Convivenza #24

E poi infine giunge il giorno del patatrac…

Lei sa che sei leggermente paranoico. Tuttavia ha in gran stima tutto quel che le dici, di cui tiene saggiamente conto, e non è mai successo che ti abbia dato del bugiardo – d’altronde, se così non fosse, non vi sareste mai messi assieme.

Tu l’avevi avvertita che hai dei vicini che si dilettano a spiare. E “spiare” non è un’esagerazione perché alcune volte ti hanno fatto delle foto col flash appena avvicinatoti alle finestre. Per questo le avevi detto di non girare nuda per casa come invece lei è abituata a fare a casa propria. E più o meno lei ti ha sempre accontentato…

Fin quando un giorno siete in cucina a mangiare. È estate, fa caldo ma avete chiuso la finestra (da cui comunque un po’ si vede attraverso) per non dare agli spioni degli ulteriori sproni di cui non hanno minimamente bisogno… Siete lì, con te di spalle alla finestra e lei che invece è davanti, sia a te che alla finestra… Quando lei ti dice che le è sembrato come di vedere un flash provenire da una finestra in alto.

Ti giri. Ti fai dire con esattezza quale sia la finestra e riconosci in quella indicata la presenza di spioni già consolidatisi nel tempo.

E niente. Alla fine gli spioni ti hanno fregato una foto della tua donna con le sue generose mammelle ben formate quasi al vento. E tu non puoi farci nulla.

Poppe ben formate

Evolution

Tempo fa mi chiedevo:

E adesso? Adesso che posso fare per continuare il mio percorso evolutivo? Adesso che mi rispetto. Adesso che ho capito tutto quello che c’è da capire su di me e sul mondo. Adesso che sono in pace con la mia coscienza ma non lo sarò mai con la società degli uomini. Adesso… che posso fare per accrescere ulteriormente la mia autocoscienza? Forse dovrei focalizzare la mia attenzione sulla mia… anima?

Ma in realtà, ritenendo mente, corpo e spirito un unicum, non credevo che questa strada spirituale andasse percorsa. Non credevo in quella strada e non pensavo che mi avrebbe riservato sorprese…

Allora che posso fare?, mi interrogavo ancora.

Stavo vagliando il volontariato (nell’ambito animale), ma purtroppo i luoghi deputati a praticarlo non erano così dietro l’angolo come speravo…

Ecco, in quel frangente mi capitò di innamorarmi di una ragazza. E poi di mettermici proprio assieme, evento, questo, per me oltremodo raro dal verificarsi.

In breve stravolsi la mia quotidianità e cominciai a vivere e ragionare nell’ottica della coppia, sempre la coppia.

Così compresi che era quello il nuovo cimento che mi attendeva, una sfida alla quale prima mi ero sempre sottratto.

Questa esperienza sono profondamente convinto stia allargando i miei orizzonti rendendomi migliore di come ero fino a poco fa.

O:-)

(SANTO SUBITO! :D)

Convivenza #23

Viene da una famiglia in cui entrambi i genitori non eran certo giganti. Di conseguenza anche lei è piccolina. Ha arti brevi. È di altezza modesta. Ha manine piccoline. Tanto che la assimili a una bimbetta in tutto e per tutto.

Anche casa sua sembra costruita tutta in base alle sue dimensioni. Porte e soffitti bassi. Letti piccoli. Copertine mini.

Delle volte ti sembra di stare in una casa di bambole.

Personaggi perlopiù insignificanti dell’agenzia Voli di Gabbiano #16 (Seconda Parte)

Per via di quell’episodio, in cui aveva recitato un (seppur ridotto) ruolo di complice, ci fu un periodo in cui Nemesis guardò al Compulsivo con tenerezza tentando di espiare il senso di colpa provato nei suoi confronti. Così per un po’ si sforzò di frequentarlo e trattarlo da amico, anche se presto capì che il Compulsivo era una persona abietta, un idiota integrale del tutto indegno della sua pietà.

Gli capitò dunque di uscire con lui e di assistere ad altre inconsulte circostanze che videro esplodere pubblicamente le sue fissazioni. Una volta, per esempio, stabilirono di recarsi in una libreria per acquistare libri. Avrebbero dovuto prendere la metropolitana per poi dirigersi al suddetto negozio. Ma dopo alcuni minuti che erano già in movimento su un vagone, Nemesis osservò come l’attenzione del Compulsivo si andasse a depositare su tutti quei cartelli che sui treni abbondano. Allora lo vide appoggiarsi alla porta scorrevole, poiché aveva letto che fosse proibito posarvisi. Ma ben peggio accadde quando il Compulsivo fissò gli occhi sulla leva da premere solo in caso di necessità, che infatti a un certo punto non riuscì a non tirare giù tutta quanta con una furia che fece inchiodare la vettura all’improvviso. A quel punto non restò loro che scappare dalla carrozza come fossero stati fetidi teppistelli e farsi a piedi il resto della strada che li divideva dalla libreria, alla quale giunsero stremati.

Ma nel negozio fu forse ancora peggio perché, quando si fermavano a discorrere circa un volume, poi succedeva sempre che il Compulsivo non resistesse alla tentazione di metterselo sotto braccio per acquistarlo. Nemesis, capendolo, smise di segnalargli titoli che aveva trovato particolarmente ben scritti. Ma non servì a molto, perché dopo un momento di calma apparente in cui sembrava che il Compulsivo si fosse placato, poi questi proseguì nella sua caccia sfrenata all’acquisto a tutti i costi e non si fermò più di fronte a niente. E allora bastò che rintracciasse un volume che lui stesso aveva già letto una volta, con la scusa che non lo possedeva in quella edizione; oppure cominciò ad accumulare libri verso i quali la bella copertina prometteva letture inenarrabili e di sicura bontà. Alla fine il Compulsivo uscì dalla libreria con quattro pesanti buste piene zeppe di libri appena comperati. E se non dovettero affittare un camion per il trasporto fu solo perché Nemesis ebbe l’intuizione di obbligarlo con la forza a sloggiare dalla libreria, prima che il decerebrato depennasse tutti i propri risparmi.

Quando conobbi Richard

Il giorno prima io e Miriam avemmo quella discussione tribolata. Al solito non la vedevamo affatto alla stessa maniera. Ma non solo. In quell’occasione espressi in libertà esattamente quel che pensavo, senza filtri; e certo dovetti finire per sembrarle esagerato. Esaltato. Potenzialmente pericoloso. Eh, sì. So di cosa poteva esser capace quella testolina paranoica quando si azionava, in particolare quando c’ero di mezzo io. Perché una cosa ormai era certa: lei non si fidava di me.

Così, l’indomani a metà mattinata, Miriam – durante la pausa caffè – annunziò ai presenti – ovvero un paio di altre colleghe più me e Belosh, la tal cosa mi fece distintamente percepire che fin dal principio quell’annuncio fosse stato impacchettato appositamente per me – che Richard sarebbe probabilmente giunto in sede durante la pausa pranzo per farle una visitina. Poi si rivolse direttamente a me dicendomi: tu ancora non l’hai mai visto; così lo conoscerai.

Il suo tono era oltremodo amichevole. Non vi si poteva rintracciare nulla di vagamente carico di doppisensi. Meno che mai ansia. O minacce. Né allusioni. Niente. Ma conoscevo le sue doti d’attrice da Oscar e pensai subito quella cosa, di cui fui assolutamente certo…

Ebbi come la nitida visione di quel che doveva esser accaduto la sera innanzi. Miriam, ancora colpita dalle mie parole di appena poche ore prima, per lei troppo oltranziste, tornata a casa aveva deciso di confidarsi col suo smanceroso fidanzato. Chi meglio di lui poteva proteggerla dai mali potenziali del mondo? Allora doveva aver sciorinato tutta quella serie di dubbi paranoici che io le davo sempre – invero non solo io, ma lei e il suo tonto lacchè almeno per quella volta avrebbero deciso di non considerare quell’evidenza. Potevo facilmente immaginarla mentre, con tono allarmato e sostenuto, si prendeva il proscenio recitando la parte della ragazza che ha paura che un uomo le abbia appena fornito il suo letale biglietto da visita tramite il quale prima o poi le presenterà il conto… mettendola a serio repentaglio.

Allora, quell’allocco del suo ragazzo, anche lui paranoico perso, il quale sicuramente sarebbe stato sempre dalla sua parte a meno che sull’altra sponda non ci fosse stato lui, aveva imboccato con tutte le scarpe avallando in pieno quelle sue paventate illazioni. Dunque doveva quindi averle detto: lo voglio conoscere!, voglio vederlo in faccia questo tipo!, può sempre esser utile una tal cosa; voglio vedere coi miei occhi se può essere un tipo realmente pericoloso o no, che io i delinquenti veri li sgamo subito col lanternino!

Dunque Miriam stabilisce che il giorno dopo, per la prima volta in vita sua, mi avrebbe presentato Richard, eventualità che prima non si era mai lontanamente concretata o ipotizzata. Già, perché adesso che aveva affermato quelle scempiaggini il suo ragazzo era scattato. E voleva vedermi negli occhi per stabilire, dall’alto del suo insindacabile giudizio, se ero o no quel pericoloso soggetto che Miriam temeva tanto fossi.

La notizia del suo arrivo ammetto che mi turbò un poco. Chissà com’è Richard, pensai. Non conoscevo la sua immagine, però conoscevo un po’ i gusti di Miriam in materia di uomini – e per la cronaca, il confronto, da quel punto di vista, non lo temevo affatto.

Una volta avevo udito la sua voce, nel corso di una chiamata effettuata da Miriam a viva voce per far sapere all’ufficio anche lì quanto lei fosse vittima di lui – lei faceva sempre quella parte, anche se cambiava di continuo la controparte. Però non conoscevo molto altro di lui. In particolare non sapevo… Ecco, forse posso ammettere che temevo eventualmente la sua lingua. Cioè, quello aveva avuto tutto il tempo di elaborare una strategia per provocarmi. Magari, appena ci fossimo presentati, se ne sarebbe uscito subito con qualche affermazione urticante che poteva rifarsi alle mie parole del giorno prima. In tal caso sarei riuscito a mantenere la calma e rimetterlo a posto come meritava? Di certo aveva il vantaggio della prima mossa, e di conoscere già la mia opinione su alcune questioni, mentre io potevo solo vagheggiare che lui la pensasse stoltamente come Miriam, ma molto vagamente, non avevo ben precise le sfumature e gli angoli delle sue fissazioni.

In ogni caso ero certo di una cosa. Veniva sopratutto per marcare il territorio. La sua venuta era come pisciare metaforicamente su Miriam per farmi sapere che gli apparteneva e dovevo girarle attorno. Che dovevo lasciarla stare. Che in ogni caso lui le era subito dietro le spalle, anche se io non lo vedevo mai. Quindi non dovevo dimenticarmi della sua presenza. Dovevo darmi una calmata e non prenderla più di petto. Non la dovevo più né contraddire né sbugiardare con la veemenza che avevo usato il giorno prima.

Dopo le tredici, quando già era scattata in azienda la pausa pranzo e infatti io stavo immancabilmente consumando il mio panino farcito, seduto dignitosamente alla mia scrivania, avendolo già addentato per metà… entrò Richard nella stanza. Era alto più o meno quanto me, forse un filo di meno. Aveva l’atteggiamento calmo, pacato, quieto-riflessivo, di uno che si trovava in trasferta e dunque doveva muoversi con accortezza mantenendo un profilo basso. In un lampo seppi che non mi avrebbe provocato.

Entrando salutò tutti genericamente con un formale buongiorno, con un tono di voce sommesso ma non troppo. Tutti lo salutarono, anche io. Miriam ci presentò immediatamente. Lui è Ariel, gli disse, un collega che non avevi mai visto. Così ci stringemmo la mano – nessuno dei due strinse troppo forte o debolmente la mano dell’altro. Mi venne anche di sfoderare un sorriso molto amichevole, ma senza mostrare i denti.

Il nostro incontro durò pochissimi secondi. Certo forse rimase sconvolto nell’apprendere che quel collega oltranzista potenziale terrorista anarchico avesse la scrivania proprio di fronte alla sua Miriam – ma in realtà non era proprio così, quel giorno mi ero dovuto sistemare su quel computer per svolgere delle attività –, in maniera che avremmo potuto guardarci negli occhi per tutto il tempo qualora avessimo voluto farlo. Per il resto non aveva motivo di fare o dire nulla, così uscì con lei per andare a mangiare qualcosa chissà dove.

Adesso gli altri colleghi presenti sembrarono tutti ridere sotto i baffi consapevoli che quel giorno era avvenuto uno strano incontro epocale, perfettamente informati del motivo reale che lo aveva scatenato.

Quando tornai alla mia postazione usuale, la prima cosa che mi disse Belosh, con quel suo sorriso da orso, fu: allora hai conosciuto Richard, eh? E non aggiunse altro, come mordendosi le labbra per non rivelare che sapeva qualcosa che gli era stato detto di non rifermi per nessun motivo al mondo. Qualcosa che lo divertiva e lo metteva di buonumore. Perché, uno come lui, che mi aveva molto in stima, non poteva credere che quella voce fosse vera: che mi fossi invaghito di Miriam. Una stronzetta del genere.

Miriam

Convivenza #22

Tempo fa lei ha preso in stallo – cioè in affido temporaneo – una coppia di conigliette molto simpatiche, soffici, timorose e… rosicchione.

Un giorno le beccate con la loro aria da angeliche demoniette che stanno rodendo i piani bassi di una libreria. Per la precisione hanno attaccato Furore di John Steinbeck.

Lei glielo toglie dai denti e lo posiziona sopra dove non possono raggiungerlo. Al suo posto, sotto, inserisce L’età della ragione di Jean Paul Sartre.

Dice: «Quello ve lo potete magnà! Liberatemene!»

😀

Sono coniglie che si vogliono acculturare!

Quel postribolante mercimonio del giornalismo #15

C’era una volta un editore piduista molto corrotto il quale un giorno fece una chiamata a quello che allora era il suo direttore di telegiornale di punta dicendogli: senti, ma perché non fai qualche servizio su quella certa attrice stronza che mi rompe sempre il cazzo – non ci fu bisogno di specificare chi fosse perché, in quel contesto, totalmente asservito alla corruzione, ne esisteva solo una che poteva rientrare in quella categoria –? Si potrebbe fare in modo di farla apparire molto più cretina, no?

Il direttore di telegiornale, quello che si era sempre dichiarato “orgogliosamente libero di esercitare la mia professione – pompinara – senza alcuna ingerenza da parte di chi mi paga”, gli disse subito: ma certo, mica è così intelligente come sembra, lo faccio per la Verità, io, non c’è nemmeno bisogno che me lo chieda. Lo volevo già fare per conto mio, pensi un po’; riverisco…

In quel periodo l’attrice era impegnata a realizzare il suo primo film autoriale di un certo calibro e aveva molti problemi – anche perché l’editore di cui sopra era ammanicato anche con la produzione e la distribuzione del film. Arrivava stremata alla sera. Dopo tutto, sembrava ricevere molte pressioni a non farlo quel film. Ma lei teneva duro, e anche se pensava ogni giorno di mollare… poi non mollava.

Un giorno ricevette una telefonata da quel direttore di telegiornale. Il quale le disse che voleva proprio dedicarle un servizio per lo “spazio culturale” del suo tg. L’attrice provò a declinare la richiesta con garbo dicendogli che era davvero troppo impelagata e non c’era tanto con la testa; non se la sentiva di rispondere a domande politiche delicate – che sicuramente le sarebbero state poste – in quel momento, non almeno finché non avesse ultimato il film.

Allora il direttore le giurò che non le avrebbero fatto domande politiche, che avrebbero parlato solo del film che stava facendo, che poi le conveniva pure, così le facevano pubblicità. Lei volle sottolineare: ma guarda che io davvero non rispondo a domande politiche, eh!, guarda che se mi mandi uno che me le fa poi non apro bocca. Al che lui la tranquillizzò: ma certo, puoi contarci, guarda ti mando uno dei miei migliori giornalisti. Chi?, chiese lei. Le fece due nomi che non la facevano impazzire ma almeno non le erano antipatici. Così infine acconsentì all’intervista, purché non l’avesse impegnata più di un’ora.

Il giorno dell’intervista l’attrice capì che sarebbe stato molto meglio qualora non avesse mai accettato quella proposta, come invero il suo istinto le aveva consigliato fin dal principio. Infatti si presentò, a nome del direttore del tg, una scrofa con la puzza sotto il naso – che l’attrice conosceva già e deprecava – la quale, lasciata dal marito perché davvero una persona di merda, non scopava da dieci anni filati, da prima che il marito la lasciasse.

L’attrice non sapeva la storia del marito, a ogni modo, a pelle, le era sempre stata sul cazzo. E difatti la scrofa si dimostrò un’interlocutrice disdicevole. Attaccò con tutte domande politiche (e pure piuttosto insidiose). Quando l’attrice le disse che non intendeva rispondere perché non era quello l’accordo che aveva preso col suo superiore, quella le disse che non poteva limitare la libertà di farle le domande che voleva, che era contraria alle interviste concordate e in ogni caso escludeva che il suo direttore avesse dato il beneplacito a una cosa del genere.

Per evitare una discussione fiume a cui non voleva sottoporsi, si venne a un mezzo accordo. L’attrice avrebbe risposto a metà domande politiche e metà domande sul film che stava preparando, ma solo se quella si fosse accontentata delle risposte non incalzandola troppo con le questioni politiche…

Qualche giorno dopo uscì in televisione, al tg, il servizio sull’attrice, in cui essa sembrava una scema quasi totale, molto più superficiale di quanto non fosse nella realtà. E non venne riportato nulla circa il film in preparazione. Così l’attrice capì di essere caduta in un’imboscata mediatica bella e buona. Comprese anche oltre ogni ragionevole dubbio da che parte stava in realtà quel direttore che si era sempre dichiarato indipendente.

Se ne lamentò sui giornali. Ne venne fuori una polemica. Il direttore ribatté che non era vero. A quel punto le due versioni della storia erano inconciliabili. Uno dei due mentiva per forza. Allora, il direttore, tirò fuori dal cilindro un colpo da maestro corrotto aduso all’esercizio del vile potere quale era. Per ribadire la propria versione, mandò in onda uno spezzone inedito di intervista in cui lei appariva… ancora più stupida.

A quel punto lei poteva però giocarsi il jolly. Infatti, caso volle che, mentre la scrofa la intervistava, fosse stato presente anche un altro giornalista (non nemico, di un’altra testata) che aveva assistito a tutto. L’attrice contattò il giornalista per telefono per chiedergli se se la sentiva di confermare la sua versione a danno del potente direttore. Ma il giornalista le disse che il direttore lo aveva già abbordato intimandogli che se parlava lo rovinava; dunque lui non se la sentiva di mettersi contro un tipo così influente, capace di non farlo più lavorare da nessuna parte…

Oggi quel direttore è ancora un direttore. Non lavora più dal piduista corrotto ma da un’altra parte. E da molti stolti è considerato ancora “un bravo giornalista superpartes”.

Se legge questo post, è capace pure di querelarmi. Anche se sotto c’è scritto…

[Questo è un racconto di fantasia. Ogni riferimento a fatti o persone realmente esistenti è puramente casuale. E anche cazzuale.]

PS: la scrofa ricevette come premio per il suo lavoretto un toy-boy con il quale poté finalmente tornare a scopare per ben un mese di seguito.

PPS: dopo quel mese, il toy-boy si suicidò.

Giornalisti che distorcono la realtà…

Mr Consumatore

Io e Mr Consumatore facevamo un lavoro simile. O meglio quel che facevo io si poteva assimilare al cinquanta per certo a quello che faceva lui. E all’epoca non è che ci fossero poi così tanti altri con cui esistesse questa concordanza. Ciò me lo rese assai piacevole, dapprincipio.

Seppure fossimo diversi anche nelle cose che ci rendevano comparabili. Lui aveva un approccio insopportabilmente oggettivo, ovvero si sforzava di essere oltremodo impersonale, nell’ottusa ottica di ottenere un risultato superpartes, inattaccabile da alcuno, ineccepibile e pronto a farsi apprezzare da tutti. Per me era il contrario. Io facevo quel lavoro proprio per poter esprimere la mia visione, il mio punto di vista. Io ritenevo che le mie sentenze valessero più di ogni altra sentenza discorde. Io pensavo che quel che era troppo diverso da me fosse per forza sbagliato.

A ogni modo cominciai a interloquire con lui quasi giornalmente. Lui all’inizio mi rispondeva con sufficienza come fossi un parente stupido. Col tempo prese quasi a ignorarmi. Ero già mezzo stufo di lui quando gli feci una critica. Gli dissi chiaro e tondo che non si capiva cosa pensasse di un certo argomento. Lui rispose serafico. Ma di fatto la mia valutazione era stata molto più profonda di quel che non sembrasse. Difatti… a quale scopo mettersi su un piedistallo a parlare di qualcosa se alla fine non veniva comunicato neppure un giudizio parzialmente positivo o negativo? Che scopo aveva quel suo starnazzare? Che scopo aveva la sua esistenza dedita a quella futile missione? Era questo che gli avevo detto tra le righe!

Lui dovette incamerare quell’appunto con gradualità, in modo che piano piano gli entrò dentro. Così penso che avvenne che gli divenni oltremodo antipatico e fastidioso.

Poi un giorno ci fu la goccia che fece debordare il vaso. Una tizia prese a interloquire con lui lodandolo a più non posso, lui e il suo mestiere. Introdusse anche argomentazioni del tutto avulse da quella discussione che implicavano coinvolgimenti molto superiori di quelle poche stupide battute pronunciate da lui.

Quello mi fece infuriare. Non conoscevo la tizia, non l’avevo mai vista partecipare a una discussione con lui, eppure essa sembrava essere assai ad agio in quelle digressioni, e lui, da pari, le rispondeva come essa fosse stata un’amica di lunga data.

Mi intromisi nella discussione come una bomba dirompente. Dissi la mia; distrussi gli argomenti di lei; volli ottenere l’attenzione assoluta di lui. Lei decise di non replicare affatto. Lui pure mi trattò come un povero minorato e, ignorando totalmente la mia dotta e veritiera affermazione, decise di intrattenersi da quel momento unicamente con lei.

Fui certo che lei fosse una puttana e lui un poco stimabile omuncolo. Da allora lo abbandonai al suo destino. Non partecipai più ad alcuna discussione con lui perché il parteciparvi implicava già un’ammissione di accettazione nei suoi confronti.

Così oggi vi ho insegnato che non ci si mette al tavolo a parlare garbatamente con uno che non stimi. Se lo fai è come se tu affermassi che la sua opinione è rispettabile e vale quanto la tua. E lui vale quanto te.

Consumati ‘sto ç@$$°

Convivenza #21

Un altro episodio circa il suo sonno.

Una notte, intorno le quattro, ti svegli, ti giri nel letto e la urti. Precisamente il tuo ginocchio destro finisce sulla sua mano destra. E lei – da incosciente – che fa? Comincia a carezzartelo, come fosse un prezioso gattino, con la sua piccola manina da bambina. La bambina pura più buona che ci sia.

La commessa: Mora-bionda 6

La Mora-bionda non c’è più, e infatti hanno assunto gente nuova che la sostituisce…

Così c’è questa ragazza mai vista alla cassa, tinta di rosso. Sembra tranquilla. Ha un atteggiamento morigerato. Eppure dà una strana sensazione: come se qualcosa di inquieto alberghi nel profondo del suo animo. Mi guarda stranamente. Non ne conosco il motivo. Potrei fare delle ipotesi ma stavolta credo che non c’entri col fatto che le possa piacere. Sembra intimorita da me. Forse ha paura…

Quando pago ho la sensazione che mi dia molto più resto, tipo dieci euro. Ma il suo errore sarebbe talmente enorme e grossolano che penso: devo essere io che ho sbagliato i conti. Tra l’altro neppure i centesimi mi tornano. Che strano.

Me ne rimango zitto e mosca. Se per una volta non mi hanno fregato, può anche andarmi bene.

Fatalità rivado al supermercato il giorno dopo – beh, non è proprio un caso, confesso che volevo rimetterla alla prova.

C’è sempre lei alla cassa. Appena entro mi riconosce. Mi fissa come il giorno prima. Ma che avrò in faccia, i pupazzetti? Sembra che la mia presenza le regali sempre un brivido. Ma di cosa? Piacere o panico? E lo fa con tutti o solo con me?

Quando sono alla cassa sbaglia ancora a darmi il resto, e stavolta ne sono sicuro perché mi sono mantenuto attentissimo. Mi restituisce quasi quattro euro in più, e pure stavolta i centesimi a casaccio.

Ci rifletto un attimo su. È il caso di dirglielo? Perché lo fa? Perché mi dà più resto? È il suo modo di corteggiare, per farsi benvolere? Vaglio anche l’ipotesi di conferire col suo superiore, un ragazzo più giovane di me con cui già altre volte ho riscontato come si possa parlare in libertà. Ma se lo riferisco a lui è probabile che le faccia perdere il posto. Allora mi guardo attorno, ravviso che non c’è nessuno nei paraggi e mi sfiora l’idea di sussurrarle: “hey, è la seconda volta che sbagli a darmi il resto, come mai?” Ma la temperanza mi suggerisce di non fare niente. Meglio non svegliare il can che dorme. Perché non ho alcuna idea circa il vero carattere di quella bestia…

Infoiato da questa novità, che per una volta non è il supermercato che mi turlupina ma in qualche maniera sono io a guadagnarci, rivado a compiere un piccolo acquisto anche due giorni dopo. Si ripete lo stesso copione: sguardo travagliato della commessa; elargizione di più resto del dovuto. A questo punto è certezza!

Una settima dopo… non la trovo più. È netto il sentore che sia stata defenestrata. Non ho neppure il coraggio di chiedere in giro. Non è durata niente perché si sono accorti che non era in grado di lavorare. Peccato. Mi spiace.

Tuttavia mi rimane il dubbio. Perché mi dava più resto? Le piacevo? Oppure le ricordavo qualcuno di cui aveva paura? O anche era una ribelle che giustamente riteneva che i supermercati e chi li possiede siano i ladri peggiori, per cui tentava, nel suo piccolo, di rifondere i danni donando a chi ha di meno, come Robin Hood?

Temo che si sia trattato semplicemente di una ragazza in difficoltà psicologica. Non so dire esattamente quale fosse il suo problema. Non so se magari proprio non fosse in grado di fare i conti oppure non avesse capito come funzionasse lo stare alla cassa. In ogni caso mi chiedo che fine abbia fatto la poverina adesso.

(LA PROSSIMA SARÀ L’ULTIMA PUNTATA…)

Una nuova cassiera