Rubare le penne


Quando si è bambini la cleptomania non è una malattia, fa parte della normalità. Perché i bambini sono creaturine egocentriche che desiderano quel che vedono. Una volta che vedono qualcosa, lo vogliono e in loro l’istinto ad appropriarsene è ben maggiore della paura delle conseguenze che potrebbero verificarsi se poi vengono beccati… Crescendo si dovrebbe cambiare, ma non tutti lo fanno, vero politici della mia minchia?

Per questo, quando ero piccolo, anche io rubacchiavo qua e la: giornalini, giocattolini, ma sopratutto materiale di cancelleria. La scuola era il luogo ideale per rubare. Sembrava fatta per quello, la scuola.

Ma quando mi accorsi che anche a me sparivano penne, matite colorate e gomme, mi resi conto che rubare era sbagliato, disdicevole e dava molto fastidio a chi subiva il furto. Così mi dissi che non mi sarei più appropriato di cose non mie: non volevo ingenerare negli altri quelle fastidiose sensazioni di aver subito un torto, quelle sensazioni che invero mi davano molto impiccio quando si palesavano.

Tuttavia, non bastava tenere gli occhi aperti sulle proprie cose e ricordarsi bene a chi le avessi prestate e chiederle indietro se la persona in questione faceva il vago sperando che te ne fossi dimenticato. Perché, in un modo o nell’altro, anche se con molta meno frequenza di prima, qualche cosa ogni tanto continuava a sparirmi.

Era allora che dunque decidevo di attuare una proroga al mio solitamente inappuntabile atteggiamento da gentleman d’onore. E allora pensavo che, per non rimetterci, dovevo sostituire il maltolto con qualcos’altro di pari valore… Però rubare mi dava ancora disturbo, e certo non volevo essere beccato con le mani nella marmellata da qualcuno che poi mi avrebbe potuto additare, a me, bambino retto come pochi, come ladro. Sarebbe stato il colmo… Così mi accorsi che si potevano sottrarre cose senza necessariamente rubarle, almeno tecnicamente. Per esempio… poteva capitare di adocchiare una povera gomma da cancellare tutta sola e abbandonata in un angolo dell’aula. E allora io che facevo? Stavo lì a guardarla, la rassicuravo, le dicevo col pensiero: non ti preoccupare, se il tuo vecchio padrone non ti reclamerà, ti accoglierò io nel mio reame in cui ogni mia cosa viene tenuta in larga considerazione, perché la considero preziosa… vedrai che con me starai benone…

E quella mi faceva degli occhioni pieni di speranza: sì!, prendimi padrone! voglio diventare tua! non voglio più essere di quel bambino cattivo che non sa usarmi a dovere e che mi dispregia tanto da tirarmi sul collo del compagnetto davanti a lui…, sembrava dirmi.

Aspettavo quindi ricreazione. Fingevo di attardarmi a fare i compiti. Ero l’ultimo a uscire di classe. Poi, nel silenzio dell’aula deserta dove non c’era neppure la maestra, circospetto, mi dirigevo verso lei, la gomma abbandonata. La raccoglievo da terra. La vedevo che era tutta sporca. Oh, povera gomma romita rifiutata da tutti!, pensavo. La pulivo per bene e le donavo un nuovo splendore. E poi le dicevo: da oggi sei mia, sei contenta? da oggi sei una gomma nuova e ti apprezzerò per quel che puoi darmi e non ti getterò via in grande spregio tuo e del tuo valore. da oggi però non vedrai più questi luoghi per te così infausti. ti porterò a casa mia e non uscirai più da lì… vedrai come si sta bene a casa mia… non sentirai affatto la mancanza di questo luogo di peccato… non ti vedranno più qui (anche perché, se il tuo vecchio proprietario dovesse vederti nelle mie mani, in ogni momento potrebbe vantare vecchi diritti di proprietà e dovrei restituirti nelle sue lerce mani incapaci di apprezzarti, bella mia, per questo non ti porterò più a scuola…).

Così posso affermare che la mia funzione sociale era anche molto utile a tutti, perché tenevo pulito l’ambiente togliendo di mezzo cose che erano state ripudiate dagli altri…

Ma presto sviluppai una mia particolarissima preferenza per alcuni oggetti, che forse più di tutti erano spregiati dagli altri e proprio per questo sentivo che non meritassero tale disprezzo, perché secondo me valevano esattamente come gli altri. E questi oggetti erano le penne rosse

Penne… La maggior parte dei miei compagni ce le aveva blu, alcuni dei più precisini ce l’avevano nera. Poi le femmine ce le avevano anche viola, e verdi (e mi sarebbe piaciuto metterci le mani sopra, ma sembravano apprezzarle molto e non se ne sarebbero mai separate). Le penne rosse invece erano di contorno. Servivano solo per mettere il titolo al tema. Oppure le usava la maestra per correggere gli errori (e forse anche per questo erano ingiustamente odiate). E poi, se uno non aveva la penna rossa per il titolo, la maestra diceva che non faceva niente, che non era strettamente necessaria. Così la maggior parte degli scolari prese l’abitudine di non utilizzarla più, per comodità, per non stare sempre a cambiare penna durante il dettato, che tra apertura e chiusura del tappetto si perdevano un sacco di secondi preziosi. Anche io spesso vi rinunciavo. Ma non per questo non le apprezzavo come ritenevo fosse giusto che fosse. Vedevo la mia penna rossa sempre diligentemente riposta nel mio astuccio e un po’ mi dispiaceva che fosse quella in assoluto meno utilizzata di tutte. Anche il temperino era molto più utilizzato. Ecco, forse solo la matita bianca la batteva in “non utilizzo”, ma a dire il vero non è che fosse presente in tutti gli astucci, anche perché… mi sapete dire che diavolo si poteva fare con una matita bianca? Non l’ho mai capito, neppure oggi che sono adulto…

Gli anni passarono e il fascino delle penne rosse su di me non si affievolì affatto, anzi forse in qualche maniera si raffinò. Ero diventato un gran cultore delle penne rosse e delle diverse sfumature che esse lasciavano. Eh sì, perché se una penna nera è più o meno sempre uguale a una penna nera e pure per una blu non è che cambi molto, a me sembrava che per le penne rosse questo discorso non fosse il medesimo. Perché ogni penna rossa lasciava un segno differente da quella di un’altra penna rossa. C’erano per esempio quelle che dapprincipio lasciavano una scia di rosso brillante molto bella a vedersi. Solo che poi, quella scia, quando si seccava per bene, giorni dopo, aveva assunto una colorazione molto meno bella ed era diventata quasi marrone, si era scurita, come fosse stato sangue versato. C’erano poi quelle che lasciavo invariato il loro segno… e quelle che anzi il tempo le migliorava, perché se andavi a rileggere un vecchio tema di quando eri piccolo ti accorgevi che il blu o il nero della penna erano diventati (o erano sempre stati) piuttosto scialbi, mentre il rosso del titolo si era imporporito di un manto quasi innaturale che sembrava in congiunzione in qualche modo con qualcosa di vivo, forse energia del fuoco o del sole!…

Crescendo la tecnologia mi fece poi trovare non solo le vecchie penne a sfera o i pennarelli rossi, ma anche una ricchissima gamma di accessori che potevano essere considerati il punto di congiunzione tra una penna a sfera e un pennarello vero e proprio perché il segno che lasciavano era compito e forte e sembrava proprio bello, intriso dell’inchiostro più inchiostro che ci fosse…

Così vi racconto l’ultima volta che rubacchiai (più o meno) uno di quei prodigiosi sprigionatori di rossi fiabeschi a punta fine… Ero a lavoro e il capo davanti a lui aveva ben tre di quei cosi rossi superbrillanti e superbelli che sembravano comperati recentemente. Ne prese uno per illustraci quello che aveva in mente. Lo aprì e fece quei segni fenomenali. E mentre poi presto lo abbandonava scioccamente dicendoci che non era adatto, quel colore, per illustrare quel tipo di materia, e dunque raccattava immediatamente una scialba penna nera con la quale andava avanti, in quel mentre e anche nei successivi io pensavo quanto sarebbe stato bello possedere un attrezzo di gran classe di quel genere, con il quale avrei potuto vergare segni di un altro mondo, perché avendo unito la mia arte illustrativa con la potenza divina di quegli strumenti non sarebbe potuto venirne fuori che un capolavoro…

Due giorni dopo vidi che il mio collega di stanza, anche lui presente a quella spiegazione, faceva bello sfoggio di una di quelle creature magnifiche rosso fiammante. Ce ne aveva una sul suo tavolo e la usava per scrivere con la sua calligrafia gallinoforme. E io pensavo: che spreco! che immonda inverecondia!

Ero certo che non fosse una coincidenza. Mi avvicinai dunque a lui. Gettai un occhio sulla scrivania del capo e mi accorsi che le meraviglie rosse erano diventate due… Gli dissi senza parafrasare: ma quella non apparteneva al capo? E lui mi disse: la uso per scrivere, perché scrive bene. stava lì e l’ho presa… se ti serve prendine una anche tu…

See!, così sarei divento suo complice e il capo avrebbe pensato che eravamo entrambi ladri, pensai. Ma poi un giorno che rimanemmo io e il capo da soli, riuscii non so come a entrare in argomento. Gli dissi che quelle penne erano davvero molto belle e tuttavia lui non le usava quasi mai. E lui mi disse che un segno rosso non si addiceva per quello che di solito gli serviva. Ma aggiunse anche una postilla molto importante. Disse che queste penne erano a nostra disposizione, se ci servivano, che tra l’altro lui si era anche pentito di averle comperate. Quella fu la goccia che fece traboccare il vaso. Non potevo sopportare che insudiciasse l’immane bellezza delle penne rosse. Così, sorridendo, gli dissi subito: beh, allora ne prendo una e scriverò sempre con questa. Lui fu contento.

Una settimana dopo la penna rossa me l’ero portata a casa. Era troppo bella per scrivere le cazzate del lavoro! L’avrei usata esclusivamente per i miei disegni o simili, per cose artistiche. Mica ero scemo, mica ero un idiota miscredente incapace di apprezzare la vera poesia delle cose. Sapevo bene quanto valeva quella penna e non volevo sciuparla per faccende disgustose come gli appunti di lavoro.

Ma un altro cruccio ormai angustiava la mia sensibile anima. L’altra penna, la terza delle tre, quella che nessuno voleva, giaceva ora sempre ignorata da una parte, come non interessasse a nessuno. Così potevo facilmente vedere il suo futuro già segnato: sarebbe stata abbandonata, sempre se gli andava bene, nel portapenne, sempre sfiorata quando ne sarebbe servita una, ma mai scelta. Questo era il suo lugubre destino già segnato.

Così, un giorno, mosso da pietà e desiderio di bellezza smisurato, la presi con me e me la misi nella borsa. Così potei ricongiungerla con la sorella a casa mia. E un giorno le avrei entrambe utilizzate per creare segni bellissimi di altissimo profilo artistico, come esse meritavano, come esse si meritavano…

🙂

 

Novantadue (teatro)


Da un grande lavoro del giornalista antimafia Fava, uno spettacolo che sintetizza autentici e rilevanti segmenti nella vita degli amici Falcone e Borsellino, ricostruendo la nuova impostazione che diedero alla lotta alla Mafia, il notevole attaccamento che avevano per il lavoro, la Giustizia e la Legalità; le loro paure, la loro missione, i momenti in cui furono osteggiati e accusati di esacerbato carrierismo, le piccole e grandi sconfitte della loro guerra, le frasi divenute storiche, le loro morti e infine la vergognosa trattativa tra Stato e Mafia, imbastita a pochi giorni dalla morte di Falcone, mentre Borsellino era ancora vivo e sul suo capo già gravava una condanna a morte che sarebbe stata evasa in ogni caso, nonostante la sigla di quell’accordo inverecondo, perché lui non avrebbe mai accettato di trattare con la Mafia.

Per quella trattativa mai nessun membro della Stato pagò.

Da allora, dopo le loro morti, curiosamente, sono state ammorbidite alcune leggi considerate troppo dure da Cosanostra.

Dobbiamo molto a Falcone e Borsellino. Prima di loro c’era gente (anche eminenti politici) che osava affermare che la Mafia non esisteva. Invece c’era, e ammazzava. Come sempre ha fatto.

Anche oggi c’è e ammazza. Anche se i morti che miete oggi sono meno evidenti. Oggi la mafia ha imparato anche ad ammazzarci piano piano, piano piano, giorno dopo giorno… Ci avvelena nel corpo e nell’anima…

#MAFIAMERDA

Nota: per approfondire la vicenda della trattativa, consiglio anche di vedere il film di Sabina Guzzanti La trattativa. Un film che, se non fosse per Sabina, che lo sta portando in giro per l’Italia praticamente di sua iniziativa, sarebbe già sparito dalle sale italiane (e non perché non valga il prezzo del biglietto)…

 

Elizabeth: La morte di Elizabeth


Si interrogò circa la causa della sua morte. Come poteva essere morta una bella figliola come lei? Davvero era una troia tossica schifosa e ingannevole che per una dose avrebbe venduto qualsiasi parte di sé? Oppure l’avevano fatta fuori mentre avevano tentato di derubarla o violentarla? Eh… Capiva benissimo che la sua bellezza potesse scatenare delle crisi di possesso in chi la bramava. E, purtroppo, non c’era nulla da fare: era anche per questo che le tipe troppo belle erano condannate a essere stronze. Cioè, era una specie di autodifesa…

Philip Roth: La macchia umana


Un rigoroso e intemerato professore che nasconde un impensabile ed eccezionale segreto un giorno pronuncia una frase che, fraintesa da chi gli vuole male, gli cambierà per sempre la vita. Verrà ingiustamente accusato di qualcosa. Da lì in poi si scateneranno una serie di avvenimenti che lo porteranno nelle braccia del suo destino.

Philip Roth ci conduce avanti e indietro nel tempo, nelle storie e sopratutto nella psicologie dei vari personaggi sui quali decide di accendere la luce.

Alla fine non si sa dove si verrà condotti. Però avremo la certezza che ci abbia parlato della vita (per lo più stolta) degli esseri umani. E che non ci attenderemo quello che ci dirà, perché Philip Roth è uno scrittore non convenzione, simile solo a se stesso, con un grosso debole per la narrazione della verosimiglianza, come pure della ferocia delle azioni umane.

Noi lasciamo una macchia, lasciamo la nostra impronta. Impurità, crudeltà, abuso, errore, escremento, seme: non c’è altro mezzo per essere qui”.

Uno dei pochi


Un’onda stilizzata, vista dal verticale

è simile a una spirale

ma ha uno sbuffo, uno schizzo di ribellione

verso il basso

che la rende diversa.

Dipingo una parete di onde stilizzate

che divengono sfondo.

*

Come pezzi lego

che si sbriciolano innanzi un burrone.

La casa si destruttura

e subito scompare nel vuoto,

nel mare.

Io l’ho veduta ma nessuno lo sa.

E anche se lo sapessero

ciò non cambierebbe che la casa non esiste più

e comunque loro lo darebbero per scontato

perché in quell’istante tante altre case così

si smembrano per sempre dissolvendosi nel nulla.

E loro ne son quasi felici perché non tocca a loro.

*

C’è poca luce,

non si vede niente.

È come quando c’è troppa luce.

Ugualmente non si vedrebbe niente.

Non c’è né luce né buio

per questo non si vede niente.

L’unica certezza è che non si veda niente.

*

Un uomo distinto sembrava

eppure non mi spiegavo che gusto potesse trarre

dall’albergare in quel tugurio.

Veniva con la macchinona

nel luogo polveroso.

Controllava, annusava,

vedeva l’aria che tirava.

Cercava l’incontro.

Chi doveva incontrare il lupo vestito da agnello?

*

Uno dei suoi “amici” principali era un uomo

con il volto d’eterno ragazzo onanista

incapace di rapportarsi col mondo.

Perdeva capelli, li teneva sempre molto corti.

Sul suo volto una carnagione spenta di morte.

Sembrava calmo e pacifico

ma solo se non parlava.

Sembrava uno dei tanti,

ma solo se non parlava.

Se parlava si abbandonava a fiele irritante.

Minacciava vendette e bombe

e l’uomo distinto lo doveva calmare.

Aveva un passato reazionario alle spalle,

un passato che per lui non era mai realmente passato.

Un tizio molto pungente lo chiamava Svastichetta

per canzonarlo.

E quello ci doveva stare.

Doveva abbozzare altrimenti doveva tirar fuori la pistola.

*

Svastichetta era amico della ragazza putida,

una studentessa con l’ansia nella voce

che voleva sempre essere compatita,

in particolare da lui,

probabilmente per rimorchiarselo.

Un giorno, forse per compiacerlo,

rigurgitò davanti a tutti il suo scellerato “pensiero”.

E io fui tentato d’alzarmi in piedi e intimarle di uscirsene di lì

perché puzzava troppo

e la sua puzza era un attentato alla salute pubblica…

*

Mi volto indietro

con espressione sprizzante e orgogliosa

avvolgendomi nel mio mantello rosso.

Poi proseguo per la mia strada.

Non mi fermerò più.

Non mi volterò più indietro.

*

 

Philip Roth: Quando lei era buona


La triste vita di una ragazzina fino all’inesorabile compimento del suo destino. Philip Roth tesse con meticolosità una trama spietata in cui, a conoscere come va il mondo, già si sa che quella povera ragazza non ce la farà mai a mutare direzione al corso della sua vita, a imprimere alla sua esistenza una svolta tale da salvarla. Perché il sogno americano è una gran menzogna. Perché se nasci in un determinato luogo, contornato da certa gente, statisticamente parlando, è assai improbabile che si abbia la forza e anche la fortuna di scrollarsi tutta quella merda di dosso…

Philip Roth è uno come me, che scrive anche storie molto tristi. Che non si avrebbe voglia di leggere per quanto rattristano.