Convivenza #33

Un giorno le hai scattato una foto in cui si vedeva una sua ascella.

Non hai resistito… L’hai tagliata in modo che sembrasse altro. E la stavi per spedire ai tuoi amici, con l’intento di divertirti un mondo a osservare le loro reazioni, che sarebbero state sicuramente assai scomposte… Ma lei, appena l’ha saputo, ha sventato il tuo piano criminale imponendoti di non farlo…

Tuttavia tu ritieni che avrebbe potuto lasciarti fare questo innocente scherzetto. Perché alla fine avresti indubbiamente svelato il gioco. Dunque che male avresti fatto?

3:-)

Su Tong: Cipria

In questo romanzo ci troviamo in Cina intorno gli anni ’50, nel periodo in cui il governo si mise in testa che la prostituzione fosse un’indecenza e sarebbe quindi dovuta sparire. Le prostitute vennero allora obbligate a reintegrarsi nella società in ruoli considerati più ammodo. È la storia in particolare di due di esse, molto amiche, con caratteri che si compensano, una mite l’altra più tosta, le quali si ritrovarono egualmente spiazzate da questa costrizione. Una fugge. L’altra, suo malgrado, rimane nel centro di reintegro ma non riesce ad adeguarsi ai nuovi standard e ai ritmi richiesti…

Questo romanzo ci dà uno spaccato adeguato della Cina che fu (ma faccio notare che tali concetti sono facilmente estendili a ogni luogo ove esista la prostituzione); ma sopratutto sgretola con incredibile semplicità alcuni falsi miti sul mercimonio del corpo svelando l’ipocrisia che da sempre riguarda questo argomento quando se ne parla. Per esempio i benpensanti bigotti sembrano sempre ignorare che esistano prostitute che si prostituiscono essendone soddisfatte. Esistono prostitute che si sentono maggiormente sfruttate svolgendo altri impieghi (oggi le chiameremmo sex-workers). In questi casi è menzognero e fuori da ogni logica cercare di “emancipare” delle persone che prediligono avere quel ruolo all’interno della società piuttosto che un altro.

Su Tong, in maniera asciutta, riesce a far capire molte cose. Si sofferma in particolare sulla singolare e spiacevole situazione di queste prostitute “redente”. Disprezzate quando facevano le prostitute, ma bistrattate anche una volta che hanno smesso di fare il mestiere, perché il loro stigma rimane comunque immutabile.

Io sono perfettamente d’accordo con la tesi-teorema del libro: se una persona non è sfruttata da nessuno e preferisce questo lavoro a un qualsiasi altro, non c’è chiaramente nulla di male.

È molto, molto peggio quando invece uno prostituisce i propri ideali. Quello è davvero immorale e imperdonabile. Tipo i politici. Loro sì che sono delle vere mignotte. Le peggiori di tutte. Come pure quelli che per duemila euro al mese eseguono le leggi/disposizioni dei superiori senza obiettare mai nulla, neppure quando esse sono palesemente ingiuste. Pensate, esistono persone che rinunciano alla propria anima per appena duemila euro al mese. Non vi sembra un po’ pochino? Il Diavolo sta proprio facendo affari d’oro in questo periodo…

3:-)

L’anello, a letto

Lei era odiosa. Cattiva, violenta. Mi tirava appresso i piatti di porcellana. Ce l’aveva sempre con me. Mi urlava dietro. A letto però diventava quasi dolce. Si faceva tollerante. Si poteva dire che un’indulgenza ondivaga l’accompagnasse. Quando eravamo sotto le lenzuola, non voleva né farmi sfigurare né affossarmi psicologicamente.

Lei era grassa e voluminosa. Molto pesante. Avrebbe potuto facilmente stritolarmi, asfissiarmi, uccidermi. Quando eravamo a letto però sapeva essere dolce e delicata come un coniglietto che salta. Adoravo quanto fosse soffice.

Lei era magra. Anzi, proprio secca come una stampella, un chiodo. Poco invogliante, da quel punto di vista. Le tette non erano pervenute. Ma quando eravamo a letto e il mio sesso le entrava dentro calzandola come un guanto, cominciava un’estasi che lei sapeva condurre come poche. Facevo fare tutto a lei. La vedevo piegarsi fino all’inverosimile e darmi piaceri inimmaginabili.

Con lei invece era impossibile. Litigavamo sempre. Il nostro era un vero rapporto d’amore e d’odio. Avevo compreso che non potevamo andare d’accordo né mai lo avremmo fatto. Quando ci trovavamo a letto però riuscivamo a capirci, ad anticiparci, a completarci come davvero fossimo stati le due metà di una mela. Assieme eravamo perfetti e non ci serviva niente altro. Ma solo a letto.

Lei era altera, irrazionale. Spesso di cattivo umore, sfogava su di me le sue paturnie. Ed era tanta. Non solo alta ma anche larga. Dopo che avevamo giaciuto assieme mi rialzavo sempre da quell’alcova con un larvato senso di colpa, come non fossi riuscito a soddisfarla in pieno. Avrò toccato tutti i punti giusti? Avrò dimenticato qualcosa?, mi chiedevo. Mi rimaneva sempre una sensazione di inadeguatezza. Era troppo grande e qualche parte di lei doveva essermi rimasta per forza estranea. Lei però sembrava non lamentarsi.

Lei invece era minutissima, come una bambolina. Gambine piccine. Braccine piccine. Manine non ne parliamo. Quasi una nana. Un visino da bimba. Però era maggiorenne, lo voglio specificare. Ma aveva tutto piccolo. Anche i suoi buchetti lo erano, piccoli. Le prime volte, anzi sempre… all’inizio dovevo fare attenzione per non romperla. Poi, una volta lubrificato bene e preso gradualmente il ritmo, mi sentivo di entrare in uno spazio comunque ridotto. E di occuparlo tutto. Tutto. Tutto. Con neppure uno spaziettino libero. Quella sensazione me la dava solo lei. A lei sembrava piacesse molto.

Con lui invece fu molto particolare. Un doppio piacere, alternato. Prima uno lo prendeva, poi lo dava. Non ebbi modo di imparare quale delle due azioni preferissi venisse prima perché la relazione non durò troppo a lungo. Sapete, quando si è adolescenti i rapporti si sciolgono facilmente perché ancora non si sa bene come funzionano le cose. Con lui mi sentivo anche un po’ femmina, e questo all’epoca mi dava un po’ fastidio.

Infine venne esso. Un semplice anello. E io avevo sempre adorato gli anelli. Lo mettevo quando volevo scoparmi, fottermi. O fottere. Si capisce la differenza? Forse no. Ma c’è. Potevo usare il punto di vista che prediligevo – cioè che stavo scopando o mi stessero fottendo. Quel giorno che rinunziai ad avere ogni tipo di rapporto con gli altri esseri viventi, quel giorno adottai e scoprii lui. Ero a letto quando mi chiesi: ho forse bisogno di altro? Risposi di no. Un semplice pezzo di metallo che vibra. Se uno si ama, può anche non esser necessario ricercare l’amore negli sconosciuti, ovvero in persone a te estranee, che sono fuori di/da te, giusto?

Vvvvvvhhhh…

“Un anello per domarli…”

Paul Auter: Blue in the face (film)

Dopo aver letto la sceneggiatura di Lulù on the bridge mi è venuta voglia di (ri)vedere questo film, sempre di Auster, che praticamente è il proseguimento di Smoke. Difatti è costruito più o meno alla stessa maniera: è molto spezzettato, ci sono molti personaggi che fanno parecchie chiacchiere inutili, si fuma parecchio, c’è Harvey Keitel che fa da filo conduttore. Poi ci sono svariate piccole interviste a persone del luogo che esprimono cosa voglia dire vivere a Brooklyn.

Compare in un ruolo breve Mira Sorvino (pure presente in Lulù on the bridge, dove però era protagonista), che è un’attrice che avrei voluto vedere più spesso al cinema.

Il film fila via che è un piacere. È una commedia molto riuscita. Sembra che gran parte di esso sia stato realizzato grazie alle improvvisazioni degli attori.

Ahah-ahah, a far prostituzione comincia tu

Da giovane si mise in testa, chissà perché, di far televisione. Si procurò dei provini, dai quali non riuscì a emergere la sua presunta bravura – ma in fondo quante erano quelle che ne avevano?

Non possedeva doti particolari. Non aveva una dizione perfetta. Ogni tanto, quando parlava, si inceppava. Inoltre spesso veniva fuori il suo accento romagnolo.

A ogni modo, bene o male riuscì a entrare nell’ambiente. Anche perché, pur non essendo bellissima di faccia, aveva, quello sì, un bel corpo, fomentato da svariati anni di danza, ambito, quello, in cui ci sapeva discretamente fare. La spaccata per esempio per lei non aveva segreti.

Partì con minuscole particine in sceneggiati. Ma la vera svolta avvenne quando cominciò sul serio a far televisione. Allora i “capoccia”, gente avvezza al mestiere del mercimonio di cassetta, sentenziarono che il suo look andava rielaborato. Per prima cosa, per rendere più interessante quella sua faccia che altrimenti sarebbe risultata assai anonima, le incrementarono esponenzialmente il trucco sugli occhi (e da allora quel trucco pesante venne per sempre associato a lei). Poi si fecero venire la geniale idea di farla bionda (e da allora lei sarebbe rimasta sempre tale, anche da vecchia). Quelle astuzie le regalarono un’aurea del tutto diversa. Adesso sembrava bellissima, la più bella soubrette che ci fosse mai stata.

A quel punto le attenzioni di tutti si concentrarono su di lei. I capoccia capirono di avere tra le mani una potenziale bomba sexy. Dunque non restò loro che perseguire quella strada battendola con pervicacia.

Le dissero di sorridere, sorridere sempre verso la telecamera, anche quando non serviva, per ingraziarsi i tele-spetta-tori. Così sembrava sempre che lei volesse conquistare tutti, uomini e donne: che volesse proprio portarseli a letto. A dire il vero la ragazza proveniva da una famiglia in cui le avevano dato poco amore; per cui la nostra soubrette nutriva la smisurata brama d’esser accettata e apprezzata. Questo rappresentò un ulteriore sprone a procedere in quella direzione, nella direzione della seduzione del pubblico.

Normalmente non avrebbe mai fatto la cantante, però era sufficientemente intonata, sapeva le lingue e, visto che sapeva pure ballare, i capoccia pensarono bene di trasformarla in una di quelle tante ragazze che, sembrando molto sicure di sé, predicano una liberazione sessuale che in realtà è molto più teorica che fattuale.

Lei, che dentro di sé era assai pudica, all’inizio si trovò piuttosto in difficoltà ad assecondarli in tutti quegli ordini che le davano. Però capì presto che era solo una loro creatura, che lei non era niente senza loro. Certo, sapeva un po’ ballare, ma quello non sarebbe mai bastato per non essere fagocitata dal sistema alla velocità della luce, senza lasciare alcuna traccia. Ne conosceva tante di ballerine ben più brave di lei che facevano la fame, e sempre l’avrebbero fatta, perché non avevano il coraggio di scostarsi dalla loro arte ritenendola pura e da lasciare incontaminata. Dunque, per continuare ad aver successo, le conveniva assecondare i capoccia in tutto quello che le dicevano, fare le mossette che le dicevano, continuare a sorridere come volesse essere scopata immediatamente da tutti, cominciare a spogliarsi sempre più, indossare abiti sempre più provocanti e infine cantare canzoni i cui testi erano sperticatamente volgari, allusivi, sessuali.

E allora la pudica ragazza di provincia con l’accento romagnolo si trasformò nella bomba sexy della tv che decantava le infinite gioie dell’amore libero. Quella sorta di plagio lo ripeterono più volte su di lei, e lei mai una volta che si oppose affermando: no, questo non lo canto e non lo faccio, perché non mi appartiene… Lei faceva tutto. Si era venduta l’anima. Se questo non è prostituirsi…

Così riuscì a tenersi a galla nonostante negli anni quasi tutto attorno a lei cambiasse o certe persone sparissero. D’altronde lei era terrorizzata di perdere il posto, di non lavorare più. Sapeva che il successo era qualcosa di assai effimero e paventava un giorno, una volta perso, di non rintracciarlo più.

Quando divenne più matura, ovviamente certe cose fashion-sessuali non poté più farle. Adesso non aveva più il corpo scattante di una ragazzina, ma se la cavava ancora a danzicchiare, nonostante quelle sue gambe, le quali, nonostante il costante allenamento, si erano fatte come enormi prosciutti sodi. Il che però non stonava alla componente che voleva costantemente richiamare il sesso negli spettatori. Così si dibatteva di meno, ma il suo corpo era più piacevolmente tornito intorno ai fianchi.

Ovviamente lei continuava a sorridere, sempre in quella maniera ambigua, con gli occhi storti, oscenamente allusiva, anche quello era ormai diventato il suo marchio di fabbrica, perché lei non dimenticò mai il consiglio-imposizione che i capoccia le avevano dato: di sorridere sempre, come a voler dimostrare quanto fosse estasiata d’essere lì, davanti alle telecamere e non dietro a farsi inchiappettare anche solo per avere il privilegio di portare il caffè agli operatori di scena.

C’è da dire che era molto amata dal pubblico, ma più per la sua reale umanità (che la gente percepì, nonostante tutto, negli anni), che per i “lavori artistici” realizzati, che una volta eseguiti sarebbero rimasti nella storia come semplice paccottiglia usa e getta, di nessuna utilità, né arte: delle vere schifezze pseudo-artistiche che scimmiottavano qualcosa già fatto da altri molto meglio.

Dato che era benvoluta dal pubblico, i capoccia decisero di ritagliare per lei ruoli progressivamente diversi, con meno carne da mostrare che svolazzava per aria, e più presenza scenica, ovvero conduzione, nonostante quella sua dizione orale col tempo non fosse affatto migliorata.

Tuttavia anche così venne il giorno in cui la gente, dopo decenni che la vedeva fissa in tv, si stancò di lei. Non la sopportava più perché la bionda aveva saturato troppo la propria immagine. Allora lei, presa dal panico, fu costretta a muoversi in altri mercati. I suoi manager le dissero che era una mossa momentanea, che sicuramente sarebbe tornata nel suo paese, ma in realtà nessuno sapeva bene se e quando davvero un giorno sarebbe potuta tornare.

Lei comunque non si arrese, gettandosi anima e corpo in quella nuova avventura, in quel nuovo ambiente vergine che non la conosceva affatto – in cui dovette quasi cominciare da zero! –, in cui le toccava parlare per tutto il tempo una lingua non sua, che però c’è da dire padroneggiava molto bene, per sua fortuna. Così, con le stesse armi e gli stessi strumenti che aveva usato per decenni nel suo paese, divenne parimente famosa nell’altro paese. Tanto che addirittura, giovandosi di quelle sinergie che nel mondo della tv contano sempre parecchio, anzi sono fondamentali, un giorno poté davvero ritornare in patria da eroina con quel programma che all’estero aveva ottenuto un successo clamoroso.

Quello fu un momento di grande soddisfazione per lei, che da allora non venne più messa in discussione. Da quel momento ebbe ben due mercati in cui portare le sue prestazioni. Anzi, ben presto ne venne fuori anche un terzo. E potenzialmente il gioco poteva esser infinito perché conoscendo le lingue lei se la poteva giostrare egregiamente quasi ovunque andasse. Il suo entourage le consigliò, per non saturare più con la sua presenza in un sol luogo, di alternare il lavoro un po’ qua e un po’ là.

Tutto questo avvenne finché lei non si ritrovò vecchia, sempre con quel suo caschetto biondo, ormai con un fisico troppo stanco che ormai mal sopportava i continui spostamenti. Allora lei disse: basta, da questo momento mi fermo nel mio paese di origine. Non mi importa più di lavorare sempre. Ormai non ne ho più bisogno, non ho problemi di soldi e sto bene così, non dovendo più dimostrare niente a nessuno.

Così si integrò inglobandosi nelle nuove trasmissioni trash che vennero lanciate. Ma come ospite, non più come conduttrice. Lasciò il campo ad altre più giovani, ma non ebbe rimpianti. La concorrenza era sempre tanta e anche queste altre, come lei un tempo, si dimostrarono affamate di celebrità e furono pronte a difendere con i denti il loro posto al sole. A quel punto a lei non interessava più di essere in competizione con loro, con le più giovani – che erano esattamente come lei da giovane – o le più vecchie, con le quali per anni aveva duellato per vedere chi invecchiasse meglio. Ormai lei era stanca…

Così stanca che un giorno, senza che nessuno se l’aspettasse, o meglio nessuno nel pubblico, morì. Allora le tv presero a celebrarla rimandando in onda le sue vecchie performance, sopratutto quelle di danza e canore, perché per il resto lei aveva fatto un sacco di chiacchiere che non aveva senso riportare poiché puro passatempo da intrattenimento.

Però, a ben vedere, adesso emergeva stentoreo come anche quelle performance pseudo-artistiche in fondo non erano altro che spazzatura commerciale, per vendere dischi che non rimasero nella storia, se non in quella della mondezza usa e getta.

Così le tv vollero incensarla con quelle canzoni che lei un tempo aveva cantato, ma non si resero conto che così, al contrario, la umiliavano, con tutte quelle cose di dubbio gusto, in cui lei si metteva la maschera e non era più lei, si metteva una maschera ed era solo una ragazza come tante che sgomitava per avere successo, che faceva di tutto per ottenerlo. Quelle canzoni da cui non emergeva mai la sua reale sensibilità. In cui sembrava le importasse solo di fare l’amore e basta.

E così fu.

La Prostituzione dell’anima

Debito storico? No. Solo un po’ di etno/antropologia. — Al di là del Buco

In Sicilia, in ogni paese c’è uno scemo – ‘u babbu ro paisi[1] . In alcuni ce ne sono anche due o addirittura tre. La colpa è sempre stata delle madri. Qualunque fosse il difetto: genetico, fisico, estetico, il reclamo si porgeva sempre all’origine della fabbricazione. Spesso era motivo di abbandoni e separazioni. Spesso le donne […]

Debito storico? No. Solo un po’ di etno/antropologia. — Al di là del Buco

Paul Auster: Lulù on the bridge (sceneggiatura)

Alcuni decenni fa a Paul Auster viene in mente una storia. Dato che sarebbe da realizzare più come film che come romanzo, e che lui viene già da due esperienze registiche che l’hanno sfinito (Smoke e Blue in the face), prova a ignorare la voce di quella storia. La quale però ormai gli è entrata nella testa talmente prepotentemente che non lo lascerà stare finché non l’avrà in qualche modo portata alla luce. Allora, per liberarsene, prova a scriverla sotto forma di romanzo. Sennonché il risultato ottenuto non lo soddisfa affatto, proprio perché la storia è troppo visiva per i suoi gusti. Allora infine cede: scrive una sceneggiatura. Di seguito prova a passarla al suo amico Wenders. Il quale in un primo momento accetta di portarla in scena. Ma anche qui c’è un intoppo… Infatti un bel giorno Wenders si rende conto che tutti i suoi ultimi film parlavano di registi che stavano facendo un film, cosa che in parte succede anche in Lulù in the bridge. Allora decide di declinare la proposta di Auster. Al quale non resta che dirigere lui stesso la propria opera, anche se all’inizio non ne aveva affatto voglia…

Dunque la storia di Lulù on the bridge esiste sia sotto forma di sceneggiatura, che ho letto, che sotto forma di film, che, se la mia mente non mi inganna, devo aver veduto secoli fa.

Leggere una sceneggiatura ovviamente è diverso da leggere un romanzo. Comunque posso dire che mi sia piaciuta. Si parla della vicenda di un certo Izzy, un musicista di buon successo, molto chiuso in sé, egocentrico e scontroso, a cui un giorno un fuori-di-testa spara. Quell’incidente, oltre che portarlo a un passo dalla morte, lo costringe a cambiare completamente vita. Lui era un musicista, e la musica era tutto per lui: ora non può più suonare. Così non sa più che fare della propria vita. Poi un giorno, per strada, si imbatte in un uomo morto ammazzato con accanto una valigetta. D’istinto Izzy la prende e se la squaglia. Dentro la valigetta trova una pietra che sembra magica: al buio irradia una luce azzurra e si solleva in aria. Ma non solo: probabilmente emana anche un’energia vitale, positiva. A ogni modo la pietra lo porterà a incontrare la donna della sua vita, che vuol far l’attrice. Solo che quella pietra è molto ambita e i tizi che hanno accoppato il tizio che la possedeva in precedenza torneranno alla carica per riottenerla…

Il film ha come protagonista maschile Harvey Keitel e per protagonista femminile Mira Sorvino. Non credo venga passato troppo spesso. Difatti, pur essendomi rimasto impresso il titolo, non lo ricordavo quasi per niente.

Il libro è corredato con foto di scena tratte dal film. Inoltre alla fine presenta una ricca sezione con interviste al regista e ad altri componenti della produzione.

“Lulù?” “Uì, se mua!”

Giuseppina Torregrossa: Morte accidentale di un amministratore di condominio

Si sa, gli amministratori di condominio sono tutti un po’ ladri e non risolvono i problemi della gente. Per cui… Chi di noi non ha mai sognato di ammazzare un amministratore di condominio? Quando ho visto questo titolo, non ho resistito. Dovevo leggerlo! 😀

La lettura si è rivelata un mero intrattenimento. Il tono del libro è molto ironico. Scorre via veloce, senza approfondimenti di sorta. I personaggi sono sempre solo accennati. Compreso l’ispettore incaricato delle indagini.

La vicenda si apre con la fresca morte della madre dello stesso – pure questa appena accennata, tanto che verrebbe da pensare che la storia si incastri in altre avventure narrate precedentemente… C’è stato un delitto in una palazzina bene. È morto l’amministratore di condominio, un tipo che sembra avesse il vizio delle donne. La sua scomparsa parrebbe accidentale. Eppure molte cose non tornano. Vi anticipo solo che l’autrice, ritratta in terza di copertina con un bel sigaro in mano – e ciò non depone a suo favore nemmeno un po’ – ha elaborato un’uccisione assai inverosimile…

Kill the administrator!

Depressione, violenza di genere e fantascienza — Al di là del Buco

Non so per gli altri ma a me la fantascienza ha salvato la vita in molti modi. Quando mio padre mi picchiava io immaginavo di poter migrare su un altro pianeta. Quando il mio ex marito mi lasciava fuori la notte, incinta, al gelo, immaginavo distopie post apocalittiche e ricorrevo alla fantasia per resistere a […]

Depressione, violenza di genere e fantascienza — Al di là del Buco