Viaggio nel profondo sud

 

Anche questa è una storia vera. E anche questa riguarda quel mio amico di cui vi ho già parlato… Quello con la voglia perenne di trombare e disposto pure a lanciarsi in qualche avventura pur di avere qualche soddisfazione in tal senso…

         La nostra vicenda inizia in una mattina di estate, quando il mio amico riceve una chiamata da un numero che non conosce. Ovviamente risponde. Chiedono di una persona che non è lui… Il mio amico sente che la voce della ragazza all’altro lato però è assai amabile (la giusta commistione tra dolcezza ed intrigo, che non manca mai di colpire i cuori così sensibili da afferrarla al volo!). Così lui si mostra in qualche modo interessato alla sua conversazione e lei, sulla stessa lunghezza d’onda, lo ricambia (forse perché anche il mio amico ha una bella voce? Forse, ma forse no… Le conclusioni a dopo). Fattostà che riescono a stare mezz’ora al telefono (ed evidentemente solo perché entrambi lo avevano desiderato con intensità). Infine si salutano con affetto dichiarandosi esplicitamente favorevoli a chiamarsi altre volte, qualora ricapiti.

         Il mio amico pensa che è davvero un peccato che lei abiti nel profondo sud (molto lontano da lui), altrimenti non si farebbe sfuggire l’occasione di incontrarla e di… colpirla e affondarla! Pazienza, si dice lui…

         Alcune ore dopo, nel pomeriggio, lei gli inizia a fare degli squilletti. Lui, allettato di riascoltare quella bella voce di ragazza che pende dalle sue labbra e che si è esibita molto disponibile a fornirgli e richiedergli un po’ di tenerezza, non resiste alla tentazione ed infine la chiama.

Succede che nei giorni seguenti i due si sentono di continuo ed ognuno si apre sempre più verso l’altro; si scambiano informazioni circa i rispettivi lavori, le famiglie, quello che piace loro fare, come trascorrono il tempo libero, dove sono andati di bello in vacanza, ecc. Insomma, dopo giorni di questa conoscenza virtuale, si direbbe che si intendano a menadito (ed entrambi sono sempre più attratti l’uno dall’altra). Naturalmente nel loro lungo discorrere non omettono di presentare il loro rispettivo aspetto. E lei gli dice (invogliandolo sempre di più) che è bella, alta, ha lunghi capelli fulgidi, un bel corpo (provvisto di seno extra) e… che spesso ha così tanti spasimanti che li deve scacciare come mosche, ma fortunatamente per lui, in questo momento è libera (e lui si accende di speranza!).

         Decidono di scambiarsi le relative fotografie digitali. Lui le spedisce subito la sua, mentre lei ha un momentaneo problema tecnico e proprio non riesce a farlo. Lui ha più di un sospetto che lei non si fidi a mandare per la rete una sua immagine, per questo, pur comprendendo che gli ha mentito, la scusa…

         Nel frattempo il mio amico mi aggiorna di ogni nuovo dettaglio nella loro pseudorelazione e mi racconta anche la vicenda della foto. Mi dice: «…Comunque non mi spaventa il fatto che non me l’abbia mandata. Dato che mi ha dichiarato che è bella (e che le ragazze di solito sono eccessivamente severe per quanto riguarda la valutazione del loro aspetto), al limite, se non dovesse essere proprio bella bella, c’è da star sicuri che sia per lo meno carina (e poi con tutti quelli che dichiara che le ronzino attorno… Io non mi tengo più! Aho! Io piglio e parto! Quando mi ricapita più un’occasione così?! Questa è bona, disponibile, ha una voce bellissima e con lei mi trovo perfettamente a parlare di tutto! E, anche se dovesse andare male, almeno me sarò fatto ‘na scopata sicura!… Non riesco a resistere alla tentazione di vedere questo raro bocconcino dal vivo!…» (ricordatevi queste parole…).

         Lei gli aveva già dichiarato che fosse impossibilitata a lasciare il suo paese, ma che, se per caso lui la fosse andata a trovare, l’avrebbe accolto con piacere e avrebbero passato un’intera giornata assieme… E lui, in una bella e propizia giornata di sole, prende un giorno di ferie dal lavoro, compra un pacco di preservativi (ritardanti per lui e stimolanti per lei), si fa una valigia abbondante (in modo che, se buttasse bene, si potrebbe fermare senza problemi una decina di giorni), e parte dal suo nuovo e selvaggio amore (naturalmente dopo averlo concordato con lei)!!!

         Sia chiaro che una cosa del genere a me non sarebbe mai potuta accadere, e non solo per gli ovvi motivi di buonsenso, ma anche per questioni del tipo che io mi porrei il problema di recarmi in un luogo sconosciuto a vedere per la prima volta una persona della quale non so nulla (o meglio, so solo le cose edulcorate che mi ha detto lei stessa)… E se poi è un’imboscata? E se poi mi accoppano? E se lei mi porta a casa sua e poi mi violentano e mi rubano i soldi e poi mi costringono a prostituirmi? Io non mi prenderei mai un rischio del genere!…

         Fattostà che il mio amico si fa quelle due o trecento ore di treno e, a pranzo, giunge nel luogo pattuito. Quindi scende dal convoglio, ma non vede nessuno che corrisponda alla descrizione, e attende. Decide di chiamarla al cellulare. Dopo aver eseguito la chiamata nota una cicciona (si, ancora una cicciona! Ma giuro che non ce l’ho con le ciccione!) che risponde all’apparecchio proprio in quel momento (e la tipa era una che, quando lui era sceso, lo aveva adocchiato in modo particolare…).

         Gli risponde come al solito quella voce allettante ma l’inganno è ormai svelato: la sua amata è… quella cicciona! I due fanno appena in tempo a farsi un cenno di riconoscimento, quindi lui si inventa al volo che ha un’altra valigia da prendere. Risale sul treno, ma non riscenderà più!…

         Lei, sgomenta, prova a richiamarlo sempre con quella vocetta angelica, invocando il suo nome e implorando di fornirle una spiegazione. Ma lui, per un pezzo, si limita a riattaccarle dopo qualche parola (infine spegne il telefonino per non essere più disturbato)…

         Lui è furioso con lei per avergli mentito. Lei gli aveva detto che era stupenda! E che aveva un nugolo di spasimanti che avrebbero fatto follie per lei! Tutto ciò si era rivelato palesemente falso!

Ancora inferocito, il mio amico mi commissiona un disegno che la raffiguri, che ha deciso di spedirle assieme ad una lettere assai truce nella quale la insulta a più non posso, assicurandosi così che lei non lo cercherà più (e quel disegno, per quanto io lo facessi brutto, lui mi dice sempre di farlo ancora più brutto, di più! di più! perché lei era più brutta del mostro di Lockness! Grassa come un dirigibile, con membra informi e un viso orribile per niente femminile!…).

 

         E qui finisce l’avventura del signor Bellafregatura,

che siccome volle una volta partir per l’amore

(per la ragione però di essere tirato dal pisello),

non gli venne risparmiata la fregatura del cuore

che mai potrà abbellir neppur alcun orpello…

I 3 reintegri della fiat

 

La fiat deve rispettare le regole! Non può fare come cazzo gli pare (come spesso abituata a fare).

È chiaro che accettare di riassumere tre persone solo perché una sentenza del lavoro gli ha dato ragione, imponendo però loro il vincolo di non ripresentarsi a lavoro (pur percependo uno stipendio) è un chiaro tentativo di:

1 ribellarsi alla sentenza del giudice (perché evidentemente quelli della fiat vorrebbero avere delle leggi tutte loro e fare come cazzo vogliono loro)

2 svilire i lavoratori come uomini, non concedendogli quello che prima gli spettava (e li nobilitava, come si suol dire)

3 evitare che le suddette tre persone possano fare dei proseliti tra gli altri operai

4 farli passare in qualche modo per lavativi, qualora anche uno solo di essi avesse accettato il reintegro senza lavorare materialmente. Infatti, se questo fosse successo, la fiat avrebbe certo detto qualcosa del tipo: «Vedete? In fondo a loro non interessa guadagnarsi il pane onestamente… Loro sono interessati solo ai soldi (non come noi che davvero ci curiamo della sorte dei nostri lavoratori e li amiamo!). Per questo non dovete seguire quei messia fasulli che si spacciano per difensori dei diritti dei lavoratori quando, alla prima occasione, se ne hanno la possibilità, li violano subitamente!»

 

Ecco perché la proposta della fiat (e dei geni che l’hanno partorita) ha qualcosa di fortemente mefistofelico ed offensivo.

 

Vi ricordo poi che la fiat ha preso un sacco di sovvenzioni statali (solo perché è un importante fabbrica nostrana) per continuare e favorire lo sviluppo del lavoro in Italia. Vi sembra che così lo faccia?! E vi sembra che lo faccia volendo chiudere delle fabbriche in Italia per spostarle dove le costano di meno?!

A me sembra proprio di no!

La fiat può fare tutto quello che vuole purché restituisca tutti i soldi che ha preso dallo stato in questi anni e rispetti le sue leggi (perché, anche se la cosa gli fa rodere il culo, anch’essa deve sottostare alle leggi dello stato che la ospita).

 

Forse tutte queste storie finiranno quando gli ordinamenti giuridici la smetteranno di essere così accomodanti con certi manager superpagati che si fregano (letteralmente) le ricchezze delle aziende per le quali lavorano e le svendono a chi gli fa comodo, o le fanno miseramente fallire (vedi anche Telecom e compagnia)…

 

Marchionne, potresti andare all’inferno?

Cossiga col K…

         Cossiga, Cossiga, Cossiga…

…Quello che sui muri di Roma c’era scritto: KOSSIGA BOIA.

…Quello simpatico che diceva sempre le battute.

…Quello così innamorato delle interviste che alla fine ne doveva sparare sempre qualcuna grossa.

…Quello che ogni tanto ci faceva l’immenso favore di dirci qualche segreto che non si doveva sapere (ma ce lo rivelava solo a metà, perché sennò che segreto era?), che comunque Baffino sapeva già.

…Quello che picconava, sì, ma con amore!

…Quello che, candidamente, ci parlò senza vergogna di Gladio.

La sniffomane della TIM

Mentre Morgan viene sospeso da Sanremo per una stronzata, Belen continua a fare la pubblicità della TIM e a fare la carriera che fa (che non le invidio affatto perché è quella che si merita, tutta sniffate e ciucciamenti)…

Che fine ha fatto la gente (ipocrita!) sdegnata che ha chiesto la testa di Morgan?! Tutti a mandare sms?

 

Fottetevi, fottetevi, fottetevi!

 

Ps: spero che questo mio innocente sfogo non mi impedisca un giorno di diventare il presidente onorario del Codacons, o di Sanremo…

I banditi del negozio di elettronica

 

         C’era una volta un negozio di elettronica molto fornito in cui era un piacere andarci. Avevano prezzi bassi e quando entravi ti veniva voglia di uscirtene sempre con qualche gingillo tecnologico (che magari non avresti mai utilizzato)… Ricordo di averci comperato un carica batterie senza nemmeno possedere le pile ricaricabili!…

         Ah, ma il tempo cambia tutto e le cose belle finiscono presto… Quel negozio si trasferì in un’altra via e finì praticamene a due passi da casa mia… E quel cambiamento non riguardò solo la locazione ma… mutò qualcosa anche nell’animo e nelle persone fisiche che lavoravano in quel negozio…

         Una volta mi accadde di andarci e di dover aspettare per cinque minuti che il tipo con i capelli rasati, la faccia da pitbull e al quale non andavo a genio immagino per il solo fatto di avere la capigliatura fluente (ed intendo dire che lui, evidentemente fascista perso, mi aveva identificato indubbiamente per comunista aderente ai centri sociali), decidesse infine di fammi l’immenso favore di svolgere correttamente il suo lavoro anche con me e fornirmi quella singola informazione che gli chiedevo… Mi rispose quasi controvoglia, tanto che fui tentato di dirgli: «Comunque se non mi vuoi come cliente, non c’è problema… Basta dirmelo, caro il mio naziskin, e vedrai che ti accontenterò con grande soddisfazione di entrambi…»

         Un’altra volta ci andò mio padre (che non aveva la faccia da comunista) e gli affibbiarono due decoder illegali (che loro nemmeno avrebbero dovuto vendergli) ed un cavo femmina/femmina quando lui ne aveva chiesto uno maschio/femmina. E, quando dopo sei mesi uno di quei due decoder non omologati si ruppe, mio padre tornò lì con lo scontrino e gli disse che era in garanzia e che quindi avrebbero dovuto sostituirglielo… E sapete cosa gli dissero? Che avrebbe dovuto portarcelo lui al centro di assistenza! Una talmente tanto palese bugia che neppure un farloccone come mio padre ci poteva credere… Ma lui abbozzò e fece così perché sapeva che quelli avrebbero potuto in qualche modo rifarsi su di lui… Mio padre mi disse anche che quando quella notizia sconvolgente gli fu comunicata, il tipo che glie la stava dicendo, glie la proferì con tale convinzione che quasi egli stesso se ne era convinto…

         Un’altra volta ancora ebbi la pessima idea di andare a prendere una cartuccia per stampante. Mi servì il solito nazista che quel giorno aveva la faccia di averlo appena preso nel culo… Ci mise diversi minuti per trovare la cartuccia che mi serviva… Ma poi, prima di farmi pagare, dovette adempire ad un’altra faccenda; per questo la mia pratica venne passata ad un altro (che era un tipo bassino, con la faccia da fight club e con opzione sadomaso, che però sembrava anche più scazzato dell’altro; forse erano parenti?). Fattostà che questo mi controlla la cartuccia e mi dice che quella che il nazi mi stava per affibbiare non andava bene. Allora me prende un’altra (e stavolta anche io controllo che è giusta). Ma mi dice che ce l’ha solo “originale” e non ne ha una compatibile e più economica. Faccio l’errore di accettare (spendendo dieci euro di più di quanto avrei dovuto e, non ricordando che avrei potuto acquistarla altrove). Poi gli affido la cartuccia vuota, che per legge dovrebbe smaltire lui, e questo mi fa: «No guarda… È inutile che me la dai che tanto io la butto nella mondezza perché non so dove buttarla… Meglio che ci pensi tu…». Ed io, allarmato dal distratto ambientale che quel tipo doveva aver già prodotto per tutta la sua vita, ho pietà del mio caro pianeta Terra e me la tengo…

         Da allora non vado più in quello che una volta era un brillante negozio di elettronica ma che oggi è diventato un covo di banditi spietati ed insensibile che ormai manca poco che nemmeno facciano più lo scontrino…

Due conti

         Questa è una storia vera.

         C’era un mio amico che durante un certo periodo della sua vita si dette molto da fare con le ragazze. Ci provava quasi con tutte e raramente (a dir la verità) riusciva a trarne il profitto che si sarebbe ripromesso. Ma questa non è propriamente la sua storia…

         C’era anche una tipa un po’ bizzarra. Se uno la guardava, la prima cosa che si pensava era che lei si imbellettasse proprio come una meretrice… Era una tipa molto formosa e alta, con un trucco pesantissimo sulla faccia (che era assai banale e non proprio bella). Aveva anche lunghi capelli da maliarda e si vestiva in modo un po’ provocante. Ad ammirarla bene penso che si sarebbe potuto intuire che veniva dalla provincia e che nella città forse voleva in qualche modo sfondare.

Che altro dire di lei? Non era particolarmente intelligente o sveglia e non era raro notarla assonnata o intontita o in uno dei suoi momenti di goffaggine (aveva il vizietto di pestare i piedi alle persone che le attraversavano la strada). In più, in genere, si accompagnava con altri tizi che sembravano in qualche modo più sbandati o esagitati della media, e che evidentemente l’avevano riconosciuta come una di loro…

Fattostà che il mio amico e la tipa si conobbero ed il mio amico provolone ci provò con lei (dato che lo “attizzava”). Personalmente insieme proprio non ce li vedevo, perché lei era una di quelle ragazze perennemente indecise e che non sanno cosa vogliono, mentre il mio amico era uno di quelli che parte con l’idea di farsi una scopata e poi vede come va… Le premesse c’erano tutte affinché il loro rapporto andasse a scatafascio prima ancora di iniziare. Però, a dire la verità, ero anche consapevole che delle volte mischiando assieme due componenti disparati si trova una strana ed impensabile alchimia che realizza una nuova, sostanziale e robusta stabilità. In parole povere, per essere certi di certe cose (e l’unione tra un uomo e una donna è una di queste per le quali questa legge vale a maggior ragione) bisogna irrimediabilmente saggiarle!

E loro si sperimentarono e si misero insieme. E così lui prese l’abitudine di riaccompagnarla sempre alla casa di lei (che era fuori città), perché non è bene che una ragazza debba transitare in luoghi scuri e isolati; e i due iniziarono a frequentare cinema, bar, locali, ecc… Insomma fecero tutto (o quasi tutto) quello che ogni normale coppia faceva allora.

Invero però alla loro unione mancava solo una cosa affinché si potesse dire normale: non avevano giaciuto assieme (e con questo intendo dire che non avevano avuto rapporti sessuali). Infatti lei gli aveva detto che lei non la dava al privo venuto e che non gli andava di sentirsi pressata da quel punto di vista… Per carità, un discorso giustissimo, anzi consiglierei di fare lo stesso ad ogni ragazza (non la date subito a destra e manca, care figliole, almeno se cercate chi vi ami sul serio! Perché se uno vi ama sarà disposto ad aspettare un po’, mentre se uno è interessato solo ad una botta e via vi lascerà presto stare… Ah, ma fate attenzione a quelli che non hanno fretta ma solo perché comunque ce l’hanno già calda da qualche altra ragazza, eh!).

Comunque la correttezza di quel ragionamento non implicava necessariamente che la tipa fosse la santarella che qualcuno di voi potrebbe pensare; e nulla mi toglie dalla testa che lei non avesse potuto avere (al suo paese) un altro fidanzato con il quale ad esempio facesse l’amore e tutto il resto (sinceramente da questo punto di vista lei non mi dava alcuna sicurezza). Per cui, se qualcuno di voi pensa che la vittima in questa storia sia la ragazza (perché il mio amico in fondo se la voleva solo scopare), questa cosa non è affatto scontata, e non ci è dato modo di saperla…

Fattostà che erano passati dei mesi e questa non glie l’aveva nemmeno fatta annusare. Il loro rapporto andava avanti tra alti e bassi ma già mostrava i primi scricchiolii. Nella loro relazione era già subentrata una specie di noia e la ragazza si mostrava spesso altera, capricciosa, e insoddisfatta. Mentre al mio amico toccava di farle da autista servizievole, sempre pronto ad intervenire per condurla ovunque in caso di necessità. Inoltre ogni volta che uscivano assieme al mio amico toccava il compito di… pagare immancabilmente il conto! Ma non c’entrava molto la galanteria in questa faccenda. No, il fatto era che lei pretendeva che lui lo facesse, perché quello doveva essere un suo compito… Ed il mio amico si iniziava a stranire di andare sempre appresso alle sue bizze da prima donna…

Ad ogni modo il mio amico era uno di quelli che almeno per certi versi ci sapeva fare con le ragazze e sapeva come muoversi in talune circostanze. Ed un giorno riuscì ad attirarla a casa propria quando non c’era nessuno… Il mio amico le aveva fatto capire che dopo mesi di astinenza lei non poteva più sottrarsi ad avere almeno un piccolo e semplice orgasmo ordinario con lui… E la tipa, nonostante fosse ancora ritrosa sulla questione, aveva capito che la storia del non concedersi con facilità non reggeva più tanto (quanto ancora avrebbe dovuto aspettare prima di farlo? Un anno?); pure lei era del tutto consapevole che stava tirando troppo la corda e che se non gli avesse dato almeno un contentino lui avrebbe potuto anche andarsene…

Così il grande giorno dell’accoppiamento venne ed io fui fortunato di vedere alcuni momenti salienti del loro approccio. Il mio amico si comportò come un navigato latin lover (marinaio) e le si ostentò calmissimo, dolcissimo e affidabilissimo. La attirò nella sua tela senza poterle darle un pretesto di scappare. Invece lei mi sembrò per tutto il tempo nervosissima, già consapevole del destino penetrante che l’attendeva, ed il suo volto corrugato e la sua espressione pensierosa la dissero lunga circa i tormenti che in quel momento stava vivendo.

Che pensare di lei a questo punto? Forse davvero era una che lo aveva fatto raramente e che si era sempre concessa poco nel corso della sua esistenza? O forse era turbata perché in fondo lui non le piaceva affatto e lei lo sapeva benissimo? Chi può dirlo!? Ad ogni modo la tipa venne colpita (e affondata facilmente) una volta ed il suo amplesso fu anche più rapido di quello di lui (mai sentita una cosa del genere in vita mia!).

Passarono altri mesi e la tiritera tra di loro assunse le stesse identiche fattezze di prima che si congiungessero. Lui la doveva portare ovunque lei pretendesse e doveva sempre pagarle tutto. E lei adesso poteva non dargliela per un bel pezzo, dato che si era sdebitata da relativamente poco e che chissà per quanto tempo non glie l’avrebbe fatta più vedere…

Ma il dover andare sempre affannosamente dietro ai ghiribizzi di una donna impossibile e scostante non andava per nulla bene al mio amico, che già da tempo aveva preso a farsi due conti… Il mio amico a quei tempi non lavorava ed era del tutto dipendente dalla (non esigua, ma certamente nemmeno abbondante) paghetta che gli davano i suoi genitori, che lui spendeva quasi totalmente per acconsentire alle futilità della sua ragazza (perché dover andare in posti dove si pagava per entrare? Perché dover spendere per bibite da poche lire almeno il doppio, se non dieci volte tanto quanto era il loro presso di mercato?). Il mio amico si fece i suoi conteggi e calcolò la cifra mensile che lei lo obbligava a spendere per riverirla… Ed era una bella cifretta! Poi considerò che tutto quello che aveva sborsato sa quando la conosceva gli era servito per ottenere solo la miseria di una scopata veloce (che non sapeva quando gli sarebbe ricapitata)! Infine sentenziò che fin dal principio, se fosse andato con delle semplici prostitute di strada, avrebbe speso molto ma molto di meno e avrebbe avuto l’uccello più soddisfatto! E questo era un concetto incontrovertibile che non potei ribaltare quando mi venne comunicato…

Alcuni mesi dopo lui si stufò delle sue pretese irrazionali e fece in modo di non ricucire l’ennesimo strappo che si era originato tra loro due. Così si lasciarono e non si rimpiansero nemmeno molto…

Contumacia

         Un giorno ricevetti quella sua email. In quel periodo le poche volte che ci sentivamo prediligevamo quel canale di comunicazione piuttosto che altri.

         Ero impegnato nel lavoro ma mi ero preso un momento di pausa per far riposare i neuroni. In tali circostanze ero sempre molto contento di poter impegnare la mia attenzione su altre attività che consideravo parallele e variabilmente stuzzicanti.

         Lei mi scriveva:

 

         Non ti voglio più vedere e sentire.

Non mi chiamare più.

 

E basta.

Per prima cosa pensai che si fosse sbagliata (ma chi poteva essere che lei odiava a tal punto da rivolgerglisi a quella maniera perentoria e inappellabile?). La seconda cosa che pensai fu che quello fosse uno scherzo crudele che lei mi faceva per farmi preoccupare. In tal caso si sarebbe divertita un po’ e poi mi avrebbe svelato che si era trattato solamente di una specie di prova (che lei si era malvagiamente goduta) per vedere come io avrei reagito a quelle sue parole disdicevoli.

Ma poi esaminai la terza opzione, che cioè fossero vere sul serio. E allora mi prese una sensazione di nausea allo stomaco, che mi si attanagliò comunicandomi che io credevo maggiormente in quell’eventualità rispetto che ad altre.

Che fare? Era ovvio che anche se quello che lei mi diceva fosse stato vero non potevo certo congedarmi da lei (per quanto tendessi a compiacerla in tutto) con il dubbio che lei stesse solo scherzando (anche se in quel caso prima o poi me lo avrebbe detto, no? A meno che però si fosse potuta offendere mortalmente perché io avevo creduto a quella sua balla e dopo avesse deciso che non mi avesse più voluto vedere sul serio…). Era scontato che dovessi tentare di capire che cosa gli era preso…

Ogni istante che passava la mia mente prendeva sempre più concretamente in considerazione la possibilità che la situazione fosse estremamente grave (e forse irreparabile). E se lei avesse sentito qualcosa su di me che l’avesse oltraggiata? Io mi sentivo con la coscienza abbastanza pulita, e anche se vi erano delle situazioni che la riguardassero, e di cui lei non era a conoscenza, che mi vedessero come protagonista non proprio irreprensibile di quella che fu un tempo la mia vita, e che forse le sarebbero dispiaciute, non ritenevo che anche lo scoprirne qualcuna potesse costituire un tale delittuoso reato, tanto dall’essere odiato e allontanato a quel modo, senza che io mi potessi almeno difendere. Eh sì, perché c’era la concreta possibilità che lei davvero non volesse più confrontarsi con me in alcun modo…

Ma cosa poteva aver sentito su di me? Cosa le potevano aver detto? E se le avessero spacciato una bugia per verità (magari qualche invidioso, o magari solo per divertirsi a vederla avere una reazione decisa contro di me)? Ma se anche fosse stato… perché lei, prima di giudicarmi, non era venuta a parlare con me, dato che eravamo amici? Non eravamo amici, Giulia? O forse non lo siamo mai stati e io me lo sono solo immaginato, e magari tu mi hai solo fatto credere che lo fossimo? Se mi volevi bene non avresti dovuto credere in me nonostante qualsiasi apparenza?

Da dove iniziavo? Quale sarebbe stata la mia prossima mossa? Normalmente l’avrei chiamata al suo telefono personale, ma il fatto che non lo facessi da tempo mi mise un bastone tra le ruote a seguire questa strategia. Forse la cosa più corretta sarebbe stata quella di mandarle un’email, proprio come aveva fatto lei… Ma, se la faccenda era così delicata come sembrava, invece forse avrei dovuto fregarmene delle nostre convenzioni e parlarle direttamente (se non a quattrocchi, come in realtà mi sarei sentito in dovere di fare, almeno al telefono). Ad ogni modo quest’ultima cosa potevo metterla in pratica anche successivamente, no?

Tentai la via dell’email e, dopo qualche lungo momento speso a ragionare su cosa sarebbe stato più opportuno scriverle (avrei potuto dirle così tante cose, avrei potuto mettere le mani avanti e farle una specie di imprecisate scuse preventive, riaffermandole quanto le volessi bene e quanto ci tenessi a lei; oppure le avrei potuto subito sbattere in faccia quanto fosse scorretto il suo modo di comportarsi e che anche agli assassini confessi si concedesse la possibilità di difendersi dalle accuse che li riguardavano)… mi decisi per un messaggio pacato che gettava l’accento sull’emozione che lei mi stava provocando in quel momento.

 

Che cosa è successo?! Stai scherzando?

Mi stai facendo prendere un colpo!

Per piacere fatti sentire e spiegami se mi stai solo prendendo in giro, o se ritieni davvero di avere qualche motivo per dirmi quelle brutte cose…

TI PREGO, SBRIGATI A RISPONDERMI.

 

Credo che data l’occasione il mio fosse, in finale, un messaggio perfetto, e mi immaginai di poterla almeno impietosire e che lei potesse perlomeno rispondermi qualcosa del tipo: “Sai di cosa parlo” e che dopo, insistendo un po’, presto mi avrebbe detto a cosa si riferiva e si sarebbe tolta il rospo dalla gola. E poi mi sarei potuto difendere (e l’avrei sicuramente riconquistata, presto o tardi, perché non le avevo mai fatto nulla di realmente malvagio, perché mi sarei scusato così tante volte che l’avrei impietosita – ma in tal caso avrei dovuto fare attenzione a non accrescere troppo il suo orgoglio spasmodico -, e perché sapevo essere molto convincente quando volevo, e con la forza della mia logica e dei miei sentimenti l’avrei riportata dalla mia parte)…

Attesi con impazienza per trenta minuti. Sapevo che lei era sempre connessa alla rete e che il mio messaggio l’aveva già ricevuto. Ma bisognava chiedersi se lo avesse voluto leggere e se non l’avesse cestinato subito (ne sarebbe stata perfettamente capace se davvero era arrabbiata con me).

Credo che fui fin troppo gentile lasciandole la possibilità di organizzare una risposta di qualsiasi genere, che comunque non venne. Decisi di rompere gli indugi e fare quello che fin dal principio sarebbe stata la cosa più corretta da fare: chiamarla. E lo feci alle ore 13:05 in punto (cioè mi preoccupai che lei, nel caso fosse a lavoro, si trovasse nella fascia della pausa pranzo, e che fosse quindi libera di rispondermi).

Selezionai il suo numero dall’agendina ed effettuai la chiamata. Udii il telefono squillare mentre il mio cuore aumentava il ritmo con il quale batteva. Dopo nove squilli batteva al massimo della velocità possibile. Fui quasi sollevato che dopo venti squilli non rispondesse (anche se sarebbe stata lei quella che avrebbe dovuto innanzitutto aver timore di qualcosa e giustificarsi). Poi attaccai. Comunque era possibile che avesse lasciato il cellulare da qualche parte e che lei si fosse eclissata dal mondo (ogni tanto lo faceva e diventava irreperibile). Ad ogni modo lei si sarebbe trovata poi il mio numero e avrebbe capito che la cercavo (e una parte di me sapeva che lei sarebbe stata fiera che io le fossi corso appresso appena lei avesse lanciato il suo amo).

Ma di certo non se la sarebbe cavata con così poco. Adesso che lei aveva lasciato scoppiare la bomba si doveva prendere tutte le conseguenze… La iniziai a chiamare ogni dieci minuti ed ottenni i seguenti risultati. La prima volta ancora il suo telefono squillò a vuoto. La seconda volta lo trovai staccato (quindi c’era e aveva deciso di non rispondermi!). Anche quello costituiva una prima risposta ma che sicuramente non mi soddisfaceva. Tentai ancora. La terza volta il telefonino era di nuovo libero e squillò ancora a vuoto (lei non era disposta a rinunciare ad esso solo per colpa mia, per cui lo aveva riacceso auspicando che io desistessi). Stavolta però decisi di non attaccare e di continuare ad oltranza a lasciarlo suonare. E dopo venticinque squilli sentii il segnale di occupato. Avrei anche continuato a provare per farle un dispetto (come osava lanciare un sasso di una portata simile e poi nascondere la mano?! Non ne aveva alcun diritto!) ma mi venne in mente di accelerare un po’ le cose. La chiamai a lavoro. Sapevo che lei ci teneva molto a non essere disturbata su quella linea (sempre se davvero si trovasse lì) e quindi il mio sarebbe stato quasi un ricatto: se tu non mi rispondi io allora ti rompo le scatole sul posto di lavoro… Ed infatti ottenni il privilegio di sentire per l’occasione, dopo tempo immemore, la sua voce squillante e alterata rispondermi…

«Pronto?!…»

«Giulia, sono io… Volevo sapere…»

«Senti, non mi devi chiamare per nessuna ragione a lavoro! Semmai ti chiamo dopo…»

E poi mise giù. Ma io la conoscevo bene e immaginavo che lei non mi avrebbe chiamato. Inoltre aveva detto furbescamente quella parolina, “semmai”, che nella sua testolina la liberava da ogni obbligo concreto e formale di risentirmi. Per questo decisi di inviarle un sms speciale, uno di quelli che ti dicono se la persona destinataria lo ha letto oppure no. E immediatamente mi tornò la comunicazione che lei lo aveva fatto. Le avevo scritto:

 

Adesso stai davvero esagerando.

Pretendo si sapere di cosa mi

accusi, Giulia.

 

Attesi invano una risposta che non venne e una chiamata che allo stesso modo non mi arrivò. Quel pomeriggio ricordo che non riuscii più a combinare nulla e che in sostanza smisi allora di lavorare. E quando venne la sera ero però ricolmo della speranza che lei potesse impietosirsi, le potesse venire un singolo dubbio che qualsiasi cosa pensasse di me potesse non essere vera, o che semplicemente potesse tornarle un barlume di ragionevolezza che le facesse capire che almeno una spiegazione me la doveva. Almeno quello! Ma quando arrivarono le 22 capii che lei non mi avrebbe chiamato. Allora lo feci io, sia a casa che sul cellulare, ma in entrambi i casi non ottenni risposta.

Lei sapeva che io non ero di quelle persone estremamente egocentriche che pretendono di ottenere delle risposte per forza (e che quindi prima o poi avrei smesso di chiamarla e l’avrei lasciata perdere); allo stesso modo io non volevo darle quel tormento e sapevo che, se per caso lei si era messa in testa di non parlarmi più per il resto dei suoi giorni, non sarei riuscito ad impedirglielo, e nemmeno l’avrei obbligata dal desisterne.

Passai una nottata di inferno. Mi coricai solo a mezzanotte ma mi rigirai nel letto per almeno tre ore. Avevo l’abitudine di lasciare il cellulare spento ma in quell’occasione lo accesi, rialzandomi dal letto, quando ravvisai che le potesse venire una crisi di coscienza che l’avrebbe spinta a chiamarmi anche nel cuore della notte, o in un orario mattiniero.

Mi addormentai stremato solo un’altra ora dopo, mentre mi calavano dagli occhi delle lacrime silenziose delle quali nessuno avrebbe mai saputo dell’esistenza, compresa Giulia, che forse non avrei più né rivisto né sentito.

La mattina dopo ero distrutto dal dolore e capivo che qualcosa di grosso era cambiato, qualcosa che mi era scivolato tra le mani senza che me ne accorgessi, e che non avessi modo di farci più nulla. L’unica maniera per scoprire la verità sarebbe stata quella di mettere Giulia con le spalle al muro e poi parlarle, ma si sarebbe trattato, come già accennato, di dover comunque compiere un atto di azione violenta, perché lei non avrebbe mai accettato di sottomettersi docilmente a quell’eventualità.

Con le blande fiducie residue trascinai la mia pena per tre giorni, quando ormai ero quasi certo al cento per cento che non l’avrei mai più vista. Ma il quarto giorno decisi di tentare il tutto per tutto e di giocarmi l’unica altra carta che mi rimaneva per darle una scossa pur rispettando la sua volontà irrevocabile e crudele. Mi appostai all’uscita del luogo dove lei lavorava e mi misi in aspettazione. Mi posi in una posizione sufficientemente lontana dalla quale, per iniziare, le avrei potuto vedere bene gli occhi (e lei i miei), e poi lei sarebbe stata libera di decidere se deviare verso di me oppure proseguire per la sua strada, scegliendo di ignorarmi. Non volevo infatti imporle di ritrovarsi faccia a faccia con me per essere costretta ad affrontarmi, se lei non voleva (e chissà se lei capì mai che anche nel momento in cui ci dicemmo addio io le rivolsi ancora il pensiero più carino che potessi donarle date le circostanze).

In verità c’era anche la congiuntura che lei uscendo non mi avesse visto (ed in tal caso l’avrei seguita e mi sarei dovuto poi inventare qualcosa di diverso per suscitare il suo interesse); infatti se, come una parte di me si figurava, anche lei si ritrovasse distrutta dallo stesso medesimo dolore che pervadeva pure me, sarebbe stato molto verosimile che fosse sfilata con gli occhi bassi, e talmente afflitta nell’animo da non desiderare di vedere nessuno, non potendo sostenere alcuno sguardo senza rivelare altresì il proprio immenso patimento…

Avevo già stabilito che quello sarebbe stato il modo nel quale l’avrei trovata, ed a dire la verità era stato proprio quello il motivo che ultimamente aveva agitato così tanto il mio sonno impedendomi di riposare decentemente: il pensiero che lei soffrisse mortalmente e che non riuscisse a liberarsi di quei tormenti che le assediavano l’anima, che oltre che ferire me, affliggevano in primis lei…

Poi l’orologio di una chiesa batté l’orario che attendevo e sentii il mio cuore stringersi nel momento della verità che sarebbe arrivato tra breve. Mi chiesi se per caso lei si fosse esentata dall’andare al lavoro (infatti il suo stato di prostrazione poteva essere così elevato che forse…). Ma, quando la vidi, quel dubbio mi si rivelò in tutta la sue erroneità…

Lei sembrava sempre uguale a come la ricordassi. Pareva serena, mediamente stanca, e che pensasse ai fatti suoi. E non aveva occhi cerchiati, o borse sotto gli occhi come me. Per lei era tutto normale… E quando vide la mia faccia addolorata e assorta dalla sua persona che le implorava solo una spiegazione essenziale, lei sono sicuro che mi distinse perfettamente, e allo stesso modo mi riconobbe e capì il mio male. Ma la sua unica reazione, dopo un minuscolo sobbalzo provocatole dalla sorpresa del rincontro, fu solamente quella di proseguire il suo percorso e quindi di mettere sempre più distanza tra me e lei. E Giulia non si voltò, né rallentò nemmeno una volta, e anzi posso dire che fu assolutamente risoluta nel non fermarsi e non darmi neanche la possibilità di un comprensivo approccio umano.

E la vidi arrivare in fondo alla strada e divenire sempre più piccola, sempre più confusa con le altre persone del tutto ignare del suo infante mondo, ed infine svoltare e scomparire per sempre.

Da allora non la vidi più e non seppi mai quale fu il vero motivo che la spinse a prendere quella decisione.