse maggiormente rassegnata. Così, deve essere, sì, più forte dell’altra, ma anche maggiormente battuta e sconfitta, la donna di destra…

Anche le loro acconciature risultano molto diverse. La prima la definirei morigerata. La donna ha i capelli lievemente ricci, legati dietro, con una scriminatura in mezzo. Un’acconciatura che meno intrigante non potrebbe essere. La seconda invece sembra indossare un copricapo molto ampio che le avvolge tutta la testa, comprese le orecchie, un copricapo conico, che è un cono con il vertice in basso. Ma è davvero un copricapo? Mi avvicino per vederlo meglio e confermo che sia un copricapo, un vecchio copricapo che forse poteva essere in voga, se non ancora nel secolo scorso, in quello ancora prima. Ma avvicinandomi mi sono accorta anche di un’altra differenza tra le due donne. La prima ha gli occhi indefessamente neri, ottusi, come quelli di uno squalo. La seconda invece, li ha azzurri, chiarissimi, con la pupilla molto ristretta, e la loro curvatura è incline alla compassione, particolare, questo, di cui non mi sarei mai accorta se non mi fossi avvicinata.

Mi convinco che un uomo abusasse di entrambe e le picchiasse. Mi convinco che la cugina di destra, per far patire di meno la cugina di sinistra, più piccola e sensibile di lei, spesso si sia presa anche la sua dose di violenze. Immagino il bruto che un giorno volle fare il ritratto alle sue giovani vittime, come un cacciatore fa la foto della preda appena uccisa…

C’è poi un ultimissimo particolare su cui posso puntare la mia attenzione alterata. Quel canapè che appare dietro, anche se è indiscutibilmente un canapè, se non si tiene conto del punto di congiunzione tra le due cugine e ci si lascia invaghire solo dalla forma che affiora ai lati, ci si rende conto che il suo schienale rigido sembra trasformarsi in delle ali. Splendide ali bianche, grandi, ali di angelo, perché solo gli angeli ne posseggono di così bianche e grandi: tali ali si possono trovare attaccate alle spalle di figure celestiali umanoidi… Così, le due cuginette martiri, sembrano degli angeli pronti a prendere il volo, degli angeli che voleranno via lontano appena sarà finita l’ora del ritratto, dopo che l’uomo cattivo forse le avrà abusate per l’ultima tragica volta, la più terribile ed efferata di tutte…

Questo quadro nasconde un antico peccato.

antenate

Fabrizio De André: Volta la carta

Una delle canzone che credo eseguisse maggiormente volentieri nei concerti, forse per il potere trascinante che ha. O perché regala serenità. È una metafora della vita umana. Un attimo e cambia tutto. Questa è la vita. Sempre tratta dall’album capolavoro “Rimini”.

Gli alieni al GF

[Ogni riferimento a fatti e persone realmente esistenti è puramente casuale, e anche cazzuale]

La venuta ufficiale degli alieni sul nostro pianeta coincise con la prima edizione del Grande Fratello nostrano. Prima di raccontare questa storia voglio però specificare, ai tanti ignoranti che non lo sanno, da dove derivi il termine “Grande Fratello”. No, non se lo sono inventati degli stronzi autori televisivi. No, GF in originale non stava neppure per Guardia di Finanza. Il Grande Fratello diciamo che è il personaggio di uno dei libri più belli e importanti che siano mai stati scritti, per la precisione “1984” di Orwell. E che cosa era questo Grande Fratello? Il Grande Fratello altri non era che uno Stato fascista che ti controllava costantemente, spiando i tuoi comportamenti anche attraverso la tv, tra l’altro. Se non l’avete mai letto è inutile che continuiate a leggere questa cosa che ho scritto, come pure che leggiate qualsiasi altra cosa. Andatevelo a recuperare subito!, e poi semmai tornate qua, o comunque provate a comprendere il mondo un po’ meglio…

Si diceva… Un giorno gli alieni intercettarono le trasmissioni del Grande Fratello trasmesso alla tv. Rimasero molto colpiti da tutti quei mentecatti rinchiusi nella casa. A partire da Magda la gattamorta; a Mario il bisex disinibito (che in seguito sarebbe diventato segretario sella segreteria dei segretari del nuovo partito del Vaffanculo); a l’Omaccione Filosofo (che faceva i pesi recitando Freud); ad Alberta Eta-Beta (la chiacchierona insopportabile scassapalle del gruppo); a l’Ariano Chef Teutonico; al Pizzaiolo Ignorante (che si fece espellere a causa della puzza insopportabile delle scoregge che gli uscivano incessantemente dal culo); per terminare con l’Insipida Mora del Sud che, enucleata dalla sua famiglia, si scoprì non avere alcuna personalità (che dunque venne eliminata quasi subito, dopo che fece di nascosto agli altri uno spogliarello hot sperando così che gli spettatori non la eliminassero).

A dire il vero gli alieni solo una cosa non capirono del GF: come poté vincerlo il personaggio secondo loro meno interessante in assoluto, cioè Pirlina, la ragazza con le ciocche tinte, riccetta, con quell’intercalare insopportabile, quella parlata del nord, che sembrava sempre si lamentasse, oltre che non dicesse mai niente di bello o vagamente interessante. Pirlina, con lo sguardo perennemente vuoto, sfuocato, forse quasi traumatizzato, che in definitiva sembrava morta, anche se era apparentemente viva (perché ogni mattina faceva i gargarismi e la doccia).

Insomma il GF fu il ponte levatoio (o forse dovremmo dire, il cavallo di Troia) che permise che il mondo degli alieni e il nostro venissero a contatto. Così un giorno se ne scesero con le loro belle astronavette a forma di ufo – sì, erano sempre stati loro quelli che credevamo fossero loro, non la CIA – e fecero outing. È vero, ci dissero con degli enormi megafoni, esistiamo, siamo sereni, e ci siamo visti tutte le puntate del GF per comprendervi. Ci interessate molto, siamo qui proprio per approfondire la vostra conoscenza.

Però questi alieni preferivano non farsi vedere. Dicevano che avevano un aspetto molto diverso dal nostro. No, non erano degli esili asessuati omini verdi con una testa grossa e oblunga; quelli, sì, se li erano inventati i film e la CIA, ci dissero. Il nostro aspetto neppure siamo sicuri che lo comprendereste, mi avrebbero detto in seguito quando ebbi modo di intervistare il loro rappresentante. Ma prima di arrivare a lui, partiamo da me, da come riuscii a ritagliarmi questo ruolo che non mi sarei mai creduto neppure se me l’avessero prospettato facendomi leggere un giornale del futuro in cui per l’appunto fosse stata riportata tale notizia.

Dunque io all’epoca del GF ero un semplice tecnico del suono – mi hanno detto di riportare questo ma in realtà pulivo i cessi. Punto. E basta. Anche se a dire il vero, mi ero preso un attestato semestrale al CEPU da “giornalista novelliere”, titolo che poi mi tornò molto utile per sfondare. Insomma, successe che un giorno il conduttore rimase intrappolato al cesso durante una diretta – per la cronaca, per via di un galoppante attacco di diarrea; altrimenti è buona regola non recarsi mai al gabinetto quando ci sono le dirette, perché si rischia sempre di non tornare poi in tempo quando finisce la pubblicità. Ma capirete che in quel caso il conduttore, un belloccio scemo come tanti dedito alle malattie sessuali compulsive, dovette recarvisi sennò davvero rischiava di cagarsi sotto (lo so perché il cesso poi l’ho pulito io!).

Quando gli autori compresero che non sarebbe mai tornato in tempo, e non solo per la diarrea ma anche perché nel frattempo era rimasto bloccato nel cesso perché si era rotta la serratura, dopo aver mandato un blocco extra di pubblicità non dovuta, ebbero questo grosso problema di far continuare la trasmissione per quei venti minuti che mancavano a concluderla. Certo, avrebbero potuto anche terminarla così; allora il mistero sulle voci circa quali fossero i motivi reali che li avevano spinti a quella decisione clamorosa si sarebbero sprecati e gli ascolti sarebbero cresciuti ancora di più nella puntata dopo… E normalmente avrebbero senz’altro sfruttato la situazione a loro favore in questo modo, non fosse stato però che venivano già da una dura polemica in cui un programma di nicchia aveva cominciato a instillare il dubbio che i comportamenti degli sfigati del GF non fossero tutti così liberi e spontanei come gli sciocchi telespettatori avrebbero potuto e dovuto credere. Quindi questa nuova polemica sarebbe stata vista come l’ennesimo becero escamotage per far schizzare gli ascolti in alto, e il fuoco delle polemiche sarebbe montato, e loro non volevano che succedesse proprio in quel momento.

Così, semplicemente, uno degli autori, che era lì in studio, che io conoscevo avendoci scambiato più volte due parole su Paolo Rossi e Pablo Escobar, il quale mi stimava e si era interessato blandamente dei miei titoli di studio e anche un pochino, a dire il vero, della verginità delle mie chiappe, mi si avvicinò e mi disse: senti un po’, perché non la concludi tu la trasmissione? Ti microfoniamo al volo – tranquillo, non ti diamo il microfono sporco di merda di X. Sappiamo che sai parlare, segui tutte le puntate, conosci alla perfezione cosa c’è adesso e come si svolgerà il resto della puntata: ti troverai a tuo agio con tutto, saprai muoverti nello studio, guardare in camera quando serve, ti diamo una giacca al volo e…

Ma io sono solo un “tecnico dell’audio!”, dissi.

Embè? Ma non hai quel certo diploma di giornalismo preso al CEPU?

Sì, ma… queste cose non è che si improvvisano! Non sono mai stato davanti una telecamera…

Però sei stato dietro e al fianco. Ti do diecimila euro.

In nero?

Anche in bianco, se vuoi.

Accetto!

Così pensai che era un affare stare davanti una telecamera per quella cifra, per soli venti minuti. Allora presi la palla al balzo e lo feci.

Fu un successo eclatante. Feci la figura del conduttore emergente estremamente intelligente e spigliato… E certo!, in confronto al manichino che c’era prima sembravo l’essere umano più interessante sulla faccia della terra, anche tenendo presente i disagiati nella “casa” che non facevano che litigare, dire cazzate e dimostrare quanto fossero ignoranti. Quei venti minuti furono la svolta della mia carriera televisiva, che cominciò proprio da lì.

Gli autori mi dissero che la gente voleva me, voleva sapere tutto di me – per un attimo si ventilò anche l’ipotesi che potessi finire io stesso in una sorta di speciale del Grande Fratello. Mi avrebbero allora rinchiuso nelle grotte di Fracazzi e costretto a cercarmi il cibo che loro mi avrebbero nascosto; ma per fortuna, a parte che non avrei mai accettato, il progetto fallì prima ancora di cominciare perché sembrava che in quelle grotte, dato che erano patrimonio dell’umanità, non si potessero rilasciare nell’ambiente meri escrementi umani, e sarebbe stato troppo complicato montare bagni chimici, o comunque costringermi a servirmi di vasini e buste di plastica, che poi gli ecologisti e i paesaggistici si sarebbero incazzarti molto, per un verso o per l’altro.

Alla fine la proposta giusta gliela feci io. Dato che non avrei mai accettato di condividere la conduzione del programma con i due ben avviati conduttori esistenti – l’altra era una ragazzetta radical chic che si faceva chiamare Sibilla Bignami, che trovavo insopportabile anche più dell’altro belloccio a cui avevano svuotato il cervello –, proposi loro di creare un nuovo programma apposito per me, giornaliero, della durata di un quarto d’ora d’orologio, senza pubblicità dentro, in cui avrei avuto briglia sciolta di parlare di argomenti inerenti il GF come volevo io.

Accettarono in via sperimentale per due settimane, salvo poi farmi firmare un contratto a tempo determinato con opzione per l’intero prossimo decennio quando si accorsero che avevo creato un format ben più interessante del GF ufficiale, e infatti c’era gente che seguiva solo le mie dissertazioni, che di volta in volta potevano essere anche molto diverse tra di loro, piuttosto che il GF originale, che odiavano.

Ecco, fu proprio in quel mentre, quando stavo intervistando Magda la gattamorta cercando di spingermi nella sua psiche allo scopo di capire da dove nascevano i suoi comportamenti gattamorteschi, che venni a contatto con il portavoce degli alieni, che mi disse che anche lui era un mio fan accanito e mi seguiva sempre non perdendosi mai una puntata del mio programma, anche se in quel momento avrebbe dovuto lavarsi i denti, il quale mi ringraziò perché gli avevo fatto capire un mucchio di cose che altrimenti sarebbero rimaste molto nebulose nella sua testa circa gli umani. Mi disse che così come lui era il referente degli alieni, lui mi promuoveva a essere il referente degli umani tutti, cioè sarei stato il suo unico vero interlocutore, alla facciaccia di tutti quei politici di merda che non vedevano l’ora di esibirlo come loro proprietà.

Capirete bene che in quel modo la mia popolarità raggiunse vette apicali. Superai Obama, Clinton e Trump. Superai Lady Gaga, le Spice Girls, Madonna, Bono degli U2, i Litfiba (con o senza Ghigo). Superai Ronaldo, Messi, Neymar. Superai Buddha e Gesù Cristo e la Madonna (stavolta la madre di Gesù). Superai Osama Bin Laden, superai il profeta di cui non si può pronunciare il nome – anzi, a dire il vero, già il solo fatto di averlo evocato in questo racconto potrebbe essere presa molto male dai suoi accoliti più accaniti, che si sa hanno la lieve tendenza a recidere teste come fosse scoppiare mortaretti, ma ormai è fatta. Il giorno in cui la mia popolarità superò i Ferrignez mi resi conto che ero l’essere umano più conosciuto che fosse mai esistito (anche tra i liguri e i sardi).

A quel punto la mia agenda impazzì e cominciai a essere oberato di talmente tanti appuntamenti e riunioni con i capoccia del mondo – che volevano sempre orientare i miei comportamenti a loro piacere – che alla fine dovetti dargli il due di picche. D’altronde, essendo diventato più importante anche di loro, non potevano coartarmi a fare quel che volevano, e dovettero attaccarsi e tirar forte. Ah, che grande soddisfazioni mi presi quando feci aspettare sei ore nella mia sala d’attesa il ministro della difesa dell’Onu. Oppure quando appiccicai della gomma da masticare sulla sedia del cancelliere tedesco. Oppure quando tesi una trappola al primo ministro giapponese e a quello norvegese facendoli finire contemporaneamente senza scorta in un corteo di attivisti incazzati che si battevano per la salvaguardia delle balene… Ah, ve ne potrei raccontare di cose, e voi non mi credereste, ma non è questo il luogo giusto per dilungarmi in tal senso…

Chiusi i contatti con i politici il giorno in cui il presidente tappo francese cercò di farsi un selfie con me. Gli gettai una torta in faccia mandando affanculo in diretta tv così come ogni politico sulla faccia della terra. Così finalmente ebbi modo di concentrarmi sugli alieni.

Dicevo che non si facevano vedere rimanendo tutto il tempo sulle loro astronavi cazzute. Faceva eccezione solo il loro rappresentate di cui ho accennato sopra, il quale scelse apposta per me di apparirmi con sembianze abbastanza umanoidi, e allora assunse il seguente aspetto: una specie di turista hipster con una carnagione mortalmente slavata, che vestiva in modo molto bizzarro. Poteva avere calzoncini corti con sotto abiti lunghi da sera, camicie hawaiane fosforescenti, perizomi in testa, reggicalze sulle braccia. Aveva l’apparente età di un mio coetaneo, dunque un quarantenne. Probabilmente scelse di far finta di avere quell’età proprio perché quella era la mia età. Inoltre aveva i capelli con la righetta a destra, era castano scuro, e talvolta incrociava senza accorgersene gli occhi – un giorno mi avrebbe anche rivelato che aveva il pearcing alla proboscide, ma non posso confermarlo perché non glielo vidi mai.

Mi chiedo se erano davvero occhi, quelli, o solo escrescenze che fingevano di esserlo. D’altronde una volta lui mi disse che loro mangiavano col culo e defecavano con la bocca, quindi…

I suoi movimenti erano un po’ buffi: talvolta a scatti, talvolta estremamente sciolti, tanto che sembrava non avesse ossa in realtà e dunque nessuno scheletro.

Ovviamente poi parlava in modo molto strano, con un idioma tutto suo che aveva ricavato dallo studio attento delle nostre lingue. Parlava come un tedesco ubriaco che stava cercando di imparare la mia lingua, anzi un incrocio tra un tedesco, un francese, uno spagnolo, un giapponese, un egiziano, un cinese e un abitante dello Stato del Vaticano con un conto in un paradiso fiscale…

Siglammo subito una specie di accordo. Mentre io rispondevo a tutte le sue domande su di noi, io provavo a fargli delle domande su di loro. Tuttavia spesso le sue risposte apparivano poco loquaci o palesemente evasive.

A volte faticavo parecchio a spiegargli le cose. Come quando mi chiese perché facevamo un mucchio di cose senza senso. Cioè quale era lo scopo della nostra razza? Distruggere il pianeta? E per quale motivo, perché eravamo stronzi? Dover rispondere a questa domanda mise in crisi tutte le mie convinzioni. Così dovetti aggrapparmi alla filosofia e alla psicoanalisi e alla fine gli dissi che probabilmente, sì, era vero, l’indegna razza a cui appartenevo doveva avere forti tendenze sadomasochistiche, altrimenti non si spiegavano molti suoi comportamenti oltremodo deleteri con i quali si ostinava a voler distruggere tutto.

Quando invece gli chiesi quale fosse lo scopo della sua razza, lui mi rispose tra le righe che doveva essere quello di conoscere nuove civiltà; che loro potevano riprodursi quando volevano e facilmente e non erano ossessionati come noi dal sesso. Per cui loro avevano sistemato da tempo ogni tipo di possibile spinta avesse potuto provenire da loro stessi, per questo adesso erano totalmente orientati verso l’esterno a cercare di dominare tutto quello che non era loro. Quando gli chiesi esattamente cosa intendesse per dominare, mi disse che per il momento non avrei capito quindi non me lo avrebbe detto. Ma un giorno, presto, era certo che avrei compreso.

Un giorno poi gli chiesi nello specifico come si riproducessero…

«Gugliel-mo, noih riphrodurre facil-e…», rispose dapprincipio.

«Sì, ma come fate, tecnicamente?»

«Noi inserire uovo in forno. Poi uovo schiude e nasce individuo diverso.»

«Cioè fate davvero le uova, o questa è solo una metafora?»

«Ah. Dipende dal forno. E pure da uovo», mi rispose (stava imparando il sarcasmo in quel periodo).

Poi venne il grande giorno. Il giorno in cui mi preparai per vincere il Pulizer. Il giorno in cui, lui, che io chiamavo affettuosamente Phil, perché il nome che mi aveva detto di avere avevo qualche problema a pronunciarlo (ed era suppergiù Fdlzzhghg Hwg4hz 8zhzgzhz Nz’h Hzliz 4zw Zzh Hzlizhzwzh Zhzhh Settimio Severo) mi disse che ormai la nostra conoscenza era giunta a un livello tale che per farmi capire davvero la loro cultura era il momento di portarmi su una loro astronave. Così io avrei compreso meglio loro, e loro me, mi disse. A tale scopo Phil aveva anche ventilato l’ipotesi di portare sulla sua astronave un altro esponente della razza umana, che due campioni son sempre meglio di uno, mi aveva detto. Al che io gli avevo detto:

«Ah, sì. Allora immagino che vorrete portare con voi anche un esponente femminile, dato che sinora avete sempre parlato sempre e solo con me, che poi, detto tra noi, il mondo femminile è tutta una cosa a parte che neppure noi uomini maschi, che conviviamo con loro da secoli, abbiamo mai ben compreso… È questo che hai in mente?»

Ma lui mi spiazzò domandando:

«Ma perchhè voi ancora avete due sessi? Noi da mo che ce semo evoluti avendo rinunciato alla scomodità di averne due…» (in quel periodo si dilettava ad apprendere i dialetti).

Il che mi fece cadere le braccia per terra. Non aveva capito un cazzo di noi, della nostra cultura! Mi domandai: ma allora, se non ha capito la differenza tra maschi e femmine, che cosa avrà capito del GF, di tutte quelle volte in cui due membri di sessualità che si attraevano flirtavano, e delle volte che ci davano davvero sotto?! Questa scoperta apriva infiniti nuovi nebbiosi scenari: gli alieni potevano aver frainteso per intero ogni brandello di parola o di fatto avessero potuto incontrare. E questo era molto inquietante.

Comunque, lui aveva già individuato un altro possibile partner da portare sulla loro astronave. E si trattava del mio amico Luca, il quale era uno studioso di lavaggi per i capelli (nonché shampista) che aveva fatto molta carriera nel suo ambiente essendo diventato quasi per caso capo di una importante multinazionale che metteva sul mercato prodotti delicati per bambini testati sugli animali, il quale Luca aveva incontrato Phil solo una volta di straforo, casualmente, dimostrandosi però entusiasta, poiché era un fan accanito di Star Wars, delle varie saghe di Alien e Predator, di tutti i film sulle varie navicelle spaziali di Apollo, e le prime dieci stagione del Dottor Who. Insomma era un vero fan accanito della fantascienza, e amava pure James Bond. Ma a me quello non era mai piaciuto e ciò in passato aveva rappresentato un notevole motivo di attrito tra noi. Allora, quando litigavamo, per riappacificarci ci rivedevamo una puntata della saga di Star Trek classica, di volta in volta divertendoci a condirla con commenti piccanti, in particolare circa possibili svolte sessuali che la saga accennava solo ma non portava mai realmente a compimento: come sarebbe andata se Scotty avesse avuto una relazione con Cecov, eccetera…

Quando ventilai a Luca la possibilità di portarlo con me sull’astronave, Luca si manifestò al settimo cielo: ma ci pensi, Guglielmo?! Saremo i primi del pianeta a visitare una loro astronave! Ma ti immagini tutte le scoperte che avremo il privilegio di compiere per primi, che poi dovremo raccontare anche al resto dell’umanità?! Io mi porto lo smartphone così mi registro tutto! Credi che me lo faranno portare? Ma sì, dai, perché non dovrebbero? Potremmo girarci un film in seguito sulla nostra avventura, che dici? Io faccio le riprese tu scrivi i testi e la sceneggiatura! Che poi sarà il primo documentario fiction sugli alieni! Ma ci credi, Guglielmo?!

Al che Luca andava in brodo di giuggiole, mi stringeva forte tra le braccia e delle volte si metteva pure a piangere dalla commozione.

Passammo un sacco di tempo, praticamente tutto il nostro tempo libero, dal giorno in cui Phil ci aveva fatto la proposta, a parlare di quella eventualità e di tutto quello che ci sarebbe girato attorno. Ci perdemmo in iperboli che esaminavano tutti i nessi e i connessi della faccenda.

Luca mi parlava di quanto gli avrebbe costato lasciare la famiglia. Ma lo faceva per una nobile causa, si inorgogliva, e anche se per esempio avesse dovuto sacrificarsi trascorrendo la sua intera esistenza su quella astronave, lui lo avrebbe fatto, per la scienza, per il futuro, per l’umanità!, si infervorava. Proprio il fatto di non sapere nulla circa quella esperienza però rappresentava per noi un forte motivo di stress. Difatti non c’era stato modo di far sbilanciare Phil circa la durata dell’esperienza o che cosa avremmo fatto realmente una volta sull’astronave, tanto che Luca temeva, come a dire il vero faceva anche l’intera opinione pubblica, che avremmo potuto bellamente esser rapiti. Secondo alcuni, era evidente che ci volevano sodomizzare. Su quello cercai di tranquillizzare Luca quando ne parlammo.

«Guglielmo, secondo te davvero c’è qualche possibilità che una volta sull’astronave vogliano provare l’ebrezza di sodomizzarci?», chiedeva Luca.

Io gli rispondevo che quello era improbabile. Che poi loro mangiavano col culo e defecavano con la bocca, quindi non ci avrebbero mai messo niente in culo…, dicevo. Al che Luca rispondeva:

«Però nella bocca sì!»

E a quello non sapevo proprio che rispondere e potevo solo dirgli:

«Ma no, vedi, Luca, loro sono tutti diversi. Cioè secondo me sono ermafroditi. Ne sono quasi certo. Non te lo posso dare al 100% perché ormai ho capito che non c’è modo di comunicare per davvero con Phil essendo sicuro che lui capisca esattamente quello che gli ho detto, come pure che mi esprima i suoi reali pensieri, senza contare le volte che lui sembra omettere volontariamente la verità…»

Così alla fine convenimmo, io e Luca, di riflettere bene su quella proposta che ci era stata fatta la quale nascondeva molte più insidie di quanto non potesse sembrare. In pratica aderirvi voleva dire gettarsi nelle loro braccia senza alcuna assicurazione sulla nostra incolumità o il nostro futuro. Era un salto totale nel buio. Ma rimaneva il fatto che avremmo scoperto cose nuove. Per questo Luca mi aveva già anticipato che lui vi avrebbe aderito senza ombra di dubbio. Così permanevo io che avevo ancora delle remore. Io che avrei scelto all’ultimo momento se partire o restare. Nel frattempo però la valigia l’avevo già preparata da giorni…

Che poi non si sapeva neppure se Phil mi avrebbe confermato quella possibilità, perché, fino a quel momento, quella era stata solo una possibilità. Immaginavo che anche lui avrebbe dovuto discuterne a fondo con gli altri alieni, e solo dopo, con la loro approvazione, si sarebbe potuto decidere per un’accettazione della questione in maniera completa.

Così si giunse al giorno della possibile partenza. Con Luca ci eravamo sentiti la sera prima e lui mi aveva confermato tutto il suo entusiasmo e che non c’erano problemi, lui sarebbe partito, e se pure ci fosse stato il caso di prenderlo in culo, pazienza, si sarebbe sacrificato per l’intera razza umana, basta che poi non glielo rompevano proprio, diceva. Insomma, sperava di tornare un giorno tutto intero dalla sua amabile famigliola e poter raccontare tutto con gioia…

Ci eravamo lasciati che ci saremmo sentiti per telefono appena Phil ci avesse comunicato che accettava le nostre candidature e si partiva. Ovviamente anche noi avremmo dovuto confermare che eravamo favorevoli.

Quella mattina fremevo dall’agitazione. Sì, alla fine avevo deciso di partire, non potevo certo abbandonare il mio amico in quel momento così delicato. E poi non potevo perdermi tutto quello a cui sarei andato incontro accettando il viaggio sulla loro astronave, anche se Phil non mi aveva detto assolutamente nulla in merito, e invece avrebbe dovuto…

Seduto in salotto, mi aspettavo da un momento all’altro che l’apparecchio suonasse. Allora mi chiedevo se sarebbe stato prima un Luca giubilante a chiamarmi per confermarmi che era stato preso oppure Phil, a informarmi sul viaggio. A un tratto il telefono squillò davvero. Era Phil. Con un tono che suonava un poco strano anche per i suoi standard mi disse:

«Nohi stabilhito tu pothere venirrre oggih suh astrhonave, adesscio, sem-pre se tu vhholere… Allorhha tu venirhhhe su astrhonave, ja? Tu con-fermahh?»

Risposi quasi a malincuore:

«Sì, sì, vengo…»

«Okkay. Allorha ragghio di teletraspor-to tih porteràhh da nohi entrho diechi secondhi…»

Ma… E Luca? Perché non mi accennava circa lui? Ebbi un terribile sospetto. Così gli feci quella domanda, quando stava già per metter giù..

«Aspetta, Phil! E Luca?! Anche lui è stato preso, vero? Lui era così entusiasta di venire da voi!»

«Lukahh. Ohh. Sìh. Nohn thi preoccu-parhe di queststsho. Tu preparha per viag-gio e bastha. Adesscio mandia-mo the…»

E mise giù. E a me rimase nelle ossa la netta sensazione che per l’ennesima volta Phil avesse fatto il vago su quella questione: ebbi la percezione che per qualche motivo all’ultimo momento Luca fosse stato scartato. Anzi, forse, sospettai, fin dal principio la sua figura poteva esser stata prospettata solo per indurmi ad accettare, perché sapevano che da solo non me la sarei sentita di aderire?! Poteva essere?!

Mentre il sangue mi si gelava nelle vene decisi di contattare Luca come da accordi. D’altronde eravamo rimasti di sentirci appena fossimo stati arruolati. Ma il cellulare adesso non funzionava più. Provai a fare anche il numero del 113, ma niente. Non c’era proprio linea. Pochi istanti dopo mi entrò un raggio luminoso dalla finestra il quale mi sollevò da terra senza neppure darmi la possibilità di prendere la valigia. Da quel momento cominciai ad essere risucchiato verso la loro astronave. I miei ultimi pensieri comprensibili umani furono che avevo una brutta sensazione. Allora tornai a interrogarmi circa quella questione che in passato aveva tanto angustiato Luca causandogli non pochi incubi: ah, avessi preso almeno la crema idratante, pensai.

alieni

Nino Cammarata: The black cat

Adattamento fumettistico dal celebre racconto dal maestro dell’orrore E. A. Poe scaricabile gratuitamente in formato pdf dal sito NPE (Nicola Pesce Edizioni) nell’ottica di fornire a tutti coloro che stanno a casa qualcosa di buono da leggere. 🙂

Una lettura adatta agli amanti dei fumetti.

Agli amanti della letteratura horror e di E. A. Poe.

A quei ragazzi che magari non avrebbero tanta voglia di leggere un libro ma che, leggendo questo fumetto, possono in qualche modo essere invogliati a farlo.

😉

The-Black-Cat

Strani giorni

Qualche settimana fa, quando il virus era già apparso al nord ma qui a Roma ancora si provava a far finta di nulla, mi venne voglia di pizza. Era un po’ strano perché era da poco che non ne mangiavo. Tuttavia, come presago di qualcosa nell’aria, o anche per cercare di tirarmi su il morale per le sciagure che sentivo sempre più prossime, volli prenderne ancora dal mio pizzaiolo di fiducia. C’era fila fuori il negozio perché la gente rispettava la distanza… Quel giorno feci la mia solita scorpacciata.

Il giorno dopo chiusero mezza città. Le pizzerie, non so per quale astruso motivo, facevano parte degli esercizi che non potevano più stare aperti (invece i fornai potevano, mah!).

Quel giorno mi ero ripromesso di andare in biblioteca a prendere un nuovo libro, dato che già da qualche giorno avevo terminato quello preso in prestito. Avrei potuto restituirlo già una settimana prima, ma poi, per una sorta di pigrizia, mi ero detto: non ci vado, non c’è fretta. E mi ero letto dei libri che avvedutamente avevo scambiato al book crossing.

Quel giorno mi venne in mente che potevano aver chiuso anche le biblioteche. Per non fare il viaggio a vuoto, telefonai. Mi colpì perché non rispondeva nessuno. In breve i miei sospetti furono confermati: avevano chiuso, anche loro.

Per qualche altro giorno tuttavia mi fu possibile uscire alla solita ora per andare al parco a leggere un libro. In giro c’era meno gente del solito, ma qualcuno ancora c’era. E ancora si poteva fare senza sentirsi troppo in colpa.

Poi sapete tutti cosa è successo: ci siamo ritrovati tutti chiusi in casa.

Da allora la gente è molto più triste e questa tristezza prova a investire anche me. Me ne viene addosso a ondate. Ma io non gliela voglio dar vinta. Io me ne sbatto il cazzo del virus e della paura di morire. Posso affermare con sicurezza che, anche se sarei uno di quei soggetti a rischio, non temo il virus. O meglio secondo me è più probabile per me crepare di tumore o simili, visto la zona in cui vivo, visto che la polizia municipale non interviene per questioni di salute pubblica arcinote che vanno avanti da anni (anni? Decenni!).

Di leggere mi era passata la voglia. Così, adesso che avevo anche più tempo – anche se la mia vita non è cambiata poi troppo e il tempo più o meno sarebbe lo stesso di prima – per giorni non ho letto niente. Non avevo proprio voglia. Perché sono abituato a leggere fuori, prendendo un po’ di sole. Dentro casa non è lo stesso. Ma ultimamente mi sono forzato a ricominciare e sto leggendo uno dei tanti libri digitali che mi sono scaricato durante gli anni dicendomi che un giorno mi sarebbero serviti quando magari sarei stato in ospedale (!).

Mia madre prima di partire mi aveva fatto, di sua iniziativa, una scorta di scatolame. L’avevo presa in giro per la sua ignoranza. Le avevo detto che i supermercati non avrebbero mai chiuso sennò sarebbe collassato tutto il sistema. Ironia della sorte, in qualche modo ha avuto ragione lei. Solo che se i prodotti scarseggiano non è tanto per quello che pensava lei, ma perché la gente ha cominciato a prenderli d’assalto, per i suoi stessi motivi! Così, adesso mi tocca prendere le scorte anche a me, sennò la prossima volta rischio di non trovare quel che cerco! Ma vaff! Comunque in questo momento, a parte frutta e verdura fresche, potrei tranquillamente sopravvivere per trenta giorni filati, penso. Compresa la carta igienica. Poi, vivendo solo, consumo pochissimo…

In questo periodo i miei vicini mi hanno dimostrato che sono esattamente gli stessi stronzi di sempre – non che avessi dei dubbi. No, loro non cambieranno mai, in salute e in malattia, sempre stronzi rimarranno. Loro sono quelli che alle 12 e alle 18 facevano casino per far casino. Rompevano il cazzo in una maniera che non vi immaginate. Tra l’altro ho scoperto che si davano anche appuntamento gli uni nelle case degli altri, in barba alle più elementari norme odierne!

Loro cantano Azzurro fuori tempo: non so come facciano, ma lo fanno. Loro, dopo le canzoni istituzionali, mettevano e intonavano i cori del commando ultrà della Roma. Trogloditi ritardati che non sono altro. Loro facevano l’happy hour a partire dalle 18. Loro sono anche molto litigiosi tra loro ma per ora stanno evitando di scannarsi. Eppure io ci spero sempre che tornino ad azzannarsi come ai bei vecchi tempi. Sarebbe il momento ideale affinché si tolgano finalmente dalle palle una volta per tutte. Io ci spero…

Una cosa di cui in pochi tengono conto è l’umore depresso. Perché questa crisi sta mettendo a dura prova per prima cosa la nostra psiche. Cioè io ho passato di molto peggio in vita mia e mi posso permettere il lusso di sbattermene. No, io non impazzirò per questo virus di merda. Io non sono impazzito prima e dunque non impazzirò per questa bazzecola… Però capisco che tanti stanno affrontando forse il periodo peggiore della loro esistenza ignava e potrebbero trovarsi in grossa difficoltà. Per questo ho sentito di gente che si è suicidata. O anche che sono aumentati i TSO. Mi spiace. Senza contare tutte quelle donne murate vive con il loro coniuge aguzzino. O i bambini con genitori pedofili…

Ormai mi sento con i miei vecchi tutti i giorni. Mio padre mi sembra stia accusando la pesantezza della situazione. Le ultime volte l’ho sentito molto giù. Ma forse è solo perché, piovendo e facendo freddo, non è potuto almeno evadere in giardino.

Essendo un pizza-dipendente, la pizza me la faccio in casa. Certo non è lo stesso. La faccio senza lievito e così sazia molto più della pizza normale. E non ha la stessa fragranza. Però sempre meglio di niente. Poi sopra ci si può mettere quel che si vuole…

Che cosa potete fare tutti voi per far passare il tempo? Ecco i miei consigli…

Primo: leggere. Dovete sapere che in questo periodo molti editori offrono degli ebook gratuiti. Approfittatene. L’unica cosa è che in genere il formato di questi file è epub. Insomma se avete un ereader li leggete sennò, se siete nel paleolitico come me, vi attaccate, o vi cercate più semplicemente i pdf.

Secondo: vedere film. A parte il sito di Raiplay, che è completamente gratuito, potete cercare film su youtube, o anche su siti appositi che in questo periodo li fanno vedere gratis.

Terzo: scrivere. Spesso, per sfogarsi, se sentite che avete qualcosa da dire, può essere molto utile. Qualsiasi cosa, quello che volete. Improperi contro il Governo, i vicini. Poesie. La storia che avreste sempre voluto raccontare. Se riuscite a concentrarvi e non avete troppo casino intorno, scrivere può essere la cosa migliore che vi possa salvare.

Quarto: giocare a giochi elettronici. Ce ne sono un mucchio. Quelli online, in flash, sono per lo più per stupidi. Ma se volete andare sul sicuro scaricatevi i giochi per pc di una volta, che oggi sono gratuiti. C’è di tutto: rompicapi, sport, arcade, picchiaduro. Doom. Tetris. Pietre miliari del mondo dei videogames. Confesso che ad alcuni io ci gioco ancora perché sono fatti benissimo e hanno una lunghissima giocabilità. C’è solo da scegliere quello giusto per voi. Mi permetto di lasciarvi un suggerimento: scaricateli da gamesnostalgia.

🙂

Più volte ho pensato di cominciare a scrivere una serie di racconti sui momenti che viviamo. Però finora non l’ho voluto fare. Perché farlo vorrebbe dire, tutti i giorni, pensare a questa cosa. E io non voglio essere schiavo di questo pensiero.

Ah, se volete anche io posso contribuire a far circolare risorse gratuite offrendo alcuni dei miei libri. Non credo che interessino a qualcuno però non si sa mai… Così ho pensato che, a chi me ne farà richiesta, posso mandare il pdf gratuito dei seguenti titoli:

Anarcolessia (la profezia di come un gruppo di anarchici porteranno il mondo alla rivoluzione planetaria; è un’opera prima, con pregi e difetti del caso)

La sottile fascinazione degli opposti (il mio libro più letto e apprezzato, che parla di due colleghi che si amanodiano e un giorno, a causa di un terremoto, rimangono bloccati a lavoro)

Elizabeth (la bizzarra storia di un amore impossibile; avverto: contiene scene di sesso esplicito)

Venti giorni (un amore nato nelle corsie di un ospedale)

Nelle spirali del tempo lei piange (che trovate interamente online su un sito dedicato; il link è nella colonna a destra, in fondo).

Sono tutte storie di amore e morte, da lì non si scappa.

Buona quarantena.

E se avete una vita di merda, questo è il momento giusto per riflettere e decidere come cambiarla quando tutto riprenderà, non dico normalmente, ma quasi.

Fate un fioretto: se e quando questa cosa finirà e voi ne uscirete vivi e vegeti, voi allora farete…

Coule la vie.

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