Quel che resta del giorno (film)

Si vede chiaramente che i film di Ivory non sono certo improvvisati e che dietro di essi c’è un meticoloso e certosino lavoro, alla ricerca di una perfezione stilistica e organica che potrebbe forse facilmente cadere nel manierismo, ma che in questo caso, comunque, non lo fa affatto, ed il film risulta calibratissimo tra le vicende umane del maggiordomo e gli eventi pre-bellici che gli ruotano attorno.
È la storia di un maggiordomo (tanto che il film avrebbe potuto intitolarsi anche Vita di un maggiordomo, per l’appunto), con tutti i suoi esasperati formalisti; un uomo che consacra la propria vita alla cieca ubbidienza al suo padrone, visto come persona superiore in lui sia per cultura, che ricchezza, che spessore morale; un uomo abituato a rintuzzare sempre le proprie vere emozioni e a schivare le tentazioni della carne e dello spirito; un uomo che conosce una governante che finisce segretamente per amare, la quale però fa scappare nelle braccia di un altro, proprio perché non capace di estrinsecarle i suoi sentimenti…
Sullo sfondo poi c’è la crociata del padrone del maggiordomo per favorire una Germania che presto sarebbe diventata il centro del potere di Hitler…
Quando il maggiordomo diventerà vecchio si renderà conto di aver sprecato la sua vita e allora tenterà un’ultimissima salvifica riunione riparatoria con l’unica donna che abbia mai amato (quella governante), la quale è in rotta di collisione con il suo precedente marito…
Un film di classe, che insegna pure delle cose, se uno ancora non le ha capite.

Diario di uno scandalo (film)

Film interessante, sia per i temi (e la maniera nella quale vengono trattati), sia perché recitato molto bene dalle due attrici protagoniste, molto diverse tra loro ma assai funzionali l’una accanto all’altra…
È la storia in soggettiva di una caustica signora assai disillusa dalla vita, inaciditasi, che odia con tutta se stessa gli altri (e forse anche se stessa). Nella vita di questa signora, che fa l’insegnante, un giorno compare una nuova collega, una giovane donna che dapprincipio la signora etichetta come banale, ma che presto esercita su di lei un fascino sempre maggiore…
La giovane donna le si mostra molto sincera e le fa conoscere la sua famiglia. E questa sarà per l’anziana donna la prima di alcune sorprese che non si sarebbe mai aspettata: la giovane infatti ha sposato un uomo molto più maturo di lei (che era stato un suo insegnate), il quale a maggior ragione appare adesso troppo vecchio per lei. In più la donna ha una famiglia numerosa con dei figli piccoli, ed uno di loro soffre della sindrome di down…
La giovane donna riceve strane telefonate, per rispondere alle quali si estranea sovente da chi le è intorno…
Non vi rivelo tutto, comunque, andando avanti, si scopre presto che l’anziana signora in verità mira a diventare l’amante della giovane, la quale ha più di un casino dal quale trarsi di impaccio…
Una storia bella, insolita, psicanalitica, che sfiora pure il tema della pedofilia, che sa parecchio di autenticità, con due attrici bravissime (una delle due è Kate Blanchett)…
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L’evasore

Sì, l’evasore fiscale è un parassita che ruba a me, a tutti, per dare a lui.
Però c’è evasore ed evasore. Per esempio, se uno ha un bar sull’orlo del lastrico che sta per fallire, se una volta non fa lo scontrino non posso certo essere severo con lui, no? Se invece una grande azienda evade migliaia di euro, con loro mi devo incazzare parecchio e li devo castigare e fare in modo che non lo possano più fare finché campano (a costo di ficcargli milioni di scontrini evasi tutti dentro il loro @ulone da ladroni), non trovate?
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Il pizzettaio furbo

C’era una volta un posto dove finalmente avevo trovato che sapessero fare la pizza… Allora, dato la mia passione per essa, presi presto l’abitudine di recarmicisi una volta a settimana, spendendo mediamente circa 10 euro tra prodotti pizziferi…
Poi però il pizzettaio, che si credeva molto furbo e che faceva finta di essere mio amico, non contento dell’introito fisso che gli donassi, prese delle volte ad arrotondare un po’ troppo sul prezzo di quello che mi smerciava, a fregarmi sul resto (dato che mi dimostravo assai sbadato quando veniva il momento di pagare) e, dulcis in fundo, a non farmi più lo scontrino (tanto eravamo “amici”, no?).
Così io, stufo del suo comportamento oltremodo criminale, ho rinunciato alla sua pur buonissima pizza e da lui non ci vado più…
E così, il pizzettaio furbo ha rinunciato al suo introito di 520 euro annui che io gli avrei continuato a fornire fedelmente fino a che vivevo se lui non si fosse dimostrato così avido e delinquenziale…
Domanda: era poi così furbo quel pizzettaio, oppure no?

Psico-epifania

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Io so. Io l’ho vista la verità, con questi miei occhi mortali cablati per su percezioni graduali di livello 7 (in una scala da 1 a ?). Ed ho appreso che il riverbero di un’essenza non è meno rilevante dell’essenza stessa, che l’essenza è il suo riverbero, che l’una e l’altra sono indissolubili poiché così è la natura delle cose, che se un’onda non lasciasse alcuna scia essa non sarebbe un’onda, non sarebbe nulla, non potrebbe esistere, sarebbe solo il concetto balzano ed incongruo di un’idea che può (falsamente) esser vera, ma solo all’interno di una mente umana (cioè di un’intelligenza arrogante tra le più grandi quantomai imperfette e fallaci che esistano, la più fallace di tutte, poiché è quella che è così vicino a dio… eppure, raramente, vi si riesce ad approssimare, perché la conoscenza è il fulcro dell’esistenza e della vita, perché l’uomo venne scacciato dal Paradiso quando morse la mela della Conoscenza – ma cosa era invero quella mela? – e ciò rappresentò davvero una forma di peccato, la peggiore in assoluto?, oppure invece era quello un evento che doveva essere compiuto affinché l’uomo andasse incontro al suo ineluttabile destino di dolorosa acquisizione della concezione di illuminazione attraverso un percorso perlopiù empirico che cominciasse dal basso, poiché era forse troppo per lui sedere al fianco di dio e con lui essergli amico?…).
Ma io ho varcato la soglia, ho tolto il velo di maia, e ora… quanto mi appare differente la realtà!… Ero sepolto sottoterra come tutti gli umani, e come tutti non lo sapevo: ero rassegnato, cieco, non sentivo, solo trattenevo il respiro finché prima o poi non sarei morto asfissiato. Ed è allora che ho cominciato a scavare, raschiare, aprirmi un varco (ma non sapevo quello che facevo e nessuno può dire cosa sia che mi abbia spinto a inoltrarmi lungo quel sentiero di brillantezza e se sia stato, il mio, un sommo antesignano del presentimento arcano, oppure il casuale lancio di un dado con miliardi di miliardi di facce (moltiplicate all’ennesima potenza) tale da far uscire una di quelle combinazioni così difficili dal realizzarsi che sono praticamente impossibili – e forse la mia era la prima volta in esclusiva che si manifesta e invero mai nessuno prima di me l’aveva realizzata – ). Come un verme mangiaterra ho scavato ingurgitando la materia che mi era attorno… Fino a ritrovarmi in quello che c’era intorno, o forse dovrei dire dietro, o di lato, o ovunque, purché non si fosse dove ero prima; e quello che ci trovai mi fu incomprensibile, nuovo, mai veduto, inconcepibile, assurdo, inafferrabile, astruso, senza senso, poiché non potevo conoscerlo (ma era proprio così, o forse ero già programmato per ergermi laddove gli altri avrebbero sempre strisciato?).
Così appresi il mero segreto dell’esistenza tutta degli esseri umani e di gran parte degli altri esseri animali, ma non di tutti poiché essi, ad un certo livello di pensiero, sono talmente puri da risultare incomprensibili (mentre i viventi vegetali, data la loro natura semplice, non ebbero mai il problema di porsi dentro o fuori di un cerchio; loro esistevano e ciò bastava loro e ciò era giusto che bastasse per farli essere ciò che dovevano esser, in perfetta armonia con l’universo). E mi figurai la vita degli umani come quella di un cavallo con briglie, appeso ad un carretto, con paraocchi laterali e per sempre destinato a trascinare quel carretto ovunque un padrone oppressore gli comandasse di andare, dalla mattina alla sera, fino allo sfinimento della povera bestia soggiogata al giogo… C’è forse qualcosa di più triste che dover fare una vita che non è vita, da schiavi, per sempre legati a qualcosa che non si vuole e che ci è stato coattamente imposto, finché non subentri la morta ed essa sia, al massimo, un anelato sollievo? No, non vi è niente di peggio, sciocchi esseri umani fissati al basto che non sapete di esserlo…
La prima rivelazione che ebbi in realtà fu che non esisteva nessuna figura di padrone infame che mi comandava, non almeno al mio parametro fisico (e l’esplorazione dei parametri superiori è talmente sterminata che non mi basterebbe l’infinità del tempo di vita di un universo per compierla tutta neppure superficialmente. Nulla ha senso se ci si inoltra per i parametri ancora superiori ove io ora sono e forse si potrebbe ipotizzare che, relativamente, essi non ci siano)…
Ad ogni modo, avrei appreso che nessuno mi frustava, ma solo per ultimo, quando la mia ribellione sarebbe stata completa… Mi fu sufficiente imbizzarrirmi, rovesciare il carretto che avrei dovuto trainare, sciogliermi da quelle legature in modo che le briglie che mi finivano in bocca perdessero tutto il loro mordente e la loro utilità… Poi dovetti strusciarmi ad un albero e mi tolsi i paraocchi, apprendendo dell’esistenza di un mondo multidimensionale della cui natura ero assai ignaro precedentemente… Adesso capite cosa provai?
No, ancora non capite. Non potete, come è ovvio che sia, perché voi non sapete, non potete sapere e siete l’aratro che ara il solco che per lui è già stato stabilito. Io invece uscii fuori da quel percorso impostomi e mi ribellai, guadagnandomi una nuova incommensurabile preconoscenza che era anche disconoscenza del vecchio e stantio.
E ciò che trovai fu un universo intero, estraneo, illimitato, urlante di energia (la quale non era nulla paragonata a quella che io mi credevo). E a forza di scavare caddi nel suo pozzo, un pozzo infinito nel quale mi giunsero quegli aneliti inumani che in verità avevo sempre udito, ma che non avevo mai captato a dovere. Sprofondai in esso ed il mio mondo si capovolse. Caddi nell’incalcolabile e mi ritrovai dall’altra parte del foro dell’esistenza, dove le cose si svolgevano, in ultima istanza, nell’esatto contrario contesto di pria…
E allora il moto dei pianeti mi apparve per come era. Era vero che essi compiessero un percorso circolatorio più o meno sempre simile, ma oltre al fatto che mentre loro rinnovavano la loro rivoluzione nel frattempo l’universo si era spostato, allargato, trasferito, ampliato sempre un poco più in là (e di conseguenza pure la loro orbita), c’era da segnalare che lungo le loro traiettorie ellittiche (formalmente, dal mio punto di vista, ad una dimensione) si arrampicavano spirali di deviazioni, ghirigori di traiettorie che dal basso (il concetto di “basso” non avrebbe senso nello spazio…) si innalzavano e creavano così un ambiente multidimensionale nel quale vortici di dddddd [non esiste la parola adatta ad esprimere un tale concezione, nota dello psicomago] si rizzavano alti e creavano evoluzioni di volute, guglie appuntite, capitelli, volte, minareti subsegreti, curvi, oblunghi, ritti, paralleli a loro stessi e ad altri, che si dischiudevano sbalzando in tutte le direzioni, che a loro volta si aprivano attorcigliandosi in loro stesse e creando subuniversi la cui cognizione (che pure avrebbe meritato la più degna attenzione) rischiava di eclissare per sempre il mio senso di stupore, cosicché se mi fossi focalizzato in essi mi sarei perso nelle loro spire infinite o sarei impazzito, non potendo chiosarmelo poiché era oltre tutte le mie percezioni registrabili, e allora forse sarei morto con la bava alla bocca o sarei caduto nell’estasi suprema della luce che abbaglia prima dello schianto…
La luce… Già, la luce… Eppure sarebbe bastato interrogarsi sulla luce per apprendere, non dico la verità, ma che qualcosa di incomprensibile ed inadeguato si celava nel suo concetto… Sì, perché la luce non si può dispiegare ricorrendo a normali schemi di coscienza, ed infatti la scienza, per poterne parzialmente parlare, ne ha dovuto fornire una duplice identità: ed una si dice che sia corpuscolare, mentre l’altra è ondulatoria; due concetti che non si intersecano e che a ben vedere non si possono integrare (pure se nei loro scopritori questo doveva essere l’ipocrisia)…
Che cosa è la luce? Chi può dirlo?! E qual è il rapporto tra luce ed ombra? Non vi è sempre sembrata dissonante la natura della relazione che intercorre tra queste due particolari entità? Davvero l’ombra è complementare alla luce, ed infatti essa è presente laddove la luce non si protrae? Tutto parrebbe confermarlo… Ma se vi dicessi che l’ombra ha una sua volontà e che sceglie di contornare e coprire gli spazi che la luce è portata a non occupare, che cosa direste? La luce permette la vista dei colori, non è così (ma poi dipende dallo sguardo di chi osserva, perché certe cose si possono distinguere solo se si è nati per potersene curare, e già questo dovrebbe farci capire molte cose…)? Però in realtà la luce fornisce alle cose solo la colorazione della quale lei li ammanta, perché le cose hanno colori propri, che non possono essere veduti con gli occhi di cui siamo dotati… Dunque tutta la discussione è pleonastica… La luce va contro ogni logica della ragione, eppure io vi dico che è vero che in essa si nasconda la verità, qualora qualcuno potesse osservare la luce da internamente, nel momento estremo nel quale la sua retina verrebbe bruciata per sempre e diventasse cieca… ecco, allora, quel qualcuno, (ma solo in quell’attimo) apprenderebbe ciò che io ho accluso in me ed ora mi ha reso diverso… Ed ora sapete dirmi se la luce sia principalmente il più grande inganno o il suo contrario?…
Navigo tra le pieghe delle comuni conoscenze, dove le cose sono difformi e non si dissimulano e racchiudono il loro reale significato… Io ho avuto la mia rivelazione, la mia epifania, e vedo colare la vita laddove non dovrebbe esserci e dove prima non vi era… Vedo la vita lottare non con la morte, che è sua sorella e compagna e che non è in sé malvagia, ma contro l’entropia, il vero nemico, la dissoluzione suprema (seppure qualcuno potrebbe sostenere che da essa nasca sempre nuova vita, ma ciò è una sofisticazione, perché se essa non sussistesse la vita non avrebbe ragione di mutarsi di continuo per riprogrammarsi per non soccombere una volta per tutte). E vedo il caos rosicchiare il midollo dell’universo e renderlo sempre più instabile e debole… Che cosa c’è oltre l’universo? Io ci sono andato poiché non riuscivo ad immaginarmelo… Perché l’universo è sterminato ma non è illimitato e perciò esiste una sua fine… E cosa c’è oltre la fine dell’universo? Come può esistere qualcosa che sia fuori dall’universo stesso, che lo contenga, ancora più grande di esso? Cosa c’è là fuori? Il nulla? Il vuoto? Vuoto di cosa? Vuoto dell’universo? Ma è sufficiente, per definire qualcosa, spiegarlo come una non-nozione?
Adesso io so cosa ci sia fuori ma non posso dirvelo poiché le parole non riuscirebbero a rivelarvelo…
Io lo so. So tutto e ciò mi rende migliore e completo. Tuttavia mi chiedo qualcosa che non dovrebbe tangermi (eppure lo fa): che ne sarà di voi e della vostra ignoranza?…
Osservo il caos secernere la sua spuma erosiva nelle viscere arteriose del flusso cosmico… Ma qualcosa di inconcepibile accade… Ed è come se esso fosse ora consapevole di me e decida di eliminarmi! Mi si getta addosso mentre scappo per le galassie… Ma è tardi. Sento la fredda mano dell’entropia abbrancarmi una caviglia. Di lì risalirà per tutto il mio arto fino a prendere possesso degli organi vitali, ed io dovrò cadere poiché ormai sarò suo… E allora cosa succederà? Semplicemente morirò, oppure diverrò un suo agente che ubbidirà ai suoi ordini e alla sua evangelizzazione distruttrice? Gelo…

Mario Y ha un buco in testa

{Ispirato ad una storia tristemente vera.}

Mario Y ha un buco in testa. E all’inizio non ricordava nulla di come fosse successo. Una mattina si ritrovò all’ospedale con la ragazza e i genitori al suo capezzale, con lei che piangeva e gli teneva la mano, con suo padre che era quasi spezzato dal troppo dolore, e con la madre che era anche più afflitta di tutti, perché un figlio è sempre un figlio…

Una sera Mario Y era in giro con la sua ragazza. Era uno dei giorni del week end. Cioè, forse era venerdì, o forse anche sabato o domenica, però era più probabile che fosse venerdì, perché in questo giorno la gente è più carica di voglia di divertirsi e di uscire dopo aver accumulato tensione e stress per una insulsa settimana lavorativa, ognuno con la sua, ognuna difforme all’altra, ma tutte unite da quel senso di vuoto che sempre attanaglia quando ci si rende conto che qualcuno ti sta fottendo il futuro (e anche il presente). Ma non divaghiamo…

Mario Y era uscito con la ragazza. Forse lei, o forse lui, quella sera non volevano uscire. Un moto di calda poltroneria aveva colto uno dei due (non è importante sapere chi dei due fosse) in maniera che lui/lei aveva detto all’altra/o, ma davvero vuoi uscire stasera? Perché a me non andrebbe poi tanto… In fondo che dobbiamo fare poi di fuori? Ho pochi soldi e non mi va di spenderli allo stesso modo, scialacquandoli in bibite gassate iperdolci che ce la fanno pagare a prezzo maggiorato… Poi la discoteca con le solite facce, un giro in macchina… Il dover fare per forza tardi… Un cornetto quando riviene fame all’alba… Ma chi ce lo fa fare? Oggi magari fanno pure qualcosa alla televisione… Aveva detto lui/lei. Quindi era seguita una discussione ma infine si era deciso di uscire perché si doveva rivedere gli amici e perché solo in quel giorno si poteva fare…. E Mario Y e la sua ragazza si erano avviati ignari di ciò che sarebbe accaduto. Pensavano che sarebbe stata una serata fin troppo monotona, un po’ come tante…

Mario Y all’inizio non aveva ben riconosciuto la ragazza e i suoi genitori, ma il giorno dopo però se li era ricordati. E fu allora che cominciò a chiedere loro: ma che mi è successo? Come sono finito in ospedale? Perché mi sento così… strano? Che cosa ho?… E i genitori guardarono (con una punta di colpevolezza la ragazza ma non era certo colpa sua) e lei si fece più avanti, lo fissò supplicante con i suoi occhi costantemente velati di lacrime e ormai arrossati, e gli sussurrò la verità, la qual cosa a Mario Y apparve subito insensata…

Dopo la discoteca, dopo le bevute, dopo le chiacchiere con gli amici, Mario Y e la fidanzata si erano salutati con la loro comitiva e avevano preferito recarsi da quel gelataio che faceva il gelato buono, in quel posto leggermente fuori mano eppure così vicino. Con la macchina ci avrebbero messo un attimo…

Mario Y e la ragazza si erano gustati i coni gelato (lei tutta frutta, lui aveva accoppiato pistacchio e cioccolata, entrambi con l’irrinunciabile panna) e poi si erano seduti, così, senza scopo, su di una panca lì vicino, nel buio, a guardare le stelle, ad ascoltare le cicale che frinivano (o erano i grilli che frinivano?).

Mario Y e la ragazza si erano seduti sulla panchina ed erano un po’ stanchi e assonnati. Tra poco sarebbero andati a casa a dormire…

Mario Y e la ragazza erano seduti pacificamente sulla panchina e quasi non si accorsero di quel gruppetto di tre persone che gli si era avvicinato silente e di soppiatto, come fiere a caccia (ma a caccia di cosa?).

Mario Y e la ragazza non facevano male a nessuno (come non gli era mai accaduto di fare nel corso della loro vita) poiché loro erano persone pacifiche e che non si cercavano i guai. Così, forse fu anche per quel motivo che i due vennero presi alla sprovvista: perché erano troppo buoni per restare sempre all’erta; non si sentivano nella giungla nella quale erano…

Mario Y e la ragazza erano seduti comodamente sulla panchina ed apparivano anche un poco imbambolati dall’umida frescura della sera e dalla pesante giornata lavorativa proseguita per ore con il suo contraltare del presunto piacere di trovarsi in buona compagnia, nella loro compagnia…

Mario Y non li vide per niente. Invece la ragazza li scorse quando erano ormai a pochi metri, quando i tre si erano curiosamente divisi, aprendosi a ventaglio su di loro, ed uno in particolare gli si stava avvicinando con in mano qualcosa (il suo primo pensiero fu che gli volessero chiedere un’informazione o un favore, o male che fosse andata qualche soldo… La sua mente vagò per un attimo interminabile figurandoseli con la macchina in panne a poca distanza da là…).

Mario Y era seduto sulla panchina e non vide arrivare nessuno. Però notò l’espressione interrogativa negli occhi della sua ragazza, che si era voltata di lato a fissare qualcosa ad altezza uomo e che pareva che avesse appena accennato una mossa di fastidio, o curiosità, o qualche cos’altro. Dunque lui si stava per girare per vedere quale fosse il motivo del suo accenno…

La ragazza di Mario Y capì che le cose sarebbero andate male solo quando fu troppo tardi, quando il tipo che gli si accostava ebbe un’accelerazione e… In quel momento capì che erano dei malintenzionati ed ebbe paura… Ebbe quindi il riflesso di afferrare per il giubbotto il braccio di Mario Y che, stupito da quel gesto improvviso, fissò la propria attenzione sul braccio appena toccato e non vide quindi niente altro…

Mario Y sentì un rumore, il rumore di qualcosa che andava in pezzi, un rumore che non aveva mai udito, e poi accusò uno strano senso di straniamento, mentre qualcosa di caldo e vischioso gli calava sul collo e lui era in terra a guardare il terreno e a sentire l’odore di esso (per qualche motivo si ricordò di quando era bambino e trascorreva le serate alla casa al mare, in Calabria)…

La ragazza di Mario Y si chiese quanti soldi avesse in tasca lei e Mario Y e pensò che erano quasi ripuliti (e allora avrebbe voluto averne molti, molti di più, così da poter placare quelle belve che li contornavano). Ma, a ben vedere, il problema non si poneva per niente, perché quegli individui sbucati dal nulla non volevano affatto rapinarli… No, infatti neppure chiesero loro nulla (né prima, né dopo l’aggressione a Mario Y)…

Mario Y non si accorse di niente. Non si accorse di essere stato colpito con un pesante sasso scagliato a due mani dal tipo minaccioso che gli si era approssimato senza neppure proferire una parola…

La ragazza di Mario Y li intravide appena, però i loro lineamenti le rimasero per sempre scolpiti nella memoria (e anche oggi se li sogna spesso e quello è il suo incubo ricorrente che non l’abbandonerà mai, che si porterà nella tomba, perché nulla potrà mai cancellare il ricordo di quei momenti così assurdi e terribili nei quali la sua vita e quella di Mario Y furono stravolte per sempre). Quello che scagliò rabbiosamente il colpo pareva posseduto da un demone (alcol? droga? violenza? Che importanza può avere? La cosa importante era che lui stesso si era trasformato, o era sempre stato in fondo, un demone). Era alto uno e ottanta, vestiva tutto di nero e calzava anfibi. Aveva i capelli neri corti, con un po’ di gel che gli disegnava una specie di corni che gli finivano verso l’alto. Forse aveva anche un pearcing al naso (ma no, la ragazza di Mario Y in questo si sbaglia, perché tipi del genere non somigliano ai punk-bestia che si agitano nella sua immaginazione, perché essi appartengono ad un’altra razza: a quella dei naziskin).
Gli altri due invece avevano una specie di ghigno beffardo sul viso (poiché era indubbio che sapessero quello che sarebbe successo e se lo sarebbero goduto). Uno era più grassoccio e aveva una specie di portachiavi assurdo con grosse catene che gli pendeva dai pantaloni militareschi (era rasato a zero). L’altro invece aveva i capelli lunghi e somigliava ad un moschettiere. Era magro (ma forse appariva così perché era affiancato al ciccione) ed aveva un naso adunco, pronunciato, come pure il mento…

Mario Y non li vide mai, non vide mai quella luce nera che brillava (?) nei loro occhi, quella luce che forse più che brillare assorbiva la luce altrui, come provenisse da un famelico buco nero annichilente… La ragazza di Mario Y vide il suo ragazzo esser colpito dall’alto verso il basso con un sasso bello grosso (che infatti era stato impugnato con due mani), con una furia insensata e animalesca… E lei sbarrò gli occhi poiché percepiva il pericolo ma quando tutto ciò avvenne non sapeva che fare… Avrebbe voluto in qualche maniera evitarlo, avrebbe voluto chieder loro che cosa volevano, o che gli avrebbero dato i pochi soldi che avevano senza fiatare, o quale era il motivo del loro comportamento… Ma non ne ebbe il tempo (anche se nella sua memoria quegli attimi rimasero per sempre cristallizzati e lei da allora si immagina che, se fosse stata più desta, qualcosa, magari anche qualcosa di sciocco, avrebbe pure potuto farla, anche se non sa bene cosa).
In un attimo si dileguarono, corsero via e le diedero le spalle urlando la loro gioia mefistofelica. E lei rimase sconvolta con Mario Y tramortito a terra, dalla cui testa usciva sangue, che aveva… la testa… aperta… rotta… Anche se pareva incredibile…

Solo in quel momento la ragazza di Mario Y comprese il modo nel quale i tre si erano avvicinati loro cosicché, se avessero tentato una improbabile fuga, essi gliela avrebbero impedita (e dunque il loro destino era già stato segnato appena quei balordi nazisti li avevano scorti. Quello doveva essere un piano premeditato, e ciò lo rendeva ancora più aberrante)…

Da allora Mario Y non è più lui. Ha sempre mal di testa, parla lento, fatica a muoversi, è quasi sempre a letto, e sopratutto ha un buco in testa che non è stato possibile per il momento turare, cioè gli manca proprio una parte di cranio. Per questo indossa sempre una specie di velo leggerissimo bianco che i medici e gli infermieri gli cambiano appena vedono che si sia troppo macchiato (e lui si sente entrare l’aria nel cervello e l’umidità è forse diventata la sua prima fonte di preoccupazione consapevole)…

Mario Y ha sempre la nausea e se non gli impedissero farmacologicamente di vomitare si vomiterebbe pure l’anima (nell’inconsistente speranza che dopo si possa sentire meglio, magari come prima dell’incidente).

La ragazza di Mario Y si sente in colpa. Se lei avesse fatto qualcosa, se fosse stata più pronta, magari lui non sarebbe ridotto in questa condizione pietosa in cui versa adesso. Se magari loro l’avessero violentata, se almeno quello fosse stato il loro scopo, il tutto sarebbe stato ugualmente aberrante, ma almeno avrebbe avuto uno straccio di senso… Invece così è la cosa peggiore che possa essere accaduta perché tutti hanno capito che il loro gesto è stato del tutto gratuito, immotivato, ingiustificabile, perversamente inammissibile.
Se l’avessero violentata lei almeno avrebbe da dividere con lui qualcosa, invece così si sente impotente ed inutile…
Invece il padre di Mario Y si tormenta e vorrebbe farsi giustizia da solo (poiché la polizia gli ha detto che assai difficilmente li acciufferanno e che magari quelli neppure sono più in città). Così qualche volta la sera prende un bastone e si va ad appostare più o meno nello stesso punto dove Mario Y e la sua ragazzi vennero aggrediti. Si mette dietro a dei cespugli da dove può osservare il movimento. Ma fino ad oggi ha colto solo delle coppiette che volevano appartarsi, ed una volta che è stato scoperto il suo atteggiamento è stato frainteso e da allora è attenzionato dalla polizia, dalla stessa polizia che dovrebbe cercare di acciuffare quei disgraziati che se ne stanno a piede libero, ma che invece perde il proprio tempo con lui…
La madre di Mario Y è diventata una larva, come suo figlio, solo che lei non ha impedimenti fisici oggettivi che le impediscano di muoversi o fare qualsiasi cosa come Mario Y.

Mario Y è diventato dipendente dai farmaci e ormai sta più di là che di qua. Solo il sonno pare mitigare parzialmente le sue cefalee, ma spesso si sveglia che ha già il mal di testa e allora chiede ossessivamente all’infermiera di dargli qualcosa che glielo faccia passare, ma lei gli risponde che già gli ha dato tutto quello che il medico gli ha prescritto e che la morfina è tossica e non si può esagerare nella sua somministrazione. Ma Mario Y sbraita, protesta e si duole dichiarando a tutti che preferirebbe essere morto (e a tutti si gela il sangue ogni volta che lo afferma).

Un giorno Mario Y stava guardando la televisione come uno zombi con la bava alla bocca e stranamente qualcuno aveva messo su una di quelle trasmissioni che, servendosi di filmati originali, raccontano delle storie vere (in genere di violenza estrema), quindi era una trasmissione che Mario Y non avrebbe mai dovuto guardare e per più di un motivo…
Una delle storie narrate faceva vedere tre tipi che aggredivano selvaggiamente una coppietta, senza alcuna ragione, proprio come era stato per lui e la sua ragazza. E quando Mario Y ha assistito alla scena qualcosa è scattato dentro di lui e allora si è infervorato, è scattato in piedi ed ha urlato: sono loro! Sono loro che mi hanno fatto questo!
Ma non erano loro, ma è vero che si era trattato di persone animalesche proprio come loro, persone tra le più spregevoli al mondo poiché compiono i loro atti di distruzione senza alcuna ragione lontanamente comprensibile…
Mario Y, tra le lacrime, è stato sedato.

Non ci può essere alcun perdono rispetto a gentaglia di questo tipo che si macchia di simili atroci atti inconsulti. Tale gentaglia non deve più avere la possibilità di camminare tra le persone normali, per nessun motivo, poiché l’errore che hanno commesso è talmente grande che non può essere giustificato o riabilitato in alcun modo.
Non c’è Franti che tenga… Non esiste una motivazione valida che faccia compiere a qualcuno un atto di insensata violenza verso qualcun altro, qualsiasi sia la storia che uno si lascia alle spalle o dalla quale scaturisca, qualsiasi siano le compagnie nefaste e ammorbanti che ha frequentato. Non esiste scusa valida.

Obnubilare, ovvero come Nemesis apprende che il suo amore è una sgualdrina (e pure da pochi denari)

Oggi c’è stata questa bella novità ed abbiamo deciso di venire a mangiare alla mensa-supermarket. È la prima volta che ci veniamo tutti assieme ed io sono contentissimo che ci sia anche Daphne, anzi diciamo pure che se non ci fosse stata lei avrei preferito starmene per conto mio come al solito; non ho saputo resistere quando è venuta da me e mi ha invitato: era così eccitata e contenta (come una bambina in gita) che non potevo dirle di no. Anche se poi ho appreso che sarebbe venuto anche suo marito, il che non mi ha fatto molto piacere, non perché abbia qualcosa contro di lui (che essendo l’uomo che lei si è scelta non deve essere una cattiva persona): il fatto è che non posso essere felice che mi si sbatta in faccia il motivo secondo il quale non avrò mai alcuna chance con lei. Infatti lei è una donna fedele e quindi con me non ci verrà mai finché ci sarà lui, anche se ci piacciamo, anche se c’è stato qualcosa (che però lei ha fatto diligentemente deragliare su binari morti), anche se impazzisco all’idea che lei non sarà mai mia e che dovrò accontentarmi di quel poco che mi concede (ma forse dovrei saziarmi di questo e non lamentarmi, che in fondo sono fortunato di poterla vedere quasi tutti i giorni, o no?).
Apprendo subito la natura del marito… Non è per nulla come me lo aspettavo. Mi sembra un tipo assai (troppo) banale per essere quel tanto decantato compagno di cui lei spesso ci ha decantato le lodi nei lunghi pomeriggi lavorativi di stanca… È troppo poco per lei! Ad ogni modo, nei suoi atteggiamenti estremamente formalistici e banali intravedo però della passione celata, la quale forse può facilmente trasformasi in ira (che sfogherebbe verso di lei, la mia povera Daphne, e forse è per questo che lei è così allegra delle volte: è felice che a lui giri bene e se ne rallegra… Come una cagna che è felice quando sa che il padrona non la picchierà…).
Mah! Faccio di tutto per non stare dalla parte del marito e non ascoltare quindi le menate che dice, e ci riesco. Siamo in tanti e quindi mi posso aggregare a quelli di noi che stanno sempre un po’ più avanti o indietro di loro. Così aspetto che lei si stacchi dal marito e mi conceda almeno qualche bella parola rasserenante, ma per lunghi minuti camminano praticamente appiccicati l’uno all’altra e dunque non mi avvicino, schifato dalla loro unione inviolabile (fa quasi rabbia la maniera nella quale lei lo lusinga continuamente mentre lui quasi non se la incula).
Mentre li tengo d’occhio da lontano, ne approfitto per fermarmi nel reparto fumetti. Nessuno riscontra la mia assenza né tanto meno mi cerca (mi sento solo come un cane!), ma è normale dato che tutti quanti sono troppo presi a divertirsi e scherzare e parlare tra loro per accordarmi la loro attenzione… IL fumetto è l’ennesima ristampa (stavolta in formato economico) di un bel volume che già da parecchio avevo adocchiato. Lo annuso, lo sfoglio per l’ennesima volta con gusto e con un fremito che mi solletica sussurrandomi di acquistarlo… O stavolta o mai più… Mi ero ripromesso che non avrei più comprato materiale di questo autore (poiché spesso mi aveva deluso), però le recensioni dicono che questa fatica è proprio un capolavoro, e dunque sia irrinunciabile (e ci hanno tratto pure un discreto film). Alla fine cedo al rosso dei suoi colori, immaginandomi le storie fantastiche che vivranno i suoi protagonisti, e me lo prendo. Al diavolo le promesse!
Ah, ma poi accade come avevo preventivato e finalmente i due si separano. Un collega dà da parlare al marito (uno di quegli argomenti da uomini, tipo le macchine, o il calcio, o altre menate) e fa il mio gioco. Così lei procede avanti, spedita (con sempre la sua faccia beata di donna appagata e felice di vivere) tra gli scomparti del supermarket ed è lì che allora io mi approssimo sostituendomi fattivamente al marito. E lei pare non accorgersene. Ed un po’ della sua smisurata dolcezza la secerne anche a me, che ne godo. Che bello che è starle accanto! Tutto il mondo mi appare trasfigurato, intrinsecamente bello, propenso al bene. Questo è il suo potere, il potere della mia bella Daphne…
Discutiamo di verzure, del modo di lavarle, dei pesticidi, delle vitamine in esse contenute, di quella bio, e di quella ogm. Faccio collidere le nostre idee, non mi è difficile dato che lei è quasi uguale a me e sembra fatta appositamente per me (come fa ad aver sposato quel tipo? Non sapeva che in giro, prima o poi, avrebbe incontrato uno come me, uno fatto apposta per lei e per apprezzare la sua immensa bellezza? Donna di poca fede! Bisogna sempre crederci nella vita! Altrimenti che cosa ci resta?!…).
È stupendo assistere allo spettacolo di come lei osserva il mondo attraverso quei suoi bellissimi occhi colmi di stupore e di gioie indescrivibili, ed anche quando passiamo nel reparto strumenti da lavoro e prende in mano una pinza (rivelandomi che si è ripromessa presto di dedicare maggior tempo al bricolage e divenire brava anche in quello), lambendo la plastica che la contiene, è come se stringesse tra le dita una inaudita conchiglia tropicale… Daphne, Daphne… ma perché non sei mia e sei di un altro? Possibile che tu debba essere contemporaneamente la mia migliore gioa e il mio principale tormentoso dolore?
Mi godo ogni singolo momento con lei come se fosse l’ultimo giorno della mia vita… Ma poi viene il momento di pranzare. E allora ci riuniamo ancora tutti nella zona mensa e, manco a dirlo, lei pretende di avere al tavolino da quattro il marito (e a me non va proprio di vedere la sua faccia insulsa e di doverla dividere con lui). Così mi eclisso e me ne vado a consumare altrove. Con la scusa di cercarmi un tavolo mi confondo nella folla e finisco per mangiare da solo, dovo potrò saziarmi delle mie lacrime calde ed inesauribili…
Tra una cosa e l’altra la bella gita si protrae fin al calar della sera. All’uscita dal supermercato passiamo dalla luce artificiale dei neon alle tenebre della sera… Abbiamo ancora molta gente attorno, così le pratiche per uscire totalmente da quell’edificio sono un po’ complicate ed occorre tra l’altro fare molta attenzione a quando si attraversano le strade del parcheggio, poiché si devono tassativamente osservare i semafori e posizionarsi laddove ci compete, altimetri si rischia di essere arrotati.
Daphne ce l’ho alla mia destra ed il marito è lontano, non so dove. Il nostro gruppetto è formato da quattro persone. Ad un tratto lei (che ha ancora la testa tra le nuvole per la contentezza della gitarella, anche se appare visibilmente un po’ stanca, avendo consumato un mucchio di energia) tenta di attraversare la strada in un punto dove non potrebbe ed in quel momento passa per di lì proprio un enorme macchinone, di quelli che sono praticamente dei fuoristrada scalatori da dune. Nonostante la sua immensa massa lei non se ne accorge (anche perché comunque siamo immersi in un frastuono infernale che disorienta non poco i nostri sensi). Le prendo la mano e la tiro delicatamente a me, e lei non si oppone, vede passare il quattro-ruote motrici e mi ringrazia di non averla fatta investire. Io le tengo ancora la sua bella mano bianca (me ne sono guadagnato il diritto e nessuno può o potrebbe obiettare nulla a riguardo!) mentre le dico, con voce da insegnate pacato e saggio, che bisogna fare sempre attenzione in posti del genere, perché è facile distrarsi e finire investiti da qualcuno che ha fretta di andarsene e che non va molto per il sottile… Le ho salvato la vita… Chissà se ne è consapevole. Chissà se stanotte, prima di addormentarsi, ci rifletterà, che se non fosse stato per me non sarebbe potuta tornare dal suo caro maritino scialbo. Chissà se quando ci farà l’amore penserà un po’ pure a me (e si sentirà per questo più eccitata, perché è perverso farlo con uno mentre si pensa ad un altro: ma nessuno potrà tuttavia saperlo e per questo lei se ne beerà e non lo rivelerà mai neppure all’amica del cuore…).
Il giorno dopo ci troviamo nella sala pausa, io lei e altri tre amici. Si scherza e si parla del più e del meno. Siamo seduti a terra come studentelli, a croce, in modo che ognuno di noi abbia davanti un altro. Lei è alla mia destra. Ad un tratto riceve una telefonata. Smette di ridere e diventa più seria (professionale). Ci fa segno di abbassare la voce, che è una cosa importante (però non ci impone di smettere di parlare, né tanto meno se ne va altrove a rispondere. Avrebbe fatto ciò per non farsi udire, se davvero lo avesse voluto no?).
Il motivo di quella chiamata ci risulta subito limpido e ci lascia tutti basiti… È sufficiente che lei (dopo qualche sì, e qualche saluto di cortesia) pronunci la sua prima frase di senso compiuto… Sei euro per un pompino? Sì va bene, dice incredibilmente facendomi trasalire.
Ci è immediatamente lampante che lei usi prostituirsi per raggranellare qualche altro soldo (e anche con tariffe così basse che sono un immenso insulto alla sua bellezza di donna e di persona!). Il collega che le siede davanti, con la barba (un tipo solitamente molto acuto e mordace), mi guarda incredulo tra l’affranto e il divertito (ma almeno so che la sua sensibilità non gli permetterà di sfotterla, alla alla fine di quella conversazione che lei sta intrattenendo con il suo cliente). Poi si volta anche dall’altra parte ripetendo la stessa faccia anche agli altri colleghi (ma ormai avendo rinunciato a quella nota di sofferenza, a favore di una ben più smodata ironia).
Mi copro il volto per non far capire agli altri quali siano i reali sentimenti che mi si agitano nella testa e del cuore (e loro pensano che io rida), perché a me, apprendere una notizia del genere, potrebbe anche causarmi un incommensurabile strazio in grado di darmi il colpo di grazia…
Mentre Daphne stabilisce qualche altro dettaglio con il suo avventore, ed in verità si limita semplicemente ad affermare e confermare il loro accordo, penso mestamente che se ci avesse avvisato che aveva dei problemi economici si sarebbe potuto affrontare la faccenda più dignitosamente, magari con una colletta, magari le si sarebbe potuto cercare un altro lavoro per arrotondare lo stipendio dell’azienda (che non è malvagio), insomma, qualsiasi cosa pur di non mandarla a battere come una puttana qualsiasi! Ci vengo io con te Daphne! Fammelo a me quel pompino per sei miseri euro! Anzi io te ne do dieci volte tanto, Daphne, visto che tu te ne meriti molti ma molti di più! Vieni con me! Diventerò io il tuo amante e ti darò tutti i miei soldi, mi rovinerò per te, per mantenere te e la tua famiglia, anche tuo marito, farò tutto pur di non relegarti sul marciapiede!…
Così penso; ma purtroppo so già che lei da me non accetterebbe neppure un centesimo (e già quando le offro il caffè è una lotta per farglielo accettare!), perché, a me, mi conosce e mi vuole bene, e dunque non accetterebbe mai, uno, che mi degradassi e degradassi la nostra amicizia in una torbida questione di meretrici; due, ad amare me, proprio me, che potrebbe amare sul serio, perché allora quello che fa non sarebbe più solo una specie di lavoro per portare il pane a casa, ma farebbe di lei una moglie fedifraga a tutti gli effetti, cosa che lei non deve affatto sentirsi attualmente. Lo appuro da come parla e da cosa ci dirà quando porrà fine alla chiamata che è così… E dunque lei può essere la pubblica donna di chiunque, la succhia@azzi da due soldi di tutti!, ma non di me! Dell’unico che la potrebbe amare per come lei si meriterebbe (ed io vi devo assistere senza muovere un muscolo! Destino crudele il mio!).
Quando si rimette il cellulare in tasca ci dà quella spiegazione che ormai ci è divenuta irrinunciabile, che tuttavia liquida con pochissime parole e accendano un sorriso che però non è per nulla imbarazzato. Mi servono soldi, che male c’è?, ci dice come se niente fosse. È così convinta di sé che mantiene la postura con le gambe incrociate che teneva prima. Non sente il bisogno di rettificare nulla oltre quelle poche parole che ci ha detto. Qualche collega le dice quello a cui io avevo pensato precedentemente e lei gli risponde che non vuole gravare sulle spalle di nessuno e neppure vuole l’elemosina: in quel modo riesce a sopravvivere dignitosamente, senza chiedere favori a nessuno, e non si sente di vergognarsi di niente. La domanda comprensibilmente successiva è: ma tuo marito lo sa? E lei risponde con nonchalance che è ovvio che non lo sa e che non glielo dirà mai.
A questo punto (sempre con le mani davanti al viso) mi alzo, rompo il nostro quadrilatero ed esco dalla stanza. Mi chiudo in bagno come una donnicciola a piangere per il mio amore inappagato, che mai potrà compiersi e che mi riserva sempre nuovi motivi di patimento. Mi dico che me ne devo andare via, lontano da lei, che se rimango nella sua orbita non solo non sarò mai felice, ma finirò per impazzire. Devo partire e andare dove nessuno mi può rintracciare, dove potrò ricominciare da capo, da solo, senza pensieri al di fuori di quelli derivatemi da me. Devo farlo se voglio sopravvivere, altrimenti prima o poi ne morirò, lo so. Mi devo salvare prima che sia troppo tardi…