DOT: La cerbiattina

Un giorno.
Una cerbiattina si fa coraggio e si siede dirimpetto a me, a trenta centimetri. È l’unico posto libero in tutta la sala. È giovane. Avrà ventidue anni. Ha occhi grandi e innocenti. Però in lei, nel suo silenzio probo, c’è qualcosa di sicumerico: anche lei non deve essere immune da quella brutta malattia che è il credersi al centro del mondo.
È anche molto esile. Peserà al massimo quaranta chili ben distribuiti, forse anche meno. E mi provoca indulgenza. La cosa che più mi diverte però è che i suoi occhi non nascondono un certo trasporto sensuale. Sono un po’ cerchiati e abbottati. Come fosse solita masturbarsi intensamente almeno una volta al dì. Come, quella, fosse la sua medicina per alzarsi tutte le sante mattine, dalla quale è diventata dipendente.
Non è propriamente bella. Però, per via di quella sorta di sua pudica condotta, non si può dire che sia brutta, e anzi, come detto, mi ispira tenerezza.
Ma purtroppo oggi ho molto da fare e da imprecare tra me e me perché sto cercando di risolvere un dilemma col portatile del quale non vengo proprio a capo. E la mia faccia non nasconde la mia contrarietà, l’acrimonia e una certa nausea sconsolata. Non devo avere per niente una bella faccia!… Deja-vu. Mi è già successo…
La poverina mi guarda intimorita, come se da un momento all’altro potessi uscirmene con qualche imprecazione che la oltraggerebbe oltremodo. O magari teme possa sfogarmi sulla povera bambina quale lei è, con lei che, con la sua discrezione, davvero non ha fatto nulla per inimicarsi nessuno. Povera piccola!, penso condannato a non poterle comunicare nulla di bello.

Buzzati: Un amore

Non che lo abbia letto recentemente. Solo che mi sono accorto che non ne ho parlato sul blog (perché in quel periodo non scrivevo niente), e dato che questa opera merita… eccomi qui.
Diciamo subito che giudico questo romanzo un capolavoro. In genere si cita sempre “Il deserto dei tartari” come romanzo migliore e più famoso di Buzzati, ma non sono affatto d’accordo sulla prima caratteristica. “Il deserto dei tartari” è un romanzo discreto, ma non un capolavoro. Invece “Un amore” è uno di quei romanzi dolorosamente (in parte) autobiografici che rendono la penna di uno scrittore particolarmente ispirata.
È la storia di un uomo di mezza età adibito a frequentare prostitute quasi solo come basilare attività fisica. Ma un giorno conosce una giovane ragazza che lo intriga. Finirà che si innamora di lei, la quale comprensibilmente vuole solo introitare il più possibile da lui. Per cui gli mente, frequenta altri uomini (anche se lui, per via della sua gelosia, non vorrebbe affatto che lo facesse) ed è anche innamorata di un suo coetaneo che spaccia per parente (cugino, se non mi ricordo male).
Buzzati rende benissimo la tensione dei sentimenti amorosi non ricambiati, con la voglia costante di recidere un legame che sappiamo possa portarci solo fastidi e sofferenze, ma nonostante quello siamo sempre lì che ci ricadiamo, schiavi di quel trasporto viscerale che ci rende malati cronici.
Il finale non ve lo dico. Leggete questo libro scritto in stato di grazia dall’autore. E poi chiedetevi come mai non è considerato il suo libro migliore.

Uno strano tipo

Aveva un’età di circa quaranta-cinquanta anni. Se li portava bene ed era oggettivamente un bell’uomo. Tuttavia i suoi capelli bianchi e quelle borse sotto gli occhi (forse accresciute dagli ordinari occhiali che indossava) facevano in modo di riattribuirgli quegli anni che altrimenti non gli sarebbero spettati.
Era un tipo che a una prima occhiata pareva un importante signore, con quella sua giacca elegante che gli donava assai e gli infondeva un’aria da persona di valore, affidabile, sicura di sé, insomma da tipo eminente e preparato. Nemesis comprese che non fosse così quando però il bell’uomo si tolse la giacca e la ripose adagio su un attaccapanni, rivelando che sotto indossasse solamente una semplice t-shirt bianca, dozzinale, molto leggera; eppure si era in inverno inoltrato!
Fu quello a far intendere a Nemesis che quel tipo non fosse chi volesse sembrare. E i suoi dubbi furono confermati da ciò che successe dopo.
Il tipo si andò a sedere vicino a Nemesis poiché invero nell’internet caffè non vi erano molti posti rimasti ancora disponibili. Tirò fuori il suo portatile dalla custodia, attaccò la spina e lo accese. Fin da subito manifestò dei seri problemi a connettersi alla rete, seppure il realizzare una connessione in quel luogo fosse molto semplice e non avrebbe dovuto procurare alcun impedimento a nessuno.
Il tipo si agitava e si lamentava, dichiarando di non sapere come si faceva. Reclamava attenzioni. Che devo fare adesso?! che devo fare?!, ripeteva sperando che qualcuno dei suoi vicini intervenisse in soccorso, anche perché gli addetti al luogo erano momentaneamente impegnati in altre attività e non potevano quindi garantirgli ausilio. Nella piccola stanza, oltre Nemesis, erano presenti una coppia di ragazzine molto giovani (che parlavano fitto fitto sussurrando nel loro incomprensibile gergo) e un ragazzo provvisto di un libro che con un evidenziatore cercava di sottolineare qualche rigo nella speranza di acculturarsi per quell’esame che stava preparando.
Dunque toccava a Nemesis tentare di risolvere i problemi del tipo strambo, e non solo perché era la persona a lui più vicina. Così Nemesis si fece avanti chiedendogli quale fosse il problema e il tipo gli ribadì che non riusciva a connettersi. Nemesis esaminò la schermata del computer del tipo e la trovò assurdamente piena di iconcine, nessuna delle quali però utile per stabilire una connessione. Inoltre era curioso che il tipo neppure avesse cercato di mandare in esecuzione il programma addetto alla navigazione sulla rete.
Nemesis gli chiese cosa intendesse esattamente per “non riuscire a connettersi” e il tipo gli disse genericamente che non sapeva come fare. Dunque si trattava di un neofita, non vi era altra spiegazione. Eppure era curioso che un tipo come quello, un ultra adulto in possesso di un computer (che sembrava essere stato molto utilizzato in precedenza) non fosse capace neppure di compiere quella elementare operazione preliminare… Ma chi era davvero quel tipo?, si chiese Nemesis una prima volta.
Nemesis non voleva fare la parte del curioso sennonché, per risolvergli la questione, doveva sedersi davanti a quel portatile e dare un’occhiata. Questo gli disse, e l’altro non fece alcuna obiezione e fu felicissimo di lasciargli prontamente il posto facendolo accomodare.
Così Nemesis ebbe modo di notare la strana configurazione del computer… Ma si impose di non andare a indagare troppo nelle vicende personali del tipo, che non gli competevano, e di prodigarsi per risolvere al più presto unicamente la vicenda della connessione, anche perché più parlava con quel tipo (che pure all’apparenza sembrava molto educato, gentile e buono) e più esso gli risultava sgradito, anche se non avrebbe saputo spiegarne il motivo. Forse perché persone talmente ignoranti e inappropriate finiscono sempre per ingenerare negli altri un certo senso di fastidio. Ma forse c’era molto di più, perché Nemesis cominciò ad avvertire una specie di sensazione di disgusto. Vi era cioè qualcosa nel tipo che gli suggeriva che fosse una di quelle persone viscide capaci di tutto, come pure di compiere efferatezze indicibili (come si trattasse di un pedofilo). Per questo Nemesis voleva allontanarglisi il più velocemente possibile e non osò aprire cartelle che avrebbero potuto contenere chissà quale materiale…
Non vi erano traccie di icone adatte per aprire una qualche connessione direttamente. Nemesis si manifestò sbigottito per questo. Il tipo gli disse che il computer era molto vecchio. Ma a Nemesis non pareva: forse era stato molto usato in precedenza, ma non era così vecchio. Che cosa intendeva per “vecchio”? Vecchio di un anno, cinque anni? Dieci anni? Dieci anni fa, forse anche cinque, modelli del genere ancora non erano probabilmente reperibili sul mercato. Avendo avuto tempo a disposizione Nemesis si sarebbe allora introdotto nelle informazioni del sistema e ne avrebbe scovato le indifferibili caratteristiche, in modo da capire senza ombra di dubbio la qualità e l’obsolescenza del computer. Ma ovviamente non poteva… Forse il tipo aveva avuto in dono quel calcolatore tramite un mercato di vendita differente, di un altro paese… Ma chi era davvero quel tipo? E come aveva avuto quel computer che gli era così avulso?
Il tipo si manifestò scoraggiato che Nemesis non fosse riuscito a risolvere il suo problema, allora gli disse che non faceva nulla e che avrebbe chiesto a uno degli incaricati dell’internet caffè. Nervosamente si allontanò un secondo dalla sua postazione per andarne a cercane qualcuno, ma subito tornò indietro contrariato perché non ne trovò neppure uno disponibile.
Nemesis allora gli disse che potevano arrivarci da un’altra strada alla connessione. Così gli fece vedere e infine individuò la connessione giusta alla quale connettersi. Eccola qua, disse soddisfatto.
La allacciò e finalmente poté lanciare il navigatore per il web. Ma prima che ciò avvenisse sul serio gli si aprirono tre o quattro finestre di impostazioni che imploravano di essere settate. Ma da quant’era che non veniva utilizzato quel computer? Era tutto così strano…
Nemesis comunque chiuse quelle finestre rimandando tali decisioni al legittimo proprietario (chiunque fosse stato). Finalmente apparve la schermata iniziale dell’internet caffè nella quale loggarsi. Così Nemesis si alzò e gli disse di immettere i dati che gli avevano fornito all’ingresso. Il tipo lo ringraziò calorosamente. Ma Nemesis presentiva che un tipo del genere non sarebbe mai stato capace di accedere, nemmeno con quelle informazioni in suo pugno, poiché era talmente poco aduso a tutto il contesto che avrebbe finito per sbagliare qualcosa inficiando l’accesso alla rete.
E infatti avvenne puntualmente quello che Nemesis si era immaginato. E il tipo provò diverse volte a entrare nel sistema senza tuttavia riuscirvi. Nemesis, che avrebbe voluto ormai disinteressarsi al tipo che gli era venuto a noia e che riteneva probabilmente una cattiva persona, fu tuttavia obbligato ad alleviare ancora una volta le lancinanti esternazioni di aiuto che il tipo diffondeva ovunque nella speranza di essere assistito. Così Nemesis gli diede qualche buon consiglio e gli ricordò qualche buona regola per le volte in cui ci si trovava di fronte a situazioni di questo tipo. Ma ciò non bastò, chiaramente…
Per sboccare la situazione dovette intervenire per dieci lunghi minuti uno degli addetti all’esercizio che con pazienza recuperò i suoi dati e con quelli riuscì a farlo accedere alla rete (tuttavia Nemesis pensò che il tipo strano anche la volta successiva avrebbe avuto il medesimo problema poiché egli era un individuo incompetente e forse anche più stupido della media).
Il tipo strano si aprì quella che doveva essere la casella della sua posta elettronica. Dunque lesse alcune email, sacramentò perché quella attesa non era ancora giunta, quindi si immobilizzò come un automa a fissare lo schermo attendendo pazientemente che giungesse.
Nemesis si sorprese assai che il tipo non sapesse minimamente come ingannare il tempo in un’altra maniera, magari leggendo qualche notizia dal web, così come avrebbe fatto qualsiasi persona normale al suo posto. Ma no, quello si fossilizzò lì per una mezz’ora. Poi avvertì scomodità e allora, facendo molto rumore e provocando molto sconquasso nella stanza, scambiò la sedia che aveva sotto il sedere con una che giudicò più comoda. Ma pochi minuti dopo anche quella non gli stava più bene (Nemesis pensò che potesse soffrire di emorroidi); così, lasciata la sua postazione libera, si andò a depositare su di una poltrona imbottita che lambiva la parete, poltrona che era però dietro la postazione di Nemesis, il quale da allora si sentì spiato e interruppe tutte le operazioni che in quel momento stava svolgendo.
E il tipo strambo, seppur tardo, si accorse benissimo che Nemesis aveva smesso di lavorare perché lui gli era alle spalle. Così, forse colto da una coscienza di melliflua riconoscenza nei suoi confronti, si alzò dalla poltrona e cominciò a fare su e giù, dalla stanza al di fuori di essa, per molti minuti, ogni volta controllando quando tornava dentro se per caso gli fosse giunta quella benedetta email che attendeva ora con tanta impellenza.
Poi, di lì a poco, ricevette una chiamata al cellulare e allora si affrettò a rispondere recandosi fuori.
Nemesis decise di andarsene. Non sopportava più che quel tipo gli girasse intorno come una tigre in gabbia.
Ma quella non fu l’unica volta che Nemesis si imbatté in quel tipo, che infatti rivide un altro paio di volte almeno. E nella prima occasione, questi, una volta avvistato Nemesis, fece in modo di non capitare nella sua stessa stanza, forse perché aveva capito i reali sentimenti che Nemesis nutriva verso lui, o forse perché si vergognava a manifestarsi ancora una volta inappropriato alla circostanza, facendogli capire che non aveva appreso niente dalla volta scorsa. Nella seconda occasione però, probabilmente poiché non vi erano più posti liberi altrove, il tipo andò nuovamente a stazionare nel luogo dove si era posto la prima volta, ignorando tuttavia Nemesis come se non lo avesse mai conosciuto.
E Nemesis non si sorprese affatto quando il tipo, ancora una volta, andò a elemosinare quel per lui inevitabile aiuto da uno degli addetti, e quando pure lo mandò a quel paese poco dopo che quest’ultimo abbandonò la stanza in palese contestazione perché lui non capiva.
Come anche non sorprese Nemesis che il tipo strambo ci tenesse a salutare con la mano alzata una coppia di ragazzine adolescenti molto carine e con molta poca esperienza della vita, ragazzine che non vi era motivo che convogliassero la sua laida attenzione se lui era davvero il tipo ordinario per cui si spacciava.
Che schifo, pensò Nemesis con disgusto: cerca di rimorchiarsi le quindicenni; che schifo!, non mi sbagliavo per niente su di lui…

La prima volta (e pure la seconda)

Ninetto aveva dodici anni, quasi tredici, ed era già in ritardo, anche se non lo sapeva, in ritardo almeno rispetto ad alcuni suoi amichetti, mentre altri si trovavano esattamente nelle sue virginee condizioni.
Ninetto era in vacanza con i genitori in una bella località di mare. Faceva caldissimo quell’estate lì. Tuttavia in albergo si stava bene, non si soffriva affatto il caldo, principalmente perché le sere non erano poi così afose come le giornate.
Nondimeno quella sera c’era qualcosa che non andava e che lo crucciava, lo confondeva assai, anche se Ninetto non avrebbe saputo affermare di cosa si trattasse…
Nell’altra stanza i genitori si erano già coricati. Essendo state le ventidue e non avendo avuto la televisione in camera, era sempre quella l’ora nella quale si ritiravano quando non si decideva di farsi una passeggiatina notturna per facilitare la digestione. Ninetto si era abituato anche lui senza sforzo a quel trantran perché, non essendo un gran nottambulo, la sera cadeva sempre stecchito nelle braccia di Morfeo, e anche con grande adempimento.
Però quella sera c’era qualcosa che lo arrovellava da dentro e lui, come detto, non sapeva cosa fosse. Assaporava una strana percezione, qualcosa che non aveva mai sperimentato prima. L’unica cosa di cui si era accorto, seppur inconsciamente, era che in lui fosse in atto un certo lavorio che lo stava consumando, come una specie di reazione chimica lì lì dal verificarsi. O meglio, qualcosa che stava raggiungendo la misura massima e che, quando sarebbe stata colma, avrebbe finito per straripare come un fiume in piena.
Ecco, il piccolo fastidio Ninetto lo avvertiva nella zona sotto, davanti, proprio lì. Vogliamo dire al pube? E diciamolo. Gli sembrava di avere una gran voglia di… mingere? Tuttavia… perché allora non si recava in bagno a svuotarsi la vescica? Perché ancora non lo aveva fatto? Boh, forse c’era dell’altro… E poi non l’aveva forse già fatta la pipì? Forse non l’aveva fatta tutta tutta…
Lui stesso non lo sapeva in quel mentre (lo avrebbe scoperto solo successivamente). Gli sembrava strano anche a lui che preferisse pigiarselo tutto con la mano, come a turarselo… Ma davvero stava facendo quello, oppure si trattava di altro? Ninetto infatti non è che mirasse proprio a respingere quel desiderio della minzione. Era come, per fare un paragone vagamente pertinente, quando si ha una bolla che prude tanto ma davvero tanto, e allora la si comincia a grattare, a strofinarsela, sfrugugliarsela sempre più gaudiosamente con pervicacia, ricavandone invero quella classica sensazione di soddisfazione che però potrà arrivare a compimento solo per metà, perché un’altra metà sarà destinata a rimanere appesa nei meandri delle inesplicabili esperienze pseudo-sub-proto-meta-tattili…
Ecco, era un po’ quello. E Ninetto se lo manipolava con sempre maggiore convinzione e non poteva fermarsi, e quel moto diventava sempre più convulso e smodato e Ninetto non sapeva neppure dove dirigerlo (o dove si stesse dirigendo lui stesso)…
Nell’altra stanza i suoi genitori discutevano tra loro sottovoce di vicende trascurabili per questa storia. Malgrado ciò Ninetto sapeva che ancora non avevano spento le luci e che l’avrebbero fatto non prima di mezz’ora, se avessero seguito il normale copione al quale solitamente si commisuravano ogni sera… Il fatto però era che la sua stanza dava proprio davanti al bagno, quindi prima o poi una capatina i suoi genitori l’avrebbero fatta e lui… sarebbe dovuto esser bravo e bello desto a cogliere quel momento per tempo, perché sentiva che non ci avrebbe fatto una bella figura a sembrare tutto preso, accaldato (sentiva le guance in fiamme) in quell’attività perché… perché alcune volte, quando aveva veduto qualche donna scollacciata o qualche scena un po’ hot alla televisione gli era successo che gli fosse diventato duro duro e che gli avesse fatto pure male perché i pantaloni gli stringevano… E, insomma, Ninetto intuiva che si sarebbe potuta effettuare una qualche sorta di corrispondenza tra la prima situazione e quella che viveva in quel momento…
A un tratto sua madre sbucò inannunciata dal corridoio semi oscuro e si diresse placida verso il bagno. Mentre passava gli diede un’occhiata e a Ninetto prese quasi un colpo perché quella perfida genitrice gli si era approssimata senza fare neppure un rumore, come avesse avuto i cuscinetti sotto i piedi come i gatti.
La madre si accorse di averlo spaventato ma non se ne curò più di tanto, non diede peso alla cosa. Quindi prese la porta del bagno e ci sparì dentro mentre Ninetto, mollata la presa dal pistolino, cercò di ottenere un contegno che comunque era impresa impossibile che riuscisse a darsi.
Maledì la madre per avergli fatto provare vergogna. Dunque pensò di raccattare quel libro sui tre moschettieri che in quel periodo stava leggendo, quel libro deposto sul comodino, così da far finta di leggere quando la madre sarebbe ripassata per tornarsene a letto. Ma stavolta se ne sarebbe accorto per tempo quando sarebbe ripassata! Eh, sì! Perché la madre avrebbe dovuto necessariamente tirare lo sciacquone prima di lasciare la toilette, questo era poco ma certo!
Ninetto afferrò con una mano il libro, ma con l’altra proprio non poté esimersi di continuare a massaggiarsi l’arto birichino che quella sera gli stava dando quel gran impiccio. Tra l’altro gli si era pure piuttosto ingrossato, come quando era eccitato, e se avesse dovuto tentare di esprimere a parole che cosa stava succedendo al suo basso ventre avrebbe provato a dire che “una sprizzante frizzantezza gialla” era in atto da quelle parti (così se la immaginava), un po’ come quando l’acqua ribolle in superficie prima di divenire vapore…
Poi la madre uscì dal gabinetto. Aveva ripensato allo strano atteggiamento di Ninetto; così, giusto per stare con la coscienza a posto, gli si volle avvicinare per vedere se era tutto a posto. «Stai leggendo il libro, eh? È bello?», gli disse.
Ma Ninetto si manifestò infastidito (per mandarla subito via) e rispose a mezza bocca bofonchiando: «Seeee…».
Così la madre se ne tornò rassicurata nella propria stanza dicendosi che era stata una sciocca a pensare che ci fosse qualcosa che non andava.
Una volta tornato solo, Ninetto, abbandonò il libro aperto sul comodino. Suo padre, adesso che ci pensava, era andato in bagno un’ora prima, quindi non avrebbe effettuato altri viaggi fino al mattino. Bene! Poteva dunque tornarne a quell’attività che lo stava prendendo come un ossesso…
Ninetto però non si sentiva a suo agio con tutta quella luce nella stanza, visto pure che altrove prevalevano al massimo le flebili luci delle lampade sui comò. Così decise di spegnere la luce grande e di servirsi anche lui della lucetta dell’abat-jour. Ecco, così andava molto meglio e trovava che ne aveva assai guadagnato in riservatezza. Adesso l’ambiente era l’ideale per quello che stava facendo, qualsiasi cosa fosse.
Però sapere i suoi genitori a pochi metri da lui, con le loro voci in sottofondo che non la smettevano di bisbigliare, gli dava un fastidio che non gli permetteva di sentirsi tranquillo al cento per cento! Che rabbia che gli facevano quei due stupidi matusa che parlavano dei loro stupidi argomenti da grandi! Quanto avrebbe voluto essere da solo in quel momento!
Sta di fatto che loro sembrarono intuire le sue segrete esigenze e proprio in quel mentre decisero di chiudere la porta della loro camera da letto sancendo così ufficialmente che si sarebbe cominciato a dormire. E Ninetto salutò l’evento con molta gioia e si sentì finalmente a suo agio, almeno per quanto concerneva il mondo esterno. Rimaneva però quella questione al basso ventre da sbrigare.
Nonostante la sicurezza finalmente raggiunta, Ninetto non trovò fosse necessario togliersi il lenzuolo per esaminare la questione anche da un punto di vista visivo, sia perché così si sentiva nettamente più protetto, sia perché… poi che cosa ci sarebbe dovuto esser di così interessante da vedere? La vista del suo pistolino nudo non gli aveva mai regalato particolare appagamento fino a quel momento, d’altronde perché mai avrebbe dovuto farlo?
Ninetto era lì che se lo manipolava con entrambe le mani a intervalli e i muscoli delle braccia gli si stavano un po’ stancando. Ormai andava avanti da minuti e quel tormento non sembrava trovar pace. Così provava con la morsa della tenaglia; poi lo muoveva come fosse un joystick…. ma no! Neppure quello lo soddisfaceva! Il problema era che non sapeva che tecnica porre in atto per trovare la miglior strada per la gratificazione.
Ogni tanto se lo metteva tra le cosce e tentava di premerlo più che poteva, ma anche se gli sembrava sul momento di aver imboccato la via giusta… Niente! Anche lì si rendeva conto che non era quello che doveva fare.
Tentò di darci dei colpetti sopra. E pensò di ricavarne una sensazione interessante… Ecco, forse ci si stava avvicinando… Ma come colpire? In punta o di taglio? Non gli era chiaro.
Poi, senza neppure accorgersene, cominciò, tra un movimento e l’altro, tra uno strofinio e l’altro, a compiere un’azione verticale, dall’alto verso il basso e viceversa… Ecco, forse… forse era quello ciò di cui aveva bisogno… Ma forse, no, non era ancora perfetto quel movimento…
Ninetto sentì che qualcosa dentro di lui montava: stava cioè giungendo il momento clou… Ma Ninetto non si chiese che cosa sarebbe avvenuto dopo e semplicemente andò avanti diritto (d’altronde forse, giunti a quel punto, non era più in grado di arrestarsi)…
E poi, all’improvviso, accadde. Un fiotto irruente scaturì dal suo pistolino bollente il quale gli procurò invero un gran piacere (al quale sarebbe seguito l’agognato sollievo). Ninetto tentò istintivamente di turarselo ma si rese conto che era inutile, che quello, in un modo o nell’altro, avrebbe continuato a scaturire incontenibile. Ninetto pensò: oddio, mi sono pisciato addosso! e chi glielo dice domani a mamma?!
Trascorso un minuto il fiotto non si era arrestato e Ninetto si chiese per quando avrebbe continuato. Ammazza quanta roba avevo da fare!, pensò lui. Forse, pensò con terrore, ho perso il controllo delle mie funzioni urinarie e da questo momento in poi sarò un ragazzino incontinente che se ne va sempre in giro con il pannolone. che disgrazia se davvero sarà così! forse è colpa mia che, manipolandolo per tutto quel tempo, ho rotto qualche meccanismo interno molto delicato con il quale non avrei mai dovuto giocare… però che bello che è stato questo gioco in fondo, anche se mi sono pisciato addosso… ammetto che forse lo avrei rifatto anche sapendo come sarebbe andata a finire, povero me…
Poi, finalmente, il getto si placò. Ma non lo fece tutto assieme, bensì sembrò farlo per gradi, e a poco a poco il suo pistolino pompò fuori sempre meno sostanza. Che poi… era davvero pipì? Mah! A Ninetto sembrava un po’ meno liquida del solito, più vischiosa, ma forse era una sua impressione…
Quando tutto fu finito, Ninetto si sentì assolutamente sereno e pacificato. Ahhh! adesso sì che sto bene!, pensò Ninetto. E subito gli subentrò il torpore dei sonni migliori. Così non ebbe neppure il tempo di interrogarsi a fondo se per caso non avesse espulso anche del sangue insieme a quell’orina calda che gli aveva inondato le parti basse e che poco dopo già manifestava delle insolite qualità… aderenti, appiccicose… Ninetto aveva troppo sonno. Dunque pensò che ci avrebbe pensato domani a cosa fare con il letto e a constatare se davvero aveva espulso del sangue (tanto ormai era fatta). Adesso non ne aveva voglia e voleva solo dormire…
Ninetto dormì benissimo quella notte. Tuttavia, al mattino, sembrava non essere totalmente riposato come al solito, chissà perché. E si sentiva lievemente rintronato. Ripensò subito a cosa era accaduto la sera prima. C’era quella faccenda da sistemare! Adesso era il momento di affrontare le conseguenze, di qualsiasi natura fossero. Non poteva più esimersi dall’appurare che cosa aveva combinato sul materasso.
Prese il coraggio in mano e spalancò bene il lenzuolo con una mossa secca… Ta-dan! Nel lenzuolo che copriva il materasso sembrava fosse stato versato più di un bicchiere d’acqua (non proprio purissima, anzi forse un po’ intorbidita). Ed era pure ancora piuttosto umidiccio. Ninetto presagì che quell’enorme patacca non sarebbe andata via. A ogni modo, non era pipì quella cosa che gli era uscita dal pistolino la notte prima. Adesso ne era certo. Infatti anche sulle sue cosce era rimasta appiccicata una strana patina polverosa bianca… Un indistinto sentore di consapevolezza si impadronì di lui. Di li a poche ore Ninetto avrebbe afferrato cosa era accaduto e come si chiamasse quella cosa che era successa, e pure quella sostanza che era scaturita.
Per fortuna non è capitato a casa!, pensò. Gli venne da ridere pensando alla faccia che avrebbe fatto la cameriera quando quella mattina avrebbe cambiato le lenzuola. Si chiese se quelle informazioni avrebbero potuto giungere agli orecchi dei suoi genitori, ma si rispose felice che non gli sembrava proprio il caso. Così si sentì di averla fatta interamente franca. Nessuno (tranne la cameriera) avrebbe mai scoperto il suo terribile fallo (fallo inteso come colpa)!
Andò in bagno. Aveva una grandissima voglia di pisciare! Ma quando andò a farla, già pronto a inondare il water, si accorse che curiosamente ogni tanto il fiotto si interrompeva, non era forte e deciso come al solito. Chissà se d’ora in poi sarà sempre così!, si chiese Ninetto immaginandosi handicappato…
Ninetto si recò a fare colazione ancora un poco scombussolato. Mentre spalmava la marmellata sulle fette biscottate gli parve che la madre lo fissasse in maniera un poco insolita, come avesse saputo leggere dalla sua faccia cosa era accaduto; ma ciò era impossibile, si disse Ninetto. Nondimeno anche il padre lo osservava un po’ incuriosito…
Il novello accadimento della notte prima occupò la mente di Ninetto per tutto il giorno. Anche sulla spiaggia continuò a pensarci incessantemente… Così, quando al pomeriggio si fece la doccia, volle subito mettere in atto i concetti appena assimilati. La sua mano si mosse allora come non avesse fatto mai altro nella vita, e non passò molto che Ninetto assistette con i suoi occhi allo straordinario fenomeno dell’eiaculazione. Mentre si trovava sotto l’acqua provò un brivido e… voilà. Stavolta ne venne fuori di meno e il fenomeno fu anche indubbiamente più rapido (Ninetto non lo sapeva, ma in tutte le altre occasioni future non avrebbe mai battuto l’impareggiabile record di tempo d’espulsione registrato la prima volta). Dunque sarebbe questo “farsi una pippa”, si disse Ninetto contento della scoperta poiché voleva dire che stava diventando grande… Che strano colore che ha quella cosa uscita, e come è filamentosa… Non è proprio liquida, considerò ancora.
Ancora in bagno, Ninetto analizzò la sua faccia allo specchio e capì che… era cambiata. Sembrava più sbattuta. Se ne spaventò assai. Tutti avrebbero potuto cogliere facilmente quello che già sapeva sarebbe diventato il suo principale vizio!
Nel pomeriggio Ninetto ebbe l’occasione di accordarsi per giocare una partita a tennis con un ragazzo della sua età conosciuto sul luogo. Ninetto era sempre contento di giocare a tennis ma quella volta… quella volta però recandosi al campo con la racchetta sottobraccio sentiva di avere delle gambe pesantissime che infatti strascinava sul terreno come fossero state legate a dei pesi. E poi aveva tantissimo sonno! Non aveva proprio voglia di giocare sotto quel sole estivo che ora gli stava dicendo che lo avrebbe fatto proprio soffrire…
Quel giorno Ninetto non realizzò certo la sua migliore prestazione sportiva. Fu anzi molto falloso e svogliato. E da quel giorno il sesso divenne per molti anni la sua principale croce e delizia, il suo insopprimibile assillo. Poi un giorno Ninetto sarebbe diventato grande e allora avrebbe imparato a controllarsi. Solo una a settimana!, sarebbe divento il suo irrinunciabile credo (al quale però delle volte non avrebbe avuto la costanza di non abiurare, perché la carne è debole per tutti, anche per lui). Ciao, Ninetto!

Mr Holmes – Il mistero del caso irrisolto

Sherlock Holmes è ormai molto anziano, claudicante sulle gambe, piuttosto immusonito e solo, ma sopratutto accusa dei grossi vuoti di memoria che rischiano di cancellare intere sezioni della sua vita. Compresa forse una delle più importanti e recenti. Difatti sembra che la profonda delusione per come si sia concluso l’ultimo caso a cui ha lavorato lo abbiano spinto a ritirarsi in campagna ad allevare api, eppure lui non ricorda quasi nulla di quel caso. Allora, quando gli sembra che qualcosa affiori, comincia a scrivere un racconto-resoconto, così come faceva il fedele Watson prima si sposarsi ed uscire dalla sua vita definitivamente.
La storia procede insolitamente su tre binari che poi finiranno tutti per congiungersi: la vicenda del misterioso caso in cui sembrerebbe che Holmes abbia fallito; il racconto di un viaggio in Oriente che dapprincipio non si capisce cosa c’entri col resto; e poi la storia principale che fa da unione alle altre, in cui si mostra la vita del vecchio Holmes accudito da una donna con il suo intelligente bambino piccolo, che si interessa molto di lui…
In realtà quel che vuole narrare principalmente questo film è una storia di vecchiaia e di rimpianti perduti, non tanto un mistero da ricostruire. E debbo dire che ci riesce abbastanza bene, anche perché fornisce una versione molto credibile di un Holmes vecchio, sicuramente frutto di sceneggiatori che hanno conosciuto e amato molto questo bellissimo personaggio. :’)
Dunque per una volta niente versioni alternative sgangherate e “simpatiche” di Holmes, niente ammodernamenti della storia ai nostri giorni, niente cambi di sesso per Watson (!), cazzo!
3:-)

DOT: Troia fumante

Pomeriggio.
Faccio i conti male e… arrivo un’ora e mezza prima che la biblioteca riapra! Me ne accorgo solo all’ultimo momento disponibile, prima che mi cimenti in una delle più mastodontiche figure di merda della storia umana, cioè prima che mi attacchi insistentemente al campanello per farmi aprire, bestemmiando e lamentandomi poiché non sono puntuali! Brutta cosa non saper leggere l’orologio alla mia età e scambiare le 14 con le 15… Adesso capisco perché ero il solo essere vivente presente nei paraggi!
Una volta resomi conto della mia idiozia, non mi resta che sedermi in uno dei pochi spazi all’ombra che si possono rinvenire fuori. Non ci fosse stata questa oasi nel deserto avrei potuto rischiare la morte, con un sole così bollente, nel momento più caldo della giornata.
Mi depongo in quella panchina verde, sgangherata, di plastica, sulla quale si sta seduti scomodissimi. Sento il respiro afoso del sole che mi soffia intorno. Sto attento a posizionarmi esattamente al centro dell’ombra, dove gli influssi caloriferi mi giungeranno lievemente più mitigati. Rassegnato a un futuro di solitudine e disagio, prendo con poco entusiasmo il libro che sto leggendo e ricomincio la lettura. Poco male. Volevo giusto almeno terminare il capitolo, che però quest’oggi mi sembra davvero una palla al piede ed è così poco allettante…
Tuttavia, appena un quarto d’ora dopo, con mia grande sorpresa, sento dei passi indubbiamente femminili incedere sull’asfalto infuocato e farmisi sempre più vicini. E più si appressano e più si fanno titubanti, evidentemente perché la tipa si deve chiedere se riuscirà a sedersi anche lei in quella piccola panchetta che invero ho quasi completamente invaso con la mia roba e con le mie lunghe gambe spaparanzate.
Mi volto verso lei solo quando ho la certezza che si tratti di una sfigata come me, cioè di una in attesa, nel deserto riarso nel quale ci troviamo, che la biblioteca riapra. Fosse stata un’impiegata si sarebbe già introdotta dall’ingresso, mentre lei ha proseguito, per l’appunto, nella mia direzione e dunque, visto che dopo di me c’è solo il nulla, deve essere interessata a sedermisi accanto.
È una tipa mooolto strana, e detto da me vuol dire che lo è davvero. Indossa occhialoni da sole nerissimi che non lasciano trapelare traccia dei suoi globi oculari; è mora (stesso nero corvino degli occhiali), con un’acconciatura che colgo subito quanto non mi piaccia perché è una specie di via di mezzo tra un taglio gonfio e uno per capelli lisci, il che emerge piuttosto stonato nel suo caso. Ha però un bel corpo fiorente; inoltre indossa delle scarpe rosse rialzate che la fanno camminare praticamente su tacchi vertiginosi. E rappresentano un altro grosso pugno nello stomaco.
Se fosse cieca, tutto si spiegherebbe. Ma dato che così non è, deve essere davvero una con dei pessimi gusti. Possibile che nessuno le abbia detto quanto stoni quel suo modo strampalato di vestire a casaccio?!
Appena mi sono voltato curioso verso di lei, mi fa «Posso?», chiedendomi il permesso di sedersi accanto a me. E io le rispondo prontamente «Ceeerto!», facendole intendere che anzi mi scuso se mi sono consentito di accaparrarmi tutta la panca solo per me.
Si siede e non esita ad adagiare a terra i suoi bagagli (che sarebbero un casco non integrale da motocicletta, una borsetta e uno zainetto), al contrario di me, che mantengo immutato il privilegio di tenermi la mia roba linda (e lontano dalle formiche) al mio fianco sinistro, sulla panca, mentre al destro c’è lei.
Mi colpisce immediatamente il suo profumo pungente, che devo aver già annusato nel mio passato, ma non saprei dire dove. È scontato che si sia appena fatta la doccia e profumata. Solo che con il balsamo ha davvero esagerato. Risulta fastidioso. Ma invero, più lo inalo, più scorgo il suo piede fare capolino da quelle sue assurde scarpe rosse altissime (alla Dorothy nel regno di Oz), e più me la immagino come una bomba sexy che sarebbe bellissimo conoscere biblicamente. E quel suo dannato profumo finisce per entrarmi nell’anima e infoiarmi non poco. Per fortuna fa caldo e siamo dopo pranzo, e quindi mi è venuto un principio di abbiocco, altrimenti potrei anche industriarmi affinché possa saltarle addosso senza troppi complimenti, oppure tentare di conoscerla per vedere come va. Ma non faccio nulla di tutto ciò e permango nel mio proverbiale immobilismo da uomo virile che non deve chiedere mai.
Da subito si trova qualcosa da fare. Tira fuori un librone, un quadernone per gli appunti e una penna, e comincia a studiare. La cosa mi sorprende assai perché io fatico oltremodo a mantenermi stazionario su quello scomodo appoggia-chiappe dove sono, tuffato nella lettura del pesante libro che mi sono portato, mentre lei invece è talmente a suo agio da soffermarsi pure, spesso, a scrivere dei sunti. A me duole il culo anche solo a star seduto, mentre lei deve averci dei certi cuscinetti in quella zona lì i quali non le fanno sentire alcun dolore. Vedi che comodità esser donne? 😉
Ma tutto ha un prezzo. E il prezzo delle sue azioni è però quello di non far star mai ferma la già precaria panchetta che, infatti, a ogni suo scarabocchio, traballa, come pure ogni volta che gira una pagina, come anche quando si mette alternativamente sulle ginocchia una volta il libro e l’altra il quadernone.
Così mi sembra di stare al mare, a fare una gitarella in barca, con l’acqua di sotto che mi smuove un po’ a destra e un po’ a sinistra. E quasi quasi mi viene anche un accenno di mal di mare.
Non so… Deve pur essersi accorta che ogni volta che si muove di conseguenza sconquassa anche me (anche perché, le poche volte che le parti si invertono, sono il suo sedere e il suo seno a ballare come gelatine). Però non pare che se ne curi, anche se in questo non ci colgo un principio di spregiudicatezza quanto semmai… o una totale mancanza d’acume, o forse anche un qualche fioco tentativo per suscitare una mia qualsiasi risposta. E non credo di essere fallocentrico…
Cerco, almeno io, di rimanere più immobile possibile, mentre lei ha il ballo di san Vito e me lo comunica tramite transizioni dinamiche. Mi fa respirare il suo profumo seducente (ma che ci metteranno mai dentro per provocare una tale reazione negli uomini?! Feromoni di orangutan in calore che non scopa da due anni?!), mi sventola le sue scarpe assurde, rosse di passione, con dentro il suo piedino che mi invita scostumatamente a farsi venerare… E io lì a subire passivamente.
Comunque, se questo è il cataclisma che si smuove dentro me, devo dire che dall’esterno sembro un vero gentiluomo. Infatti sono leggermente piegato esternamente alla panchina, in modo da non risultarle troppo importuno, non invadendo il suo campo visivo (la tal cosa le impedirebbe di studiare con abnegazione come tenta di fare). Insomma, sembro così placido che a un certo punto ci crederei anch’io che lo sia e… sarei lì lì per addormentarmi. Rooonf!… Però dovrei terminare il capitolo del libro da leggere…
Faticosamente, arrivo alla fine. Poi, anche se avanzerebbe un’altra mezz’ora di attesa prima che la biblioteca riapra i battenti, decido di abbandonare il mattone, “La montagna incantata” di Thomas Mann, riporlo nello zaino e sgranchirmi un po’ le gambe. Nel frattempo mi compiaccio della notizia che anche lei deve essersi accorta di quanto sia scomoda la panchina e cominci ad avvicendare l’accavallamento delle gambe, rivelandomi tra l’altro sempre nuove inquadrature provocanti.
Mi alzo superlentamente. Faccio un po’ di stretching comprensivo di piegamenti sulle ginocchia. Cammino un paio di volte su e giù. E me la squadro meglio. È davvero una tipa stramba. Il suo corpo sarebbe bello, e infatti lo mette decisamente in mostra, come fosse merce da vendere, seppur non disdegna, come detto, accostamenti cromatici che sono un pugno in un occhio. Ciononostante il suo viso ha qualcosa di troppo familiare, domestico, paffuto, che disinnesca quasi ogni seduzione. Chissà come sarebbe parlarci, capire chi è davvero, se è un riflesso di sua nonna, oppure una ragazza che sta cercando di uscire allo scoperto eppure ancora non ha trovato la sua strada…
Mi risiedo. Ma non trovo la forza e neppure l’entusiasmo di riprendere alcun libro in mano. Così rimango con le gambe tirate davanti e con le braccia che si aprono larghe sulla panchina, con il volto perso a rimirare il vuoto, come fossi esausto, abbandonato davanti al televisore dopo una lunga giornata di lavoro. Lei sembra non accorgersene o infastidirsene, o almeno non ritiene che abbia assunto una posizione troppo maleducata.
Mi balena un’idea. Quando ero in piedi, mi ero accorto di uno spazietto all’ombra, distante da qui pochi metri, che avrebbe la fortuna di farmi da gradino sul quale depositare il mio magro sedere. Starei anche più comodo di quanto non sia adesso, poiché ovviamente sarebbe impossibile stare più scomodi di così. Così mi faccio un altro giretto, e poi prendo la mia roba e mi metto là, dietro di lei, alla sua destra.
Allorché rimane da sola, la mia bella sembra perdere parte della sicurezza che l’aveva contraddistinta: si guarda intorno. Mi rintraccia, delusa che abbia preferito un’inderogabile solitudine a lei e al suo profumo irresistibile di ragazza disponibile. Ma non è una bocciatura personale, la mia, babie. Sappilo… Come è facile fraintendere i segnali che ci scambiamo, in particolare quando sono io a fare qualcosa… Se loro sapessero, se loro sapessero… mi amerebbero, invece di pensare costantemente male di me. O che le ricuso.
Poco dopo i dintorni si gremiscono di gente in attesa come noi. Un tipo, che ho sempre considerato una specie di pervertito, prende il mio posto al suo fianco. Mi è facile immaginare come aspiri con voluttà le zaffate del suo profumo che il vento gli spinge nelle narici, abbandonandosi a chissà quali laide fantasie. Nel frattempo, giovandomi del paesaggio sulla sua zona posteriore, colgo un altro strano particolare del suo bizzarro abbigliamento. Ha per orecchini delle perle, proprio come si usava una volta. Allora il parallelo con sua nonna di poco prima non era poi così fuori luogo…
La guardo, la guardo, la guardo… con tenerezza e mi dico che è bella.
Pochi altri minuti e anche lei sembra perdere interesse nel suo libro, che mette via a discapito di una sospetta bustina che a me sembra tanto contenere tabacco. Non lo farai, vero? Dimmi che non è come sembra… Sarebbe un delitto che anche una come lei fosse una tabagista… Ci rimarrei molto male… Ma è proprio così, e quando tira fuori le cartine e se ne rolla una con la saliva, i miei sospetti divengono inchiodanti verità. E penso: peccato, era così carina e particolare… ma il fumo ci dividerà per sempre! addio fumatrice con l’orecchino di perla! E, come disse Ulisse abbandonando le rovine ancora calde di quella città che il suo ingegno aveva dato un contributo notevole affinché venisse rasa al suolo, penso: addio, Troia fumante! Questa frase l’ho messa anche in un romanzo di Nemesis. È troppo bella per non esser ripetuta. In realtà nasce da una leggenda metropolitana. La dedico a tutte le troie fumanti del mondo. Fottetevi. ;-P
Alle quindici, la biblioteca apre e allora scopro che nel frattempo nei paraggi si è radunata una fiumana di gente. Segue caos e file chilometriche. La perdo di vista e non la vedo più…

The best of Dodgem Logic (di Alan Moore)

Cartonato (in lingua italiana) che presenta una selezione con il meglio del materiale della rivista underground di Alan Moore uscita tra il 2009 e il 2011 in cui si possono trovare racconti e veri e propri saggi del celebre bardo di Northampton (tra cui ne segnalo due in particolare, quello sull’anarchia e quello sulla fantascienza, imperdibili), insieme all’unico fumetto che abbia anche disegnato oltre che scritto lo stesso (ed è un fumetto comico sul pene!), assieme agli straordinari contributi grafici di Kevin O’Neil e Melinda Gebbie.
La copia in mio possesso è un po’ datata, difatti essendomi lasciato questa lunga lettura per i ritagli di tempo, ho impiegato quattro anni per completarla, ma ne è valsa la pena! Dunque non so dirvi se in giro, al momento, si trovano ancora queste edizioni o ne sono state fatte altre, magari più economiche. Comunque è della 001 Edizioni.

Championship manager (gioco)

Altro vecchio gioco di venti anni fa. Come è facile intuire dal nome, è un manageriale sul calcio, secondo me tra i migliori di sempre (seppure non conosco quelli odierni). Qui mi riferisco a una vecchia versione del gioco degli anni 90 scaricabile gratuitamente.
Potrete essere sia manager che allenatore. Deciderete chi comprare e chi vendere a un certo prezzo. E anche chi mandare in campo e che tattica adottare: potrete giocare con un modulo tutto vostro. Avrete un budget a disposizione che dovrete rispettare sennò la dirigenza potrà esonerarvi; questa eventualità potrebbe concretizzarsi anche se non otterrete i risultati sperati.
Potrete anche “andare in vacanza” per un periodo e vedere come il computer gestisce la squadra… 😀
Dovrete rinnovare i contratti ai calciatori più forti, che talvolta fanno le bizze e pretendono cache astronomici. Dovrete decidere se è meglio tenerli o venderli…
I calciatori che non giocano scadono di forma e si deprimono. Ma se li fate giocare troppo si usurano… I calciatori, una volta che invecchiano, perdono in performance, come è giusto che sia. Una cosa strana però è che, se per esempio ricominciate il gioco da zero, vi renderete conto che i parametri dei calciatori sono cambiati (aggressività, velocità, accelerazione, tiro, passaggio, resistenza, eccetera)…
Le cose più belle del gioco secondo me sono: quando fate il mercato all’inizio della stagione (dovete andare in giro a cercare giocatori buoni); quando vi rendete conto che facendo un cambiamento (di giocatore o di modulo) ottenete un miglioramento; e poi ovviamente quando andate a vincere le coppe e i vari titoli in giro per il mondo! Ci sono state delle stagioni che avevo messo su una squadra talmente forte, costruita pezzo a pezzo nel corso degli anni, che ho vinto praticamente tutto, e posso dire davvero che quella era la squadra più forte del pianeta!
Dopo un po’ che ci giocate potrebbe capitare che vi chiedano addirittura di abbandonare il club in cui lavorate per gestire una nazionale!
È un gioco che prende, con molta longevità, nel senso che potrete giocarci senza stancarvi chissà per quanto tempo.
Veniamo a quello che non mi piace:
1 se volete uscire dal gioco, teoricamente dovete per forza salvare il gioco, anche se non volete farlo perché avete perso l’ultima partita!, il che non è ottimo. Non si possono creare più salvataggi per una stessa gestione. Per fortuna però si può ovviare al problema chiudendo la finestra del programma (ALT+F4). Ripartirete così dall’ultimo salvataggio che vi andava bene.
2 delle volte, per quanto vi sbattiate, non potrete comperare dei calciatori. Non potrete neppure trattarli, perché la squadra che detiene il cartellino neppure accetterà di sedersi al tavolo. Questo è molto frustrante!
3 osservando i parametri di un calciatore capirete abbastanza facilmente quanto uno è forte. Però ci sono dei calciatori che inspiegabilmente hanno un altissimo rendimento anche se dovrebbero essere delle pippe astronomiche! Il che è davvero inspiegabile! Io mi sono sempre rifiutato di comperarli, per principio!
4 rigiocando una stessa partita vi renderete conto che delle volte il risultato della stessa non è scontato: cioè per qualche strano motivo potrebbe accadere che magari prendete una scoppola, come pure al contrario che vincete alla grande, e anche questo è molto poco spiegabile e pure accettabile…
5 una cosa che conta molto, fin troppo, è la tattica. Se per esempio giocate con il 3-5-2 magari subite una data squadra che gioca con un certo modulo, mentre cambiando il vostro modulo magari la dominate. E questo è davvero esagerato! Delle volte ho cambiato il corso di una partita in corsa semplicemente spostando un giocatore, e ripeto, questo è troppo esagerato!
6 insomma, a parte “il fattore caso”, che fa parte del gioco e anche della vita, ci sono dei fattori imponderabili su cui non potete agire che mutano come cambia il vento…
Per il resto, ripeto, è uno dei migliori giochi di sempre, in questo ambito. Io sono all’ottava stagione. Ancora non mi sono stancato…
Un consiglio: se siete un club forte che gioca molte partite, fate ruotare molto i calciatori. Altrimenti a un certo punto avrete un tale crollo che comincerete a mancare tutti gli appuntamenti più importanti…
😉