Signora


Uscendo ho subito colto qualcosa di insolito. Mi è giunta una voce: ti sposavi. Incredibile! Incredibile anche perché ti avevo incrociata non più di tre giorni prima, ti avevo aperto il portone e ti avevo salutato. E tu mi avevi guardato con un’aria incredibilmente depressa, come invero tante volte ti avevo vista fare, tanto depressa che mi ero quasi spronato a chiederti se stavi bene, se tutto andava bene. Ma poi non l’ho fatto. Per non risultare intrusivo, fastidioso, perché delle volte, la cosa peggiore che si può fare è proprio quella di far notare a chi si sente triste quanto lo sembri, triste. Così me ne sono andato per la mia strada facendo finta di niente, e tu mi hai superato e presumo che non ti sia voltata indietro.

Oggi invece ho saputo. E allora mi chiedo come mai eri così triste, come mai pareva che dovessi partire per il fronte, come mai ti ho vista ancora più magra, sempre di più, e ora davvero stai esagerando perché rischi di rovinarti la salute… Proprio tu che eri così rigogliosa, che da bambina sembravi destinata a esser una donna poco formosa e di media altezza, ma crescendo invece sei diventata alta quasi quanto me… E quanto lo avevi riempito quel seno che avevo sempre creduto che sarebbe rimasto piatto! Adesso eri una donna che scoppiava di benessere, alta un metro e ottanta, e piazzata, e avevi le curve giuste nei punti giusti e per di più ti eri fatta crescere i capelli così lunghi che sprigionavi anche un notevole fascino selvaggio, un fascino selvaggio che in precedenza non ti avevo mai ascritto, a te che sembravi sempre così educata e minuta…

Ho saputo che saresti scesa alle 11:30. Allora avrei fatto a tempo a tornare per vederti col vestito bianco. Sì, perché stavolta volevo proprio congratularmi con te e farti i miei auguri di cuore. Ti auguro di essere felice!, ti avrei detto sinceramente baciandoti, sottraendoti per un attimo alle persone che avevano più diritto di me di reclamarti… E tutti si sarebbero chiesti chi ero, ma a nessuno in definitiva sarebbe importato, perché sarei presto scomparso così come ero apparso.

Prendendo l’autobus già pensavo al ritorno. Se faccio in fretta arriverò senz’altro in tempo, pensavo. Ma anche se faccio un po’ tardi, se l’autobus non passa. Non tenevo conto però dell’eventualità se avessi fatto molto tardi. In quel caso avrei potuto mancare l’appuntamento…

Quando ho preso la strada del ritorno, ho visto l’ora. Sarei sicuramente giunto per tempo, pensavo. Ma poi ho visto passare un autobus. Così ho imprecato essendo convinto di averlo perso. E non avevo voglia di aspettarlo per una mezz’ora. Allora mi son detto: poco male, me la farò a piedi. La giornata infatti era fresca perché aveva piovuto e non erano attese alte temperature, e io mi sentivo in forma. Mi sono incamminato ma presto mi sono accorto del mio errore madornale. L’autobus non era passato, o meglio stava passando adesso e io non potevo più prenderlo. Dunque quello che avevo visto passare prima non era il mio.

Poi ho visto passare un altro autobus (giusto), ma in senso contrario, allora mi son detto che, dato che era presto, avrei fatto a tempo ad arrivare anche se lo prendevo da capolinea a capolinea. Ma non sapevo cosa stavo facendo e quello fu il mio secondo errore.

Il percorso del mezzo è molto bello. L’autista ci porta con passo turistico vicino al Colosseo, al Circo Massimo. Fossi un turista davvero, scenderei e mi metterei a visitare tutto per bene: vorrei perderci la giornata. Ho questa voglia di farlo… Da quant’è che non lo faccio più? Ah, ma devo arrivare prima che il matrimonio se la porti via… La voglio vedere un’ultima volta vestita da sposa e poi lasciarla andare come lei vuole…

Riaffiorano ricordi di lei, in ordine sparso… Chissà perché mi ricordo di quella volta che faceva la ruota durante l’ora di ginnastica. Il bello era che poi rimaneva ferma come fosse stata appesa a testa in giù e io mi ritrovavo vicino la faccia il suo sesso… e quell’idea mi faceva impazzire… Erano i primi ardori in assoluto, le prime pulsioni.

Ricordo che ridevamo e scherzavamo sempre. D’altronde quello era il solo modo che conoscevo per relazionarmi con le ragazze: non sapevo far altro che sfotterle, delle volte anche pesantemente, ma questo lo avrei capito giusto una manciata di anni dopo… La cosa positiva comunque era che lei in genere non sembrava offendesi e ribatteva colpo su colpo. Era il nostro modo di fare. Una volta ti prendo in giro io, una volta mi prendi in giro tu. Poi un giorno, a forza di scherzare, esagerai e le feci sbattere il seno (che anche se era piccolo c’era! c’era!) con quella cosa dura. E allora vidi che ti piegavi e rimanevi in silenzio. Che succede?!, mi chiesi non avendo minimamente capito cosa fosse accaduto. Poi venne una tua amica a riprendermi pubblicamente per la mia goffaggine. Mi spiegò del dolore acuto che ti avevo inflitto e allora feci una cosa che non avevo mai fatto fino allora. Venni a guardarti dritta negli occhi, cercai il tuo volto, e ti chiesi umilmente scusa. E tu, ancora dolorante, che stringevi i denti per non piangere, mi facesti una smorfia di accettazione. Cinque minuti dopo ci tenesti a mostrarmi che era tornato tutto okay. Ma da allora niente più giochi pesanti…

Ricordo quella volta che stavi sempre a scambiarti il diario con la tua amica. Ci scrivevi una cosa, glielo passavi e lei ci scriveva qualcosa anche lei e poi te lo ripassava. Ridevate così di gusto, e mi mi faceste capire che stavate scrivendo dei segreti, dei segreti che un maschio come me non avrebbe mai dovuto leggere! Segreti che mi venne voglia d’intercettare. Vi rubai il diario. Ci riuscii con irrisoria facilità, sicuramente perché tu volevi in fondo che lo leggessi. E quel che ci trovai scritto dentro ebbe il potere di shockarmi. In quelle pagine colorate da pennarelli fosforescenti tu e la tua amica parlavate di me, e tu le chiedevi come avrebbe suonato il tuo nome accostato al mio cognome. Anche un citrullo come me comprese che ti stavi chiedendo come sarebbe stato un giorno sposarmi.

Ti restituii il diario provando molta vergogna, quasi rattristato. Mi sentii anche molto piccolo. Mentre io al massimo potevo tirarti la gomma da cancellare sul collo, scarabocchiarti una mano con la penna, insultarti per creare un legame… tu invece eri avanti, già ti stavi proiettando nel futuro, come invero fa qualsiasi piccola donna, anche da bambina…

Sull’autobus mi metto a fare qualche conto tenendo presente la velocità di marcia, che è davvero minima. Ummm… Se non parte subito dal capolinea potrei arrivare pelo pelo, forse neppure ce la farei. Poi finalmente arriva al capolinea sul serio. E lì ho una brutta sorpresa: è un luogo fuori dalla grazia di dio, sperduto, isolato, tendente al degrado. Ma non è quella la brutta sorpresa: l’autista infingardo neppure si ferma alla fermata, accosta poco più là. E questo vuol dire che… ha terminato il servizio: questo mezzo non ripartirà. Quindi ne dovrò aspettare un altro. E allora comincia la lunga attesa e capisco che non farò mai a tempo a tornare per vederti scendere da casa col vestito da sposa… Non potrò vedere quei tuoi occhi scuri e languidi. Non potrò vedere neppure il tuo sposo. Non potrò vedere che espressione avresti fatto qualora avessi incontrato per un attimo i miei occhi nella folla…

Riaffiorano altri ricordi… Di quella volta che nella gita stavamo seduti l’uno di fronte all’altra, e io ne ero molto contento. Però non eravamo soli e c’era quella tua amica molto più formosa di te che faceva girare la testa a tanti di noi, compreso me. Quella tua amica che in fondo era assolutamente banale e non aveva nulla di bello, se non quelle tette terza misura (che era tanto, visto la nostra età minima). Quella tua amica che avrei incontrato due anni dopo la fine della scuola per presto scoprire che non solo non avevo nulla da dirle ma che neppure mi dispiaceva di essermela lasciata alle spalle (e la cosa era reciproca), mentre a te continuavo a pensarti incessantemente e avrei continuato a farlo per anni; e la ragazza dopo che ci sarebbe stata in realtà la scelsi perché aveva qualcosa che ti ricordava… ma tu questo non l’hai mai saputo…

Durante quella gita, io, da vero stupido, davanti a te, mostrai in quell’occasione di preferire lei a te, in definitiva solo perché lei aveva quelle tette puntute portatrici di latte e antistress (nel senso che sarebbe stato bello strizzargliele con le mani)… Tu, anche quella volta, chinasti la testa da un’altra parte e stoicamente soffristi in silenzio, perché tu eri fatta così. Mai una volta che fosti cattiva con me per qualche motivo, motivo sensato o non sensato… In questo sei stata sempre unica: non mi hai mai fatto del male, per quanto mi ricordi, neppure quando avesti qualche motivo valido per farlo, quando avresti potuto essere incazzata. Non ti ho mai visto arrabbiata. Anzi una volta è successo… ma andiamo per ordine. Non era comunque per colpa mia…

Sempre in quella gita, mi ricordo che quando ci ritrovammo in albergo c’era una certa aria elettrizzata tra tutti noi maschietti: volevamo approcciare per la prima volta con l’altro sesso. Volevamo scopare! Non sapendo minimamente come funzionasse, ovviamente! I più di noi, compreso me, neppure avevano mai avuto una polluzione in vita loro! A ogni modo c’era uno di noi che non si faceva tanti problemi e che ci mostrò come toccarvi le tette (sì, sempre lì andavamo a infognarci, nelle tette!). Bastava bussare alla vostra porta e dire che si aveva qualcosa da comunicare, magari pure qualche ordine dell’insegnante da riferire. Poi, quando aveste aperto la porta, senza dire una parola o sforzarsi di infondere un senso a qualcosa che era solo quel che era, allungare la mano e tastare, come se i vostri seni fossero stati frutti da saggiarne la consistenza prima di comprarli. Davanti ai miei occhi quel tipo ve lo fece, lo fece a te a alla tua amica tettuta, lo fece a entrambe, con la tua amica puttanella che lanciò dei gridolini di piacere, e con te che avvampasti scandalizzata pur cercando di non farti prendere troppo dal panico. E allora io mi dissi: è così facile! Adesso lo faccio anche io. Così andai a bussare a quella stessa porta la quale qualche istante prima aveva accolto il lupo cattivo. Ed ero pronto a comportarmi anche io come lui… Però quella porta decideste saggiamente di non aprirla più fino a cena. E forse fu meglio così, dico io… Perché poi chissà che casino sarebbe successo, anche a me, che non sarei stato per niente capace di gestire le mie emozioni…

Sapevo che ti piacevo e tu dovevi averlo capito anche meglio di me che mi piacessi. Per questo poi cominciai a pensare, dopo la storia del diario, che forse era il caso di farmi sotto. Tuttavia forse esisteva (almeno) un impedimento tra noi: tu, a tuo dire, eri già fidanzata. Bella roba!, pensavo io: a tredici anni già fidanzata! Non ci credevo tanto. Credevo che ti stessi dando delle arie per non fare la figura di quella che sarebbe rimasta zitella. Inoltre il nome del tuo fidanzato era così comune che… sembrava inventato di sana pianta. Eppure quando me ne parlasti eri seria e sembravi molto convincente. E allora mi chiesi: ma ce l’avrà sul serio il ragazzo oppure no?

A un certo punto però neppure ci badai più. Perché compresi di essermi innamorato di te. E mi era presa proprio brutta: tanto che quell’estate ti avevo scritto una lettera d’amore annessa di disegno finale con un enorme cuore rosso con le nostre iniziali. Ricordo che un giorno l’amico con il quale giocavo sempre il pomeriggio, vedendomi “strano” e che non mi separavo mai da quel foglio si chiese che cosa fosse mai. E io, per la prima volta in vita mia, non osai rispondergli. E lui secondo me capì perfettamente cosa doveva essere: una dichiarazione. Tenni quella lettera con me per diversi giorni. Finché non capii che mi procurava troppo patimento. Non riuscivo a dartela e mi costava molto anche nasconderla in casa, con la paura costante che qualche impiccione (come mia madre) la trovasse e la leggesse. Così un giorno la strappai e la gettai nella spazzatura.

Ma non bastò compiere quel gesto per liberarmi di quell’inebriamento. Infatti, sempre nel periodo delle vacanze estive, un giorno mi convinsi a chiamarti a casa. Mi dissi: che ci vuole? devo dire solo due parole, due insulse paroline una di seguito all’altra. anche io che sono un pezzo di legno ce la posso fare. che ci vuole a dire “ti amo”? E poi sapevo che avrei dovuto attendere la sua risposta. Che forse mi avresti detto: mi dispiace, ma ti ho già detto che sto con un altro. A dire il vero era molto probabile che mi avresti respinto, ma io ormai ero troppo cotto per sottrarmi a quella umiliazione che mi avrebbe bruciato chissà per quanti anni…

Un giorno mi misi d’impegno per fare quella dannata chiamata che procrastinavo sempre. Attesi febbrilmente che in casa non ci fosse nessuno. Poi capitò il momento giusto e la feci. La prima volta non riuscii a completare il numero. La seconda volta feci fare due squilli e poi misi giù. La terza volta mi ficcai le unghie nella carne pur di riuscirci. Mi rispose tua madre e io chiesi di te. Eri in vacanza. Hai qualche messaggio per lei?, chiese. Nessun messaggio, risposi, non fa niente, signora… E non ti chiamai più. Da allora non mi sfiorò più l’idea di farlo.

Ma per qualche ragione, anche se pensavo sempre a te, anche se ti sapevo così vicina eppure irraggiungibile e ogni tanto ti incontravo vicino casa anche quando le nostre strade di studio ci fecero dividere, continuai a pensare ossessivamente a te. Speravo di incontrarti casualmente ma non ero in grado di mettere in atto alcuna strategia per arrivare a te… Così, mentre alla fine mi sarei invaghito di una che aveva il solo pregio di somigliarti (da lontano), lasciai che tu mi scivolasti tra le mani, lentamente ma inesorabilmente, sempre più lontano…

E poi un giorno assistetti a quell’unica volta in cui ti vidi arrabbiata. Eri uscita da casa tutta azzimata perché un tipo era venuto a portarti, immagino, a una festa. Doveva essere quello il tuo famoso ragazzo di cui mi ero sempre chiesto se esistesse sul serio. Ma poco dopo, neppure un’ora dopo, ti vidi ritornare stravolta. Eri furibonda e ti dirigevi dritta dritta a casa, con quello che ti veniva dietro, ma più per cortesia che perché ti volesse trattenere. Ti fece una domanda secca cercando di essere gentile. Sorrideva pure per cercare di indorarti la pillola, ma tu non eri propensa a concedergli nulla. Gli rispondesi rabbiosamente perdendo il controllo di te. Prima dicendo sì e poi no. La domanda comunque non era importante, lo capii. Era importante che lui doveva averti lasciato: forse ti aveva detto che non ti amava più e tu ci eri rimasta così male che non lo volevi più vedere e correvi per andare a piangere in camera tua. Da allora effettivamente ti cominciai a vedere sempre progressivamente più triste, che faticavi a sorridere. Quella tua mestizia fu inesorabile e crebbe come una malattia…

Mi guardo in giro nella piazza del capolinea. Pochi altri passeggeri derelitti come me condividono il mio stesso destino di attesa. C’è uno con i capelli lunghi e una valigetta che cammina avanti e indietro nel parcheggio attiguo. C’è una signora che si nasconde appena la noto. C’è una ragazza che mi guarda fisso. Ci sono tipi che parlano blandamente con altri autisti perdigiorno. Mi metto seduto su una staccionata di ferro mezzo arrugginita e guardo l’orizzonte, nell’unica direzione dalla quale dovrà venire l’autobus. È già tardi. Sono già in ritardo per vederti…

Un altro ricordo… molti anni dopo. Non eravamo più bambinetti ma ragazzi diciottenni. Una cenetta tra vecchi amici, per rinverdire qualche fasto del passato, una cena che non avrebbe avuto motivo di esistere, ma io ancora non lo sapevo che sarebbe stato meglio non rivedere più quelle persone che un tempo avevano condiviso con me qualcosa per scoprirle, tutte o quasi, delle estranee. Tutte tranne te. Peccato che quella volta mi comportai molto male e ti aggredii verbalmente senza motivo, perché in quel periodo le ragazze le cominciavo a trattare male, perché credevo che si facesse così. In compenso ne ricavavo solo odio (beh, a dire il vero, delle volte ho dovuto constatare con dispiacere che a trattarle male si ottiene di più, ma non voglio abbandonarmi al rancore)… Troppo tardi capii che con la mia cafonaggine avevo superato il limite. E io non sapevo chieder scusa. Tu, ferita quando non te l’aspettavi, accusassi il colpo e non mi parlasti più chiudendoti in un nobile silenzio…

Ecco finalmente l’autobus. Mi ci fiondo contento. Da quant’è che lo attendevo? Boh. Forse quaranta minuti, forse di più. Ma ormai è tardi. È tardi…

Rieseguo al contrario il percorso che mi ha portato lì. Rivedo i bei panorami di Roma. Di nuovo vorrei fermarmi a passeggiare con qualcuno, ma con chi? Con chi? Che poi non lo farei neppure perché fa un po’ troppo caldo adesso, anche se oggi la giornata è coperta…

L’autobus mi culla nel rione in cui abito da decenni. Ho l’impressione di avere la febbre. Forse un giramento momentaneo. Non è niente, non è niente… Arrivo al tuo palazzo. Non è più imbandito per la discesa della sposa. Dunque la sposa è già andata. Partita come un treno. Un treno che a un certo punto avevo deciso che non avrei mai preso, e spero che un giorno non mi biasimerai per questo e, comprendendomi, apprezzerai quanto ti ho voluto bene non facendoti soffrire, cioè risparmiandoti un sacco di cose che potevano essere molto brutte.

Da oggi non ti vedrò più. Non vedrò più i tuoi occhi tristissimi sempre con meno luce. Magari da oggi i tuoi occhi torneranno a risplendere come era quando eri bambina…

Non sei più bambina. Non sei più ragazza. Sei una donna. E da oggi pure una signora. Signora…

 

Giorgia XXX: una donna un perché


Come mai Giorgia XXX fa quel mestiere? Eppure spesso si impampina mentre parla. Eppure sembra proprio che quel mestiere non faccia per lei. Eppure sorride forzatamente dando sempre l’impressione di recitare, che non sappia neppure quel che dice. Eppure tenta di parlare veloce scimmiottando le altre colleghe più anziane, ma lo fa fuori luogo senza alcun criterio logico…

Ogni volta che guardo Giorgia XXX mi pongo sempre questa domanda: ma perché danno tutta quella visibilità a una tale incapace? Proprio non capisco…

Anzi, in realtà lo capisco bene. Raccomandata. Diciamo così.

 

La grande sozzura di Roma


Mio padre qualche giorno fa se n’è uscito affermando che Roma non è mai stata così sporca. L’ho subito ripreso. Quando ero piccolo (negli anno 80) era molto peggio, non te lo ricordi? era pieno di cartacce e mozziconi di sigarette ovunque, non te lo ricordi?, gli ho detto.

Successivamente fu fatta una notevole campagna pubblicitaria in televisione contro il degrado e invero la cosa funzionò abbastanza bene…

Il fatto che oggi Roma stia diventando progressivamente più lercia è da imputarsi a:

1 la mafia sopratutto! Se non erro, lo stesso prefetto di Roma ha affermato recentemente che AMA (cioè l’azienda che si occupa della nettezza urbana a Roma) subappalta praticamente alla mafia! E infatti si vede! Perché la situazione è simile a tutti quei luoghi d’Italia in cui tali servizi sono in mano alla mafia!

2 in parte, è vero, anche ai romani. Se accanto ai secchioni vedo spesso mobili scassati e quant’altro, non può essere sempre colpa della mafia. E questa inciviltà è ormai totalmente ingiustificata perché ormai da un pezzo AMA ha messo a disposizione un servizio gratuito che permette il ritiro a domicilio di rifiuti di non facile smaltimento, come per l’appunto rifiuti ingombranti, materiale elettrico, eccetera…

Però c’è da dire che più Roma è sporca e più i romani, per una sorta di perversa rivalsa, si sentono in diritto di contribuire a renderla ancora peggio, non rendendosi conto della palese dissennatezza del ragionamento…

In quanto a Gasman, che invita i romani buoni a ripulire la città dalla sozzura per conto loro, suggerisco di ripulire prima la città dalla mafia. Che è lo stesso discorso che auspico si applichi per Atac e Metrebus. Sennò non si risolve nulla!

PS: quando per le vie di Roma incontrerete un operatore ecologico di AMA con uno di quei loro gocciolanti e rumorosi e superinquinanti e ormai superati mezzi per il ritiro dei rifiuti, pensate che forse quel tipo appartiene a una società mafiosa e forse mafioso è anche lui, per un verso o per l’altro…

Voglio l’ergastolo per la mafia. Sempre.

3<–

Elizabeth: La sua vera razza


La sua cara Elizabeth… Quanto gli era mancata… E quanto ultimamente il pensiero di lei lo faceva penare… C’erano delle forze che ordivano per separarli; ma lui e lei potevano ancora rimanere assieme, almeno per un po’.

Le mise una mano sul volto gelido e l’accarezzò. Le lisciò gli splendidi capelli corvini e le scoprì anche l’altro orecchio. Non riuscì a ricordare se il giorno prima quel particolare di un solo orecchio scoperto gli si fosse presentato esattamente indefesso oppure no… Qualcuno l’aveva forse toccata durante la notte? Non ricordava che la sua chioma avesse quella piega. Forse Ozzorn o il fratello malato ci avevano messo il loro zampino? Non poteva reggere la pesantezza di quell’eventualità: quell’eventualità lo faceva impazzire. Ma presto si contenne.

Stabilì che, visto che forse quelle sarebbero state le loro ultime ore assieme, non avrebbe avuto altri pensieri negativi e si sarebbe impegnato unicamente a cercare di godersi la sua presenza. Allora gli vennero in mente tutte le cose che aveva previsto di fare quel giorno. Primo: stabilire la sua razza.

Si calò su di lei come avesse dovuto darle un bacio. E poi glielo spiccicò sul serio, quel bacio, sulla fronte. Rimase alcuni secondi statico su di lei. L’annusò voluttuosamente, tanto che sembrava stesse aspirando una striscia di cocaina. Infine emise il suo verdetto.

«Lo sapevo. Mulatta.»

Elizabeth era una mulatta.

 

Le “fonti”


Un tipo, in presenza di agenti di polizia, risponde a delle domande in una caserma…

Tempo dopo, sui giornali, esce lo scoop con il verbale con le dichiarazioni del tipo.

Dove mai avranno preso, quei “bravi giornalisti”, il testo di quel verbale?

Se glielo chiedi, ti tiranno che hanno le loro “fonti”, e che non sveleranno mai l’identità dei loro informatori…

Eppure è palese, in situazioni come queste, che possano essere entrati in possesso di quelle informazioni solo in una maniera illegale.

Detto questo, ci sono molte cose che dovremmo sapere che, se non fosse per la stampa, non sapremmo mai.

 

Nicolò Pellizzon: Lezioni di anatomia


È la storia (piuttosto truculenta, sopratutto da un punto di vista illustrativo) di un giovane che da tempo fa strani sogni. Ben presto emergerà la vera storia della sua famiglia, come pure quella della sua unica zia e di sua cugina. Una storia di legami, amore, menzogne, invidie, bramosie e vendette…

Il disegno di Pellizzon è molto semplice, bello ed efficace. Anzi, il nostro, mostra come non è detto serva un tratto molto particolareggiato per realizzare un ottimo fumetto. Spesso è necessario solo un tratto evocativo e deciso, come il suo, e… ovviamente del talento.

Finché ci saranno opere come queste e autori come questo, il fumetto non morirà mai.

Consigliato.

 

Lo stato È mafioso


In questo periodo, se non hai un ventilatore sei potenzialmente morto. Così, anche se ne posseggo già uno, decido di comprarne uno di scorta, perché non si sa mai. Vado al grande negozio di elettronica vicino casa ma mi si dice che gliene è rimasto solo uno, a torre. Io però ne vorrei uno ordinario perché ho scoperto che il ventilatore più è complesso, o pesante, o bizzarro e peggio è e si rompe prima. Dunque non lo acquisto. Ma dove trovarne uno in questo periodo così afoso? Saranno andati tutti esauriti? Mi ricordo che ultimamente si trovano anche ai supermercati. Passo a quello a cui mi rifornisco di solito. Ma non ne hanno più. Quando tornano?, chiedo. Non si sa, rispondono, però torneranno.

Sì ma io che faccio se mi si dovesse guastare sabato? Dovrei stare due giorni senza! Impensabile. Allora deciso di andare a quell’altro supermercato, molto più caro, in cui non vado quasi mai se non per prodotti specifici.

Chiedo al cassiere: avete ventilatori? Non lo so, risponde volendosi smarcare come lo avessi messo di fronte a una questione di cui proprio non vuol sentir parlare. Pochi minuti dopo scoprirò che la zona dove piazzano i ventilatori è vicino all’uscita, a nemmeno due metri dal tizio, e che i ventilatori sono finiti. Chissà perché alla gente costa tanto fornirti un’informazione che vada leggermente aldilà della propria mansione specifica. Vaffanculo.

Non mi arrendo. Vicino casa ho un altro supermercato in cui, a dire la verità, non vado mai anche perché lì, chissà perché, chi ci lavora trovo sia antipatico, ho sempre l’impressione che mi freghi.

Stavolta mi faccio furbo e cerco subito vicino l’uscita, dove ci sono molti prodotti elettronici. Chiedo: vi sono rimasti ventilatori? Risposta: sì, ci sono quelli a torre.

Neppure mi ero accorto che fossero ventilatori, quelli… Riecco la torre tornare. Esamino il prodotto. Leggero. Non sembra malaccio. Certo non è il ventilatore classico che speravo di trovare, ma dovrò accontentarmi. Se non lo prendo, magari tra qualche giorno non troverò più nemmeno questo modello (che è un po’ più caro degli altri semplici).

Quando pago ho l’impressione che la commessa sia nervosa, chissà perché. Me lo porto a casa. Lo monto subito per vedere se funziona… A proposito, e se non funzionasse? Me lo cambierebbero, questi tipi del supermercato? Sullo scontrino c’è scritto solo l’importo, con nessuna specifica su cosa sia… Non mi resta che sperare funzioni…

Leggo l’irriverente librettino di istruzioni che, tolte le informative di legge obbligatorie, si ridurrebbe a meno di una paginetta scarsa! Si parla di sei viti… Viene detto più volte di non accenderlo se non lo si riesce a montare bene… Cerco le viti e ne trovo… otto! Beh, meglio otto che sei, no? Per una volta non manca nessuna vite ma ce ne sono due in più!

Esamino poi la base sulla quale va applicato l’apparato di ventilazione effettivo. È realizzata in… plastica da due soldi, che si vede subito che si romperà facilmente; in più è composta da due sezioni da incastrare che… collimano pelo pelo, che si vede che non sono state realizzate a regola d’arte tenendo conto della precisione millimetrica che si dovrebbe avere in questi casi. E se sforzo troppo, già so che romperò la base.

Vabbè non sforzo allora. Proviamo a metterci le viti. Magari tiene a sufficienza anche solo così…

Ma mi illudo bellamente. Di quelle otto viti non se ne può avvitare neppure una. La maggior parte sono troppo piccole, poi ce ne sono due che sono invece troppo grandi. Così la base non si può montare e non ci si può applicare sopra il bel ventilatore a torre! E, seppure riuscissi a farmelo cambiare… a cosa servirebbe? È palese che tutto il prodotto è difettato, la sua concezione è difettosa!, non solo la copia del modello in mio possesso!

Ora seguiranno una serie di domande retoriche…

Come può la ditta produttrice aver messo sul mercato un prodotto del genere senza essersi accorta che… non si può montare?! Chi ha fornito alla ditta costruttrice le autorizzazioni di conformità alla legge? Come mai neppure quelli del supermercato si sono accorti che il prodotto è difettato?

In realtà sono convinto che le cassiere sapessero perfettamente che stavano vendendo un prodotto difettoso, di cui già altri si devono essere lamentati più volte, ma me lo hanno venduto ugualmente, le stronze…

In una parola, queste cose non potrebbero mai accadere se lo Stato non strizzasse l’occhio alla mafia.

L’Italia è allo sbando da tempo. Ovunque prevale la corruzione. Farà la stessa fine della Grecia, basta aspettare qualche altro tempo.

I colpevoli di una tale situazione sono in primis coloro che hanno governato in questi anni, e anche coloro che hanno fatto una finta opposizione.

Amen.

La Grecia non ripianerà mai il debito


Assurdo pensare che una nazione come la Grecia, da sempre una delle più povere d’Europa, riesca un giorno a ripianare un debito divenuto astronomico, proprio lei, “entrata in Europa” con conti truccati che chi doveva controllare ha omesso di controllare.

È talmente evidente…

Si ficca la testa nella terra come gli struzzi.

Si differisce la realtà in attesa di qualcosa che non potrà mai accadere.

Come potete ritenere autorevoli questi lestofanti che vi governano?

Chi dà loro il diritto di decidere come e quanto creare il panico e gettare la gente nella disperazione?

Non esiste legge al mondo in grado di donare loro un tal potere.

Sono illegittimi. Se ne devono andare.

Il segreto della rock star


Quella rock star lo aveva sempre intrigato. Ma non per questioni squisitamente musicali, bensì perché essa era talmente cambiata nel fisico da parergli irriconoscibile. Eppure nessuno sembrava notarlo. Tutti le si inchinavano deferenti poiché ricca e famosa. Nessuno si ricordava più dei suoi albori, di quando era stata così differente esteriormente da quella che era adesso; così differente da sembrare… un’altra persona.

Era questa in definitiva l’ipotesi di Nemesis. Quella rock star non incarnava la persona di cui ai primordi portava il nome. E se in alcuni tratti vi somigliava, era indubbio come invece per altri risultasse incompatibile.

Per esempio: la rock star all’inizio era fornita di una sorta di testone. Viceversa adesso il suo cranio sembrava essersi rimpicciolito. Come era possibile? Poteva bastare il consueto incedere dell’età a causare un tale cangiante fenomeno?

Poi la rock star da giovane era equipaggiata di un sesso molto voluminoso a giudicare dalle immagini d’epoca nelle quali la si vedeva sempre zampettare ovunque con quell’enorme pallone aerostatico infilato nei pantaloni. Invece oggi in quel punto era pressoché piatta e sembrava che lì non ci fosse mai stato nulla di significativo, se non al massimo una vulva (che però in passato non avrebbe mai potuto materializzarsi in una tale sconfinante protuberanza).

Altra particolarità evidente che con l’incedere del tempo strideva sempre più era rappresentata dai suoi fianchi, che in età giovanile erano stati un po’ abbondanti mentre ora si erano addirittura ridotti, quando semmai sarebbe dovuto avvenire il contrario, come per la testa. E ciò era inspiegabile in quanto la questione si poneva a un livello osseo, e non adiposo

Ma il particolare più prominente, quello presso il quale indiscutibilmente covavano i maggiori dubbi di Nemesis, era palesato dal colore dei suoi occhi. Agli inizi la rock star era provvista di normali iridi nocciola; mentre in vecchiaia, queste, erano diventate inspiegabilmente azzurre! E non si trattava di ingerenze inerenti lenti a contatto colorate perché, proprio su quell’argomento, in un’intervista, la rock star aveva dichiarato serenamente che i suoi occhi erano sempre stati motivo di vanto per lui, fin da piccino, quando le sue numerose zie lo attorniavano e gli facevano i complimenti decantandogli quella meravigliosa gradazione che egli, unico nella popolazione locale, potesse annoverare come fosse stato toccato dal divino…

Dunque, da tutti questi riscontri, Nemesis arguì infine che dovesse trattarsi di un colossale caso di sostituzione di persona, in cui da un certo momento in poi vi era stato un individuo che si era avvicendato con un altro, continuandolo a impersonare ostinatamente negli anni, riscrivendo di fatto la sua storia, depennando mano a mano gli episodi del passato che non collimassero con il susseguente presente.

Da alcune ricerche effettuate, Nemesis capì che molti filmati e fotografie pertinenti la giovinezza della rock star erano stati fatti sparire. Rimanevano in prevalenza solo riscontri non molto definiti. Sennonché ne esistevano però ancora di validi tramite i quali si potessero appurare quelle discordanze da lui così sapientemente notate.

Nemesis seguì punto punto la storiografia della rock star e scoprì che il cambio di persona doveva essere avvenuto in uno dei frequenti periodi d’eclissi che essa si concedeva tra un disco e l’altro, tra un ricovero ospedaliero per disintossicarsi da qualcosa e un altro. L’avvicendamento doveva essere avvenuto tra l’Ottantuno e l’Ottantasei. Era in quel periodo che la rock star era rispuntata fuori con gli occhi di un altro colore e con quei tratti fisici alterati i quali all’inizio fecero dichiarare a tutti i pochi che all’epoca le erano al fianco che “pareva diventata un’altra persona” per quanto la crisi l’avesse mutata. Tra l’altro, circa quelle persone che si erano arrischiate a rilasciare quelle dichiarazioni, Nemesis scoprì che in molti casi di loro si erano perse le tracce; mentre altre volte ritrattarono bellamente quelle loro affermazioni sostenendo che non le avessero mai rilasciate. Nemesis riteneva dunque che costoro avessero tutte subito pressioni per revisionare quei loro pareri, fossero state foraggiate con il vile denaro per far cadere sulla vicenda il più profondo oblio…

Eppure rimanevano delle domande inevase… Che fine aveva fatto la prima persona? Era morta? E se sì, perché si era preferito sostituirla con un’altra, quando tra l’altro all’epoca il successo della rock star neppure era così evidente e sarebbe giunto proprio di lì a poco? Perché la figura della rock star doveva continuare a vivere a tutti i costi? A chi giovava? Nemesis non lo svelò mai.

 

Falso tracciato (film)


Ecco un altro interessante e particolare film di Mike Newell con John Cusack, uno che spesso ha provato a recitare in qualcosina di diverso dal solito, con alterni risultati.

L’ambientazione è piuttosto bizzarra. Ci si trova tra dei controllori di volo che per tutto il giorno non fanno altro che evitare che aerei si scontrino tra loro. Escludo che ancora oggi le cose possano andare nella maniera presentata dal film, ma chissà che invece non sia proprio così…

Il film mostra un ambiente con gente incessantemente sottoposta a forte stress, gente che lavora gomito a gomito su dei monitor elementari con grafica da commodore 64, con dei puntini luminosi che rappresentano le rotte degli aerei…

Un giorno viene annesso nel gruppo un operatore nuovo, uno su cui girano voci strane, per esempio che si sia messo sulla pista mentre atterrava un aereo per vedere cosa si provava. Questo tipo sembra molto freddo, il più freddo di tutti, tanto da instillare il dubbio che sia uno psicotico. Viene puntato da uno dei controllori di volo di maggior carisma il quale, mettendosi in competizione con lui, cerca di smascherare le sue ambiguità. Manco a farlo apposta verrà fuori che il nuovo controllore è sposato con l’infuocata ex del controllore di volo carismatico. Ne seguiranno scintille di tutti i tipi…

Bello, divertente e sdrammatizzante. Fa anche riflettere sullo stress e i suoi contorni.

Nel cast Billy Bob Thornton, Cate Blanchett, Angelina Jolie. Non male, eh?