L’estasi e il tormento del proprio riflesso speculare

“Raccontami una storia” dice lei abbandonata sul letto e guardandolo sghembo con i suoi occhi azzurri che pulsano vita.
“Va bene. E come la vuoi questa storia? Bella o brutta?”
“Bella, bella…” si affretta, come temendo che lui le possa rivelare quello che sarebbe meglio non sapere.
“Va bene. Però, bella mia, ti dico che, visto che è tutta la notte che ti racconto delle storie belle, credo che sia ora anche di narrarti una storia molto brutta (per riequilibrare un po’ il tutto), non trovi?”
Lei lo guarda con turbamento. Sarebbe inutile dirgli che non è d’accordo perché, quando lui la fissa con quel ghigno cattivo, potrebbe solo farlo scatenare di più.
“…Per cui ti racconterò una storia molto bella ma anche molto brutta. E sarà il mio capolavoro, amore… C’era una volta una ragazza stupenda, la più meravigliosa di tutte. E si chiamava Angelica, ed aveva capelli biondi, pelle bianca di latte, e labbra rosse come il sangue. Era un angelo di nome e di fatto. E tutto quello che faceva parlava di lei e diceva al mondo che era buona… Ma che dico, la più buona di tutte! Il più bell’essere vivente del creato che Dio abbia mai… creato (scusa la ripetizione, eh!). E Angelica sembrava davvero un angelo disceso sulla terra per dispensare bontà agli altri e per rendere il mondo migliore: per far risvegliare in tutti quella parte di loro capace di credere che la vita è bella e che ne vale sempre la pena (credo di essermi spiegato, no?)… Un giorno qualcuno dice ad Angelica di andare da uno, un ragazzo difficile, uno che è molto temuto nella zona in cui abita; uno di cui si dice che è matto (perché solo un matto può compiere quegli atti violenti che lui fa senza battere ciglio e anzi godendoci)… Di lui si dice che a tre anni abbia ammazzato a mani nude un gatto che gli era saltato nel lettino per aggredirlo, e che sia da lì che tutto sia cominciato; deve esser per quel motivo che lui è diventato più simile ad una bestia immonda che ad un essere umano. Eh! Eh!… Ma vuoi sapere un segreto, amore mio?”, si china su di lei, le si avvicina all’orecchio e con un fiato caldo di inferno le sussurra fievolmente “Ma non è affatto così… Perché quel tipo un diavolo ci sarebbe diventato comunque! Anzi ci è proprio nato, perché quello si è sempre compiaciuto a far patire gli altri e a sottometterli per dimostrar loro chi fosse il più forte…”.
Lei lo ha ascoltato raggelandone, ma provandone anche un insolito piacere perverso. Lui si tira su e riprende il suo tono normale…
“Dicevamo… Le brave persone le dicono tutte: vacci! Vacci tu da quello! Che se non sarai capace tu di raddrizzarlo nessuno potrà! Vacci, angelo nostro, che solo tu puoi farcela e, si sa, il Bene è più forte del Male…”, ridacchia in modo incontrollato per alcuni secondi, poi si doma (ed è ancora più inquietante).
“E questa bella figliola, questa prova suprema della clemenza di Dio, ci va sul serio da quel discendente del Demonio… E lo conosce. E quando gli parla… Sorpresa!, lui la sta a sentire. Lui si blocca e… non può fare a meno di notare quanto lei sia bella, di osservare il modo in cui lei muove la bocca, le mani e sbatte gli occhi… Gli sembra la creatura aliena di un altro mondo… Un mondo bellissimo al quale lui non abbia avuto mai accesso…”
Fa una pausa così lunga che sembra che la storia sia terminata. Sembra mirare il vuoto. Sembra sotto l’effetto di droghe allucinogene che lo sprofondano in un paese incantato e che lo commuovono come mai gli è successo in vita sua. Le accarezza i capelli (e lei lo guarda con la medesima espressione di lui, come se fosse uno specchio riflettente) e si chiede se sia il caso di proseguire col racconto. Ma poi un colpo di vento rabbioso spalanca la finestra della loro stanza e lui, scuotendosi, si precipita a sbarrarla.
“Credo sia il caso di andare avanti. Sì, penso proprio di sì, amore mio. Tu credi che lo debba fare?”. Lei non gli risponde, anche se quello potrebbe essere l’unico momento in cui avrebbe la forza di cambiare il proprio destino e quello di lui. E chi tace acconsente…
“Bene… Ti ho detto di lui, che pare folgorato e finalmente ammansito (ma non del tutto, eh! Perché tu sai che se si tappa qualcosa che vuole uscire poi succede che quella cosa potrebbe incanalare la propria energia fino ad esploderne… Eh!)… Ma parliamo un po’ di lei, vuoi? Perché anche lei cambia, amore mio… Dapprincipio Angelica si sente molto fiera di sé. Ha domato la bestia. Ha addomesticato il drago cattivo… E tutti le fanno i complimenti e anche sua madre le dice che la faranno santa e che dei preti già si stanno interessando alla questione, e qualcuno le ha proposto di affiancare un esorcista, in modo da utilizzare il suo dono per aiutare i numerosi sventurati che, in giro per la terra, potrebbero soffrire i patimenti che Satana infligge loro… Però sai qual è la verità, amore mio? È che lei non è certo San Giorgio, che con la sua spada riuscì a trafiggere sul serio il drago ed ad ammazzarlo. No, lei non ha il coraggio di ucciderlo… Non proprio…”, la sua voce si fa sempre più insinuante e malevola, “Perché quell’incontro con lui le ha fatto provare dei sussulti e delle sensazioni che lei non aveva mai nemmeno immaginato che potessero esistere… Lei ha visto dentro gli occhi neri di lui e vi ha ammirato il Male supremo, che mai si era fermata a contemplare in cotanta magnificenza… E tale spettacolo l’ha affascinata e le ha fatto venire una febbre alta che l’ha ridotta a letto… E della sua stessa malattia soffre anche il suo diabolico opposto, che è scisso dalla voglia che ha di assassinarla (per liberarsi del proprio tormento) e dalla voglia invece di farsi sopprimere a sua volta da lei (per lo stesso motivo. Ah! Ma come sarebbe ancora più bello se lei ne fosse in grado, se lui potesse farsi ammazzare dal proprio amore!)… Perché non si può vivere tradendo la propria genia, non si può più vivere amando quello che rappresenta esattamente il proprio contrario, amore mio… Devo andare avanti ancora?”
Stavolta lui vuole sentirla pronunciare la sua parola, forse per l’ultima volta. Vuole che lei gli affermi con la sua voce pura che ancora la pensa allo stesso modo di quando gli iniziò a chiedere di raccontargli delle storie per intrattenerla tutta la notte, per alleviare i dolori brucianti della sua passione.
Lei afferma decisa “Sì”, e lui allora prosegue e arriva all’atto finale.
“I due amanti, che sono allo stesso tempo le persone più felici di questo mondo perché solo loro possono amare ai livelli inimmaginabili ai quali arrivano, ma che sono al contempo quelle più infelici perché la loro unione è destinata a riservar solo estremo patimento giacché essa è impossibile ed impraticabile… Dicevo, i due amanti giungono entrambi alla stessa conclusione… E dato che non possono vivere insieme, perché ognuno incarna l’avverso del significato stesso della loro vita… Decidono di perire… Così, nella morte troveranno l’unica liberazione dalla loro inestricabile condizione, ma anche l’unica maniera per appagare il loro sulfureo amore…”
Lui non parla più. Non ce la fa più, sconvolto dalla tribolazione. E anche lei non apre bocca quando gli offre un bicchiere con del veleno dentro, dopo averne bevuto lei stessa una metà.
Lui ingoia la propria razione (poiché non potrebbe mai opporlesi). E quella è l’ultima scelta che entrambi condividono mentre, abbracciati e stretti il più possibile, odono assieme i lenti e ineluttabili passi della morte, loro compagna.

Di madre in figlia

Adelmina non credeva più nell’amore. Non in quello vero, almeno. Così era arrivata ai quaranta convinta che la tradizione matriarcale della famiglia sarebbe terminata con lei. Adelmina pensava che vivere su di una montagna, in una baita, sarebbe stata la sua liberazione, ma anche la sua maledizione: ossia la causa del suo nubilato ad oltranza che l’avrebbe accompagnata fin nella tomba. Chi se lo poteva immaginare che avrebbe incontrato quel bel boscaiolo… Lui era un tipo strano; Adelmina se ne era accorta subito che lei gli piacesse. E, quando lui le aveva chiesto se poteva rimanere a pranzo, lei non si era certo spaventata perché sarebbe rimasta sola con uno sconosciuto gagliardo (e bramoso) come lui…
Adelmina osserva la neve cadere. L’ha veduta così tante volte che non dovrebbe farle più alcun effetto. Invece stavolta sembra proprio che Dio le stia deponendo dei soffici confetti tutt’intorno, e lei ne rimane rapita. Oh, che bello… Dio sta festeggiando il suo matrimonio. Oh, che bello… La famiglia potrà continuare a rigenerarsi e a prosperare, proprio come diceva mamma. La mamma ha sempre avuto ragione…
Di là lui sta battendo sempre più forte. È furioso. Adelmina non lo capisce: perché arrabbiarsi? Che senso ha? Non ha capito che è tutto inutile? Ormai quel che è fatto è fatto. Dovrebbe averlo afferrato che se ci si trova in quella situazione poi essa non cambierà più…
Ieri è stato così bello… Dopo un bel pranzetto cucinato con tanto amore e cura (la mamma le aveva sempre detto che quelle come loro dovessero essere delle cuoche assolutamente provette e valenti), il boscaiolo, John, era talmente soddisfatto che si era leccato le dita prima di alzarsi dal tavolo. E ovviamente le aveva anche fatto i complimenti. “Sei proprio brava”, le aveva detto. Poi aveva subito aggiunto “Sei sposata?”. E lei gli aveva detto di no, facendo la ritrosa. E lui le aveva ribattuto con evidenti doppi sensi che “È un peccato! Perché faresti molto felice tuo marito!”. Lei aveva letto nei suoi occhi l’imbarazzo nel decidere il da farsi. Comprensibilmente, al dunque, lui non sapeva se approfittare delle sua ospitalità anche nell’altro senso (poiché, essendo Adelmina talmente sgraziata e deforme, una bella ripassatina non gliel’avrebbe certo negata), oppure tornarsene al suo duro lavoro di taglialegna. Ma la pesantezza dopo il pranzo, e quel dolce tepore che sempre subentra dopo i lauti e gustosi pasti, soprattutto in inverno, aveva fatto in modo che lui accettasse il suo consiglio di farsi una dormitina. Dopodiché era stato facile sdraiarglisi vicino e attendere che lui, al risveglio, la trovasse sufficientemente allettante per una inevitabile svuotata dei testicoli (che, manco a dirlo, a John quasi dolevano solo ad essersi vagheggiato quella eventualità).
Adelmina è innamorata e si bea di questa nuova gioia. Non sapeva che potesse essere così bello essere innamorati. Aveva sempre supposto che fossero tutte sciocchezze per cuori lacrimevoli… Ed invece… Che bella la vita, con le sue sorprese, con l’amore, con la gioia di avvertire sensazioni di cui non si conosceva nemmeno l’esistenza.
Adelmina non sapeva se John mettesse sempre quell’impegno in tutte coloro nelle quali si “addentrava”. Fattostà che gli urli e gli atteggiamenti che lui ebbe furono molto focosi e ardimentosi (i tratti orribili di lei gli regalarono un inconsueto brivido perverso) e Adelmina ne uscì con svariati lividi ed ecchimosi. Ma lei non si lamentò e non fece una piega. Non lei. Non lei che era abituata a badare a sé stessa dall’età di dodici anni. Non lei che aveva vissuto in solitudine gli ultimi dieci anni. Non la donna dal volto e dal corpo mostruoso, talmente sfigurato da essere l’unica a poter sostenere la propria vista (almeno prima della venuta di John, naturalmente… Ed era da quello che lei aveva dedotto che lui l’amava).
Dopo che lei gli concesse di dischiudere il suo fiore più prezioso, lui le disse: “Beh, è stato bello…”. Però la sua faccia non è che fosse così sincera, perché si vedeva che forse una parte di lui ci aveva quasi ripensato e che non vedeva l’ora di battersela lontano da là. Allora Adelmina gli suggerì di tornare dopo il lavoro, che lei sarebbe stata felice di preparargli un altro pasto sopraffino. John sapeva che lei avrebbe fatto carte false pur di farsi nuovamente violare da lui e non voleva darle erronee speranze. Fu per questo che, per via di quel suo fiero ma leale orgoglio di maschio, le disse: “Ascoltami, Adelmina… Forse tu credi che io… Ma io non ti posso promettere niente, mi hai capito?”; e lei lo aveva subito rassicurato “Ma certo, John… Sei gentile a parlar chiaro. Ma io non ho secondi fini. E, dopo la cena, amici come prima (comunque vada)”. E così lui era ritornato, non immaginandosi mai che gli avrebbe preso quell’attacco di sonno improvviso e inarrestabile, e che poi al mattino, al risveglio…
John continua a sbraitare. È ora che lei lo riveda e che lo tranquillizzi un poco. Così, esegue qualche passettino e presto si porta davanti la camera da letto. Quindi apre la porta.
“Che hai da vociare tanto? Perché non ti dai una calmata? Io sono felice. Dovresti esserlo anche tu, amore…”
“…Mi vuoi spiegare che diavolo è questo?! È uno scherzo?! Io devo andare a lavoro!”, protesta.
John indica con entrambe le mani, in un gesto plateale, la catena che si ritrova al piede (è così buffo quando si arrabbia, pensa lei).
“Quello è il modo per trattenerti per sempre qui, amore mio. E non dovrai più preoccuparti del lavoro, perché penserò a tutto io.”
“Ma sei pazza?! Se è uno scherzo è di pessimo gusto!…”
“Ma quale scherzo? Nella mia famiglia, John, comandano le donne. Siamo noi che ci occupiamo di ogni cosa.”
John comincia a capire.
“…Ma tu sei orribile! Io non voglio stare con te! Mi fai schifo!…”
“Quando si trattava di sventrarmi ti piaceva però, eh John? È un po’ tardi per dirmelo, non trovi? E sei cattivo a ricordarmi le mie deformità… So di non essere bellissima, però ti assicuro che sono speciale. E sono anche molto meglio delle altre.”
John sa che non potrà mai spezzare quella catena.
“Noo! Io non voglio! Non voglio! Non puoi obbligarmi!”, urla come un pazzo ma è tutto inutile…
“Andiamo, John. Anche a mio padre successe esattamente la stessa cosa…”
“Anche a tuo padre?!”, rimane sbigottito.
“Sì. Come credi che potesse fare una come mia madre (che era uguale a me) per riprodursi, se non in questo modo?… Vedi, John, i nostri geni sono preziosi. E sarebbe un peccato se andassero persi. Non vedi come sono particolare?”, gli avvicina l’orrendo volto alla faccia. Da quella distanza fa ancora più impressione.
John urla ancora.
“Noo! Mi taglierò la gamba piuttosto!…”
“Vuoi uomini siete tutti uguali… Proprio come mio padre. Sai che fine fece mio padre? Si tagliò una gamba e tentò di scappare, ma mamma lo riprese e gli mise la catena all’altra gamba. Lui si taglio anche quella e strisciò per duecento metri. Ma mamma lo recuperò ancora e gli mise la catena alle braccia… Te la faccio breve, John. Alla fine il mio ostinato papino era ridotto come un tronco umano, e la catena sai dove ce l’aveva? No, non dove stai pensando (sei uno scostumato, John)!… Ce l’aveva al collo. E sai come è morto mio padre, John? Si è strozzato con la catena… Preferì così, il poverino… Spero che tu sarai più saggio. E vedrai che potrai addirittura divertirti con me… Stai calmo che non ti conviene agitarti… John, noi due ci accoppieremo fino a quando tu non mi darai una bambina che continuerà la tradizione di famiglia. E se nascerà un maschietto… lo mangeremo.”
“Sei pazza! Sei una strega!”
“Come sei ingiusto con me, John… Anche quelle come me devono pur sopravvivere al tempo, no?…”

L’esecuzione di Hans Peter Brown

Il caso Hans Peter Brown, della sua morte così atroce e pittoresca, lasciò largo eco negli animi di tutti i suoi concittadini. E dapprima essi rimasero turbati e oltremodo scandalizzati, perché l’efferatezza con la quale egli era stato giustiziato era stata tale che ognuno si disse indignato che quel feroce crimine, così disumano, fosse stato compiuto nella loro tranquillissima contea, laddove il peccato non era mai esistito prima di quel cruento atto di cronaca nera. Ma poi, invero, dopo, quando dalla vita di Hans Peter Brown emersero particolari non proprio edificanti, qualcosa in loro cambiò, costringendoli a riflettere circa chi, in quella sciagurata vicenda, davvero fosse stato la vittima e chi il carnefice; ed alcuni passarono incredibilmente dall’altra parte della barricata, dalla parte dell’assassino brutale che aveva compiuto il delitto, mentre altri tentarono (con sempre minor convinzione) di far risaltare la superiorità di alcune razze rispetto a tutte le altre, e il non senso della reazione violenta in opposizione ad altri crimini, pur violenti essi stessi; ma in codeste parole c’era da giurarselo che non credessero in fondo neppure loro, e se alcuni avevano almeno la creanza di ammetterselo nel privato della loro coscienza, altri, i più vili, se ne offuscarono così tanto da perdere la più modesta aderenza con la realtà…
Vennero i media con i loro disgustosi carichi di avvoltoi sempre affamati in cerca di carogne, ed il rione fu messo a ferro e fuoco dai loro riflettori (essi giustificavano la circostanza dicendo che la gente voleva sapere e che loro davano alla gente quello che essi volevano, ma ciò non scusava affatto il loro sciacallaggio, le domande idiote, il voler creare delle pulsioni esasperate negli intervistati e sopratutto negli spettatori, i quali, tutto sommato, si ritenevano infinitamente migliori di tutte quelle persone, che vedevano così lontane, sia delle vittime, che ovviamente del carnefice, ma anche dei loro compaesani, dicendosi che si poteva star sicuri che da loro una cosa del genere non sarebbe mai successa).
Telecamere cinsero d’assedio il villaggio tentando di intervistare anche gli oggetti inanimati ed eseguendo sempre più pindariche ed inverosimili ipotesi mano a mano che una talpa nella polizia (perché solo lì essa poteva annidarsi) faceva circolare stralci di ciò che avrebbe dovuto sapersi solo ad indagine conclusa, particolari di prima mano che teoricamente, se fossero rimasti celati, avrebbero aiutato non poco nella cattura dell’assassino. Cattura che comunque non giunse mai (e in ciò qualcuno ci vide una decisione quasi “ecumenica”, dall’alto, come se Dio fosse più dalla parte del barbaro assassino piuttosto che da quella di Hans Peter Brown, che in pochi giorni era passato ad essere da incontaminato martire e tipico bravo ragazzo di provincia a… rivoltante individuo preda delle pulsioni più basse e ripugnanti (e non sentendosi affatto tale)…
Infatti dapprima si disse che Hans Peter Brown avesse avuto la sfortuna di finire tra le mani di un pazzo scatenato, un serial killer che saltuariamente doveva far detonare tutta la sua rabbia perversa verso il genere umano (e certo si vollero ignorare le iscrizioni che spiegavano il motivo del suo assassinio, lì in bella mostra, oppure le si vollero considerare solo come l’ennesima riprova che si trattassero dei deliri di uno squilibrato senza argini, che in un momento di follia aveva preso i suoi arnesi ed aveva compiuto quello che aveva fatto, un massacro sul corpo dello sventurato Hans Peter Brown).
Hans Peter Brown era stato solo sfortunato, terribilmente sfortunato, di una sfortuna che era stata talmente infausta che poteva capitare solo una volta nella vita, e non solo nella vita di un individuo, ma anche di una comunità intera. Hans Peter Brown era un santo: lavorava cinque giorni su sette (l’impiego nel quale si impegnasse non ha alcuna importanza che si riferisca, ma era un’attività onesta e faticosa come tante altre). Sul lavoro mai un’assenza, si disse (tranne qualcuna il lunedì, quando, ancora brillo di alcol, dopo i bagordi del week end, non era riuscito a smaltire le sbornie accumulate una dopo l’altra; però, si disse che Hans Peter Brown era ancora piuttosto giovane, anche se non giovanissimo e se dimostrava molto più dei suoi anni, e che dunque qualche alzata di gomito se la poteva anche permettere una volta ogni tanto, come del resto facevano quasi tutti da quelle parti. Quindi perché stare a sindacare sulla sua solo presunta dipendenza alcolica?).
Hans Peter Brown era anche un bravo padre di famiglia. Frequentava, da quando aveva dieci anni, una donna con la quale da subito aveva trovato l’amore, una certa Vera Olga Brown, sua cugina di primo grado. Ma la cosa non deve scandalizzare, dato che in quel paese erano più o meno tutti imparentati tra di loro e quindi era facile che accadesse che si finisse per impalmare e metter su famiglia con una ragazza che era propria consanguinea (e per questo talvolta nasceva un bimbo con la sindrome di down, ma questo è tutto un altro discorso che esula dalla trattazione della nostra analisi…).
Hans Peter Brown amava così tanto Vera Olga Brown che non aveva resistito al pensiero di non ingravidarla subito. Così, quando lei aveva dodici anni e lui appena diciassette depose il suo seme in lei, il quale germogliò dando alla luce nove mesi dopo un bel marmocchietto che taluni dicevano che somigliasse più al padre, mentre altri alla madre… In seguito Hans Peter Brown, non pago di esser diventato padre così in fretta, volle assecondare i (sicuri) desideri del figlioletto di non rimanere solo e per questo si diede da fare per sfornare a distanza di, rispettivamente, due e tre anni dopo, altri due pargoli: un altro maschietto vispo (che in seguito si fece notare fin da piccino nell’asilo nel quale fu messo per la sua veemenza tempestosa) e una femminuccia che doveva servire per dare una mano nelle faccende di casa alla stanca madre che, a dire la verità, a ventidue anni ne avrebbe dimostrati già dieci in più, sia per corpulenza ed eccedenza di grasso, che sguaiataggine di linguaggio e di voglia di vivere. Vera Olga Brown per la cronaca aveva tentato il suicidio a diciotto anni, qualcuno disse per la troppa tensione di dover allevare tre bambini in non proprio propizi agi economici, altri insinuarono invece che, essendo lei una meteoropatica, e vivendo in un paese dove la luce non era molto forte, era normale che talvolta fosse adusa a subire delle crisi bipolari. Ad ogni modo Vera Olga Brown non tentò mai più il suicidio dopo quella singola volta e oggi vive ancora tranquilla nello stesso luogo di sempre.
Tornando al nostro, in breve, la vita di Hans Peter Brown si era instradata quindi su comunissimi e consoni binari di vita familiare. Egli aveva un lavoro, era un amato padre ed onorato marito di famiglia, ed aveva anche molti amici con i quali delle volte bisbocciava il fine settimana. Per il resto, si credeva che tutto finisse lì e che quindi, quando la selvaggia esecuzione di Hans Peter Brown venne posta in essere, essa fosse, come detto, frutto del momentaneo ed imprevedibile gesto di un matto…
I particolari della sua morte furono così orrendi che la gente, a futura memoria di un fatto irripetibile, prese a registrare le numerose trasmissioni televisive che avvenivano anche in prima serata e con tanto di esperti qualificati venuti dalle migliori università, criminologi e psicologhi, come pure sociologi e valenti ed insigni politici nazionali tuttologi; come pure soleva riunirsi in piccoli gruppetti e, assieme, leggevano per ore le cronache uscite sui giornali scandalistici, mettendo l’accento sulle parti più scabrose ed immaginandosi come si fosse svolta sul serio la scena del crimine, ubriacandosi di tali bisogni di indecenza (che secondo alcuni sono impliciti nell’anima dell’essere umano e rimangono perlopiù potenziali per l’intero corso della vita, mentre raramente, in pochi soggetti, sgorgano in tutta la loro paurosa irruenza).
Ma poi cominciarono presto ad emergere le prime dicerie sulla non del tutto impeccabile vita di Hans Peter Brown. E fu un bravo poliziotto a seguire per primo, di sua iniziativa, quella traccia che portava in quella direzione alquanto imbarazzante, semplicemente volendo avvalorare la scritta vergata con il sangue di Hans Peter Brown trovata nel luogo ove lo stesso fu rinvenuto dissanguato, perforato e deceduto ormai da ore, con tutte le budella di fuori, mentre altre parti ed oggetti acuminati gli erano stati infilati laddove non fosse naturale che ci fossero (ed erano state proprio queste caratteristiche a far evidenziare il caso di Hans Peter Brown in tutto il paese e a farne parlare anche all’estero per giorni e giorni, se non mesi, fino alla conclusione della vicenda, che non avvenne con la consegna da parte delle forze dell’ordine del colpevole, come si sarebbe potuto credere, ma con il mero e circostanziato accertamento della verità circa chi fosse Hans Peter Brown, e ciò bastò).
Si diceva del bravo poliziotto. Questi, l’ispettore Svensonn, tentò per assurdo di avvalorare le tesi sostenute nel messaggio sanguinante apposto sulla parete dove venne scannato Hans Peter Brown, e allora cominciò ad indagare presso i suoi familiari ed i suoi amici. E presto il castello di carta circa l’inviolabile morigeratezza di Hans Peter Brown si sgretolò come fosse stato investito da un uragano… Ma chi fu il primo a parlare, il primo ad instradare le indagini verso il corretto andamento dell’accertamento della verità (seppur essa fu assai indigesta da mandare giù)?
Alcuni dicono che fu la moglie a riferire di un particolare avvenuto mentre Hans Peter Brown faceva il bagno al suo primogenito quando esso era appena un bebè: un accenno inquietante che lei aveva preso sul momento come una boutade di pessimo gusto, che poi invero aveva cominciato a ritenere essere consona al reale pensiero del suo compagno, per infine, accettarla senza porsi troppi problemi (perché era una cosa che a lei non riguardava, e se lui voleva divertirsi così, in quel modo che era legale laddove egli lo praticava, allora erano solo affari suoi e lei non poteva stare a rincorrere questi sciocchi pensieri che le vorticavano nella mente, i quali, seppure fossero stati veri, a lei personalmente non avrebbero cambiato la vita di un solo sbuffo)…
Ma il primo ad ammettere candidamente delle inclinazioni di Hans Peter Brown fu uno dei suoi amici più cari, il quale confessò che anche lui, qualche volta, per provare, aveva fatto la stessa cosa di cui Hans Peter Brown si era macchiato; ma, una volta testata con mano, aveva capito che non facesse per lui e quindi vi aveva rinunciato (tale individuo, una volta che la vicenda venne alla luce, dovette abbandonare il suo paese di origine nel quale aveva sempre vissuto poiché la polizia gli fece notare che anche lui poteva essere un soggetto esposto al rischio di finire macellato proprio come Hans Peter Brown; infatti, secondo il suo assassino, tra Hans Peter Brown ed il suo amico non vi era sostanziale differenza. Così egli, con l’aiuto delle autorità, si è trasferito in un paese limitrofo e sotto un’identità fittizia cerca oggi di condurre una vita non troppo dissimile da quella di prima).
E, una volta che le prime ammissioni circa quella faccenda furono rivelate, non ci fu più motivo che la gente continuasse a coprire la dissennata vita di Hans Peter Brown, e allora venne fuori che la maggior parte della comunità nella quale egli viveva era a conoscenza, per un motivo o per l’altro, della pratica insana alla quale era solito lo stesso, la quale in genere era vista quasi con benignità o tollerata, anche perché essa era in qualche modo lecita (seppur, per tali azioni contronatura e riprovevoli, esistesse la pena di morte in diversi stati del mondo).
Da allora Hans Peter Brown non viene più considerato un uomo probo e onesto; mentre invece il suo assassino ha generato un tale grado di empatia nella gente (che si rispecchia nella sua intrattenibile voglia di vendicare gli ingiusti torti subiti) che in tutte le parti del mondo inevitabilmente sono nati dei “comitati” spontanei simpatizzanti per quest’ultimo. E ce ne è uno ad esempio che si chiama proprio “Kill your Hans Peter Brown! Clean the world!”. E oggi tutti hanno capito perché Hans Peter Brown dovette morire in quel modo atroce e fortemente simbolico, in quel modo che dapprima aveva scandalizzato tutto il mondo, facendo credere che il suo assassino fosse solo un pazzo sadico con turbe sessuali, ma che dopo invece rivelò quanto esso fosse probabilmente solo un indignato, uno che col suo gesto voleva dimostrare che non era giusto che un tipo squallido come Hans Peter Brown potesse compiere i suoi porci peccati sulla pelle di esseri viventi più deboli e la passasse liscia, solo perché in quel luogo dove egli li compiva ciò era legale per mere questioni economiche.
Addio Hans Peter Brown. Il mondo sano non ti rimpiangerà e anzi continuerà a sputare e pisciare sulla tua tomba, oramai diventata luogo di pellegrinaggio per tutti coloro che odiano gli abomini umani come te e tutta la tua razza di depravati, merde umane che non si sono guadagnate il diritto a vivere su questa terra assieme a tutti gli altri benevoli esseri viventi.

Tabucchi: Si sta facendo sempre più tardi

“Romanzo epistolare” c’è scritto in copertina… Bah! A me sembra solo una scusa per presentare delle improbabili pseudolettere, che nella maggior parte dei casi sono al limite del delirio, da parte di uno scrittore (pur talentuoso) al quale evidentemente è concesso di pubblicare tutto, anche la lista della spesa.
La maggior parte di queste missive non hanno né capo né coda e paiono improvvisate, un po’ come quando ci si siede ad un tavolino e si comincia a scrivere non sapendo minimamente dove si andrà a parare… Oppure sembrano scritte da un vecchio di 800 anni, per quanto risultano stucchevoli, inutili, non interessanti, del tutto prive di logica e della possibilità che possano smuovere una qualche sorta di sentimento nel lettore…
Eppure, magari, se davvero queste epistole fossero spedite sul serio a qualche donna, sono certo che farebbero un figurone: perché non si scrivono mai lettere di questa natura… Sono sicuro che qualche femmina si potrebbe pure genuinamente commuovere…
Confermo che ho molto apprezzato le svariate raccolte di racconti di Tabucchi, ma ancora sto cercando un suo romanzo che possa piacermi… Prima o poi leggerò “Sostiene Pereira”.

Quel diavolo di La Russa (che un giorno dovrà pur tornarsene all’inferno)…

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Dalle carte dell’inchiesta Metallica emergono i rapporti societari di Ignazio La Russa con Sergio Conti, condannato per usura con l’aggravante del metodo mafioso. La notizia è contenuta nel libro Le mani sulla città che racconta rapporti e infiltrazioni della ‘ndrangheta in Lombardia.
Personalmente giudico Ignazio La Russa una delle peggiori figure politiche di tutti i tempi all’opera nel Paese: ritengo che sia un perfetto esempio di cosa voglia dire in effetti essere fascisti e sapersi riciclare, avere l’arroganza del potente che vuol rimanere impunito, oltre che la faccia tosta di negare anche l’evidenza.
È pure un violento che (letteralmente) schiaccia i piedi ai giornalisti che gli fanno domande scomode, ben sapendo che essi non possono neppure osare di reagire, altrimenti questo darebbe il pretesto alle sue guardie del corpo di aggredirli pesantemente e farli da ultimo finire in galera (dove ben altri dovrebbero stare)…
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W il “Pappagallo Day”!

Giornata creata con l’intento di sensibilizzare circa l’utilizzo dei bagni negli esercizi tipo i bar, i quali devono sempre fornire l’accesso ai loro cessi, e senza dover necessariamente consumare/acquistare qualcosa! Inoltre, i bar che dichiarino di non avere i gabinetti agibili, devono chiudere bottega perché secondo la legge non possono rimanere aperti!

È ora di finirla con gli abusi sui cessi pubblici! Va a finire che ve la facciamo in strada come i cani!
Noi non vogliamo più trattenerla!