Non mi chiamare più

Ci rimasi parecchio male quando quella sera mi disse molto scontrosamente di non chiamarla più, come se fino allora non avessi fatto altro che bersagliarla. Avevo provato a contattarla grossomodo tre o quattro volte in sei mesi (sarebbe tanto?) e lei si era degnata di rispondermi solamente una volta o due. L’ultimo buco nell’acqua l’avevo fatto qualche giorno prima, quando avevo invano tentato di farle gli auguri di natale. Ma lei chiaramente non mi aveva risposto perché, evidentemente, col senno di poi, posso dire che non voleva che glieli facessi. Secondo lei non ne avevo il diritto!: la dovevo lasciar stare…

Non la presi bene. Non mi era capitato molte volte di essere trattato così male senza aver fatto qualcosa per meritarmelo. Decisi di prenderla in parola: non l’avrei più chiamata, salvo sue eventuali scuse che però sapevo già che non sarebbero mai giunte. Mi dovevo rassegnare dunque all’addio…

Vissi qualche giorno di profondo disagio. Se ci penso oggi non posso che dirmi quanto fui stupido a stare così male per quella tipa insulsa. Ma all’epoca non ero pienamente consapevole di lei e del nostro rapporto. Comunque, appena potei, tentai almeno di chiarire la faccenda in modo da spazzar via ogni ambiguità.

Le detti così l’ultima possibilità di scagionarsi. Ma certo lei non capì che era l’ultima (ma anche qualora l’avesse capito non credo che avrebbe cambiato il suo atteggiamento nemmeno di una virgola). E quando fummo faccia a faccia non poté fare altro quindi che negare. Solo quello poteva fare a quel punto. Negare la verità. Negare che mi avesse mai detto di non chiamarla più!

E quello fu troppo anche per me, che tentavo sempre di trattarla bene perché, mi dicevo, lei era una persona che stava male perché era stata lasciata da poco dal suo fidanzato storico (in seguito scoprii però che questa era solo la balla che lei diffondeva in giro per suscitare pena negli altri, mentre tra l’altro era lei che lo aveva lasciato)…

Così terminò il nostro rapporto. Lei si ritrovò invischiata nelle sue stesse bugie. Per tornare da me, avrebbe dovuto liberarsene. Cosa che le era quasi impossibile da fare, perché avrebbe voluto dire stravolgere interamente la sua essenza.

Così finì il nostro rapporto. Lentamente. Dolorosamente. Faticosamente. Giorno dopo giorno. Con ogni giorno quella sorta di rimpianto amaro nel cuore. Ogni giorno la bugia che potessimo ancora tornare a fare quello che facevamo prima, che sarebbe bastato poco per tornare come prima, che avremmo potuto farlo con calma in ogni momento quando saremmo stati più sereni entrambi, mentre ogni giorno eravamo sempre più lontani.

Ogni giorno con un po’ più d’odio che prendeva il posto del rimpianto. Fino al giorno in cui rimase solo l’indifferenza.

 

Film visti recentemente sulla RAI

I Joneses

Un discreto film che fa riflettere. Sicuramente molto più attuale di quanto uno possa pensare…

I Joneses sono molto vicini a essere una famiglia perfetta. Tutti più o meno bellini, offrono di loro un’immagine vincente e felice. Però non tutto è quel che sembra, anzi, riguardo loro, quasi niente lo è…

Un film che, nonostante abbia intuito tutti i colpi di scena, ho gradito per il messaggio che porta.

Zoran il mio nipote scemo

Ecco uno di quei film che affossano il cinema italiano poiché troppo carenti a livello di storia. Quei film che mi chiedo sempre come sia possibile che qualcuno ci abbia investito dei soldi, come pure non si sia reso conto della scarsezza della materia. Il film è tutto sulle spalle del pur ottimo Battiston, qui in versione molto cattiva, a cui però non si può chiedere il miracolo di trasformare in oro la fanghiglia, per non dire altro.

Trama: un ciccione bastardo alcolizzato fa il bello e il cattivo tempo al suo paesello approfittandosi di tutta la gente buona che gli ruota attorno. Poi un giorno, dato che è l’unico parente nei paraggi, gli viene affidato per cinque giorni un nipote slavo leggermente anormale che però scopre essere assai portato per le… freccette.

Finale vomitevole, come del resto tutto il film, in cui si cerca una forzosa riabilitazione della carogna alcolizzata. E in cui il nipote vessato per qualche ragione astrusa si affeziona a lui.

Ma il film una cosa “divertente” ce l’ha. Ed è l’autocensura che si autocommina per quelle scene di violenza che nel mondo reale sono molto, molto peggiori.

Iron Man 3

Con questo film mi sono proprio divertito e a lume di naso posso dire che probabilmente sia il migliore nella serie in solitario dell’uomo di ferro, anche se non ho visto completamente gli altri film per cui dovrei tacere questa mia opinione.

Il Tony Stark che conoscevo io dai fumetti non c’entra molto con questo caratterialmente, ma per una volta posso dire che il personaggio creato dagli sceneggiatori è davvero cucito su misura per l’immarciscibile Robert Downey Jr, che sembra nato per interpretarlo.

La storia è fatta abbastanza bene per non addormentarsi. Stavolta Iron Man si batte contro il Mandarino. Che non è affatto l’orientale despota con gli anelli magici dei fumetti, bensì un molto più moderno e credibile simil Bin Laden dei giorni nostri, un signore del male che fa la sua lotta al mondo seminando il terrorismo per le sue vie. Sennonché non tutto è come sembra…

La cosa bella del film sono, oltre la storia discreta, e l’azzeccato personaggio di Tony Stark (che stavolta se la vede proprio male, e ha pure attacchi di panico), …le armature e la tecnologia per come la usa Stark! Ed era ora, cazzo! Siamo nel 2016! Per cui possiamo anche ammettere che Iron Man venga assemblato tramite il lancio dei componenti, proprio come era per Jeeg Robot!, e sia dotato di un computer supermoderno, Jarvis, capace di fare cose impensabili. E poi il finale con l’orgia di armature manovrate da Jarvis che combattono per la causa di Tony è monumentale. E anzi magari si fosse dato più spazio a tutte quelle versioni alternative di Iron Man! Il film sarebbe stato ancora più ludico!

Spero che nel prossimo film ci siano un mucchio di Iron Man diversi che combattono tra loro, e che magari non si sappia fino alla fine chi davvero si celi dietro ogni maschera!

Se penso al terzo film di Spiderman, quello con l’Uomo Sabbia… Che cagata che era!

Padroni di casa

Un film fatto molto bene, che non mi aspettavo. Un film che neppure sembra italiano per quanto è fatto in maniera professionale.

Trama: due operai edili si recano nella villa di un famoso cantante (interpretato da Gianni Morandi!) per eseguire dei lavori di ristrutturazione. Nel paese non vengono accolti da tutti calorosamente. Qualcuno gli è già inviso, anche se loro non cercano guai.

Il film scorre cheto come un fiume che però si sa che presto subirà un’accelerazione sfociando in una cascata. Difatti tra le righe c’è molta violenza repressa.

La vicenda si risolve incredibilmente negli ultimissimi minuti…

Film che appartiene a quel certo filone in cui degli “stranieri” si inseriscono in un ambiente a loro avverso e tendono a fare una brutta fine, tipo Cane di paglia.

DOT: Vieni qui!

Esegue il suo ormai classico sopralluogo. Scopre che il posto migliore è già occupato (per questo mi sono messo al tavolo grande). Ma non se la batte. E anzi pare decisa ad accamparsi lì da qualche parte. Tuttavia posa le sue cose sul tavolo del pelato, che in quel momento non è presente, e io raggelo dentro. Non vorrai mica metterti lì, eh?! Ma come?!… quando c’ero io… no!, e con quello SCONOSCIUTO… sì?! Allora ti ripugno proprio! Non sarete mica in combriccola, eh?!

Ma il mio panico dura poco. La sua è stata solo una mossa per essere più libera di muoversi. E, anzi, così mi si è avvicinata molto più di quanto avrebbe fatto altrimenti. Intervengo io.

«Credo che qui dovresti entrarci…», le faccio rasserenante.

«Sì, credo anche io…» – ci sta! ci sta! –, risponde serafica e mi asseconda mettendo il suo computer sul tavolo e aprendolo già come quando lo usa. Le misure sono perfette: c’entriamo pelo pelo. Ma questo non sarebbe mai avvenuto se mi fossi allargato a dismisura, come normalmente faccio. Chissà se se n’è accorta.

Fa i collegamenti, e il mio pc ha un calo di luminosità. Capisco subito la causa del problema. Mi volto verso la ciabatta. Lei, attenta, legge immediatamente una turbativa sul mio volto. È molto sveglia, la mia bella.

«Ho combinato qualche guaio?», mi dice subito per scusarsi. E io le rispondo: «No, è che non c’è…», non mi viene la parola, porcogiuda. Poi la trovo: «…corrente!» Lei è molto dispiaciuta… «Oh, scusa!». Inserendo la sua spina ha allentato la mia. «Non è colpa tua. È la presa che è lenta…», le spiego. Preme forte sulla mia presa – tutta l’energia che ci mette manifesta qualcosa di molto esacerbato in lei, di spropositato, penso. Il mio portatile torna a esser attraversato dall’elettricità.

Che brava che è! Brava e servizievole. Così neppure mi ha fatto alzare. Agogno il momento di quando mi si sederà di fronte. Come sarà? Avrò forse osato troppo a propiziare questo avvenimento? Non è che poi… nessuno di noi due si sentirà più così disteso da fare quel che gli compete? Ci daremo fastidio a vicenda? Un’ora così potrebbe distruggerci e diventare un inferno.

Sennonché, lei mi si sottrae. Va fuori, da qualche parte, non ho modo di sapere dove. Mi scompare dalla vista per un tempo che mi sembra interminabile, e ammetto di rimanerne un po’ indisposto, anche se ovviamente non ne avrei alcun diritto. Analizzo le possibili cause della sua dipartita:

a) Ha il cellulare con sé, dunque è molto probabile che faccia una chiamata. Ma a chi? A un’amica, o al suo ragazzo? Le volte scorse pareva che il suo telefonino fosse un attrezzo per lo più ornamentale, dato che non lo aveva mai utilizzato in nessuna maniera. E certo ci rimmarrei molto, molto male se lei flirtasse con me e si organizzasse con un altro. Sì, lo so che per ora mi ha solo fatto un sorriso e mi ha detto “grazie mille”, ma non avrebbe dovuto farlo – in quella maniera così esagerata! – se davvero fosse stata già impegnata con un altro uomo! Almeno questo è quello che penso seguendo i miei valori.

b) Forse ha paura di sedersi con me e le è venuto un attacco di dissenteria… Sente che con me davvero potrebbe nascere qualcosa: la scintilla c’è già stata e ha capito che mi interessa – su questo non ci piove!, mi ci gioco qualsiasi cosa che l’ha capito –, e teme di non essere all’altezza o di rovinare tutto, un po’ come me…

c) O forse in bagno vi si è recata, ma solo per guardarsi allo specchio e sistemarsi un po’. Chissà!

 

RAI PLAY

Ultimamente sto vedendo molti film in tv della RAI, spesso utilizzando il sito di RAI PLAY che permette di rivedere qualcosa che è stato già trasmesso in questi circuiti.

Però mi sono subito accorto di alcune caratteristiche e stranezze che presenta questo servizio:

1 Per qualche oscura ragiona, di alcuni programmi non è disponibile la replica (vedi cartoni animati Marvel su RAI GULP, oppure alcuni film (sempre Marvel, manco a farlo apposta), come quelli su Iron Man, Thor, eccetera. Quale è il motivo? Ci sono problemi di diritti?

2 Almeno in alcuni casi, sembrerebbe che rendano disponibile proprio la registrazione di ciò che è stato mandano in onda, perché ci sono stati dei film in cui il segnale saltava e non dipendeva dalla mia connessione bensì da ciò che loro avevano messo in rete. Oppure ho visto film con la pubblicità dentro! Questo mi ha stupito molto. Altre volte ancora, prima di un film, è stato aggiunto uno spot pubblicitario come spesso si fa con i filmati in internet.

3 Sembrerebbe non esistere uno standard, quindi, per come vengono presentati i film. Mi sembra che semmai uno standard sia ipotizzabile solo a seconda della rete che ha mandato in onda il film. Per esempio RAIMOVIE non inserisce la pubblicità e si deve premere ESC per tornare alla modalità che non sia tutto schermo, mentre da altre parti è diverso…

4 Mi sembra di aver capito che un programma film sia disponibile alla visione in replica solo una volta che è stato mandato in onda e solo per un periodo ristretto di giorni. Quindi non bisogna lasciar passare troppo tempo se lo si vuol (ri)vedere. Qui non siamo a sky… D’altronde è anche vero che un dato film può tornare disponibile qualora venga nuovamente passato, magari su un’altra rete.

Elizabeth: Spencer

L’abitazione di Bikal era la classica, scombinata casetta di un single che si stava lasciando lentamente andare. Però al sergente Spencer parve di cogliere dei particolari che andassero esattamente nella direzione opposta. A esempio, c’era un odore di oli profumati che si percepiva subito (come fosse stato un maniaco dell’igiene, il che non sembrava proprio) e tanti altri odori uno sull’altro non facilmente identificabili, alcuni sgradevoli. Spencer pensò che sicuramente non era Bikal la persona che li diffondeva, ma che si trattava di uno dei suoi ospiti semmai, forse una donna; a meno che Bikal non fosse stato gay.

Bikal li fece accomodare nel salottino all’ingresso.

«Allora, fatemi queste cazzo di stramaledette domande così importanti. E poi spero che ve ne andiate.»

«Bikal…», disse Ozzorn, e Bikal già sapeva che se non l’avesse fermato gli avrebbe attaccato uno di quei suoi pipponi della malora che iniziavano a rilento e con lo stesso tenore andavano avanti facendogli venire il latte alle ginocchia.

«Non le tue domande, Ozzorn! Le sue! Le tue non le voglio proprio sentire!»

«Allora credo che dovrò licenziarti…», si fece oltremodo grave Ozzorn, il che era un’eresia per un trippone rammollito e abulico come lui, «Ce n’è abbastanza per farlo, e tu lo sai…»

«Beeene! Così non dovrò più vedere la tua faccia da cazzo tutti i santissimi giorni della settimana! Sai che ti dico?! Grazie, Ozzorn!»

Quella frase aggressiva colse talmente di sorpresa Ozzorn che, per riflesso, riuscì solo a dire «Prego!», pur non volendo essere ironico, e poi tacque.

Il sergente Spencer capì il dramma amicale che si consumava davanti ai suoi occhi.

 

Nella casa (film)

Un giorno uno studente consegna al suo insegnante di Letteratura uno strano tema in cui racconta con disincanto del suo rapporto con un suo compagno di scuola, il quale ha voluto conoscere esclusivamente poiché incuriosito dalla sua vita da borghese. Inoltre riferisce di provare attrazione fisica per la madre del compagno.

Il professore rimane interdetto da quel compito. Da un lato depreca il disprezzo che lo studente mostra per quella famiglia, la quale sta ingannando per correr dietro a suoi non del tutto chiariti scopi indagatori; dall’altro però il tema è scritto così bene… che potrebbe essere un romanzo.

Dopo essersi consultato con la moglie gallerista, decide di incoraggiare il ragazzo, probabilmente anche poiché spinto da un istinto paterno e… voyeuristico. Ma presto la vicenda prenderà pieghe sempre più ambigue e ancora più eticamente discutibili.

È uno di quei film che parlano di libri e lo sembrano pure, per certi versi (non a caso il film è tratto da un libro).

Intrigante. Questo film affronta svariati classici temi della produzione letteraria, come: dove finisce la realtà e dove comincia la finzione; fin dove è lecito spingersi pur di scrivere una storia; eccetera.

– CONTINUA –

(cercatelo su Rai Play, se lo avete perso)

Pasticcio di tofu

Nota preliminare: così come è concepito in originale, non è un piatto totalmente VEG perché contiene le uova, però dopo suggerisco una variante che lo possa render davvero tale…

Sbattete tre uova (provenienti da allevamento a terra) e versate in una padella non aderente con dell’olio. Aggiungete una porzione di tofu tagliato sottile. Aggiungete una cipolla e verdure a piacere, anche già cotte e avanzate, se ne avete. Cuocete il tutto.

Se avete il problema di aumentare la consistenza del composto così ottenuto, aggiungete con moderazione pangrattato oppure pane raffermo precedentemente tenuto ammollo per ammorbidirsi.

Infine salare, suggerisco esiguamente, perché così potrete gustarvi un pasticcio dal sapore molto delicato.

Per quanto riguarda l’eventuale sostituzione delle uova, potreste usare per esempio patate lesse schiacciate (ma in tal caso dovete fare cotture separate e solo dopo unire il tutto).

Come vedete le mie ricette sono sempre estremamente veloci e semplici da fare.

😉

Stravagante, istrionico, estroso

Nel periodo in cui il rosso e il blu della mia anima si stavano impastando facendomi diventare sempre più viola, un giorno camminavo da solo per strada con la mia svolazzante sciarpa blu legata al braccio. Difatti, quando provavo caldo, me la annodavo lì, non sapendo dove metterla. E mio malgrado attiravo l’attenzione.

È vero: avevo una gran voglia di far vedere a tutti quanto fossi diverso, quanto mi ci sentissi, in particolare se paragonato con il resto della ributtante razza umana di cui prendevo sempre più coscienza in quel periodo. Tuttavia, quello di farmi guardare, non era mai stato un mio desiderio, e anzi, potendo scegliere, ne avrei volentieri fatto a meno.

Fattostà, quel giorno un tizio mi notò e decise di fermarmi. Mi sembrò quasi di essere abbordato. Eravamo proprio in mezzo al marciapiede. Mi disse che lo avevo colpito. Che si vedeva che ero un tipo stravagante, e che cercava proprio gente come me, di questa risma, per un lavoro. Voleva che mi presentassi a un colloquio che mi avrebbe tenuto personalmente lui. E mi favoleggiava che dovessi già considerarmi mezzo preso.

Tuttavia notai che non mi aveva detto la cosa principale: cioè di quale cappero di lavoro si trattasse. E ciò me lo fece valutare da subito come una persona molto poco seria.

Era incalzante e voleva che gli dicessi subito sì. Ma io, per togliermelo dalle scatole (sembrava che non avrebbe accettato un normale rifiuto), gli dissi che non cercavo nessun lavoro. D’altronde dovevo ancora finire l’università, anche se ero lì lì dal farlo. Inoltre, l’idea di dovermi andare a guadagnare il pane ponendo per sempre fine alla mia giovinezza, confesso che mi dava la nausea; per questo cercavo di allontanare da me quell’idea il più possibile.

Ma quello parve deluso che non avessi accettato a scatola chiusa di non recarmi in un luogo sconosciuto senza sapere cosa esattamente mi si offrisse. Deluso e pure arrabbiato. Mi lasciò dicendomi qualcosa del tipo: peggio per te!, un giorno lo rimpiangerai! Si palesò piuttosto vendicativo. Io però gli feci la faccia mite e mi allontanai salutandolo come fossi dispiaciuto.

In verità quel tipo mi dava i brividi. E mi sentivo in pericolo. Ero troppo puro per un figuro del genere.

Fui molto contento di non incontrarlo più sulla mia strada. Però, di gente come quella, ne incontrai purtroppo molta altra. Il mondo ne era pieno zeppo.

 

Ennio Flaiano: Diario notturno

Pessimista. Ironico. Sagace. Malinconico. Paradossale. Pugnace. Critico. Polemico. Tutto questo è Ennio Flaiano, un autore di cui dovete leggere almeno questa opera se non avete mai letto nulla di lui. Vi troverete, oltre tutto quello di cui sopra, anche un’impietosa rappresentazione di Roma, dell’Italia tutta e in generale dell’uso spregiudicato e nefasto del potere, ben prima de La grande bellezza di Sorrentino. Eh, già. Perché Roma è così da tempo immemore ormai. Per questo è la città eterna, non per altro. Per la corruzione che si perpetra nei secoli, e va sempre avanti, sempre…

Il libro è una raccolta di racconti divisi in queste sezioni:

Supplemento ai viaggi di Marco Polo (in cui in genere riporta notizie di viaggi immaginari e assurdi);

Sei raccontini utili;

La saggezza di Pickwick;

Diario notturno (con i vari “taccuini” annuali, in cui annotava aforismi, racconti perlopiù brevi e folgorazioni varie);

Un marziano a Roma (uno dei suoi racconti più celebri e disincantati);

Fine di un caso (che da solo avrebbe potuto fornire materiale per, appunto, La grande bellezza);

Variazioni su un commendatore (in cui si diverte parecchio a raccontare la medesima storia da diversi punti di vista, con stili diversi, a sommi “esercizi stilistici” e sfoggio di bravura).

B. potrebbe essere coinvolto in uno dei prossimi scandali, lo teme e lo desidera. Per questa eventualità ha messo da parte le sue migliori fotografie. Prima di addormentarsi, certe volte, immagine le risposte che darà al processo: sono tutte piene di spirito, con una punta di cinismo.”

Le spine di Rosa

13:30. Mi dirigo in compagnia di Stercorario e altri, con il mio lauto pasto preconfezionato sottobraccio, verso il parco, meta della solita pausa pranzo. Oggi ho optato per una pizzetta perché avevo bisogno di qualcosa di sfizioso.

Non ho voglia di continuare a parlare di lavoro. Queste schifezze le lascio a loro, a loro che non sanno mai uscire dal seminato della mediocrità della vita d’ufficio: a loro che hanno solo quello e di solo quello campano. Per me non è così. Non per me. Io voglio respirare aria, aria pulita quando non lavoro. Perché continuare a ubriacarmi di quella stolta puzza d’ufficio? Non capisco le loro basse abitudini da borghesucci.

Sarà anche per questo che io quelle dell’ufficio me le sono ripassate tutte, tutte quelle disponibili intendo, ma poi con tutte è finita. Forse anche per il mio bisogno di novità. Forse perché in fondo per me l’amore coincide col gusto della conquista. Quelli sono i momenti migliori, i primi. Poi si va sempre inesorabilmente incontro alla fine del rapporto. E allora mi guardo attorno e me ne trovo un’altra.

Ma oggi, per mia fortuna (e anche per la loro, anche se non lo ammetterebbero mai), c’è un insolito spettacolo che ci si para innanzi. Nella piazza del parchetto, distante non più di venti metri dalle nostre panchine bersagliate dalle cacche volanti degli uccelli, c’è una donna, più o meno della nostra età. Ed è totalmente fuori controllo. Così fuori controllo che non si pone minimamente il problema di non farci udire quel che dice. È troppo concentrata su di sé, sulla propria rabbia, e su quel poveraccio all’altro lato del telefono per curarsi di noi. Così urla, urla, urla!

«Sei un bastardo! Un bastardo! Dove sei stato ieri, eh?! Sei andato con quella barista, vero?! Non osare negare! Neghi pure, neghi! Ma se vi ho visti! Sì! Certo che vi ho visti! Bugiardo! Ah, adesso dici che ci hai preso solo un caffè! Bugiardo! Ho visto l’atteggiamento che avevate, sai!… Nooo! Non è vero! Ti pedino perché evidentemente serve che ti pedini, come vedi!… Nooo! Non puoi dirmi di non farlo! Io oramai a te ti conosco, stronzo! Tu te le scopi tutte! Ti scoperesti pure tua nonna se te la darebbe! Puttaniere!… Seee, adesso sono io la puttana, eh?! E se anche fosse?! Tu puoi andare con chi vuoi e io no?! Ma falla finita! Non sei credibile! Non lo sei! Non lo sei proprio!… Nooo! Io con quello quella volta ci ho scopato solo perché tu prima avevi scopato quella vacca coi capelli lunghi! Sì, quella coi capelli lunghi fino al culo! E nemmeno vuoi ammettere che te la sei mai scopata! Bugiardo! Bugiardoooo! Bugiardooooo!… Urlo quanto mi pare! Ne ho tutto il diritto, io! Non ti voglio più vedere a te e le tue puttane-troie! Vai con le tue puttane, puttaniere! Che solo con le puttane può andare uno come te, pezzo di merda! Sterco! Escremento umano! Ma che ti dici quanto ti guardi allo specchio: che bello stronzo che sono?! Oppure a chi infilerò dentro il cazzo oggi?! A chi?! A chi?! Chi?!?»

Stercorario si girò verso di me divertito.

«Ah, pensa che tormento stare con quella! Pensa che stress! Io non durerei neppure dieci minuti. Scapperei subito!»

«Tu non ti metteresti mai con una come quella. Fiuteresti subito puzza di bruciato», concordai.

«Sì, sicuramente. Anche se devo ammettere che è carina, però…», disse quasi a vergognarsi.

E io pensai: sì, lo è, decisamente lo è. Ma su una cosa non eravamo d’accordo. Mentre lui l’avrebbe fuggita, poiché pavido e necessitante di una persona ammodo al suo fianco, io pensavo incautamente che una come quella, una con quella passione lì, a letto doveva fare scintille. E già quello mi infrollava il cervello al sol pensarci.

Quel baccano, con lei che riempiva di improperi il suo ormai ex uomo accusandolo alla fine anche di avere il cazzo moscio, andò avanti per minuti e minuti, nonostante lui tentò di porvi fine attaccandole il telefono in faccia per un paio di volte, non ottenendo però niente altro che lei lo richiamasse immediatamente, poiché evidentemente non era ancora paga di come lo stesse strapazzando, e lo fece quindi con maggior foga di prima. Dunque quel fracasso cagionò che i colleghi preferissero rientrare qualche minuto prima quel giorno. E quello fu l’incentivo di cui avevo bisogno per cogliere al volo la mia idea malsana e immorale. Così mi avvicinai quando la donna, ormai sfogatasi par la sfuriata, sembrava avesse deciso di non chiamarlo più e, sfoderando una faccia dispiaciuta per lei, le dissi:

«Certo non è mai bello quando una storia finisce, eh?»

Lei per un attimo mi guardò inviperita. Era ovvio che pensasse non fossero affari miei le sue relazioni burrascose. Però la mia faccia totalmente dalla sua parte la fece deviare verso un’espressione un po’ di circostanza, del tipo: eh, già. Per poi pronunciare quelle prime parole a fatica.

«Ma con me si è sbagliato… Con me si sbaglia di brutto! Io gliele sbatto sul muso le sue scappatelle, le sue bugie!»

Stava per infervorarsi nuovamente. Ma io non volevo che la nostra conversazione prendesse quella piega irosa. Così feci in modo che andasse diversamente.

«Guardi, non ci deve più pensare, sennò non fa altro che avvelenarsi il sangue…»

«Come faccio a non pensarci?! Mi ha appena tradita, capisce?! Eccome se ci penso! Ci penso sempre, mattina e sera! Ci penso e ci ripenso! Se lo incontro…!», si morse quasi una mano.

«Ma così fa il suo gioco. Invece lei deve chiudere. Quel tipo non si merita una bella donna come lei…»

Quella frase colpì nel segno. E fu come se le regalasse una scossa. Una scossa che le fece capire che la trovavo intrigante, e che forse volevo prendere subito il posto del suo ex. Mi guardò tra lo stupito e l’onorato. Doveva pensare di non essere avvenente, avendo offerto uno spettacolo così miserevole di sé. Però evidentemente mi piaceva. Si sistemò lo scialle attorno al collo. Era il momento di battere il ferro finché era caldo.

«Guardi, faccia come le dico. Non ci pensi. Anzi, sa che le dico? Se mi vuole ossequiare della sua presenza, vorrei avere il privilegio di portarla fuori a mangiare domani, in zona. Sa, lavoro qui vicino e non è che possa assentarmi per molto… Però si dà il caso che conosca un posticino qui vicino che ha davvero una bomba di cucina…»

Mi sorrise. Quella fu la prima volta che mi sorrise. Era indecisa se accettare o meno. Così lo feci io per lei.

«Ecco qua il mio bigliettino da visita. C’è il cellulare e il nome. E l’email. Così adesso possiamo dire di conoscerci…», le sorrisi stringendole la mano e lei non rifiutò di farlo. Aveva una mano molto calda, quasi sudata in quel momento. «E lei si chiama?», chiesi sempre sfoggiando adesso il mio sorriso migliore, quel sorriso che non faceva mai cilecca.

«Rosa… Rosa, mi chiamo», disse sentendosi felice e fortunata di essere stata appena rimorchiata e immaginandosi un prossimo meraviglioso nuovo inizio con me. Ma si vedeva che pensava che sarebbe stato troppo bello per lei, per cui sapevo che l’avrei dovuta sospingere in qualche modo.

«Che nome bellissimo, proprio come lei! Bene! Allora ci vediamo domani, Rosa. Sempre qui, se non le spiace. La porterò a questo ristorantino e… potremo conoscerci meglio. Ah, ovviamente offro io, non ci provi neppure a pagare la sua parte. Che cavaliere sarei se non le offrissi il pasto?»

Ci salutammo non prima che mi ebbe dato il suo numero di telefono.

Il giorno dopo uscii cinque minuti prima dal lavoro per evitare di far sapere ai colleghi che avrei avuto il principio di un appuntamento galante con la stessa donna inelegante che il giorno innanzi tutti loro si erano divertiti a sbeffeggiare commentando a più riprese come doveva essere complicata la sua vita sentimentale…

Sperai che non mi avrebbe fatto attendere e per fortuna fu così. Rosa era lì. Più truccata del giorno prima, più profumata, indossava una gonna nera di pelle che mi fece subito capire sia il suo cattivo gusto in fatto di abiti, sia che voleva comunicarmi quanto fosse disponibile.

Il pranzo andò bene, anche se ovviamente non mi divertii per nulla. Parlammo di cose generiche. Cercai di evitare il suo argomento più caldo, cioè il suo ex. E quando fui costretto a parlarne deviai sempre su argomentazioni del tipo che non si meritava una come lei.

Quando dovetti rientrare a lavoro, le dissi che il tempo passato assieme era stato troppo breve e avrei voluto rivederla immediatamente la sera stessa. E Rosa accettò maliziosa.

Quella sera altro ristorante, altra chiacchierata generica di cui non mi importava nulla. Poi cinema, con un film d’amore. Mano sulla sua spalla che lei non respinse affatto come fossimo consumati amanti. Primo bacio timido nell’oscurità del cinema in una scena commuovente (che a dire la verità mi parve non commuoverla affatto, come non aveva commosso me). A ogni modo la tradizione fu rispettata. Dunque intuii che la passione in lei avvampava alla velocità della luce. Non era interessata affatto al film. Voleva esattamente quel che volevo io.

«Senti, ti va di passare subito da me, oppure vuoi terminare il film?», le chiesi. Quella domanda sembrava un azzardo ma sentivo di giocare sul velluto. Ero certo che non volesse terminare il film e intuivo che ci sarebbe stata. E infatti ci stette. Quindici lunghissimi minuti dopo le aprii la porta di casa e cinque secondi dopo eravamo avvinghiati sul divano.

Lei era un fuoco, come mi ero immaginato. Era davvero tutta un fuoco. E io la dovevo spegnere in un modo o nell’altro, con il mio eroico estintore.

Il suo fuoco non voleva però spegnersi quella notte. Doveva aver accumulato una tale serie di delusioni e frustrazioni, mi dissi… Dovetti usare tutto il contenuto dell’estintore affinché si placasse.

A letto era la donna più scatenata che avessi mai conosciuto. Solo una cosa stonava nella sua passione. Era molto appiccicosa, direi. Fin da quella prima volta mi chiamava amore e mi domandava ossessivamente se l’amavo. Io chiaramente le rispondevo sempre sì, per quanto era ovvio che non poteva essere vero perché la conoscevo da appena un giorno. D’altronde in quel momento avrei asserito anche di aver ucciso io JFK pur di continuare a penetrarla a quel modo scostumato…

Non ci fu verso di rimandarla a casa quella notte. Le dissi che le pagavo il taxi ma lei non volle staccarsi da me, come poteva essere per una cozza con il suo scoglio. Lasciai passare. Dopo quella notte di fuoco non mi sentivo di spingere in quella direzione. E poi lei era troppo decisa a non retrocedere dalla sua posizione per forzarla.

Quando al mattino fu il momento di separarci, lei voleva rivedermi per pranzo. Io però la convinsi a vederci per cena. Non c’era motivo che ci vedessimo per pranzo, ormai, dato che il tempo sarebbe stato poco e che comunque non avremmo potuto fare niente di quello che avevamo fatto in quelle ore recenti assai ginniche. Lei però insisteva, insisteva. Voleva vedermi: mi diceva che io ero il suo amore e non voleva separarsi da me. Alla fine, con il buonsenso, la convinsi a desistere, ma faticai assai. Lei mi lasciò andare guardandomi un po’ sospettosa. Sembrava tramasse qualcosa.

Quel mattino ero molto stanco ma anche assai soddisfatto. Mi presentai a lavoro con gli occhiali scuri e Stercorario intuì subito che avevo fatto una nuova conquista.

«…Non mi dire! Ma John, ma come fai?! Io proprio non lo so!», disse sghignazzando. Non smentii i suoi sospetti e anzi feci il segno di sparare con una mano. Pam! Pam! Pam!

«Tre volte?!», disse.

«Anche di più! Guarda… Non puoi immaginare mai cosa mi è successo. O meglio, cosa sono stato capace di far succedere. Io ho occhio per queste cose… Ho scovato un vulcano in eruzione!», alla fine confessai.

«Addirittura!»

«Sì! E se ti dicessi chi è non mi crederesti mai!»

Fui tentato di dirglielo subito. Avrebbe strabuzzato gli occhi e mi avrebbe riempito di complimenti per la mia spietata sagacia in fatto di scopate genuine. Però nel giro di qualche ora tutto l’ufficio l’avrebbe saputo. Inoltre ancora non potevo prevedere che sviluppi avrebbe preso quella relazione. Così fui molto accorto. E feci bene.

«Ma allora la conosco! Ma chi è?! Una dell’ufficio? Ma dai!»

«No, no. Stavolta no. Ho chiuso con quelle dell’ufficio. Si va troppo sul personale… Poi quando si chiude con una collega, è sempre più complicato del dovuto. No, no. È un’altra… Però per ora non ti dico chi è… Non posso… È meglio così…»

«Ma perché non me lo vuoi dire? Allora è una cosa grossa, eh?! Dimmelo! Non lo dirò a nessuno, giuro!»

«Facciamo così. Te lo dico tra una settimana. Ancora non so come andrà tra noi. Quando la situazione si sarà stabilizzata, allora te lo dirò.»

«Non capisco tutti questi sotterfugi. Però, purché me lo dici: okay. Allora tra una settimana.»

Passò in quel momento il nostro comune amico Bob, il quale si stava recando a prendere un caffè. Stercorario non resistette dal dargli subito quella che per lui era una bellissima notizia.

«Oh, Bob! John se n’è rimediata un’altra! E dice che è un vulcano! La migliore di tutte!», gli strizzò l’occhio.

«Nooo, un’altra! Ma dove le trovi? Me ne dai una anche a me ogni tanto?»

«Ma tu sei sposato, Bob. Io invece non ho mai voluto farlo, proprio per questo motivo», risposi.

A pranzo avvistai Rosa nei pressi del solito posto. Feci appena a tempo a tornare indietro. Non volevo farmi vedere con lei dai colleghi. Non ancora. Volevo avere il tempo di raccontar loro una storia parzialmente fantasiosa circa quanto fosse stata sfortunata in vita sua, e quanto quella vita l’avesse segnata. Per questo quando si arrabbiava perdeva totalmente il senso della realtà e le staffe… Ecco, così non avrebbero pensato che stavo con una matta isterica.

Quella sera andò similmente alla sera prima, con pochi discorsi tappabuchi e quel suo gran fuoco da spegnere. Impiegai diverse ore per domarlo. A ogni modo era impossibile spegnerlo interamente, di questo me ne convinsi. Quando lei smetteva di bruciare era quasi un favore che mi accordava per avere il tempo di farmi riprendere.

Ma dopo l’amore, stavolta, mi si appiccicò sopra come una colla e cominciò a recitare una strana litania che diceva che io ero il suo amore e dovevamo stare sempre insieme, sempre sempre. La assecondai ma mi cominciava a stare sul culo quel suo modo egocentrico e ossessivo di abbracciarmi e sbaciucchiarmi. Mi accorsi che se non l’arginavo lei sarebbe andata avanti ore, per tutta la notte.

La mattina dopo il mio cazzo ormai avrebbe saputo di sperma per giorni anche dopo averlo lavato e dopo aver pisciato a intermittenza come mi succedeva sempre il mattino dopo. Ed era anche un poco abbattuto. Si capisce, con tutto quello sballottamento che gli avevo dato da fare in poco più di ventiquattro ore. Mi dolevano le palle…

Quando fu il momento di separarci, Rosa insistette ancora per vedermi a pranzo. «Ma che motivo abbiamo di farlo?», le dissi. E lei mi rispose: «E tu che motivo hai per non farlo? Forse hai altri intrallazzi con altre donne?», mi chiese guardandomi cattiva. «Macché intrallazzi!», risposi, «Come potrei? Mi hai prosciugato come… come una fontana prosciugata». Rise forte. Ma non volle sentire ragioni. Voleva vedermi a pranzo. Acconsentii infine dicendole che ci vedevamo allo stesso ristorantino dell’altra volta. Rosa apparve placata della sua gelosia.

Alla sera, stesso trantran. Ma stavolta dovetti constatare che tra un orgasmo e l’altro Rosa parlava, parlava, parlava riempiendomi sempre con quelle melense scempiaggini: che io ero il suo uomo e lei per me sarebbe stata la mia donna, e sarebbe stata anche la mia puttana se lo avessi voluto, solo per me, solo per me. E poi mi massacrava con quelle domande circa se l’amavo, a cui dovevo rispondere sempre sì.

A un certo punto dovetti dirle di stare zitta sennò non riuscivo a eccitarmi, ma era impossibile otturare quella sua bocca logorroica e ipertrofica. Almeno quanto era difficile otturare la sua fica pulsante rendendola un poco più docile.

Avevo il mal di capo per via di quella sua voce invasiva che ormai si era incuneata nella mia testa. Quella voce un tempo così carica di piacere, si era trasformata in una condanna a morte, per quanto fosse fastidiosa e irritante da ascoltare.

La mattina dopo, stessa storia. Voleva venire a pranzo. Ma stavolta troncai la conversazione e non volli accontentarla. Lei, per ripicca, cominciò a spaccarmi tutti i piatti e i bicchieri che trovò in cucina. Litigammo e dovetti cacciarla fuori quasi a pedate, con lei che si faceva sentire per tutto il palazzo lanciandomi dietro contumelie varie mentre me la squagliavo.

A pranzo notai che era ancora nei pressi del parco. Fuggii rinchiudendomi a lavoro. Nel chiuso della stanza d’ufficio, mi resi conto che quella donna mi stava facendo mancare l’aria. Di colpo tutto quel sesso che mi aveva promulgato non aveva più alcuna importanza perché il piacere che avrei ricavato la prossima volta che l’avrei montata sarebbe stato comunque inferiore al fastidio provato per le sue smancerie e intemperanze, e sopratutto per quella sua visione distorta e assurda del rapporto uomo-donna. Di colpo la sua vagina non esercitava più su di me alcun potere allettante, anche se era l’insaziabile fica di una donna matta, matta dalla testa ai piedi, e pure nella fica. La sua fica era come un fico d’india, di cui avrei potuto sfamarmi solamente pungendomi con innumerevoli spine. E io ero stufo di essere punto. Non ce la facevo più.

Alle 13:30 cominciò a bersagliarmi sul cellulare, e per fortuna che in stanza non c’era nessuno. Tentai di abbonirla rispondendole. Ma lei era una furia. Ci ero già passato. Avevo già assistito a quella scena: solo che la prima volta ero stato un divertito spettatore. Invece adesso ero parte in causa, sciagurato me e il mio cazzo e la mia perenne smania di espugnazione e di scopate nuove. Adesso maledivo quel cogliere l’occasione prima che si volatilizzasse che mi aveva sempre contraddistinto.

Mi affacciai dalla finestra dell’ufficio che dava sul parco e la vidi. Lei era là che mi malediva, e i colleghi erano là che la guardavano di sguincio avendo anche paura di lei.

Non mi rimaneva che mollarla, sperando che presto mi avrebbe lasciato stare. Solo che avevo tutto il sentore che non mi avrebbe mai lasciato stare, mai, se prima non ne avesse trovato un altro, un altro gonzo stupidamente attratto da quello sboccato esercizio di vitalità che lei sapeva spacciare per sensualità, quando non era nulla di tutto ciò e semmai era invece solo ottusità a uno stato così puro, da non poter credere che fosse solo quello.

Quando Stercorario tornò dal pranzo, giulivo, entrò nella mia stanza come un fulmine e mi disse:

«Ah, John! Non sai che ti sei perso! Sai la matta dell’altra volta? Quella che ce l’aveva con il suo uomo e gli urlava contro qualsiasi insulto? L’abbiamo rivista! È sempre peggio! Chissà quel poveraccio che se l’è presa!»

E io non ebbi il coraggio di guardarlo in faccia.