Povero bambino

Povero bambino.

Piccolo.

Avrà cinque anni, forse quattro.

Forse sembra solo più piccolo.

Forse è ritardato.

Piange spesso.

Di giorno e di notte.

Povero bambino.

Non parla.

O meglio non sa parlare l’italiano.

Ma nemmeno la sua lingua d’origine.

Per questo non fa che articolare suoni che somigliano più che altro a vocalizzi.

Povero bambino che non può neppure spiegare il suo malessere.

Povero bambino, figlio di famiglia povera, di immigrati.

Povero bambino che si sveglia la notte piangendo perché qualche caprone drogato del suo nucleo familiare non ha proprio potuto rinunciare a farsi di qualcosa.

Povero bambino con la tosse ormai divenuta cronica.

Non dovrebbe viver lì.

Non dovrebbe stare in quell’ambiente così insalubre.

Attorniato da gente che non pensa minimamente alla sua salute psicofisica.

Povero bambino, che si deve inventare come giocare.

Come passerà tutto il tempo se non possiede giocattoli e spesso non vede neppure altri bambini piccoli immigrati e miserabili come lui?

Povero bambino che sta sempre con una madre frustrata a cui spesso girano le scatole.

Così, quando lui piange, lei gli urla contro per farlo smettere.

Delle volte si sente la testa del bambino che sbatte sul muro e poi subito lui che piange.

Non credo che sia così distratto e goffo da procurarsi da solo quegli infortuni continui.

Credo invece che sia la madre, sempre incazzata col mondo per la propria condizione di donna sottomessa e rassegnata, che sfoga il proprio odio su lui poiché è l’unico che le è sotto in gerarchia.

Certo, quando il bambino crescerà le cose cambieranno.

Ma nel frattempo lei esercita quel sordido potere violento esattamente come i maschi lo esercitano su lei, e come il bambino un giorno, crescendo, potrà esercitare su tutte le donne del suo clan.

Povero bambino, negretto.

Finché è piccolo verrà visto dalla gente con simpatia.

Da grande lo guarderanno storto poiché negro.

E anche lui, sempre se arriverà un giorno a diventare un uomo, pure lui comincerà a ragionare nell’ottica del “noi” e del “loro”.

Una mattina ho visto il padre che se lo portava via, letteralmente.

Era un uomo nero con gli occhiali, vestito all’occidentale, come un colletto bianco, con le scarpe da geometra e la cinta ai pantaloni, non come i suoi compatrioti.

Se l’è caricato su una spalla come se il piccoletto fosse un pacco.

Una volta ho visto un macellaio portare un maialino morto a quel modo.

Il bambino, che doveva essere abituato a quel trattamento, messo a pancia sotto, non fiatava.

Chissà dove se l’è portato.

Chissà se gli ha fatto qualcosa.

Potrebbe usargli violenze di ogni tipo, chi mai lo scoprirebbe?

Chi mai farebbe sentire la sua voce muta?

Povero bambino senza futuro.

Se non ce l’ho io, un futuro, figuriamoci lui.

Povero bambino, nero, che non sa parlare, infelice, che piange sempre, con la tosse cronica per le schifezze che gli fanno respirare, senza amici, a cui non è concesso neppure di piangere quando è infelice.

Povero bambino, non amato dalla madre, scarto della società. Ultima ruota del carro della sua comunità di trogloditi. Che subisce da tutti.

Non ha scampo. Può solo sperare in qualche modo di sopravvivere. E poi un giorno crescere e scappare in una realtà meno dura.

Ma ce la farà mai ad arrivarci? In questo momento il suo futuro appare immutabilmente già segnato.

Piccoli cambiamenti ininfluenti

Era cominciato tutto molto gradualmente. Così gradualmente che quando il cambiamento giunse, ovvero tutti cominciarono ad accorgersene, l’idea che esso potesse essere, non dico impraticabile, ma proprio ingiusto, non faceva più né indignare né sorprendere nessuno, come invece era stato al principio…

A scuola mi ritrovai a esser (io, uno dei primi della classe!) totalmente un pesce fuor d’acqua. Un giorno semplicemente capii che non mi ci ritrovavo più. Quando lo compresi, ed era oramai tardi, mi andò tutto male e quella sensazione straniante di esclusione si incuneò in me non abbandonandomi più da lì a molti mesi.

La cosa partì fin dal mattino, sull’autobus riservato che ci portava a scuola. A un tratto l’autista, per riprendere un discolo che stava facendo troppo baccano, gli disse: non puoi star seduto lì, non vedi?! Quello è un posto riservato – da tempo su ogni sedile era stato apposto un marchio adesivo che indicava se fosse per normali-stupidi, quel posto, oppure per l’elite, coloro che avrebbero un giorno governato il mondo, destinati a mangiare sulla testa a tutti gli altri – Fammi vedere il tesserino di superior se ce l’hai, forza!

Il ragazzino pestifero, preso in contropiede, poiché era la prima volta che gli veniva contestata quella cosa, smise di far baccano, ma non volle alzarsi dalla sedia e la faccenda decadde lì, perché in fondo per il momento non importava a nessuno che andasse avanti – ma ben presto non sarebbe più stato così.

Io, dal canto mio, feci lo gnorri. Pensai che quello stupido autista non poteva sapere il mio risultato al test – sì, anche io sedevo su un posto riservato ai superior. In realtà non era diventato ancora obbligatorio esibire quel risultato. Però la cosa cominciò a darmi fastidio. Non potevano classificarci in categorie basandosi unicamente su quella singola prova somministrataci mesi prima. Non era giusto.

E poi io non ero d’accordo con i loro criteri e il modo di decidere chi fosse tra i migliori e chi no. Per esempio, sembrava che complessivamente avessi un’intelligenza normale. Però io, al contrario di tanti altri, potevo apparire con un lieve handicap per quanto riguardava alcune attività, mentre grondavo intelligenza eccelsa per altre. Diciamo che il test nel mio caso faceva capire come fosse evidente non avrebbe mai potuto abbracciare tutte le casistiche di cui si sarebbe dovuto tener conto. Difatti, dopo il test, lo stesso somministratore si era fermato a parlare con me e, notando anche lui alcuni strani picchi positivi e negativi, che non comparivano quasi mai nei questionari degli altri, mi disse che probabilmente io dovevo essere un asperger, e che forse in seguito, per quelli come me, si sarebbe ideato un questionario particolareggiato.

La cosa che nessuno dei due sapeva, né io né quel somministratore, era che in realtà gli asperger si era già deciso di tenerli nella categoria dei normali e degli stupidi poiché troppe volte tali soggetti avevano manifestato caratteristiche non troppo idonee a farsi sfruttare dalla società, oppure addirittura con i germi della ribellione in loro. Dunque io non lo sapevo ma la società voleva confinarmi nella categoria dei paria, nella quale avrei finito per smarrirmi naturalmente come tutti gli altri paria al servizio dei superior, perché altrimenti avrei rappresentato un pericolo al loro dominio.

A scuola, quel giorno del diverbio sull’autobus, durante l’ora di Scienze Agrarie, mi resi conto che ero stato totalmente tagliato fuori da un loro progetto sperimentale. La delusione fu tanta ma io e altri esodati dovemmo mascherarla. In pratica scoprii che le prime lezioni di uno specifico progetto si erano tenute nel pomeriggio, senza che a noi normali fosse stato detto niente. Dunque praticamente in segreto! Messo davanti al fatto compiuto, non potei far altro che abbozzare.

Il professore, il quale tra l’altro in precedenza aveva manifestato simpatie per me, mi chiese di esaminare il mio progetto. Ma io gli dissi che non ne avevo ancora uno perché non sapevo proprio di cosa si trattasse. Lui dapprincipio pensava che fossi semplicemente mancato alle sue lezioni per motivi di salute; ma presto capì, da quel che dicevo, ovvero che non avevo ricevuto alcuna convocazione e non avevo la minima idea di quando avessero cominciato, che doveva rassegnarsi a trattarmi da mero normale. Allora vidi il brio scemare dal suo volto il quale all’improvviso si fece come annebbiato. Così, giusto per far contenti tutti gli esclusi, che erano rimasti abbastanza sgomenti, ci disse di raccattare quel che potevamo dal materiale avanzato agli altri e vedere se riuscivamo a proporre anche noi un progetto, ma a ogni modo non era importante che vi riuscissimo, disse, come a farci intendere che quella mansione, per quelli come noi, sarebbe stata solo un gioco da bambini senza alcuna utilità o futuro.

Per gli abilitati al corso invece l’aria che si respirava era tutt’altra. Me ne accorsi guardando il lavoro del primo della classe, lui sì, era stabilito fosse superior. Nato ricco, con genitori altolocati, per lui era già predisposto che avrebbe avuto il loro stesso ruolo d’elite nella società. La prova verteva su una simulazione di sviluppo di campo. Mentre io mi adoperai per raffazzonare in quattro e quattrotto una coltivazione molto modesta e rinsecchita di terreno sterile, lui aveva realizzato addirittura ben tre progetti, in ordine di importanza, ovvero a seconda dello stato sociale a cui sarebbe stato destinato quel terreno. Il primo campo infatti era di vegetazione lussureggiante e ordinata al servizio dell’uomo; il secondo era una via di mezzo, e si vedeva che sarebbe sorto in una zona industriale, al contrario del primo, che quasi certamente avrebbe stanziato in una località di vacanza; mentre l’ultimo era per il terzo mondo. E questo somigliava molto al mio progetto, anche se nel suo almeno c’era qualche arbusto che forse sarebbe cresciuto e anche una pompa dell’acqua, che però il piccolo elitario disse era contaminata e avrebbe dovuto essere bonificata.

Ogni piazzola di terreno assegnata poteva avere accesso all’acqua, che già scarseggiava però, quindi non tutte ne avrebbero avuta di quanto ne abbisognavano. Era questo il motivo per cui il mio progetto non ne aveva per niente. Pensai che per me e il mio progetto sarebbe bastato averne la metà, o anche solo un quarto, di quella del progetto più importante del primo della classe, e quindi gliela chiesi, ma lui non prese minimamente in considerazione la cosa, come se quell’acqua fosse stata sua di diritto, mentre pure il prof disse che ormai non si potevano più fare cambiamenti per non turbare i progetti iniziali, che sennò sarebbe stato un gran caos se tutti fossero stati sempre a cambiare e trattare. Feci cenno di sì con la testa ma compresi perfettamente le bugie che celava quel suo modo di pensare capitalista e razzista.

Non lo sapevamo, ma di li a poco la società sarebbe stata divisa ancora più drasticamente in élite e normali-stupidi. E questi ultimi avrebbero perso progressivamente ogni diritto che a parole avrebbero potuto e dovuto condividere con gli altri. Ci intortavano il cervello già da anni dicendoci che i superior avevano più diritti dei normali, che meritavano il meglio perché essi avrebbero pensato a tutto il mondo. Ma la violenta verità era che loro si ciucciavano tutte le risorse e lasciavano i poveri a scannarsi per le briciole. Poi fingevano che il problema non fossero loro, ma la generale penuria di risolse. E la gente, ormai instupidita da generazioni di menzogne, compromessi, ambiguità e omissioni, falsità ripetute così tante volte in maniera che si erano smarrite le verità, la gente non aveva più la volontà di protestare, si prendeva tutto quello che i padroni davano loro senza fiatare, pensando che quello fosse il loro destino ineluttabile a cui non avrebbero più potuto o dovuto sottrarsi.

La gente avrebbe avuto ancora la forza fisica di ribellarsi: ma non voleva. Perché era diventata completamente amorfa nell’animo e nel cervello, inabile a ogni contestazione.

Così, quando in quei mesi provai a organizzare una prima opposizione non violenta contro il sistema, mi resi conto che nessuno dei miei compagni mi avrebbe seguito in quella lotta. Mi dicevano tutti con spleen decadente: sì, ma che ci vuoi fare? Non puoi mica opporti al Sistema? Se loro hanno stabilito così, vuol dire che è così che le cose dovrebbero andare! Fatti un partito tuo e fatti eleggere legalmente, se vuoi cambiare le cose…

Quelle parole furono in assoluto le cose peggiori che dovetti ingoiare e digerire. Perché mi fecero capire che non c’era più alcuna speranza, davvero. Per me e per i non elitari. Allora già sapevo quale sarebbe stato il mio destino predestinato: martire bombarolo della rivoluzione. Mi sarei fatto saltare per aria quando non ce l’avrei più fatta a vedere tutte quelle ingiustizie. E allora sarei finito al tg in televisione. E la gente, sapendo di me, avrebbe detto provando ripulsa: ecco un altro estremista che si è fatto saltare per aria; ma che hanno nel cervello quelli? Come può essere così stupido e assolutista un essere umano per compiere quel gesto violento?

Avrebbero sovvertito ancora una volta la realtà. Il demente ero io. L’incivile ero io. L’assassino ero io. Ero io che con i miei comportamenti attentavo alla felicità degli esseri viventi sulla terra, non i furbi superior…

Convivenza #34

Lei ha un vizio, un’importante dipendenza di cui forse non si libererà mai. È una lettrice, forte. Non sa stare senza leggere. Se non lo fa per un periodo troppo lungo, diventa svogliata, irritabile, infelice, va in crisi d’astinenza. Per questo, dopo averle trovato un serbatoio quasi inesauribile di ebook gratuiti – MLOL, a cui lei però sembra non voglia attinger poiché preferisce di gran lunga i libri cartacei a quelli elettronici –, l’ultima volta che è venuta brevemente a stare da te le hai fatto trovare ben dieci nuovi libri da poter leggere.

Così il primo giorno si è messa lì e dopo attenta valutazione ne ha selezionati tre. Gli altri ha decretato non valgano il suo interesse.

Data la sua estrema voracità in tale ambito, qualche giorno dopo però – e dire che si è pure impegnata a stare ore al computer per rimandare il più possibile quel momento – la sua modesta scorta di libri finisce per esaurirsi… Allora, prima che diventi infelice, ricorrete alla vostra ultima sostanziosa risorsa, di cui invero le avevi accennato più volte per tranquillizzarla su questo argomento per lei così sensibile: si può andare in una biblioteca vicino dove ci sono forse centinaia di libri da portarsi a casa, e senza prenderli in prestito perché si tratta di un bookcrossing!

Dunque una mattina programmate la giornata in maniera da avere quella sortita come punto nevralgico della stessa. E ne vale davvero la pena. Infatti, appena immersa in quel mondo paradisiaco in cui si deve solo occupare di isolare i libri che più le aggradano dagli altri, il tuo amore comincia a sorridere benevolmente colmandosi di gioia.

A un certo punto vi mettete seduti a un tavolino per vagliare i tomi che avete scelto. Anche tra i tuoi ce ne sono alcuni che le interessano, bene. Per fortuna previdentemente ti sei portato dietro un carrello per fare la spesa, altrimenti adesso tutti quei volumi non sapreste proprio dove metterveli o come portarli a casa.

Ci vuole così poco per rendere felice la tua bambina… Basta non farle mai mancare dei libri nuovi da leggere. E più ne avrà a disposizione e più sarà felice, la tua bambina. ❤

Autostima

Cammino calmo ma deciso. Testa bassa. Senza guardare la gente in faccia. Come quasi tutti qui in città. Quando arrivo all’incrocio però mi accorgo che una ragazza che mi ha appena superato si attarda a voltarsi per osservarmi. Indugia su me, interessata. Allora la guardo anche io, mentre lei già sembra intenzionata a tirar dritto. Quel corpo… Quelle gambe… Forse li conosco già. Delle volte non ce ne accorgiamo ma assorbiamo la fisionomia di una persona che un tempo c’è stata vicina… Lei allora, con la coda dell’occhio, dopo essersi accorta che l’ho notata, si gira un’ultima volta come a richiamarmi, prima di decidere che ormai è troppo tardi per tornare indietro. Così perlomeno riesco a vedere il suo viso. Sì, forse la conosco. Ma i capelli non corrispondono. Adesso ha boccoli splendenti sicuramente profumati appena usciti dal casco di un estetista. Adesso mi spiego perché stavolta non mi ha guardato infastidita e arrabbiata, come non volesse incontrarmi, come invece avvenuto la volta scorsa. Adesso mi spiego la sua conversione a U. Adesso la sua autostima si è accresciuta. E vorrebbe che il suo vecchio amante ancora le corresse dietro. Adesso vorrebbe tanto morire nelle braccia passionali di un uomo. Adesso non si vergogna più di sé. Adesso sarebbe pronta ad accogliermi – prima non lo era. Adesso desidererebbe tanto un uomo vero per gettarsi a pesce in una nuova, entusiasmante storia d’amore, una storia d’amore che non vive più da anni. Adesso ho compreso che nel suo rancore nei miei riguardi era celata la sua scarsa autostima.

Maleducazione

Su una panchina a prendere il fresco intorno le 6:30 del mattino.

A un certo punto si avvicina un cane. Annusa qua e là. Fa le sue cose.

Ha il collare. Non è un randagio.

Il padrone è appostato in piedi dietro me. Non fa alcun rumore lo stronzo. Perché vuole avere la facoltà di spiarmi senza che io lo sappia. Tra parentesi: che gran coglione che è! Solo un deficiente penserebbe che in questo modo sia in grado in qualche maniera di rendersi invisibile all’osservato.

Anche io ho avuto un cane. E non mi sarei mai comportato in questa maniera da persona incivile e maleducata.

No, non è una cosa che si può fare quella di mettersi dietro uno senza fargli sapere espressamente che si è lì.

La gente è una merda. Non rispetta neppure le più elementari buone maniere.

Salvami

Per primo conobbi il suo amico. Si trattava di un gattino nero, senza un occhio, molto vispo, che si dava parecchio da fare per sopravvivere. Lo avevo soprannominato Nerino. Gli piaceva giocare, correre. Ma principalmente occupava il tempo cercando di procacciarsi il cibo, di cui sembrava non averne mai abbastanza.

Aveva capito che la strada più rapida per ottenerlo era stare appresso agli umani. Per cui, ogni volta che ne avvistava uno, gli si precipitava incontro sperando di ingraziarselo. Nerino era proprio un gran ruffiano…

Così fece anche con me. Si può dire che fu lui l’apripista per tutta la sua piccola colonia composta da circa una decina di gatti. Fu tramite lui quindi se anche gli altri felini riuscirono a ottenere dei pasti gratis che non si sarebbero mai immaginati di chiedere, in primis poiché si fidavano pochissimo degli umani.

Dunque il primo che conobbi fu Nerino. Il quale aveva come suo compare inseparabile quest’altro gatto, bianco-grigio. Ricordo bene la prima volta che l’incontrai. Non mi si voleva assolutamente avvicinare. Aveva molto timore. Ma la volta dopo già fu disposto ad approssimarmisi maggiormente. La terza volta ero diventato il contatto sicuro che lo riforniva di leccornie che sapevano di salmone.

Ciò mi fece riflettere. Per arrivare in così breve tempo a ritenermi suo amico evidente quel gatto aveva continuato a pensarmi assiduamente anche nei momenti in cui non mi vide.

Poi un giorno Nerino scomparve. Non so dire che fine fece. Forse la sua intraprendenza lo ficcò in qualche guaio. Forse un gatto più grosso lo accoppò. Mi piace sperare che Nerino, per via del bene che si faceva volere dagli umani, sia stato adottato da uno di loro. Avrei dovuto chiedere alla donna delle pulizie che bazzicava quel posto; anche lei dava loro da mangiare… In ogni caso Nerino scomparve. Ma rimase l’altro, che col tempo si può dire mi si affezionò parecchio. Avevo l’impressione ormai mi amasse, al di là del fatto che gli portassi ogni tanto quei lauti bocconi.

Quando lo lasciavo per tornare a casa, lui, se aveva finito di mangiare, mi si precipitava dietro. Alcune volte mi tagliava la strada a zigzag, come a dire: non andare! Spesso si spingeva al punto massimo in cui immaginavo fosse mai arrivato, ovvero nei pressi della strada. Avevo paura che mi seguisse anche lì, il che sarebbe stato un gran problema, per via della automobili che sempre vi sfrecciavano. Ma poi non varcava mai il portone, il quale evidentemente delimitava tutto quel suo mondo, oltre cui non era disposto a dislocarsi.

In quel periodo avevo un vecchio cagnolino a casa che immaginavo avrebbe preferito non doversi cimentare con lo stress di avere a che fare ventiquattro ore su ventiquattro con un gatto più giovane, scattante ed energico di lui. Per questo motivo fui sempre grato al destino che quel gatto non mi seguisse mai fino alla mia residenza. Non fosse stato per quello, sicuramente lo avrei adottato. O almeno avrei seriamente pensato di farlo.

Ricordo quella volta in cui, dopo essersi sfamato a sazietà, mi mise una zampa addosso, come fanno tipicamente i gatti per sollecitare la tua attenzione. O forse voleva dire “fammi una carezza”, oppure “dai, adesso giochiamo a qualcosa che mi annoio”. :)))

Tempo dopo però lo ritrovai peggiorato. Gli era cambiato lo sguardo. Sembrava ora aver occhi contriti. Si profilava un inverno molto freddo; già allora le temperature stavano andando sotto lo zero. E lui aveva proprio il muso di un animale che soffriva cronicamente il gelo; e il sole che spuntava la mattina non gli bastava più per rimettersi a paro con quel che sentiva nelle ossa.

Nel frattempo il mio cagnolino era morto, quindi teoricamente avrei potuto prendere quel gatto e portarmelo a casa. Ma sarebbe stato giusto? I gatti sono animali sociali. Che ne sapevo di che rapporti stava intrattenendo nella sua comunità? Che ne sapevo se davvero avrebbe barattato la propria libertà con il cibo e un posto sicuro in cui vivere e annoiarsi per il resto dei suoi giorni? Inoltre quel gatto era ora molto legato anche a un altro gatto, che ormai spessissimo vedevo assieme a lui, un gatto completamente diverso, sia nel carattere che nell’aspetto. Si trattava di un gatto grigio molto pacioso e tranquillo che in mia presenza non aveva mai manifestato alcuna apprensione, il quale sembrava tanto vivesse la vita con un’estrema serenità. Aveva un pelo lunghissimo in cui talvolta, ahimè, finivano conficcate delle spighette.

Ero contento che il mio gatto avesse quell’amico sempre vicino. Ero sicuro che i due si aiutassero reciprocamente nelle difficoltà. Ecco, mi chiedevo, se prendo il mio gatto e me lo porto a casa, dovrei adottare anche l’altro, per non farlo sentire triste? Purtroppo, quelle, erano questioni insolvibili di cui non avrei mai avuto le risposte giuste.

Dunque permaneva la questione del suo sguardo, che si era adombrato parecchio, e della sua salute probabilmente non ottimale. Così pensai che se quella volta (che poi divenne l’ultima), quando me ne andai, mi avrebbe seguito, decidendo di varcare quella soglia per lui sempre stata tabù, me lo sarei portato a casa. La scelta finale in fondo era sua. Se davvero preferiva stare con un umano rispetto che con i suoi amici gatti, se davvero voleva il mio aiuto poiché stava male, avrebbe dovuto dimostrarmelo seguendomi oltre il cancello. Doveva indirizzare quella mia disposizione…

Quel giorno il gatto mi seguì, come di consueto; mi camminò davanti rischiando più volte di farmi inciampare, come al solito. Ma non ebbe, anche in quell’occasione, il coraggio di accodarsi oltre il limite del suo mondo conosciuto…

Poi venne la pandemia, il che significò per me l’impossibilità, per lunghissimi mesi, di andare a visitarlo.

Quando alla fine ricomparii dalle sue parti, dopo un inverno a tratti molto rigido, dopo giorni in cui aveva diluviato anche per tutto il tempo, e io mi chiedevo sempre come avesse mai potuto cavarsela… di lui non c’era più traccia. Né invero ce n’era degli altri componenti la colonia. Nessuno sapeva più che fine avessero fatto quei gatti che un tempo erano stati lì. Forse morirono tutti di stenti. La gente crede stoltamente che un gatto possa tranquillamente sopravvivere nelle città poiché di indole maggiormente selvatica rispetto a un cane, ma non è così. Dove possono farsi la cuccia? Dove possono stare in modo da non soffrire troppo né caldo né freddo? E poi che cosa possono mangiare? Uccelli e topi potrebbero essere non troppo facili da cacciare o procacciarsi…

Addio, gattino mio. Spero tu stia riposando in pace, adesso.

Disabitudine alla vita (Autodisinnesco)

Avevo conosciuto una ragazza fantastica, fuori dalla norma. Una ragazza che sembrava molto interessata a me. Tanto che si dichiarava pronta a venire a conoscermi direttamente a casa mia dopo essersi fatta in treno centinaia di chilometri e diverse ore di viaggio. Quante si sarebbero fidate e lo avrebbero fatto?

Finalmente, sì, l’avevo conosciuta, anche se la dovevo ancora incontrare fisicamente… Tuttavia avevo dei dubbi. Una parte di me mi diceva: vedrai che andrà male. Vedrai che si rivelerà l’ennesimo fallimento. È sempre andata così. Forse è solo una che cerca di fregarti. Magari, una volta giunta qui, ti mette un sonnifero nell’acqua e ti frega quel poco che hai. Forse mira a farsi sposare subito, per sistemarsi e diventare il tuo incubo. Si farà subito mettere incinta. Una volta impalmata, si comporterà da tiranna e diverrai il suo schiavo…

Beh, ero consapevole che sicuramente esagerassi in fatto di paranoie, ma i dubbi base comunque permanevano: la paura, quasi certezza – perché, statisticamente, è più facile che un rapporto vada in vacca che non il suo contrario, ovvero che si compia – che lei non si sarebbe rivelata così come la pensavo e che mi avrebbe deluso e tradito come avvenuto altre volte: o anche semplicemente che sarebbe andata male.

Lei era lì che praticamente aveva quasi preso il biglietto per il viaggio e mi chiese di parlarci al telefono. Fu allora che pensai: ma che sto facendo? Davvero voglio andare fino in fondo, io, sempre fuggito dalle responsabilità, che non ho un rapporto vero da secoli, anzi, diciamo pure che non l’ho mai avuto realmente, davvero voglio imbarcarmi in questa cosa?; se non abiuro subito poi farà molto male, farà molto male dovervi rinunciare o rimanere deluso per l’ennesima volta. Davvero vuoi esporti a tutto questo rischio di provare per l’ennesima volta dolore?

Questo mi chiedevo mentre dovevo scegliere a che ora sentirla per telefono. Potevo ancora svignarmela. Sarebbe stato più semplice. Al massimo, sarei tornato a starmene completamente da solo, come prima, che certo non era il massimo ma… sempre meglio di essere male accompagnati, no?

Senonché esisteva una parte di me che invece mi spingeva a procedere, che mi diceva che ero solo un codardo, che nella vita certe esperienze vanno fatte, che non si può rinunciare a priori solo perché le probabilità sono contro di noi – che poi esisterebbe pure la legge dei grandi numeri che, declinata nel mio caso, poteva affermare che alla lunga una cazzo di donna decente l’avrei trovata; era solo questione di tempo, sì, e anche uno come me l’avrebbe trovata…

Insomma, se la storia non fosse andata a buon fine, pazienza. Era il momento di mettermi alla prova, di capire quanto fossi in grado di avere una relazione seria, dopo decenni di relazioni non serie, o meglio “non-relazioni”.

Fu così che alla fine ci sentimmo per telefono… Il primo impatto fu molto anomalo e mi lasciò una netta sensazione di estraneità: lei aveva un forte accento del nord il quale mi fece pensare per l’ennesima (ma ultima!) volta: ma sei proprio sicuro che ti vuoi mettere con una così?! Ma ti ci vedi con una così, con questo cazzo di accento bresciano? Ma come fanno a parlare così da quelle parti senza non sentirsi italiani?! 😀

Tuttavia non scappai neppure lì e… il dado fu tratto. Alcuni giorni dopo lei venne coraggiosamente a casa mia per conoscermi di persona… Il resto è storia. Era lei quella che cercavo. Certo non era come me la immaginavo, ma neppure io ero il suo principe azzurro sputato. La cosa importante fu che era la ragazza per me e, anche se diversi, eravamo uniti dalla cose più importanti. E nati per stare assieme.

Long covid

Cari amici…

Non sto molto bene. Un vaccinato molto stronzo (mio padre) non rispettando la quarantena mi ha attaccato il covid. Il gran caldo ha fatto il resto…

Ogni giorno lotto. Ogni giorno mi sforzo di ricominciare dalla colazione. Ogni giorno lotto per mangiare un po’ di più. Ogni giorno lotto contro le sostanze che i miei vicini drogati rigurgitano incessantemente nell’ambiente.

Se sono un po’ sparito, adesso sapete perché.

Il mio cruccio più grande è quello di far preoccupare una ragazza meravigliosa che non lo merita proprio.

Ultimamente avete letto degli articoli che avevo programmato. Ma da adesso in poi non programmerò più articoli se non tornerò a stare decentemente.

Mi fa comunque piacere sapere che ci siate e che continuiate le vostre vite…

Un abbraccio a tutti.

Convivenza #33

Un giorno le hai scattato una foto in cui si vedeva una sua ascella.

Non hai resistito… L’hai tagliata in modo che sembrasse altro. E la stavi per spedire ai tuoi amici, con l’intento di divertirti un mondo a osservare le loro reazioni, che sarebbero state sicuramente assai scomposte… Ma lei, appena l’ha saputo, ha sventato il tuo piano criminale imponendoti di non farlo…

Tuttavia tu ritieni che avrebbe potuto lasciarti fare questo innocente scherzetto. Perché alla fine avresti indubbiamente svelato il gioco. Dunque che male avresti fatto?

3:-)

Dalle ombre #9

. L’amara lezione

Un pomeriggio io e R.T. ci eravamo appartati in un’aula deserta della scuola per fare dei disegni che ci vedevano assai partecipi. Io mi dedicavo ai personaggi e lui agli sfondi. Il nostro palese intento era quello di ricopiare gli eroi dei cartoni animati. In verità non era la prima volta che ci ritagliavamo uno spazio simile, tra un gioco e l’altro, tra il fare i compiti assieme durante i pomeriggi del doposcuola.

Ma quel giorno avemmo una bruttissima sorpresa. All’improvviso vedemmo entrare nella stanza L.C. assieme a un altro ragazzo del nostro gruppetto esclusivo (il quale quel giorno indossava un cappellino che lo faceva sentire un gran giamburrasca fico), oltre che il bullo che le suonava a tutti nella classe, con cui L.C. aveva finito per affiliarsi non avendo potuto fare di meglio.

Erano venuti apposta per menare le mani, lo capii subito dal loro modo di fare autoritario. Ciò mi spaventò a morte, perché ai tempi ero molto sensibile e pauroso e la violenza mi paralizzava sconvolgendomi. A ogni modo scoprii presto che non erano lì tanto per me, che in definitiva piacevo a tutti e si poteva dire non avessi nemici. Erano lì per R.T. Non mi ci volle molto anche per comprendere che esso non aveva alcuno scampo. Si erano messi in testa di punirlo per alcuni suoi atteggiamenti. Tutti e tre infatti nutrivano nei suoi riguardi delle acredini più o meno marcate, e in taluni casi c’ero di mezzo io, o meglio la gelosia per il rapporto che intrattenevo con lui a discapito loro.

Così lo attaccarono con delle scuse puerili che rappresentavano meri pretesti. Fu il bulletto il primo ad alzare le mani dando l’esempio. E R.T., vedendosi perso, si mise subito a piangere. Poi anche gli altri due non rinunciarono ad assestargli la sua sanzione, che si materializzò in un paio di schiaffi. Quando toccò a L.C., lui si manifestò molto più cattivo degli altri e, anche se il colpo che gli assestò fu solo uno, non si poté dire che non fosse proprio sentito.

Il bulletto, abituato a ben altre battaglie a perdifiato nelle strade selvagge del rione popolare in cui viveva e imperversava, di fronte alle subitanee lacrime inconsolabili di R.T., non poté che perder presto interesse per lui canzonandolo per la sua codardia mentre già gli voltava le spalle andandosene. Sicuramente non si era aspettato molta opposizione, però così non c’era gusto per lui, tanto più che al suo fianco, per una volta, insolitamente, aveva potuto contare sul supporto di altri due bambini scudieri agguerriti che gli facevano da guardia-spalle, a lui che tra l’altro si sarebbe gettato in una rissa anche contro cento persone pur di non fare la parte del vigliacco.

Così i tre se ne andarono alla chetichella; ma non prima che L.C. mi avvertisse dicendomi chiaro e tondo come stavano le cose. Se avessi continuato a frequentare R.T., anche io avrei potuto fare una brutta fine prima o poi. Quella frase mi fece molta paura.

Mentre tentavo inutilmente d’esser di conforto a R.T., esso era perfettamente consapevole che non potevo dargliene in nessuna maniera, di conforto o aiuto. Perché anche io ero debole esattamente come lui. Perfino di più, come vedremo.

Oggi, a rievocare quell’amara punizione, penso: dunque quei tre ragazzini si erano messi d’accordo per menare espressamente le mani. Ma come era stato possibile tutto ciò? Che si erano detti: adesso andiamo lì e lo picchiamo? E da dove e da chi era partita quella violenza? Come avevano potuto, quei tre, così diversi tra loro, aver trovato un comune accordo su quella cosa così aberrante e malvagia? Che si erano detti per, infine, avallare tutto ciò?!

Non lo scoprirò mai. Erano solo bambini. Ma si erano comportati da gangster.