Regole assurde del tennis

[Nota: questa roba la scrissi tempo fa. Oggi le cose sono già cambiate un’altra volta!]
Quando ero ragazzino io, nel tennis i tempi di riposo per i giocatori erano molto più lunghi e si verificavano ogni volta che il numero dei game giocati era dispari. Era una regola chiara, no?
Oggi, qualche anno dopo, ho visto che quegli intelligentoni dell’ATP e della WTA si sono divertiti (e si divertono ancora) a cambiare le regole. Per prima cosa hanno reso più corti i tempi di riposo dei tennisti, sia perché prima a loro giudizio erano troppo lunghi (e prolungavano troppo le partite), sia per “favorire lo spettacolo” (come se un atleta stanco morto sia più spettacolare di uno fresco)…
Poi hanno fatto in maniera che non esistesse più un vero stop dopo il primo gioco (anche se i tennisti, dovendo effettuare il cambio di campo, si fermano ugualmente qualche secondo a rifocillarsi e bere), questo perché hanno detto che dopo un game i giocatori non potevano essere troppo stanchi (ragionamento assurdo, ovviamente! Perché quanto ci si stanca non si valuta dal numero dei game giocati ma semmai da quanti punti ci sono stati, e poi anche lì bisognerebbe vedere quanto sono stati lunghi semmai i singoli punti). Ma la cosa ridicola è che questa regola di non fermarsi sull’1 a 0 si applica anche all’inizio degli altri set, non solo al primo. Certo, dirà qualcuno, perché hanno appena fatto una pausa per il fine set… Okay ma allora non si spiegherebbe perché fare addirittura tre game prima di fermarsi! Ma non sarebbe stato tutto estremamente più semplice se ci fosse stata una regola che diceva che ci si riposava ogni due game?!?
Poi ho sentito che, sempre per favorire lo spettacolo, hanno accorciato i set dei doppi. Non più dunque 3 set su 5, ma sempre 2 su 3, questo sperando così che anche i grossi calibri giochino più spesso i doppi… Poi hanno tirato fuori dal cilindro una cosa che si chiama  supertiebreak, che è una nuova invenzione tutta loro mai sentita prima…
E anche adesso sono certo che qualche capoccia sta pensando a qualche nuova regola da introdurre prossimamente per rendere il gioco ancora più complicato…
Invece una regola interessante introdotta di “recente” è stata quella, per le donne, di chiedere una specie di mini timeout con il proprio coach, per aggiustare la strategia di gioco se le cose non vanno proprio come dovrebbero. A questa sono favorevole. Inoltre non si perde neppure del tempo extra perché i suggerimenti vengono impartiti durante l’usuale tempo di pausa…

Per un pugno di libri

Storica trasmissione di Rai3 che ha il gran pregio di parlare di libri. Due squadre composte da classi di città diverse (di scuole superiori) si sfidano a suon di quiz sul libro della settimana, ma anche su questioni letterarie di cultura generale.
La conducono il professor Dorfless e Geppi Cucciari, che in realtà teoricamente non sarebbe molto adatta, per due motivi: tende a parlar molto veloce e talvolta si mangia le parole e certo la sua dizione è molto lontano dalla perfezione; e poi suddetta donna ha nel dna la caratteristica di sfottere la gente. Tuttavia le devono aver detto di darsi una calmata perché ha a che fare con ragazzi giovani molto fragili, e lei la calmata se l’è data…
In realtà la trasmissione non è niente di eccezionale, ma essendo praticamente l’unico programma che prova un pochino a parlare di libri, ben venga. Potrebbe essere facilmente migliorato se si concedesse meno risalto ai quiz (che lasciano il tempo che trovano) e si parlasse molto più di autori, storie letterarie, magari leggendo dei brani di romanzi più o meno famosi (più di quanto non si faccia ora, intendo dire). Insomma Pickwick di Baricco mi piaceva di più… So che do un dispiacere al professore dicendolo, ma questo è quel che penso.
😉

Il viaggio di Cinthya

Sapevo che Cinthya era ferma alla frontiera, precisamente in un paesino molto vicino al confine, lo sapevo perché me lo aveva detto lei. Lei, che per una volta aveva messo da parte il suo orgoglio, mi aveva chiamato per dirmi se le potevo “prestare” i soldi per il viaggio, perché lei non ne aveva più e doveva tornare in Russia al più presto. Provò a dirmi che era per via della sua mamma malata, ma quella panzana era così malmessa che neppure lei riuscì a infonderle un senso di verità. No, la verità era che voleva rimpatriare perché si era stufata di fare la fame all’estero, e se doveva fare la fame, le sembrava che da ultimo fosse molto più conveniente farla nel suo paese, dove avrebbe potuto contare su un vasto numero di parenti che l’avrebbero aiutata, piuttosto che per l’appunto ritrovarsi profuga da qualche parte del mondo rasentando sempre la povertà, facendo con i parenti la figura di quella che ce l’aveva fatta, ma in realtà pensando un giorno sì e uno no a come sbarcare il lunario perché non aveva più un soldo, e non ce l’aveva mai avuto. Senza contare la cocente sensazione di sentirsi sempre sola al mondo, con tutte quelle persone che frequentava interessate solo a portarsela a letto, quando lei ormai era allettata semmai a farsi offrire una cena (sennò non si scopava, nemmeno c’era da dirlo).
La sua situazione economica era arrivata a esser così sconsolante che alla fine, a forza di rimandare il viaggio per penuria di denaro, si era detta di partire ugualmente, che poi i soldi per il biglietto li avrebbe rimediati. Ma si era illusa, ed erano ormai giorni che stanziava in quell’alberghetto di provincia non essendo abilitata né a pagare il conto dell’albergo, che pure non era affatto pretenzioso, né a mettere un poco di soldi da parte per il viaggio. Così non le era restato che chiedere aiuto a tutti i suoi amici, tra cui me, i quali, guarda caso, avendo pagato già lo scotto di avere avuto a che fare con lei e non essendone rimasti affatto contenti, fino a quel momento nessuno le aveva sganciato niente. Per questo lei, disperata, si era rivolta anche a me, a cui non parlava da anni; a me, che ero stato bellamente lasciato, o meglio aveva fatto in modo di farsi lasciare nel momento in cui avevo scoperto che aveva una tresca di cui non aveva detto niente, per non tradirsi, neppure alla sua più cara amica, la quale, anch’essa vittima delle sue balle, invece mi aveva sempre spinto tra le sue braccia convinta che la povera Cinthya fosse tutta sola e abbandonata e si sentisse molto triste da quando era stata mollata in precedenza… Ma anche qui era il contrario, ed era lei che aveva mollato il suo ex, salvo poi rimpiangerlo amaramente, perché lei faceva sempre così!
Dopo la sua chiamata, adesso passavano le ore e io pensavo a lei. Ero costretto. Mi immaginavo la sua faccia depressa. Immaginavo quella povera donna, certo molto stronza, che con me si era comportata molto male e scorrettamente, che era pur sempre una donna che soffriva. C’era la vita che la batteva per i suoi peccati. Sembrava che il destino le facesse pagare tutti i suoi reati di presunzione in maniera che ogni volta che lei si credeva più furba o prossima a incamerare chissà quale grossa fortuna, sia dal lato economico che sentimentale, ogni volta le rimetteva la testa sotto l’acqua facendola bere e ricordandole che lei, sì, lei, non ce l’avrebbe mai fatta a sfangarla definitamente, e avrebbe sempre dovuto lottare, per tutta la vita, per rimanere a galla, perché lei non aveva santi in paradiso, e i pochi protettori sui quali avesse potuto contare in vita sua, aveva sempre commesso il gravissimo errore di allontanarseli in malo modo, pugnalandoli nelle maniere più vili e colpevoli che si potessero, proprio come era toccato a me…
Tutti i miei conoscenti sapevano di quella questione, come pure sapevano del rapporto zoppicante che avevamo intrecciato anni fa: sapevano che non era mai stata cosa che sarebbe potuta andare in porto, che lei era una zoccola di prim’ordine che sapeva farti gli occhi dolci alla bisogna ma poi ti ingannava alla prima occasione. Per questo ognuno metteva bocca su quella faccenda e pontificava che non dovevo pensarla più, che se la doveva sbrigare lei, che se non mi avesse trattato così male forse avrei potuto intervenire, ma visto che era stata anche così ipocrita e cattiva da trascinare per mere questioni utilitaristiche la nostra storia per mesi pur sapendo che per lei era già finita da un pezzo, perché pensava che così ci avrebbe guadagnato di più, dovevo lasciarla al suo destino e nulla più. Non mi avesse trattato in quella maniera scorretta, avrei potuto comprensibilmente concederle quel prestito; ma visto lo stato delle cose, tutti dicevano che se lo meritava adesso di essere ridotta in bolletta non potendo fare niente. E qualcuno mi diceva pure di non prendermela troppo a male, che io avevo un cuore troppo premuroso, che tanto prima o poi le sarebbe capitato, in quell’alberghetto di periferia, di avere un qualche uomo più o meno facoltoso tra le mani e allora sarebbe riuscita ad avere da lui il denaro che le serviva; sennò poteva sempre imbattersi in qualche camionista che le avrebbe concesso un passaggio per una destinazione non troppo distante da quel paesino dove doveva recarsi.
Dunque non mi dovevo dolere. Ma io mi dolevo ugualmente anche se lei non faceva più parte dei fatti miei. Così, quel giorno, mi trovavo a passare lì vicino col treno insieme a tanti altri parenti e si parlava come al solito di quella faccenda di Cinthya che era diventata la barzelletta pubblica di tutti. Eravamo in attesa che il treno ripartisse. Loro confabulavano divertiti come al solito e io, senza dire niente, me ne uscii dalla carrozza, cambiai treno per dirigermi da lei.
Sul momento non si accorsero di quel che era successo, tanto erano presi a parlare di lei fittamente come comari di seconda categoria; ma presto dovettero capire che se me ne ero andato dovevo necessariamente averlo fatto per recarmi da lei.
Così arrivai presso quel paesino dove era bloccata. Quando scesi alla stazione la trovai subito là, con la faccia dolente esattamente come me l’ero attesa. Tuttavia lei sapeva che in quel periodo avrei dovuto passare da quelle parti, così non diede per scontato che fossi venuto per sganciarle i soldi. E difatti io, anche se l’avevo raggiunta, non ero ancora convinto di doverle fare quel prestito: in realtà ero venuto solo per constatare come se la passava. E lei se la passava esattamente come mi ero creduto. In qualche modo, guadagnava una miseria con dei piccoli lavoretti di merceria e anche come cameriera all’alberghetto nel quale alloggiava. Ma quel poco non le era bastato per metter da parte i soldi necessari per pagarsi il biglietto del treno che l’avrebbe portata dall’altra parte del confine nella sua patria Russia. Mi raccontò che riusciva a metter da parte ogni giorno qualcosa come una manciata di euro e che se avesse continuato con quel passo in un paio di settimane avrebbe potuto farcela a racimolare i soldi del biglietto e arrivare anche a partire con un minimo di denaro extra. Ciononostante le era sempre capitato qualche imprevisto. Le si erano rotte le scarpe e per forza di cose aveva dovuto comprarne di nuove. Oppure qualche volta fracassava qualche oggetto dell’albergo e glielo facevano ripagare. Una volta addirittura un fulmine le era piovuto quasi addosso e aveva distrutto il suo bagaglio, proprio mentre si preparava a prendere il treno! Quell’ultima cosa pareva proprio una panzana eppure sembrava che fosse vera perché me lo confermò anche un’altra ragazza che faceva la cameriera come lei nell’alberghetto.
Cinthya mi raccontò tutte queste cose sperando di smuovermi il cuore, ma io resistevo duro, anche se una parte di me mi diceva: e dalle questi benedetti soldi!; non li rivedrai più, ma se sarai fortunato te la sarai tolta dalla palle per il resto della vita! Sennonché non era certo neppure quello, che lei un giorno non fosse tornata nel mio paese a rompermi le palle in qualche altra maniera, perché lei era una persona completamente inaffidabile e delle volte era capace di fare delle cose apposta per procurarti fastidio, e già tante volte glielo avevo visto fare; dunque non si potevano nutrire cospicue speranze che avendole dato dei soldi non mi sarebbe più ricomparsa davanti. Neppure qualora glielo avessi fatto giurare. Anzi, se lo avessi fatto, se glielo avessi fatto giurare, ero certo che lei per ripicca non avrebbe mai mantenuto la sua parola.
Quando non doveva lavorare, passava tutto il tempo libero alla stazione, non so bene per quale motivo, con la nuova valigia con le cose da portarsi dietro al fianco, sempre pronta, come fosse già attrezzata per partire all’istante. Non so, forse voleva trovare il coraggio di prendere il treno anche senza biglietto. Tuttavia aveva sentito delle brutte storie su delle persone che erano state pescate dai controllori cattivi senza biglietto le quali erano finite in galera e in un caso una era pure morta dopo essere stata violentata orribilmente sia nell’orifizio davanti che in quello posteriore.
Per questo lei era sempre lì, che smaniava per partire, ma non riusciva a farlo ed era come se avesse avuto le catene. Su quella stessa banchina, scoprii presto che c’era anche un’altra persona che similmente a lei, anche se dal lato opposto, passava un mucchio di tempo vedendo passare i treni. Si trattava di un uomo alto, più o meno della mia età, con mustacchi folti e il cranio pelato coperto da un colbacco quando tirava molto vento. Lei lo aveva conosciuto e delle volte si salutavano formalmente. Immaginai che avessero potuto avere una qualche storia, immaginai anche che lei non diceva a nessuno che fosse il suo nuovo fidanzato perché quella notizia avrebbe potuto allontanare possibili avventori generosi; forse lei non diceva niente di lui perché suo compito era quello di procurarsi i soldi anche del biglietto dell’uomo e non solo del proprio. Ma vagliai questa ipotesi solo perché sapevo di che pasta era, e se davvero tra quei due c’era o c’era stato qualcosa davvero erano degli ottimi attori, perché sembrava che nessuno dei due, forse perché entrambi squattrinati, nutrisse sentimenti di alcun tipo verso l’altro.
Oramai erano passati giorni e anche io mi ero fermato là e sembravo non intenzionato a ripartire mai. Anche io avevo preso l’abitudine di stanziare per ore alla stazione, anche se io avrei potuto andarmene quando volevo. Così eravamo tre oramai a trascorrere ore intere in quella stazione cadente e scalcinata, con lei che veniva dopo aver fatto i lavori all’albergo e camminava per tutta la banchina con le sue scarpe col tacco, dandomi sempre un occhio per intuire se per caso mi fossi deciso a sganciarle quel prestito, ma sapendo che difficilmente sarebbe accaduto. Eppure c’era sempre una possibilità che succedesse. E lei mi guardava interrogativa chiedendosi lei per prima: ma che cacchio ci fa ancora qui?, perché non se ne riparte?, anche lui ha finito i soldi?, oppure è qui per assistere sadicamente al mio patimento giornaliero e vedere come butto via il mio tempo, come mi faccio ogni giorno più vecchia e stanca e brutta mentre la vita mi passa accanto come fosse un treno?
In realtà il primo che compariva in quella stazione e si fermava lì ogni mattina più degli altri era il russo coi mustacchi e il colbacco, sempre silenziosissimo, il quale pareva più in attesa di un qualche strano e misterioso arrivo che del coraggio per prendere un treno che l’avesse portato altrove, in un qualsiasi posto in cui il tempo scorresse in maniera normale e non fosse soggetto a quell’immutabile volgere che sembrava dimostrasse l’esistenza di un luogo ascoso del mondo in cui nulla mai cambiava né potesse farlo.
Dunque lui era il primo; poi venivo io, e poi veniva Cinthya, che con la sua falcata da donna, su quelle scarpe nere con il tacco alto si annunciava con il suo zoccolio. Prima sentivo quello scalpiccio e poi la vedevamo sfilarci davanti con la sua aria febbricitante. La vedevamo andarsi a mettere quasi all’inizio della banchina. Il russo era dall’altro lato, mentre io ero al centro. Non voleva starci troppo vicino perché voleva restarsene da sola con le sue paturnie e i suoi dubbi esistenziali.
Passarono i giorni in quello stato immutabile e anche io non sapevo che mi era preso e perché non me ne fossi ancora andato. Ogni mattina mi svegliavo e mi dicevo: vedrai che Cinthya se ne sarà andata e non la troverai più. Ma ciò non accadeva mai e allora mi veniva da chiederle quando la incontravo: ma ancora non hai messo da parte la cifra pattuita?, ancora sei qua?; stavolta che è successo che non ti permette di andartene? Ma non glielo chiedevo mai e se avevo quel dubbio che mi rodeva dovevo trattenermi per non darle l’idea che mi fossi impietosito per darle quel che le mancava, o peggio che la stessi sfottendo. Tuttavia lei, come presaga del mio pensiero segreto, delle volte veniva da me e mi illuminava di sua iniziativa, come non potesse tenersi quella questione per sé, o come dovesse rendermene conto perché ero pur sempre una persona molto eminente della sua vita e mi meritavo, dato che mi ero scelto quel ruolo di testimone della sua vita, di essere aggiornato. Così se ne usciva sempre con altre questioni: una volta il biglietto era invero aumento del venti per cento; una volta il fratello aveva avuto delle spese ed era toccato a lei spedirgli del denaro per non farlo carcerare o mettere in manicomio; altre volte aveva deciso di farsi una gran mangiata al ristorante dell’albergo il qualche era rifornito anche di pietanze di lusso le quali lei si era detta che almeno una volta nella vita doveva assaggiare, così si era riempita la pancia di sciccherie ma si era completamente svuotata il portafoglio. E io, quando mi raccontava queste cose, non sapevo se ridere o piangere per lei e le facevo una faccia fatalista del tipo: che ci vuoi fare, la vita è dura e dobbiamo soffrire, sarà per la prossima settimana, o forse il prossimo mese; e lei mi contraccambiava l’espressione. A ogni modo, vedermi ogni mattina lì con lei, o meglio sapermi lì che attendevo che la sua situazione si sbloccasse, se da un lato delle volte la faceva vergognare di lei perché lei era molto orgogliosa e non voleva farmi vedere come fosse ridotta male, dall’altro la confortava non poco, perché sapeva che, fosse accaduto qualcosa, per esempio si fosse sentita male, io sarei intervenuto per salvarle la vita. In realtà anche se ci odiavamo ci volevamo anche abbastanza bene affinché io mi palesassi come un suo scontroso angelo custode che però non faceva nulla di concreto per aiutarla fattivamente. Talvolta la nostra passata vicinanza mi faceva sognare di fare l’amore con lei, come era stato in passato, perché quando stai con una persona, anche se la odi, deve passare davvero molto tempo prima che tu non possa più pensare a lei in quella certa maniera, per questo c’è sempre il rischio di ricaderci, se quella persona non si toglie subito di torno. E una cosa del genere sono sicuro che pensasse anche lei, che, anche se non lo avrebbe mai ammesso né a me né ad altri, delle volte sorprendevo a guardarmi con occhi di brace, e se in essi poteva esser vero che c’era ancora dell’odio, delle volte fui certo che ci fosse anche passione e attrazione nei miei riguardi. A ogni modo non ci sfiorammo mai, né passammo mai una notte assieme, per non rischiare di ricadere in quel vizio che già sapevamo che non avrebbe fatto per noi…
Un giorno, dopo che erano passati chissà quanti mesi che ero fermo ancora là con Cinthya e con quello col colbacco, si presentarono dei miei amici a visitarmi. Passammo del tempo scanzonato, un’intera mattina, e loro fecero molte battute su Cinthya e qualcuna anche su di me, ma io spiegai loro che non era avvenuto il benché minimo riavvicinamento, che eravamo gli stessi che si odiavano e avrebbero preferito non vedersi mai più. Tuttavia quando mi chiesero perché allora rimanevo incollato là, non glielo seppi spiegare soddisfacemente, e non perché non ne fossi in grado o non ce lo avessi ben presente in quel mentre, ma solo perché sarebbe stato troppo complicato e dispendioso provare a farlo e la loro attenzione non sarebbe mai stata così desta per tutto quel tempo da permettermi di farglielo davvero capire. Dunque rinunciai e loro dovettero pensare che sotto sotto mi fosse tornata una brutta malattia d’amore, anche se non lo volevo ammettere…
Proprio quel giorno nell’albergo arrivarono anche molte persone russe che stavano sempre a parlare ed erano molto rumorose. Pensai che fossero i parenti di Cinthya che infine, dato che lei non riusciva ad andare da loro, erano andati da lei, forse per concederle quei benedetti denari che le avrebbero permesso di tornare con loro al paese di origine e rimanere sempre lì con loro, in quel loro caldo e invadente affetto alcolico. Difatti dai loro toni si poteva facilmente evincere quanto fossero dediti ad essere alticci….
Mi prese una strana paura. D’un tratto fui certo che lei avesse parlato loro di me, e che loro fossero venuti per convincermi a sposarla. In tal caso sarebbe stata assai dura divincolarmi dal loro abbraccio tentacolare e scapparmene a casa mia. Mi avrebbero detto: se non la ami allora perché sei rimasto tutto questo tempo qui con lei a vegliarla? E non avrebbero mai accettato di comprendere la verità, e non c’era dubbio che me l’avrebbero fatta sposare con la forza, anche qualora lei non avesse voluto, come era probabile che fosse. D’altronde poteva anche essere che lei avesse parlato di me di proposito in quella maniera ambigua così da suscitare in loro quella reazione stizzosa e irruente, per farli irrompere nella mia e nella sua vita in maniera da obbligarmi a impalmarla, così perlomeno si sarebbe sistemata e non avrebbe più patito la fame. Poi certo avrebbe continuato a fare quel che voleva e vedersi con chi voleva, e io sarei presto diventato il babbeo cornuto marito di Cinthya, innumerevoli volte cornificato, che però non poteva lasciarla altrimenti i suoi parenti violenti gli avrebbero spezzato tutte le ossa per vendetta.
Li sentivo sbraitare ad alta voce, nella sala d’aspetto, mentre io ero al corridoio dopo. Mi venne voglia di scappare. Ecco, adesso volevo lasciare quel posto davvero e non mi interessava più sapere come sarebbe finita l’infinita vicenda di Cinthya e del suo viaggio che non riusciva a completare. Sgattaiolai all’indietro in cerca di un’altra uscita. Non dovevo farmi vedere da loro altrimenti mi avrebbero subito catturato e messo le mani addosso… Quando quasi ero fuori, incontrai uno di loro non troppo alticcio che parlava con un altro. Nemmeno mi guardarono. Comunque dissero qualcosa che mi fece capire che su di loro mi ero completamente sbagliato: dissero che sarebbero partiti l’indomani in direzione della festa della birra in Germania e che non vedevano l’ora di sbronzarsi per bene. Non erano i parenti di Cinthya, e non mi avrebbero dunque mai obbligato a sposarla. A ogni modo apprendere quella cosa mi fece molto riflettere e mi lasciò un senso di svuotamento a cui non saprei fornire un nome.
Una settimana dopo ero sempre a metà banchina, col russo col colbacco sul lato opposto. Incontrai Cinthya che come sempre si dirigeva all’inizio della banchina. Aveva la faccia triste e malinconica di sempre. Mi disse buongiorno e poi si andò a collocare al solito posto. Niente lasciava intendere quel che sarebbe accaduto il pomeriggio. Una cosa che finora non ho ancora detto è che delle volte anche i pomeriggi uno di noi tre afecionados della stazione poteva ritrovarsi sulla banchina, anche se esisteva una specie di regola non scritta che il pomeriggio fosse libero e quindi lo passavamo come ci pareva. Io in genere stavo in albergo nella mia stanza a guardare la televisione, sennò delle volte mi facevo lunghe passeggiate per quei sentieri collinari così gradevoli, perché si poteva camminare per chilometri senza incontrare anima viva se si prendevano le strade meno battute. Quel pomeriggio tornavo proprio da una scarpinata quando mi venne voglia di prendermi un caffè alla stazione. Incontrai Cinthya che con la sua valigia finalmente era salita su un treno. Era affacciata al finestrino, con un volto contento ed emozionato. Appena mi vide fu lei ad attirare la mia attenzione, con un gesto del braccio che era un saluto di addio ma anche un invoglio ad avvicinarmi. E io mi recai con ancora il caffè caldo in mano davanti al suo finestrino.
In conclusione oggi parto, ho messo assieme tutti i soldi… fino a ieri non lo sapevo… Ho provato a cercarti per salutarti ma tu non c’eri, mi disse un poco imbarazzata.
Ero fuori a camminare, le dissi sbalordito.
Poi subentrò un momento di impacciato silenzio tra noi. Dopo tutto quello che avevamo condiviso, dopo che ci eravamo quasi rassegnati a incontrarci tutte le mattine in quella maniera strana, quel giorno veniva posto fine al nostro rito fisso. E sembrava che entrambi accusassimo ora un qualche affanno al cuore per la prossima perdita perché ci eravamo ormai abituati l’uno all’altra.
Volevo salutarti, ci tenevo, dopo che per tutto questo tempo sei stato qui, a controllarmi…, mi disse quasi tra le lacrime, mentre il tempo all’improvviso non solo riprese a scorrere ma lo fece anche alla velocità della luce, e anche io mi resi conto che non mi sarebbe bastato, qualsiasi cosa avessi voluto dire o fare. Così quel che successe si affastellò tutto insieme e non mi diede tempo di registrarlo a dovere (e forse riparlandone oggi mi rendo conto che ho colmato i vuoti con la mia fantasia). Così oggi di quegli istanti frementi ricordo solo attimi fugaci trasfigurati dai ricordi… Le parole che non venivano, non riuscivo a pronunciare; ma poi mi vennero di getto come un rubinetto otturato che si spurga (e fu un vero sollievo potergliele dire). Buona fortuna, Cinthya, stammi bene, le dissi… Il fischio del treno che annunciava che partiva… Il suo sguardo interrogativo che per un attimo si chiese se ero stato io infine a metterle sotto la porta della stanza che occupava la busta con il denaro necessario a partire… Il treno che cominciò a muoversi mentre me la portava via… Quel suo sguardo che non riuscì a risolvere quel dubbio che si sarebbe portata nella tomba, ma che infine mi si aprì in una maniera che stava a significare che anche se non ero stato io, mi voleva comunque bene, anche se ormai era troppo tardi per ricucire il nostro rapporto ormai troppo sbrindellato… Il treno che le faceva scomparire la faccia mentre scompariva anch’esso verso valle… E un attimo prima lei c’era, e l’attimo dopo non c’era più.
Rimasi basito con ancora il caffè in mano. Nel silenzio. All’altro lato della banchina c’era sempre il russo col colbacco. Lui davvero era immobile, non si era mosso, e sarebbe rimasto per sempre lì fino alla fine dei suoi giorni.
Trascorsero minuti di cui non ho memoria. So solo che quando mi “risvegliai” il caffè nel bicchiere si era freddato. Lo assaggiai. Decisi di non berlo. Me ne feci fare un altro. E dopo mi recai subito allo sportello dove si facevano i biglietti. Ora potevo andarmene anche io sapendo che Cinthya era indirizzata verso casa.

“I TORTURATORI DEL G8 AI VERTICI DELLA NOSTRA POLIZIA”


Lo dice anche il pm Zucca. E sapete perché? Perché È COSÌ. Sta scritto pure sui giornali; magari non su tutti, ma su quelli che non censurano la notizia sì.

LO FACCIO BEN PRESENTE A TUTTI COLORO CHE SI SONO SCAGLIATI CONTRO L’INSEGNANTE ANTIFASCISTA ARRABBIATA.

ADESSO CAPITE PERCHÉ ERA ARRABBIATA?!?

HA DUNQUE QUALCHE GIUSTO MOTIVO PER ESSERLO?!?

E PERCHÉ MAI QUEI POLIZIOTTI DI CUI PARLA IL PM ZUCCA, NON SOLO NON SONO STATI LICENZIATI, MA HANNO FATTO PURE CARRIERA?!?

E SOPRATUTTO PERCHÉ MAI QUELLA POVERA DONNA CHE NON HA FATTO NULLA DI MALE DOVREBBE ESSERE LICENZIATA E QUEI POLIZIOTTI CHE HANNO COMMESSO QUEI GRAVISSIMI “ERRORI” (NON PERDONABILI) NO?!? CHI ME LO SPIEGA?!?

ADESSO SIETE RIUSCITI A CONTESTUALIZZARE MEGLIO LA FACCENDA E LA REALTÀ IN CUI VIVIAMO, O ANCORA FATE FINTA DI NON CAPIRE, NON SENTIRE, NON SAPERE?

Sogno #73: Passeggiata con delitto

In strada con qualche amico. Capeggio la camminata ma ne rimango avulso. Si può dire che gli altri mi seguano come farebbero dei cani con un capobranco, ma parlottando tra loro di facezie, non dedicandomi particolare attenzione.

A un certo punto incrociamo il gruppo di Margherita, che è composto interamente di donne, come il nostro di maschi. La vedo e le sorrido portandomi subito verso lei. I miei compagni si accodano. Così i nostri gruppi finiscono naturalmente per mescolarsi.

Anche Margherita è felice di vedermi. Appena sono da lei, la sua amica le dice, sapendo di farsi udire da me: «Ah, è arrivato il tuo fidanzato con la giacca nera! Adesso vi lasciamo soli…» Continuo a sorridere mascherando l’imbarazzo, ma anche la contentezza per una tale investitura. Difatti, se la sua amica osa dire una cosa del genere, può essere solo perché anche lei si è accorta che tra me e Margherita c’è ormai così tanta complicità che dovremmo metterci assieme: e in tal caso avremmo il suo beneplacito.

Margherita non le risponde nulla, si comporta come ella avesse proferito niente più di una boutade. Comunque, nemmeno pochi passi dopo, quelle parole sembrano avverarsi perché, come per magia, Margherita mi guida per una via, svoltando all’ultimo momento, in maniera che i nostri gruppi riuniti, orfani di noi, finiscano inerzialmente per superarci. Così io e lei ci troviamo da soli. E quella contiguità ci eccita.

Lei pare particolarmente avvinta, oltre che da me, da un certo negozio che normalmente ha prezzi carissimi. Il quale sembra in liquidazione, a giudicare dai cartellini apposti in vetrina. Margherita si interessa come dovesse fare un acquisto. Ma poi capisce che in realtà i prezzi bassi fungono un po’ da specchietto per le allodole, perché i prodotti più salienti compaiono alla vetrina immediatamente dopo, dove troviamo una grassa signora che sorride accondiscendente a Margherita allorché lei svela il loro gioco.

Così a Margherita ora non importa più di entrare nel negozio per fare acquisti. E rimango solo io al centro dei suoi desideri. Vicinissimi, uno di fronte all’altra, ci guardiamo accesi dalla passione…

Più tardi veniamo convocati per risolvere un giallo. Ci conducono in una bicocca monolocale dove un cinquantenne che vive con la madre ottantenne è stato ucciso. O meglio, è morto sgozzato, tagliato alla gola tre volte dalla lama del suo rasoio con il quale soleva farsi la barba tutte le mattine. Non vi è ancora chiarezza su come siano andate le cose. Senz’altro normalmente si protenderebbe ad accreditare la tesi dell’omicidio; se non fosse però che in questa occasione l’unica altra occupante della stamberga e possibile assassina sarebbe la sua vecchia genitrice, la quale, da quando è morto il figlio, sembra essere in stato di choc: non parla e dunque non gli si può cavare nulla circa il reale svolgimento dei fatti fatali, che lei deve conoscere.

Io e Margherita esaminiamo attentamente quei pochi metri quadri. Ispezioniamo la scena del crimine, ma abbiamo poco tempo. Quando verrà la polizia, non solo dovremo andarcene non potendo più accedere al luogo del delitto, ma siamo convinti che non si dirimerà nulla: la polizia dichiarerà che la morte è frutto d’un incidente domestico e chiuderà lì la faccenda in fretta e in furia.

Ma io e Margherita siamo convinti che non si tratti né di un suicidio né di un incidente domestico. Per prima cosa non abbiamo mai visto uno uccidersi tagliandosi la gola in quel modo, infliggendosi ben tre tagli vicini, e di forza diversa. Né tanto meno è lontanamente ipotizzabile un incidente domestico in cui uno per sbaglio si infligge tre rasoiate al collo, e l’ultima lo fa secco…

Studiamo la disposizione della camera da letto e degli oggetti. La camera sarà di cinque metri per cinque. E ci sono due letti sistemati verticalmente con il rispettivo cuscino per la testa, entrambi attaccati alla parete sud. Tra di essi c’è un comò, appartenente sicuramente al letto di sinistra, che era il letto della vecchia dove lei dormiva mentre avveniva il fatto, più altri oggetti sparpagliati a terra tra cui vestiti e oggetti vari che forniscono una specie di barriera bassa tra i due letti. Anche il letto di destra, che era il letto dell’uomo defunto, ha sulla destra un medesimo spoglio comò, come il precedente, non uguale, ma del tutto simile in fatto di miseria. Sopra i comodini non c’è nulla di rilevante.

Mentre cerco di ricostruire mentalmente lo spostamento dell’uomo quella mattina appena alzato, Margherita indugia sul comò dell’anziana. Accende e spegne la luce. Il dispositivo di accensione ha tre posizioni e solo quella centrale chiude il circuito facendo illuminare davvero la lampadina. Margherita lo trova posizionato sulla prima posizione. Allora io subito controllo quello del defunto, e lo trovo invece sulla terza posizione. La cosa mi fa pensare… Ne parlo con Margherita. «Secondo te non è anomalo che uno, per spegnere la luce, posizioni l’interruttore nella terza posizione e non nella prima?», le chiedo.

Ma lei smonta subito la mia enunciazione. «Solo se è un tipo metodico, come te, Nemesis», dice. Un tipo arruffone come deve essere stato quest’uomo non deve mai essersi posto il problema. Probabilmente faceva semplicemente scattare l’interruttore per accendere e spegnere la lampadina senza dare alcuna importanza al fatto se lo spostasse sopra o sotto, penso adesso.

Margherita ha perfettamente ragione. Per fortuna che ho lei con me che è così intelligente. Margherita mi completa in tutto e per tutto; inoltre mi capisce al volo, per questo mi piace così tanto.

Dunque torno a ricostruire i presunti accadimenti della mattinata del fatto di sangue… L’uomo deve essersi svegliato alla solita ora. Deve aver acceso la luce sul comodino, anche se a quell’ora ci si vedeva già. La vecchia era ancora a letto, a due metri da lui: me la immagino buona buona sotto le coperte. Però era sveglia, perché si svegliava sempre quando il figlio si alzava la mattina per recarsi in bagno.

Dunque l’uomo si alza. Si muove lungo il perimetro della stanza perché, avesse tagliato direttamente verso ovest, avrebbe dovuto fare i salti mortali per scavalcare tutti gli oggetti di cui ho già detto e anche il letto della madre. E di certo la mattina, quando uno è anche un po’ rintronato per il sonno, non vuol correre il rischio di inciampare in qualcosa che potrebbe farlo cadere… Dunque l’uomo arriva all’angolo della stanza a nord-est. Poi volta a sinistra e si dirige verso la porta che lo metterà in congiunzione col bagno. Passa davanti alla vecchia, che è ancora nel suo letto, però è sveglia, non dorme. Poi… ho come l’impressione che accada qualcosa tra i due prima che l’uomo si rechi in bagno dove gli verrà recisa la carotide con quei tre fendenti. Anche qui infatti ci sono tracce di sangue…

Ma cosa è avvenuto davvero tra la vecchia e il figlio? Forse un diverbio? Forse lui la infastidisce minacciandola fisicamente (difatti lui era un omone, mentre lei solo una vecchietta magrolina e striminzita) e lei reagisce? Sono sicuro che applicandomici con tutto me stesso possa riuscire a ricostituire quel che è avvenuto davvero questa mattina prima che venga la polizia… Ma ho così poco tempo… Forza!, mi devo sforzare d’immaginare come sono andate le cose… Margherita, al mio fianco, fedele come sempre, mi aiuterà a risolvere il mistero, e se trarrò una conclusione errata mi correggerà. Lei non può “immaginare” come me, però può essere la mia musa ispiratrice e custode della coerenza…

 

Daria Bignardi: Non vi lascerò orfani [peccato!]

Delle volte ti viene la curiosità di sapere come scrive una persona. Tuttavia, se la detesti molto, ti dici: giammai!, non leggerò mai un suo libro, tanto già so che farà schifo!
Così per un po’ ho tenuto a bada questa mia curiosità, non gliela volevo dar vinta.
Poi un giorno mi è tornata quell’idea. Perché no?, mi sono detto pacificato dal tempo passato, non più capace di odiare intensamente come pria?
Allora sto fottuto libro l’ho preso (ovviamente in biblioteca, che non esiste proprio che ci spendo dei soldi alla cieca per una che per di più odio) e ho cominciato a leggere…
Sorpresa. Le prime trenta pagine mi sembravano belle. E allora già pensavo a come avrei cominciato questo post (perché era certo che ci avrei scritto un post. Se il libro era bello avrei condiviso volentieri la gioia di aver trovato un altro bel libro sul mio cammino; ma anche se non mi fosse piaciuto, dato che si trattava di questa persona che mi sta così antipatica, non mi sarei sottratto a esprimere il mio inappellabile giudizioso giudizio!)… “La mia onestà intellettuale mi impone di concedere il giusto risalto a codesta donna, capace di scrivere questo sorprendente libro, quando non me lo sarei mai aspettato”…, avrei esordito.
Il giorno dopo però, proseguendo con la lettura, ho totalmente cambiato idea (per fortuna!). Ho capito che il libro era tutto così: evanescente, mediocre, superficiale. Che è ESATTAMENTE quel che penso della bignardi.
Ah! Sta tipa ha avuto un lutto in famiglia, cose che capitano… Allora le è venuto in mente di scriverci sopra un libro. Ma dato che non si può cavare sangue da una rapa, che ha fatto?, per rimpinzare la sua magra trama, ci ha messo dentro una lunga serie di fatti trascurabili della sua intera famiglia; e per famiglia intendo anche gli avi, ha allargato la storia il più possibile per allungare il brodo, per aggiungere qualche pagina in più perché altrimenti non sarebbe arrivata neppure a cento pagine “scritte grandi”. Ha snocciolato per tutto il libro questioni più o meno bizzarre e ironiche le quali, se avesse avuto la stoffa di approfondire, avrebbero pure potuto avere un risalto di qualche tipo, ma che, mostrate così, buttate lì e consumate in poche righe, si sono autodepotenziate da sole.
Morale della favola. Ho abbandonato il libro a pagina cento, una volta che mi son reso conto che mi aveva già preso sufficientemente per i fondelli.
Della serie: un libro che non sarebbe mai stato pubblicato da un editore, se non lo avesse scritto un personaggio famoso.
Questo libro sembrano le memorie stanche e sbiadite di un vecchio il quale, giunto alla fine della sua vita (grama), si fa venire una fregola di orgoglio, così scrive un romanzo falsamente ironico, sotto sotto lamentoso, che sta a testimoniare lo spropositato egocentrismo di una vita che deve esser stata in fondo inutile.
Oppure sembra tanto un temino da elementari… Avete presente quando la maestra dava i “pensierini” da scrivere ai suoi alunni? Ecco, questo! Se daria bignardi desiderava approvazione avrebbe fatto meglio a spedire questa roba alla sua vecchia insegnante delle elementari. Sono sicuro che essa le avrebbe messo “bravissima” con la penna rossa!
E già che ci sono mi viene da ridere a pensare a colui o coloro che questa qui se la son sposata. Ma che ci avete visto? Vi ha forse messo la pistola alla tempia e vi ha detto: scegli, o me, o ti fai le pippe! E loro hanno dato la risposta sbagliata…
daria bignardi, ma ai tuoi figli lo fai vedere il grande fratello e l’isola dei famosi? E cosa dici loro, che è un programma culturale che in un caso la mamma è stata anche tanto orgogliosa di condurre?
Comunque la daria si può consolare pensando che tanto io non conto niente. E che il libro, a quel gran intenditore di fazio, è piaciuto. Dunque è sicuro che sia davvero un bel libro! DAVVERO! 3:-)
(la prossima volta sistemo pure fazio)

Delirius Dementhia #2: Una vanesia allo specchio

Poteva stare ore e ore a provarsi vestiti allo specchio e ciò mi dava assai sui nervi.
Apriva la porta della sua stanza (ho già detto che ormai dormivamo in stanze diverse?), accendeva la luce in corridoio e si specchiava lì col nuovo abito preso dall’armadio. E io andavo in bestia, perché era come se mi obbligasse a percepire la sua vanitosa insulsaggine da donna ottusa, mediocre e superficiale, e me la sbattesse in faccia, ogni volta vantandosene, e io non avessi potuto oppormi.
Potevo ascoltare il mormorio della sua anima persa crogiolarsi allo specchio e ogni volta dirsi: oh, come sono bella… stasera sarò la più bella del ballo e tutti mi noteranno… oh, ma una veste simile a questa l’ho forse già indossata la volta scorsa? allora ne devo vestir subito un’altra, perché non voglio che pensino che abbia solo un abito e indossi solo quello! su! un altro abito… oh, per fortuna sono così bella…
Quei pensieri mi risultavano così immondi che, anche se mi sforzavo di non pensare che venissero generati, alla fine mi procuravano un’insostenibile crisi d’ira assecondando la quale le urlavo dietro, e imprecando le domandavo veementemente perché quella sfilata non la facesse in camera sua, dove anche lì c’era un bello specchio lungo nel quale ubriacarsi della sua immagine riflessa. Lì non mi avrebbe dato fastidio; ma forse per lei non sarebbe stato lo stesso sfoggio di sé e ne avrebbe ricavato minor soddisfazione, anche sapendo quanto quello mi facesse arrabbiare.
Tuttavia era quando doveva partire per un viaggio che si arrivava all’acme. E davvero più volte la vidi mio malgrado stare praticamente tutto un giorno intero a misurarsi abiti come una futile, immatura prostituta alla sua prima uscita scurrile…
In quei momenti pensavo a quanto potesse essere vacua e inutile la sua vita insensata. A come lei non si meritasse di vivere, mentre in quel medesimo momento molta gente ben più meritevole di lei soffriva per fatti realmente più probanti e consistenti; gente che non aveva certo la scelleratezza di compiacersi in quei ridicoli passatempi fatui e profondamente infantili; che non lo avrebbe fatto neppure avendone avuta la possibilità.