Senso di colpa

Forse l’unico rimpianto della mia vita è quello di non aver mai realmente reso felice una donna (finora). Questo mi pesa. Mai resa felice per un tempo sufficientemente lungo.

L’amore nella mia vita è stato sempre assai fugace. Spesso per colpa mia, nel senso che avendo molti timori, di non essere all’altezza delle aspettative delle mie partner (per via della mia salute ballerina), tante volte sono stato sfuggente, mi sono dileguato, o non ho insistito quando avrei dovuto, quando loro volevano che io dimostrassi quanto ci tenevo.

Quando poi sorgeva un problema, tante volte mi dicevo questa triste cosa: vabbè, forse è meglio così; meglio se si allontana subito così non soffrirà troppo dopo.

In tutta questa faccenda però non mi ero mai accorto del mio grande senso di colpa. È strano che me ne sia reso conto completamente solo recentemente, aprendomi con una persona che ora credo si possa considerare la mia ragazza.

Sì, ho un grande senso di colpa pregresso nei riguardi dell’altro sesso. Mi dispiace immensamente di averle deluse. Di aver dato loro l’impressione che non mi interessassero abbastanza. Mi dispiace di averle fatte fuggire. Mi dispiace di averle spaventate.

Mi dispiace che non abbiano voluto comprendermi, neppure nelle poche occasioni in cui ho dato loro la possibilità di vedere il segreto celato nel mio scrigno.

Più di tutto mi dispiace che, non comprendendomi, mi abbiano odiato. Alcune volte molto intensamente.

Ho scoperto che mi odiano anche ragazze che non dovrebbero. Questo mi ha fatto molto pensare.

Ho scoperto che qualcuna mi odia anche dopo moltissimo tempo, quando io non la odio più (e magari sarei dovuto esser io quello più autorizzato a odiarla).

Mi spiace molto per questa situazione. Mi sento responsabile; ma allo stesso tempo so di essere innocente delle colpe che mi vengono ascritte. Non sono uno stronzo. Non vi ho mai preso in giro. Eh, no, non sono neppure gay (qualcuna potrebbe pensarlo dato che sovente mi sono sottratto agli atti amorosi e anche solo ai baci, per non aumentare il coinvolgimento).

Detto questo, un paio di grosse stronze credo di averle incontrate lo stesso.

La madre di Ameba – Parte II (Fine)

Una settimana dopo, mentre ormai la madre rappresentava la mia ossessione costante, Ameba mi chiamò al telefono. Aveva un tono che si sforzava di essere dolce. Non lo sa, pensai subito rassicurato: non sa di quello che c’è stato tra me e sua madre. Disse che voleva uscire con me. Affrontò l’argomento come se il nostro rapporto non fosse mai stato in discussione, come fossimo ancora ai primi momenti del nostro rapporto, quando ci chiamavamo a vicenda e l’uno proponeva all’altra di vederci senza un piano preciso. Pensai alla madre, a quella madre sexy che aveva e, sperando di rivederla, accettai subito. Tra una cosa e l’altra avrei scoperto che c’era proprio lo zampino della madre se Ameba era stata consigliata a richiamarmi.

Quella sera ero molto eccitato al pensiero di rivedere la madre, tanto che non seppi trattenermi e allora pensai che anche se Ameba non c’entrava niente con sua madre, era comunque un suo prodotto, era uscita dalla sua vagina ed era come una sua propagazione. Questo mi fece infervorare al punto che finii per spingere Ameba in un vicolo e la possedetti lì. E Ameba incredibilmente ci stette, seppur si stupì molto di quella mia focosità mai mostratale prima e pensò a quanto dovevo essere cotto di lei.

Quella sera accompagnai a casa Ameba tardi. Erano circa le due quando la porta della sua abitazione si aprì per consegnarla nelle amorevoli braccia di sua madre, la quale l’aveva attesa preoccupata in vestaglia, in piedi. Ameba manifestandosi molto stanca andò subito a dormire. Si chiuse nella sua stanza e non la sentii più.

La madre mi disse che non ne sarebbe uscita finché l’indomani non l’avesse chiamata lei, perché sua figlia aveva il sonno molto pesante. Dormiva sempre parecchie ore.

Indovinò che avevamo fatto l’amore e poi mi chiese se anche io fossi stanco quanto Ameba. Io le dissi che non ero ancora stanco. Allora lei spalancò la vestaglia rivelandomi la vista del suo corpo già pronto all’amplesso.

Fu una notte di fuoco in cui detti fondo a tutte le mie energie. Lei mi confortò anche con uno zabaione e una caraffa di caffè. Fu la notte in cui godetti di più in vita mia. La madre di Ameba era una donna vera, che sapeva come comportarsi, dove toccare, cosa dire. Era la perfetta amante.

Uscii da quella casa stremato alle sei del mattino, prima che qualcuno avesse potuto vedermi.

Continuai a frequentare Ameba nella mia vita ufficiale, mentre in quella nascosta era con la madre che scopavo. I nostri incontri avvenivano all’incirca una volta ogni dieci giorni. Se per qualche motivo uno di noi non poteva rispettare la consegna, si scusava con l’altro proponendo un nuovo appuntamento. Ameba non si accorse mai di niente, anche perché lei non c’era mai in casa quando mi incontravo con la madre…

La madre di Ameba era per me la donna ideale. Una donna sexy e matura, ancora bella, nel pieno della forma e della consapevolezza, con cui potevo fare l’amore tante volte. Era anche una donna che da me non pretendeva altro al di fuori del sesso bollente che ci contraddistingueva. Non le sarebbe mai venuto in mente di chiedermi di metter su famiglia (con Ameba che sarebbe diventata mia figlia!), né tanto meno di svilirci in un usuale rapporto di coppia che lentamente sarebbe scivolato nelle solite consuetudini della convivenza.

Per me quella donna era una dea. Una dea, sì, però adesso potevo intuire le somiglianze che aveva con Ameba: in fondo erano entrambe molto egoiste e manipolatrici. Concepivano gli uomini come mezzi per raggiungere i loro scopi, non come persone da amare sul serio, non almeno come era per me verso loro. Il quadro mi era chiarissimo nella mente. Eppure non potevo abbandonarla, perché traevo troppo piacere da quei privilegi che lei mi elargiva. Sapevo che presto sarebbe finita e che mi avrebbe lasciato lei, perché io non sarei mai stato in grado di farlo.

Così un dì – era da venti giorni che non ci vedevamo e io ero caricato a pallettoni, pronto a dare il meglio di me a letto come mai avevo fatto – lei non mi accolse come fossi il suo campione dell’amore, ma come fossi ancora un vecchio amico di sua figlia o poco più. Nei suoi sorrisi non c’era più alcun tocco del peccato che tanto ci elettrizzava ma appena una semplice condiscendenza. E quando mi aprì tutti i varchi verso il suo corpo lo fece come a dire: tieni, sfamati pure, povero affamato, ma non ti offendere se io non mangio con te, che non ho più tanta fame.

In definitiva anche lei divenne fredda: ciò mi ricordò quando Ameba diventava un manichino nelle mie mani, quando facevamo l’amore e lei sotto sotto non voleva. Così me ne andai da quella casa sconsolato, con la coda tra le gambe, mortificato, già presago che ormai ero divenuto di troppo.

Il giorno dopo la madre di Ameba mi chiamò e mi disse che frequentava un uomo, un uomo ben più “grande” di me, della sua età, e che dunque i nostri incontri avrebbero dovuto diradarsi. Io mi sarei aggrappato anche ad averla una volta al mese, ogni due mesi, una volta l’anno!, pur di non interrompere definitivamente quei nostri congressi carnali. Però per fortuna mi resi conto che mi stava solo indorando la pillola e che dicendomi quelle parole mi voleva far capire che il tempo in cui la madre si scopava il ragazzo della figlia era terminato e non sarebbe più tornato. Così le dissi che non c’erano problemi e di chiamarmi lei quando fosse stata comoda. Lei mi ringraziò accoratamente per la mia “comprensione matura” e mi disse che sicuramente lo avrebbe fatto, quando sarebbe stato il momento. E io sapevo che quel momento non sarebbe più giunto. E infatti quel momento non giunse più.

Tuttavia ci fu una singolare appendice a quella storia in fondo squallida tra noi – squallida perché tutto sommato io, frustrato dall’avere una ragazza fredda come Ameba, mi ero gettato a pesce sulla madre, la quale in definitiva si era solo divertita a incarnare quel desiderio di sessualità proibita che in realtà non le corrispondeva, perché probabilmente lei era molto più simile ad Ameba di quanto volesse farmi credere… L’appendice fu questa… Quattro anni dopo, una sera, sul tardi, erano circa le quattro di notte, mi trovai a passare col motorino davanti un locale che sapevo essere un po’ equivoco, nel senso che si diceva che lì la gente si prostituisse bellamente, sia uomini che donne. A un tratto vidi sbatter fuori da un ingresso laterale proprio la madre di Ameba. Era semisvestita, piangeva, farfugliava cose incomprensibili. L’omaccione che le diede il benservito era un tipo calvo, sui cinquanta, molto robusto – sicuramente fascista, pensai nauseato –; dopo averla afferrata per i capelli non esitò anche a prenderla a calci dicendole chiaramente di non farsi più vedere, che lui non l’amava perché lei era una donna che “non valeva niente”.

Nemmeno il tempo di sbatterle la faccia sull’asfalto che quello era già rientrato nel locale. Dunque non potei neppure affrontarlo. Comunque lei l’avevo riconosciuta al volo, anche se aveva cambiato pettinatura protendendo per una quasi da vamp anni quaranta, che a dire il vero le donava molto.

Mi precipitai a soccorrerla. Il rosso del sangue si mischiava al rosso del rossetto. Lei non mi riconobbe all’inizio, sembrava piuttosto frastornata, e comunque era ancora completamente focalizzata su quell’uomo così cattivo che l’aveva respinta dichiarando di non amarla più. Con un retropensiero il mio cervello pensò che era proprio quello che si meritava una come lei: lei, sempre stata così utilitaristica, essere usata da un uomo senza scrupoli, per poi esser gettata via quando non serviva più, che poi non era quello che lei aveva fatto con me?

Ci misi un po’ a capire se preferisse essere portata all’ospedale, o in una caserma a fare una denuncia, o ancora a casa sua. Alla fine scelse l’opzione più comoda. A casa.

Mentre mi si stringeva alle spalle da dietro, sul motorino, capii che non nutriva alcun sentimento per me. Anche adesso che avevo assurto il ruolo di suo salvatore, era come non mi vedesse.

Mi invitò meccanicamente a salire da lei. Era ancora molto confusa. Io accettai più per controllare che non svalvolasse che altro. Poi, anche se non ne era minimamente in grado, cercò di farsi scopare, credo solo nel vano tentativo di prendersi immediatamente una rivincita su quella vita che l’aveva così delusa, bastonata e inaridita quella notte. Per dimostrarsi che era ancora buona e appetibile per qualcuno.

Ma in lei non c’era più niente delle cose che un tempo mi avevano così conturbato. Però scoprii che una parte di me era eccitata all’idea di rinfrescare quell’usanza di intimità. Così la scopai come voleva, mentre lei ancora piagnucolava pensando all’altro. Strano a dirsi, non me ne importò affatto.

La portai all’orgasmo anche se lei aveva la testa su Marte. Per me fu appagante. E quando lei, sempre per cortesia o altro, non insomma per le giuste motivazioni, mi chiese di rimanere a dormire, declinai il suo invito adducendo una scusa falsa, a cui comunque non si oppose minimamente perché non faceva reale differenza per lei se rimanevo o me ne andavo.

Pensai che avevo fatto la mia buona azione, me l’ero scopata e mi ero anche preso una sorta di rivalsa morale su di lei, perché io una donna non l’avrei mai trattata come lei si era fatta trattare da quell’uomo manesco.

Ameba sapevo che era in giro per l’Europa con l’Erasmus. Chissà se almeno lì, per una volta, avrebbe fatto la parte di quella non frigida. Temevo di no. Mi veniva da ridere a pensare a tutte le persone che raccontano sempre grandi avventure, grandi storie e delle volte grandi amori con l’Erasmus, mentre lei non avrebbe raccontato un bel niente, ne ero certo.

La Cecilia infuriata

Il 19 ero a letto. A fine giornata. E ripensavo a quella cosa.

Non mi ha risposto, riflettevo. Forse sono stato troppo duro. Sicuramente. Ah, ho paura di aver esagerato. Temo che adesso comincerà a non rispondermi più. Le lascerò dei messaggi e lei… non mi dirà nulla. Mi ignorerà. Che deficiente che sono. Una ragazza così intelligente, sensibile… Ecco, l’ho fatto di nuovo. Ho sabotato un potenziale bel rapporto, tra l’altro ferendo chi non se lo meritava. Sembra quasi che ogni tanto mi sia impossibile non farlo. Mi sono dato la zappa sui piedi. Perché lei mi piaceva. E molto. Spero di non perdermela per strada. Ma forse già ora è tardi…

Il giorno dopo interrompe il suo silenzio: si manifesta.

È anche peggio di quanto immaginassi: è infuriata. Scaglia le sue ire come fossero fulmini, quasi tutte incentrate su di me – la sfiga è che pure un altro le ha creato problemi proprio nello stesso momento e i nostri influssi nefasti devono essersi come accresciuti a vicenda.

Mi sale un senso di nausea dallo stomaco. Ohhh, no. Un’altra volta perdo una che mi interessa… Eppure capisco il suo punto di vista. Riesco a comprendere le sue emozioni. Non sa che io agli amici parlo francamente. Sono io quello strano che non ha usato il giusto tatto. Le mie critiche erano per dire che l’ho talmente in stima che mi aspetto il massimo da lei. Lei si è comportata in una maniera comprensibile. Avrei dovuto saperlo che se mi ponevo in quella maniera, che poteva sembrare aggressiva, lei si sarebbe risentita.

Avrei voglia di mollar tutto. Chiuder tutto, uscire – ma non si può nemmeno farlo perché siamo in quarantena! Andarmi a nascondere e non pensarci più. Ormai ho rovinato tutto… Ma la cosa che più mi addolora è che mi odi, e non avrei mai voluto crearle una reazione di questo tipo.

Oddio, mi ha già bloccato sul suo blog, che cazzo. Neppure posso scusarmi! Ma forse… Forse faccio a tempo a scusarmi per email. Forse lì si è dimenticata di farlo. Forse pensa che non sia necessario. Forse pensa che, essendosi palesata adesso così ostile nei miei confronti, alzerò i tacchi e me ne andrò.

Così, anche se il mio istinto era quello di allontanarmi al più presto da quella situazione che mi stava dando la nausea, mi affretto a scriverle per email.

Le spedisco la lettera. Non mi torna indietro nessun messaggio strano – una volta mi è successo (e non si trattava di un semplice “noreply”) – ma in fondo non vuol dir niente. Adesso non mi resta che attendere e sperare che legga e voglia perdonarmi. È una ragazza sensibile, forse apprezzerà la mia sincerità, anche se, per sua stessa ammissione, è un po’ permalosa, e me l’aveva pure detto di non stuzzicarla, invece io ho fatto il contrario, stupido che non sono altro…

Il giorno dopo controllo l’email col cuore in gola. Mi ha risposto! Oddio, che cosa mi dirà? Mi manderà affanculo ancora più poderosamente dicendomi di non importunarla più sennò mi denuncia… oppure accetta le scuse?

Lei è ancora molto arrabbiata ma… mi parla. Accetta il dialogo, che è un ottimo segno. Mi cazzia a dovere, mi avverte di non farla più incazzare. Sostanzialmente accetta le mie scuse, le quali forse non si aspettava proprio. Mi saluta dandomi appuntamento a domani, sul suo blog, dove, dice, concluderemo la vicenda una volta per tutte. Mi comunica pure l’orario in cui pubblicherà il suo articolo.

L’indomani mi reco ansioso sul suo blog. Ha scritto un lungo articolo. Non è affatto tenera. Mi chiedo come la devo prendere. Forse è una sfida per vedere come reagisco. Ieri mi sembrava mi avesse perdonato; adesso, almeno a giudicare da quel che trovo scritto qui, sembra ancora una tigre.

Io lo interpreto come una prova. Se mi offendo, dopo che io l’ho offesa per prima, è finita. Ma io non mi offendo perché capisco il suo punto di vista e mi sento anzi ancora mortalmente dispiaciuto per aver fatto star male una persona sensibile come lei facendole scrivere questo sfogo pieno di rabbia. Allora mi tocca di rispondere…

Incrocio le dita e parlo col cuore. Butto tutto me stesso in quelle parole. Così, se lei ha un cuore buono, come credo, mi perdonerà, sennò vorrà dire che in fondo pure ieri non mi aveva affatto perdonato e voleva solo vendetta.

Fortunatamente mi sembra che il lungo discorso mi riesca bene. Sono sorpreso anche io. Avrei potuto bloccarmi, come delle volte mi capita quando avrei un mucchio di cose da dire e la testa mi va in cortocircuito. Ma non è successo.

Lei risponde pochissimo, indirettamente. Ma mi ha perdonato. Oh, sì!

Glielo avevo detto, per email: se superiamo questa crisi, saremo uniti per sempre. È andata così.

Arthur Machen: La piramide di fuoco

Arthur Machen è uno degli scrittori inglesi che Alan Moore ha più in stima. Per cui, in questo periodo di quarantena, è stato il suo il secondo (o era il terzo?) libro che ho scelto di leggere in formato digitale.

La piramide di fuoco è una raccolta di racconti dell’orrore che parlano di oscuri avvenimenti che accadono a persone che sempre inesorabilmente muoiono o impazziscono (vi ricorda qualcosa?), talvolta in maniere splatter/pulp (vi ricorda qualcosa?), ma non per via di altri uomini bensì a causa di inquietanti, arcane figure non ben identificate probabilmente più vecchie della razza umana (vi ricorda qualcosa?), denominati il piccolo popolo…

Avrete capito che Machen può considerarsi precursore e ispiratore di Lovecraft in persona, il quale infatti lo conosceva, lo stimava e lo lodò molto.

Se amate il terrore esoterico-pagano, potete provare a leggerlo.

Se mi chiedete un confronto tra Machen e Lovecraft, posso dirvi che il secondo – almeno a giudicare da questo singolo breve romanzo – lo trovo più terrorizzante e disturbante del primo, il quale in un certo senso mi pare più “classico e controllato”.

Insomma, con Lovecraft rischiate che vi parta proprio la brocca, come fu per lui, che sembrava parlasse di cose vere, non false, di cui in qualche maniera sapesse davvero. Forse con Machen questo non accadrà (ma, ripeto, il mio è un giudizio assolutamente sommario e parziale).

machen

La Ragazza Meraviglia nell’era di Apocalisse

…E poi un giorno giunse l’Apocalisse (l’era di Apocalisse)! Nessuno se ne era accorto per tempo, nonostante i numerosi segnali annunziatori, come l’invasione delle locuste. Nonostante morgan e bugo… Nonostante… (chi scrive neppure si ricorda più quali fossero gli altri segnali; per dire quanto la pandemia assunse un ruolo centrale nell’esistenza globale e cancellò tutto il passato!).

Certo, poi incombeva sempre quella certa questioncina di quel certo asteroiducolo che forse avrebbe spazzato via la Terra dalla faccia del Sistema Solare, ma la gente era tutta rinchiusa dentro casa e se ne sbatteva il cacchio, in barba agli Avanguardisti Testimoni di Genova della Chiesa Sacra del Nuovo Millennio Millenario, che lo avevano sempre sostenuto nei loro bigliettini da visita… (Tra parentesi poi un giorno l’asteroide venne, ma siccome nessuno se lo inculava di pezzo, esso decise di non distruggere la Terra come avrebbe benissimo potuto fare; sarà al prossimo giro, semmai, pensò insolentendosi quell’ammasso di rocce provenienti dallo spazio siderale di Star Trek che per non farsi mancare niente era anche scappato da un buco nero e poi si era fatto un viaggetto nel tempo. Ma lassiam perdere che questa è tutta un’altra storia, non mi sembra il caso oggi di narrare le strabilianti avventure di Aster, l’asteroide gibboso…).

Insomma, c’era un gran casino sulla Terra, proprio bello grosso! Ma, a sorpresa, la Ragazza Meraviglia si rese conto che lei non stava male, lei non si lamentava (almeno una volta che poté risolvere la problematica inerente il reperimento della carta igienica). Dirò di più: lei stava pure meglio! Meglio del solito, e meglio di tutti gli altri esseri viventi e real-cyborg che infestavano il mondo.

Il suo superpotere di sopravvivere alla merda era infine emerso: nella fine imminente, lei se ne sarebbe sbattuta il bubbolo. Lei aveva già dato ampiamente prima, quindi che cosa poteva esser per lei una semplice pandemia mondiale? Lei, essendo preparata già al peggio, si rese conto che era la persona che più di tutte la vedeva “rosa”.

E forse un giorno il mondo avrebbe avuto bisogno di lei e del suo superpotere per sfangarla, questo lei lo sapeva, sì. Ad ogni modo, per ora si godeva quella santa pace…

🙂

Merav

Fido (film)

In un’alternativa America anni ’50 o giù di lì, accade un evento (una nebbia radioattiva?) che fa sì che la gente che muore diventi zombie. Così ci si ritrova pieni fino al collo di questi morti viventi. Allora che fare?

Ovviamente qualche imprenditore dritto pensa subito di inventare un collare in grado di calmarli, per utilizzarli praticamente come schiavi. Se il collare però si rompe o è difettoso? E se poi finisce che ci si affeziona a quegli zombie? E se qualcuno se li tromba pure?

Penso spesso a quanto sia incredibile che il concetto di zombie sia entrato così in profondità nella cultura americana (e di conseguenza anche mondiale). Anche a me divertono… ma perché questo successo?

Horror carino. La cosa migliore è la caratterizzazione dei personaggi e del mondo creato. Talmente efficace che affermo senza paura di smentita che da questo film avrebbe potuto tranquillamente trarsi una bella serie.

Altra nota positiva: in uno dei ruoli principali compare quella mora di cui all’epoca ci innamorammo tutti, in Matrix (se non erro lì si chiamava Trinity), qui ormai donna matura, milf con prole al seguito. Felice di averla rincontrata.

🙂

fido

https://www.raiplay.it/video/2018/03/Fido-6c6ecdf3-a57c-416b-811b-c91dde90d5ff.html

Laila: Diciottanni

Sembra quasi che si debba per forza passare per certe fasi della vita. Ricordo bene i miei diciotto anni. Se potessi tornare indietro mi darei un sacco di consigli su cosa fare e come essere e a cosa dedicarmi.

[…]

Purtroppo ci sono errori che si fanno – per ignoranza – da cui non è più possibile riprendersi, una volta che sono stati compiuti. Non si torna più indietro e la tua vita si divide nel prima e nel dopo quell’evento. In tale ottica, il mio destino appare segnato, come è sempre stato.

laila18