Delirius Dementhia 5

Da tempo abbiamo preso l’usanza di non mangiare più necessariamente assieme. La tal cosa mi rende ovviamente lietissimo, dato che è facile immaginare il tormento che possa darmi anche quando si è seduti a tavola. D’altronde i nostri orari non collimano quasi mai.
Lei è sempre così “occupata”, che non riesce a rispettare gli orari, anche quando li dichiara espressamente in anticipo. Così, anche oggi, io ho già terminato e me ne sto davanti il televisore cercando di ingannare il tempo, mentre lei, rincasata da non molto, si è appena seduta a tavola, quando, e quasi me l’aspettavo poiché, troppo silenziosa, sembrava covasse chissà cosa, mi fa:
«Perché hai tolto il siero?»
Si riferisce a una ricotta fresca, che ha sotto il muso. Sembra la domanda più innocua del mondo. Se solo non l’avesse pronunciata lei…
«Non c’era nessun siero», cerco di mantenere la calma, già sapendo però che quell’interrogazione sia l’anticamera della lite proprio dietro l’angolo che sta per scatenarsi.
«Sì che c’era!», insiste. E mi manda subito fuori di testa, perché io, sempre così placido, perdo totalmente la testa quando devo affrontare persone come lei che negano la verità e pretendono pure di aver ragione.
«Non c’era nessun siero, non ti ricordi?! Sei stata tu stessa a comprarla, ed era proprio così!», cerco di mettergliela sotto gli occhi per costringerla ad appurare l’evidenza. Ma è come se lei perdurasse a dire che un vestito rosso è invece blu: è del tutto impossibile farle cambiare idea se ha deciso di prendere una posizione, per quanto essa sia palesemente fuori dalla grazia di dio.
«Ricordo perfettamente che c’era il siero! Vuoi che non lo sappia?!», ribadisce rintronandomi il cervello con la sua voce che si è già fatta da cornacchia.
Adesso gliela sbatterei letteralmente sul muso con tutto il contenitore, quella ricotta del cazzo…
«Questa… era così! Di questa consistenza, quasi solida!», grido alterato con la rabbia che mi intralcia nel parlare.
Poi, finalmente, grazie a dio!, avviene un miracolo. Si accorge del suo errore! E capisco anche io che cazzo stesse immaginandosi all’interno del suo caotico cervellino malato.
«Ah, pensavo che fosse la mozzarella. Invece questa è ricotta… Però dovevi dirmi che non stavi parlando della mozzarella…»
Assurdo! Dovrei prevedere che cazzo pensi il suo cervello malato e prevenirla rinstradandola sulla retta via! Neppure Gesù Cristo ce la farebbe… E comunque, per farlo, dovrei trovarmi all’interno di quel suo cervello malato. Ma se davvero potessi starci, sarei già impazzito da tempo.
Devo resistere alla tentazione di strozzarla con le mie mani. Sarebbe il suo ultimo dispetto: farmi finire in galera, per una stolta come lei!

dd5

Bill Cosby bastardo stupratore seriale

Conoscerete tutti Bill Cosby, il padre della serie tv “I Robinson”. Sì, lui era quel tipo simpaticissimo, comprensivissimo, medico rispettato dalla comunità, che sfornava figli come fossero filoni di pane…
Mentre ci teneva, al di fuori del piccolo schermo, a fornire di sé un’immagine di intransigente moralità. Lui faceva rimbrotti pubblici scagliandosi contro i neri che “sbagliavano” e dicendo loro che dovevano finirla e che non avevano alcuna giustificazione…
Poi però, nel mondo reale, era come e peggio di loro: era come quei politici che a parole si battono per l’onestà mentre nei fatti sono ladri conclamati più degli altri ladri… Difatti suddetto Bill è venuto fuori che è stato per decenni uno stupratore seriale. La sua tattica era molto semplice, quasi sempre la stessa. Utilizzando la sua fama, abbordava giovani attrici, o comunque ragazze che lo stimavano. Le drogava facendole dormire. E se le scopava.
Che gran figlio di puttana che è Bill Cosby. Uno così si merita tutto il peggio possibile.

cosby

Quando me rompo er ca’…

Ormai non ho più segreti. E dico sul serio. Se uno legge il mio blog, sa tutto di me. Vita, morte e miracoli. Cosa mi piace, cosa detesto; per cosa mi batto, cosa mi sta a cuore, i miei problemi e tutto il resto. Per cui non ci sarebbe nulla da aggiungere sulla mia persona. Però una cosetta la voglio specificare, dato che molte volte mi è capitato di essere frainteso…
Io sono uno che una possibilità la dà a tutti. Cerco di essere comprensivo e accomodante. Se qualcuno si comporta ingiustamente male verso me, cerco di non farglielo pesare, se possibile. Penso: forse ha un problema e la sua inciviltà/stronzaggine potrebbe avere una vaga, remota giustificazione contingenziale.
Così, temporaneamente, soprassiedo. Ma poi spesso succede che quella persona pensa che, se non mi sono lamentato espressamente, allora: o mi andava bene così; o tutto sommato non mi importava poi molto di quella questione; o sono un idiota a cui si può fare tutto senza che reagisca.
Ma non è così. Queste persone si sbagliano di grosso. Perché io tollero finché posso ma poi, un bel momento, mi accade di saturarmi e dunque di non poterne più di una data situazione. E allora mi comporto come è giusto comportarsi, e non sto più tanto a sottilizzare, fare l’ecumenico o il diplomatico. E dopo è troppo tardi e non accetterò più scuse su quella questione.
Esempio. Una volta una persona per la quale lavoravo vedevo che procrastinava sempre di corrispondermi il mio legittimo compenso. Io ho atteso, sono stato affabile, cordiale, non gliel’ho fatto pesare. Ho aspettato che si trovasse comoda… Ma poi un giorno le ho detto chiaro e tondo:
«Credo che tu abbia scambiato la mia educazione per stupidità.»
E quella persona ha finalmente afferrato che mi ero rotto le palle delle sue bugie e non avrei più sopportato. Da allora, per la cronaca, mi teme e mi fugge, perché erroneamente ritiene che sarei capace di romperle le ossa, quando invece è palese che non mi sporcherei mai le mani con una come lei, dovendo per giunta poi finire in prigione…

L’infelicità dei cani per ciechi

So riconoscere gli stati d’animo di un cane. Basta guardarli per davvero e non fare finta di non vedere.
Ho notato che spesso i cani affidati ai ciechi, che devono fare loro da guida, sono molto tristi. Non mi è difficile intuirne il motivo: per un tozzo di pane e una ciotola d’acqua sono obbligati a svolgere quel loro lavoro dovendo essere sempre pronti ventiquattro ore su ventiquattro, piegandosi a ogni volontà del cieco. E se il cane quel giorno non vuole uscire? E se è indisposto? E se sta male? È facile capire che il cieco lo forzerà a uscire, non potendosi neppure render conto del vero stato di salute del cane, forse pensando che stia facendo i “capricci”, e magari si lamenterà pure presso il centro dove l’ha preso, e gli addestratori si rifaranno sulla povera bestia.
È questo il modo di abusare di uno degli animali più indifesi del mondo, indifesi perché si fida dell’uomo. È questo il modo che ha l’essere umano di pervertire anche le cose che sarebbero bellissime…
Queste forme di coercizione non sono altro che SCHIAVISMO.
Non sto parlando di quei casi in cui il non vedente instaura col suo cane un reale rapporto di amicizia reciproca quasi paritaria. Sto parlando di quello che avviene in tutti gli altri casi, in cui il cane è visto come un mero strumento, un oggetto, quasi un taxi, e non gli si riconoscono neppure i più elementari diritti alla vita, come a esempio quello di socializzare con altri cani, cosa del tutto naturale per un cane, oltre che necessaria alla sua felicità ed eventualmente al suo sano sviluppo emotivo.
È facile capire come si sia giunti a questo punto. Il cane non costa un cazzo rapportato a quanto invece costerebbe avere un accompagnatore umano, è ovvio. Facile sfruttare i più deboli per mettere delle pezze a delle questioni elementari che una qualsiasi società che si dice civile dovrebbe da tempo ormai aver affrontato e risolto, eh?
Questo post non è contro i non vedenti. Se sei un non vedente e hai un cane che tratti come si deve, non ho nulla da dirti. Ma ho visto fin troppi cani tristi coartati a muoversi anche con condizioni proibitive solo perché il suo padrone cieco voleva recarsi in un posto per manifestare la propria indipendenza… Come quello che con quaranta gradi di temperatura pretendeva di girarsi la città sotto il sole, mentre tutti quelli con un po’ di sale in zucca se ne stavano al chiuso o comunque all’ombra, mentre il suo vecchio cane arrancava e respirava profondamente come gli mancasse l’aria, senza neppure avere a disposizione un po’ d’acqua fresca da bere, che poi sarebbe l’unico modo che ha il cane di ristorarsi davvero quando fa molto caldo.
E quando il cane diventa troppo vecchio per assecondare le insensate pulsioni del suo padrone stronzo… che cosa gli succede? Viene picchiato? Viene obbligato a fare sempre il suo lavoro finché non crepa per strada, come i cavalli dei vetturini che muoiono per il troppo lavoro? E dopo che è morto, il suo aguzzino che cosa fa? Chiama subito l’agenzia per averne uno nuovo come si trattasse di un’automobile?
Per badare a un altro essere umano serve un altro essere umano. Non si deve rompere il cazzo agli animali caricando sulle loro spalle tutto il peso delle enormi carenze della società.

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Il mistero della camera gialla (film 2003)

Tratto da un romanzo francese già ispiratore di altre pellicole, il film narra le vicende di una donna che subisce una misteriosa aggressione in camera sua, mentre vi è chiusa dentro con finestra e porta sprangate. Il colpevole sembra essere un fantasma…
La notte successiva però questi tenta ancora di terminare la sua opera. Stavolta viene visto ma, anche qui, come per magia, sparisce in un corridoio mentre era inseguito da quattro persone!
L’enigma è intrigante e godibile (anche se per la cronaca avevo intuito entrambi gli escamotage prima che fossero rivelati alla fine, segno che mi sono fatto davvero intelligente e scaltro, con l’età). Stonano giusto un po’ il ritmo e i dialoghi farseschi di alcune scene (in perfetto “umorismo francese”?).

Visto su TV2000, la tv “clericale”.
Mmm… Mi chiedo come mai questi cattolici ortodossi amino così tanto i gialli e gli omicidi… Sarà una sorta di valvola di sfogo per loro? Forse per loro, questi film, sono un po’ come i porno per noi altri… 😉

La smilza in penombra

Era estate, e faceva molto caldo. Una sera, Nemesis, risalendo le scale che conducevano alla sua abitazione, con la coda dell’occhio si rese conto che c’era qualcosa di strano nella casa abitata dalle sue vicine spione. La loro porta appariva sinistramente aperta. E pareva immettesse in uno spaventoso spazio buio.
Nemesis doveva per forza passarvi davanti. Quando lo fece, non resistette a darvi una sbirciata dentro. Dapprincipio non voleva farlo, ma quel misterioso buco nero attraeva il suo sguardo sempre più in profondità, sempre più internamente, alla ricerca di una parvenza di luce assimilabile.
E una luce infine vi era, seppur flebilissima. La smilza – non poté vederla in faccia ma riconobbe il suo inequivocabile corpo esile, lungo e dinoccolato – sedeva su qualcosa, probabilmente una sedia, ma poteva essere anche un letto. Teneva una delle sue lunghissime e magrissime gambe innaturalmente stretta al petto, come se quella posizione le regalasse comodità – ma ciò sarebbe stato assurdo –, avvinghiata con le braccia a qualcosa di cubico e grosso, che era anche la fonte di quella debolissima luce che le irraggiava appena il corpo. Si trattava forse di un frigo? Nemesis se lo chiese. Infine, Nemesis notò che, nonostante la calda temperatura, ella indossava un paio di jeans lunghi che non le scoprivano per nulla le gambe – mentre si sarebbe potuto supporre che una ragazza accaldata in casa sua usasse vestire più scoperta possibile, forse addirittura con solo gli indumenti intimi.
Oltre a quella luce spettrale, ciò che diede i brividi a Nemesis più di ogni altra cosa fu che la smilza appariva palesemente immobile. Essa non mosse neppure un muscolo quando Nemesis passò davanti il suo uscio – eppure doveva averlo visto –, come fosse sedata, dormiente, in letargo, imbalsamata; o morta. Ecco, da ultimo fu quella l’immagine principale che Nemesis ne ricavò: che non si trattasse davvero di un corpo vivo, ma di qualcosa di morto, o posticcio, come una specie di manichino. Ma in tal caso, chi mai avrebbe potuto lasciarne uno lì, in quella posa ambigua, così somigliante alla smilza, e sopratutto per quale motivo? Per fargli uno scherzo, o piuttosto per fargli prendere un colpo? In quel fosco affrancamento del caos, i bulbi oculari di quella donna erano come palle completamente scure, che fornivano una sensazione di non vita e spersonalizzazione.
La scena si mostrava così tormentosa che Nemesis fu tentato di fare un passo verso la smilza per chiederle se andasse tutto bene. Ma una tale forma di cortese contiguità non poteva proprio permettersela dato che essa da mesi rappresentava uno dei suoi detrattori più inesorabili.
Così, anche se non si poté dire che fece finta di nulla, Nemesis tirò dritto per la sua strada.
A casa si chiese se avesse fatto male a non intervenire; ma poi ricordò tutte quelle volte che aveva salutato la smilza incontrandola per le scale, e come lei ogni volta avesse deciso di ignorarlo a oltranza. Così si disse che, se pure lui le avesse domandato come si sentiva, lei non gli avrebbe mai risposto, sia se era morta sia se non lo era, e nel secondo caso si sarebbe risentita per la sua intromissione.
Quando quella notte si mise a letto, Nemesis continuò a fantasticare circa quella inquietante scena a cui aveva assistito. E se la smilza fosse stata davvero morta, stroncata da quel caldo infernale che in quei giorni mieteva copiose vittime in tutta la città? In tal caso l’indomani qualcuno se ne sarebbe accorto e allora sarebbe venuta la polizia a fare i riscontri del caso. E anche lui nondimeno sarebbe stato interrogato. Anzi, c’era modo di pensare che sarebbe stato il primo sospettato, dato che presto sarebbe trapelato come i rapporti tra lui e le sue vicine fossero sempre stati tesi e di reciproco odio. E poi gli agenti avrebbero trovato il suo diario, con quegli evidenti propositi di vendetta nei confronti della smilza come pure della sua coinquilina. E allora qualcuno avrebbe fatto uno più uno e quelli della omicidi non lo avrebbero più lasciato in pace perché l’avrebbero ritenuto il vero killer della smilza, anche se la morte di questa poteva sembrare naturale.
Nemesis si addormentò con quel pensiero nefasto in mente. Solo il giorno dopo avrebbe scoperto se davvero la smilza era morta o no, o forse anche quella sera, quando la sua coinquilina, la cicciona, sarebbe rientrata per andare a dormire, dopo una mezza nottata trascorsa sul ciglio di una collina per evitare le più truci calure dell’afa…
L’indomani non accadde nulla di particolare. Dunque Nemesis apprese da quella solita normalità che la smilza non doveva essere morta, dopotutto. Di ciò ne ebbe la prova anche perché la vide nuovamente quando tornò dal lavoro. La incrociò all’altezza del portone. Essa era appena uscita mentre Nemesis doveva entrare. La smilza si fermò e fece qualcosa che prima non aveva mai fatto, cioè un gesto di comune cortesia nei suoi riguardi: gli accostò il portone affinché non gli si chiudesse in faccia, mentre gli disse: «Lascio aperto?» Ma la sua insolita carineria era stata già compiuta allorché la domanda era stata posta. Nemesis la ringraziò obbligato e la smilza, che teneva i lunghi capelli sciolti nonostante anche quel giorno facesse ancora molto caldo, lo sorpassò in quattro e quattrotto con le sue lunghe gambe storte da cavalletta.
Che strano che lei lo salutasse proprio all’indomani di quello strano fatto, si disse Nemesis non riuscendo ad afferrare in pieno cosa fosse accaduto in quel breve lasso di tempo. Probabilmente anche la smilza aveva pensato intensamente a lui, almeno quanto lui aveva fatto con lei. E ora che la cicciona non c’era – perché poi venne fuori che si trovasse in trasferta per lavoro – era come se la smilza non fosse più obbligata a odiarlo, e tra loro due avesse potuto sbocciare qualcosa di amichevole, infine.

smilzapen