Alan Moore: Jerusalem

Per parlarvi di questo libro procederò ad “accumulazioni successive”, come nello stile del libro.
Conta 1534 pagine! È il libro più lungo che abbia mai letto – e non credo che in vita batterò mai questo record. Più lungo anche della trilogia del Signore degli anelli (che comunque erano tre libri separati che narravano una comune storia). Per di più è scritto anche “piccolo”, così una sua pagina può valere anche due o tre pagine di un altro libro. Riuscite a capire quanto possa essere esteso?!
Ho impiegato quasi tre mesi per leggerlo. E credo che difficilmente qualcuno potrebbe metterci di meno. Sia per quanto è lungo e sia perché i capitoli e i personaggi che vi si trovano sono tutti collegati. Dunque si deve concedere molta attenzione ai fatti che accadono perché sicuramente verranno citati o comunque saranno intersecati con altri nei capitoli successivi.
Adesso vorrei sapere quanti sono coloro che lo hanno acquistato e sono riusciti a leggerlo tutto non facendosi stroncare dalla sua mastodontica mole…
Per almeno metà del libro mi sono interrogato circa il perché di questa dimensione gigantesca. Cioè, dato che il libro è sostanzialmente diviso in tre grossi macro parti, mi sono chiesto come mai non si fosse scelta la soluzione di presentarlo come tre libri separati. Fosse stato così sicuramente il lettore ci avrebbe guadagnato in comodità. Difatti il libro è molto disagevole da leggere, sopratutto per uno come me che predilige leggere da sdraiato. Dunque ci ho impiegato un po’ a trovare le posizioni giuste. E questo ha rappresentato un altro grosso problema, oltre all’impegno che ho dovuto dedicarvi per lunghissimi giorni. Perché capirete che un libro del genere richiede una dedizione quasi totale da parte del lettore. Una fervente dedizione.
Mi sono interrogato parecchio, dicevo, sul perché non sia stato diviso in tre tomi. Per prima cosa, lo ammetto, ho dubitato del grande Alan e mi sono detto: Alan Moore s’è rincretinito! Voleva fare il suo capolavoro… e invece ha perso totalmente il lume della ragione producendo questo affresco talmente ampio e slegato che è quasi impossibile da leggere! Ma che voleva fare come Joyce?! Oppure siamo nel caso di Herman Hesse, che si mise a tavolino pianificando di scrivere il suo capolavoro: poi però gli è venuto fuori “Il giuoco delle perle di vetro”, che praticamente è un’opera della vecchiaia, molto al di sotto della bellezza espressa in “Narciso e Boccadoro”, come pure ne “Il lupo della steppa”…
Ho pensato che fosse stato Alan a volerlo presentare così. Si sa che gli artisti sanno essere molto eccentrici, sopratutto se sono famosi o ricchi o molto bravi o egocentrici o stregoni.
Una volta terminata la prima parte, su questa questione mi ero fatto le idee più chiare, anche se ero ancora lontano dalla verità. Avendo trovato la prima parte molto eterogenea, ho capito che di certo l’editore di questo libro possa aver pensato che un lettore medio non avrebbe mai comprato la seconda parte, visto che la prima è così poco lineare e rimane ostica. Tra l’altro, la seconda sezione sembrava al principio non procedere su questo registro perché per gran parte del suo dispiegarsi segue un gruppo di personaggi da un certo momento in poi e sembra non abbandonarli più. Ma è solo un’illusione. Poi la storia si frammenta ancora fino a tornare a quel caos che era all’inizio…
A un certo punto ho capito che l’unica logica presentazione di quest’opera non poteva che essere questa, sia dal punto di vista dell’editore, che da quello dell’autore. Difatti la storia è troppo variegata per potersi permettere il lusso di frazionarsi ulteriormente in tre tomi invece che in uno.
Veniamo alla storia. Scopriamo che Northampton-Mansoul-Boroughs è per certi versi il centro del mondo, oltre che dell’Inghilterra. Difatti qui sono accadute delle cose destinate a influenzare il corso del tempo e del mondo. Compaiono un mucchio di personaggi più o meno importanti – ecco, sicuramente si poteva fare una maggiore scrematura e il libro ne avrebbe guadagnato in snellezza e ci sarebbero state meno interruzioni di pathos –, tra cui anche personaggi reali, quali William Blake, James Joyce, Charlie Chaplin (!), Samuel Beckett, Cromwell e compagnia danzante. Compaiono anche molti membri della famiglia dello stesso autore (!), talvolta mascherati, talvolta praticamente pari pari. Compare lo stesso autore il quale però si è divertito a celarsi dietro le spoglie di una vulcanica artista drogata che difatti fa con le sue opere quello che lui ha fatto assemblando il libro.
È difficile definire questo libro: è sicuramente ispirato alle opere di Joyce. È sicuramente un libro fantastico, e anche di fantascienza, visto che compaiono angeli e demoni – ma non propriamente nelle forme in cui siete abituati a conoscerli –; si parla del tempo e dello spazio aderendo alla teoria che prevede che in realtà tutto sia già stato scritto, e dunque sia inevitabile; che tutto lo scorrere del tempo sia come un nastro con le sue immagini già registrate, e siamo solo noi che abbiamo la percezione che scorra a una certa velocità. Da ciò ne consegue che neppure esisterebbe realmente il libero arbitrio!
Per gran parte del libro i personaggi trascorrono il tempo praticamente elucubrando e passeggiando per quei vicoli che col tempo mutano. Questo mi ha un pochino rotto le scatole.
Altro aspetto di cui non vado pazzo, ma che comprendo benissimo, sono state le numerosissime descrizioni, di tutti i tipi, che vi si trovano – difatti, come saprete, in una narrazione, a me interessano quasi esclusivamente gli aspetti psicologici dei personaggi, non il resto –, sia delle strade del quartiere centro dell’universo, sia degli eventi soprannaturali che compaiono che dunque necessitano di spiegazioni e approfondimenti extra per essere compresi da un comune mortale che non li ha mai visti accadere.
Da un punto di vista tecnico trovo che Alan Moore sia anche molto migliorato come scrittore di romanzi, per come me lo ricordavo. Secondo me qui mostra di aver raggiunto una maturità tale che gli permetta di scrivere praticamente di tutto quel che vuole e come vuole. In passato alcuni suoi scritti sembravano non impeccabili e non funzionalissimi – non mi riferisco ai fumetti, ma proprio ai testi letterari. Invece qui trovo che abbia fatto un definitivo salto di qualità.
Non è un libro per tutti. Per questo non lo consiglio a tutti. Comunque è evidente che se l’ho terminato mi sia sostanzialmente piaciuto. Ed è stato anche molto, molto meno gravoso da leggere – ma c’è voluta una gran costanza! – rispetto ad altri libri, che infatti non ho terminato, oppure rispetto ad altri che ho terminato con molta fatica, tipo “La montagna incantata” di T. Mann, lungo forse un terzo di questo libro, in cui, a meno della metà, non facevo che ripetere: ma quando finisce?! Che palle-che palle–che palle! Perché allungare così a dismisura la storia?! Che senso ha?!
In definitiva, anche se per abitudine prediligo sempre il cartaceo rispetto al digitale, in questo caso credo possa essere enormemente più agevole leggere una versione elettronica rispetto a una solida. Dunque vi do questo consiglio.
Il difetto principale del libro, oltre al fatto che avrebbe potuto essere molto meno prolisso e dispersivo, riguarda secondo me il fatto che nella storia c’è un certo personaggio che dovrebbe prima o poi uccidere qualcuno per conto di un diavolo, anche se non vuole farlo. Si fa un gran parlare di questo evento che accadrà e lo si aspetta con attesa per tutto il libro. Poi quando accade ci capisce un po’ che si è stati preso per il culo. Nel senso che quando quella cosa accade, in realtà era già avvenuta quando nessuno se la poteva aspettare. O le cose sono andate così oppure mi sono perso qualcosa e non ho capito un cazzo.
Mi chiedo come abbiano preso i concittadini di Moore, di Northampton, questo libro dedicato al loro quartiere d’origine…
Se Alan Moore fosse nato a Roma non avrebbe scritto un libro di 1534 pagine impiegandoci dieci anni, e forse starebbe ancor adesso a scriver un’opera infinita che lo avrebbe sfinito e fatto uscire di senno. Dunque buon per lui che sia inglese e non romano! 😀

asmodeus

La separazione dei grandi

Le liti si accentuavano sempre nei week end, o comunque nei giorni di festa. Sembrava che i grandi non vedessero l’ora di rovinargli le sospirate interruzioni dalla scuola.
Era una domenica quando i genitori di Ninetto si chiusero in camera da letto e cominciarono a parlottare fitto fitto.
Ninetto prevedeva tempesta. Sperava di sbagliarsi, ma non sbagliava.
Cercò di non origliare: non tanto perché non volesse apprendere cosa dicevano o non fosse curioso, ma solo perché più ne avesse saputo più gli sarebbe venuta l’ansia.
Ninetto si mise a giocare con i pupazzetti, ma ciò non servì a slacciare la tensione. Ogni tanto percepiva qualche esclamazione del padre, tra l’incazzato e l’esterrefatto, mentre la madre parlava ininterrottamente, ma cercando di tenere il tono molto basso. Rivelava ormai senza alcun argine: sembrava avesse deciso di raccontare la storia intera della sua vita. E quella storia non piaceva per niente al padre, su questo non c’erano dubbi.
Ninetto intuì perfettamente di cosa parlavano. Era piccolo ma a certe cose ci arrivava ugualmente.
Giunti all’ora di pranzo, la situazione non era cambiata. Ninetto aveva una fame da lupo e i suoi genitori erano ancora lì trincerati a discutere. Normalmente sarebbe andato alla loro porta, avrebbe bussato e chiesto quando si sarebbero decisi a preparare qualcosa da mangiare – che poi neppure era avanzato nulla dalla sera prima perché avevano preso la pizza –: ma in quel momento l’ultima cosa che voleva era avvicinarsi a quei problemi che, anche se loro volevano tenere reclusi in quella stanza, era praticamente certo che prima o poi sarebbero usciti da quei modesti margini investendolo in tutta la loro possanza.
Ninetto provò a trattenere la fame, ma era troppa per un bambino piccolo come lui. Così infine decise di avventurarsi in cucina, col rischio che uno dei genitori da un momento all’altro avesse aperto la porta della camera da letto sorprendendolo, sormontandolo con quei brutti demoni del vaso di Pandora.
Ninetto prese del pane secco, arraffò la confezione di biscotti, si tagliò un pezzo di crostata e si versò un bicchiere di latte. Gli ci vollero due viaggi eseguiti il più velocemente possibile per spostare tutta quella roba nella sua cameretta; e poi aggiunse anche un pacchetto di patatine fritte prese dalla dispensa dei cibi sfiziosi.
Ninetto si gettò avidamente su quel cibo. Poi, appena terminato, sentì che si scatenava qualcosa nella camera da letto. All’improvviso la madre uscì dalla stanza precipitandosi in bagno, chiudendosi dentro a chiave. Il padre la inseguì minaccioso urlandole qualcosa. Bussò alla porta pesantemente per un paio di volte. Avrebbe benissimo potuto buttarla giù. Quella porta era così esile… Ma si vede che lui stesso fu spaventato dalla propria reazione incontrollata. Per questo prese subito il soprabito dall’attaccapanni e uscì di casa. Lo faceva spesso per sbollire la rabbia, quando se ne sentiva davvero colmo.
La digestione di Ninetto si bloccò. Gli si chiuse lo stomaco. E da quel momento quel che aveva mangiato fu come un insormontabile peso dentro lui che Ninetto non fu più in grado di smaltire, che gli rimase lì per delle ore, per molto più tempo del normale.
In quel momento Ninetto pregò Dio. Gli disse: ti prego, fa che non succeda a me!, fa che non tocchi proprio a me! ti prego, farò il buono, ma non farli separare!
Sarebbe piaciuto anche a lui prendere e partire come il padre, lasciandosi alle spalle i problemi. Ma per andare dove? Ninetto non aveva posti alternativi dove andare. Così non gli rimaneva che restare in quella casa in cui l’atmosfera si era fatta insostenibile.
Ninetto, autoreclusosi nella sua tana-cameretta, sperò di non esser obbligato a uscire di lì per delle ore. Gli ci voleva qualcosa per ingannare il tempo, però. L’attesa del destino che lo attendeva lo consumava a mo di stillicidio. Inoltre voleva nascondere lo sguardo. Era certo che la mamma prima o poi sarebbe venuta a cercarlo, anche perché si sarebbe ricordata che l’ora di pranzo era passata e lei non aveva preparato nulla. Allora Ninetto si accese il computer, caricò un gioco e ci cominciò a giocare. Aveva la faccia schifata. Non si divertiva affatto. Ma perlomeno, se un adulto fosse venuto a tirarlo fuori dal suo nascondiglio, avrebbe potuto far finta di essere molto impegnato, così poteva anche non guardarli negli occhi.
Dieci minuti dopo Ninetto udì la chiave della serratura del bagno che scattò. Cinque secondi di pausa. E dopo la porta si aprì. Trenta secondi dopo la madre, evidentemente sconvolta ma che si sforzava di mostrarsi normale, fece capolino dalla sua stanza e gli disse se aveva mangiato, che gli preparava qualcosa. Ninetto le disse che lui aveva già mangiato. La madre, con un’aria tramortita – forse consapevole di aver perso tutto –, si diresse verso la cucina. Si fece due uova, affettò dei pomodori che condì con olio e sale, e affettò due fette di pane casareccio. Quello fu il suo pasto sbrigativo. Anche lei doveva temere il ritorno del consorte e padre di Ninetto da un momento all’altro. Così, probabilmente fu per evitare ulteriori discussioni che, una volta terminato di mangiare, si accinse a preparare un contorno di verdure cotte, un primo piatto che avrebbe potuto essere trangugiato anche freddo e cosse delle fettine di carne in padella.
Circa due ore dopo rincasò il padre di Ninetto. L’atmosfera era ancora carica di tensione, ma per fortuna tutti quanti si erano calmati. I genitori si ritrovarono ancora in camera da letto, ma stavolta non chiusero la porta, come a dimostrare e dimostrarsi che avrebbero dovuto discutere come persone civili. Ninetto li senti parlare del più e del meno, ma soprattutto rimanere in silenzio mentre guardavano il programma della domenica in tv.
Il lunedì Ninetto dovette tornare a scuola, ma per una volta fu contento di farlo, così non avrebbe pensato a tutte quelle brutte cose. Avrebbe cambiato aria e il rivedere tutti i suoi amichetti gli avrebbe fatto bene.
Alla sera Ninetto si ritrovò in casa a cenare con i suoi genitori, che ora sembravano molto calmi. Ma non era la parola esatta, “calmi”. Forse erano stanchi, pensò Ninetto. O perlomeno dispiaciuti. Il padre sembrava più che altro arrabbiato, seppur ammansito. La madre sembrava mortalmente mortificata.
Quando Ninetto doveva ancora finire di mangiare – gli avevano fatto trovare i cibi che gli piacevano di più, le patatine fritte fatte in casa e le cotolette panate e la pasta al sugo –, la madre di Ninetto, forse proprio temendo che dopo non sarebbe stato più tanto agevole parlare con lui, gli disse:
«Ninetto, ti sarai accorto che io e papà non andiamo più tanto d’accordo…»
Ninetto sapeva cosa voleva dire quel discorso. Sapeva che era solo l’introduzione per quello che sarebbe seguito. E lui non voleva ascoltare il seguito. Così, mostrandosi molto contrariato, si alzò da tavola all’istante e si andò a chiudere in camera sua, a chiave, benedicendo il fatto che per l’appunto all’epoca si era deciso di accessoriare anche la sua porta con una serratura funzionante, anche se lui era solo un bambino e teoricamente non ce ne sarebbe stato bisogno.
La madre bussò cercando di farlo uscire ma non c’era nulla da fare. Sapevano entrambi, i suoi genitori, che Ninetto non sarebbe più uscito.
Nelle ore precedenti il padre e la madre avevano parlato ancora. Alla fine avevano deciso di prendere una decisione dolorosa e drastica, che ormai a loro pareva inevitabile. Il padre aveva imposto alla madre di dirlo lei a Ninetto, dato che a sua detta era stata colpa sua se ora accadeva quel che accadeva.
Passarono due giorni in cui tutti cercarono di fare finta di nulla. Due giorni in cui Ninetto cercava di sbrigarsi a mangiare per scongiurare che quel certo discorso venisse completato. Se fosse stato completato, per Ninetto non ci sarebbe stata più speranza…
Ma si vede che la reazione di Ninetto smosse qualcosa negli animi degli adulti. Così si dissero di rimandare, per il momento: di non essere troppo avventati. E in seguito, nonostante altre liti feroci, decisero di rimanere assieme.
Per fortuna in quella casa c’erano delle porte che potevano esser chiuse, per lasciare di fuori cose o persone che non sarebbero dovute entrare, sennò tutto sarebbe andato anche peggio.

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Delirius Dementhia: Esosa taccagna

È taccagna persa. Per risparmiare un centesimo si dannerebbe l’anima, non ci dorme la notte. Però in lei alberga una febbre consumistica ben peggiore e delle volte ha comprato dei prodotti superesosi che erano una palese fregatura perché non ha saputo resistere o le sembrava di guadagnarci. Come quella volta che è tornata con due buste piene di spesa da un supermercato vicino casa di una sua amica. Quando a vederla mi sono manifestato sorpreso, mi ha detto: stava tutto a un euro!; ho comprato un sacco di cose vantaggiose! Poi sono andato a controllare ed è venuto fuori che non c’era neppure un prodotto che valesse la pena acquistare a quella cifra. Un esempio su tutti: uno speciale sapone rinfrescante, di 250 ml, per lavarsi i piedi! Ma vaffanculo. Non ce l’hai il cervello?!
Una volta smaniava per avere un “luogo solo per sé” – eh, lo so io cosa avrebbe voluto farci! – così si è comprata un sottoscala che però aveva un piccolissimo difetto: rimaneva sempre impregnato di puzza di merda. Lei lo aveva pure notato al momento dell’acquisto, ma ha voluto prenderlo lo stesso. Pensava che fosse una “situazione momentanea”, mi ha detto dopo. Morale della favola: tre mesi dopo se l’è venduto rimettendoci il cinquanta per cento. La puzza di merda era insopportabile – anche per lei.
Oppure c’è stata quella volta che ha comprato, a una televendita della tv, un… materasso. Tutti sanno che certe cose non si possono comprare a scatola chiusa perché vanno testate! Ma lei ignora questo importante precetto. Così si è presa la sola anche qui. Il materasso era davvero confezionato male e troppo scomodo. Per liberarsene lo ha “generosamente donato” ai poveri. Immagino quei poveri poveracci a cui è toccato in sorte le maledizioni che le hanno mandato per quel prodotto di scarto di così pessima qualità…
Una volta c’era un prodotto che andava cercando con insistenza a destra e manca per negozi, per qualche motivo non si trovava più. Allora gliel’ho cercato su internet di mia iniziativa. L’ho trovato e le ho detto che glielo potevo prendere. Pensavo che avrebbe accettato, ma sapete lei cosa è stata capace di dire: non lo prendere!, non mi fido delle cose che vendono in internet!
Però si fida della cose che vendono alla tv!?!

esosa

Sogno #97: I due fratelli derelitti

Era successo qualcosa ad Azrael e a Nemesis. Ma nessuno sapeva cosa. A ogni modo, era certo che fossero caduti in forti disgrazie economiche. Per prima cosa si erano riuniti, e ora praticamente apparivano sempre insieme; e dire che ciò non accadeva da quando erano bambini. Rispetto ad allora però era cambiato tutto: si era tutto come imputridito, accartocciandosi su se stesso.
Camminavano per ore per il rione, battendolo costantemente alla ricerca di spicci. Fermavano ogni persona che incontrassero e gentilmente ma fermamente chiedevano l’obolo.
Nemesis passava in rassegna ogni cabina telefonica spingendo il pulsante del resto con allucinato vigore. Stranamente adesso Azrael appariva quasi più assennato di Nemesis, quando invece non lo era mai stato. Azrael chiedeva l’elemosina come discorresse di qualche argomento superfluo al bar con gli amici. Invece Nemesis, che forse per la preoccupazione della loro condizione aveva avuto un crollo più netto e visibile, appariva ora perennemente frastornato, sembrava poco lucido, faticava a parlare, strascicava le parole. E guardava la gente come se da quell’offerta fosse dipesa la sua intera esistenza: come se oramai fosse giunto, per lui e il fratello, il momento concreto di rischiare di morire di fame.
I primi tempi si incontrava prima l’uno e poi l’altro, in rapida successione, a distanza di pochi passi, e si subivano le loro stesse identiche richieste. Ma poi la cosa prese uno stranissimo andazzo. Forse perché qualcuno si lamentò di loro – infatti c’è da dire che Azrael, già per conto proprio, era capace di duplicare la propria richiesta, se per esempio avesse incontrato la stessa persona due volte nella stessa giornata, anche se magari, lui e la persona, si fossero limitati solamente a fare il giro d’un palazzo. Così poi accadde questo mutamento… Nemesis faceva come da battistrada, ed era lui che chiedeva l’elemosina fattivamente, mentre suo fratello lo seguiva nelle retrovie, placido, quasi riflessivo, a una ventina di passi da lui, osservandolo mentre si prodigava per racimolare del denaro per tutti e due.
Poi un giorno si persero le tracce di entrambi. Un tale disse di aver visto Nemesis, a notte fonda, che si dirigeva a piedi, con un’espressione più stravolta del solito, al limite del rione, verso l’aperta campagna, con, a distanza di qualche decina di metri, il suo ormai silente fratello che gli si accodava sempre come fosse stato un cane fedele. E quella fu l’ultima volta che i due vennero avvistati.
Una volta scomparsi, nessuno li rimpianse e presto anche gli anziani persero memoria di loro. Come non fossero mai esistiti davvero.

La ragazzina topo

L’avevo notata. Prendeva l’autobus con me tutte le mattine per andare a scuola. Non era bella, aveva uno sguardo severo, però era intrigante. E aveva dei seni molto grossi, almeno una terza, se non una quarta. E si tenga presente che era una ragazzina di circa quattordici anni.
Però lei proprio non mi cagava. Una volta avevo provato a dirle una cosetta, del tipo se si voleva mettere seduta, e avevo fatto il gran gesto con il braccio di cederle il posto. Ma lei mi aveva guardato con un’espressione talmente di superiorità – e non mi aveva neppure risposto! – che mi aveva fatto capire precisamente quanto mi considerasse uno zero. Eppure ero carino, molto più di lei! E avevo anche un anno se non due di più, e quindi avrebbe dovuto rispettarmi.
Da allora non la guardai più. O meglio non la guardai più quando pensai che lei avesse potuto accorgersene, mentre in segreto le guardavo ancora quel bel corpicino che aveva con quelle tette così abbondanti.
Ci ero rimasto male… Come osava? Non solo mi aveva rifiutato, che pure quello sarebbe stato comprensibile poiché siamo tutti diversi e ci poteva essere il caso che non le fossi piaciuto, anche se non vedo perché avrebbe dovuto esserci, perché non avevo nulla che non andava, ero carino, timido, cortese, simpatico e intelligente più dei miei coetanei, quindi nessuna avrebbe dovuto mai respingermi! …Ma sopratutto a farmi arrabbiare era stato quel suo sguardo superiore, sdegnato, come fosse stata una nobile che non avrebbe mai accettato di camminare sul cappotto di un povero popolano che glielo aveva appena disteso a terra per non farla bagnare con l’acqua di una pozzanghera! Quello sguardo era cattivo, insolente, inammissibile!
Anche se in seguito forse in parte venni a conoscenza di una seppur minima scusante per lei e il suo atteggiamento nei miei riguardi. Il fatto era che lei era cotta persa di un ragazzino. Quando lo vedeva gli si illuminavano gli occhi, cambiava totalmente espressione e diveniva sorridente, mentre solitamente lei aveva sempre quel suo piglio piuttosto severo e altezzoso. E allora sì che si rivelava in lei la sua vera natura popolana, e anche piuttosto ottusa. Perché tra l’altro quello la trattava pure male, delle volte la insultava, le diceva le parolacce. Ma lei, scema come era, se le prendeva tutte le parolacce, mostrava di non adirarsi mai, perché le diceva lui!, non perché era buona e non si arrabbiava mai con nessuno; se ne stava lì quasi felice che lui l’avesse presa a parolacce, perché evidentemente si voleva sforzare di dirsi che era già tanto se lei aveva il privilegio di parlare con quello e il suo amico, e che certo ciò rappresentava un buon punto di principio per arrivare un giorno a mettersi con lui.
Lui era un ragazzetto biondo naturale – per questo si poteva considerare molto bello – piuttosto tondetto e bassino, a dire il vero, che non sarebbe mai cresciuto troppo. E però era un ragazzo di strada, e si vedeva. E quando non usava l’autobus – che prendeva volendo risparmiare sulla benzina – veniva sul suo motorino, di cui andava molto fiero. E sapeva pure fare le impennate.
Un giorno la vidi impegnarsi più del solito nell’insensata idea di poterselo rimorchiare. Allora si tolse il maglione dicendo che aveva caldo. A me uscirono gli occhi fuori dalle orbite perché lei aveva proprio delle bocce belle grosse. E lei lo sapeva, e sapeva l’effetto che facevano sui ragazzi, e lei stessa era persuasa di avere un bel seno, per questo lo aveva voluto mettere in mostra davanti al biondo e il suo amico, anche lui con la faccia un po’ di topo come lei. Ma il biondo non si dimostrò interessato, mentre il suo amico invece un poco impallidì. Il biondo anzi, comprendendo subito il suo proposito nascosto, le disse sprezzante: che fai, ti scopri?, che troia che sei! E lei rispose al suo ghigno sorridendo ancora una volta, come una bambina felice ormai prossima dall’avere un cono gelato come dono. Mandò giù l’insulto e ne fece un anello di fidanzamento. Poi le si sciolse la lingua e potei sentire la sua voce cercare nuovi elementi di conversazione comuni che invece il biondo non considerava tali e infatti le rispondeva a monosillabi.
Osservare tutto ciò e sentire le sciocche infantilità con cui cercava di concupirlo mi dava la nausea. Così, presto smisi anche di ritenerla carina, o perlomeno intrigante. Capii che al mondo c’erano tante femmine, ma certe erano solo femmine, e avrebbero potuto essere mucche, giumente o chissà cosa, ma sempre e solo quello sarebbero state; mentre solo poche erano ragazze davvero, con un cervello, un’anima, un cuore davvero pulsante. E io dovevo guardare e tendere solo a queste ultime e non dovevo farmi irretire dalle fattezze fisiche e dagli atteggiamenti ambigui di quelle che erano solo femmine.
Hildita in quel periodo ancora non la conoscevo.

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