Povero bambino

Povero bambino.

Piccolo.

Avrà cinque anni, forse quattro.

Forse sembra solo più piccolo.

Forse è ritardato.

Piange spesso.

Di giorno e di notte.

Povero bambino.

Non parla.

O meglio non sa parlare l’italiano.

Ma nemmeno la sua lingua d’origine.

Per questo non fa che articolare suoni che somigliano più che altro a vocalizzi.

Povero bambino che non può neppure spiegare il suo malessere.

Povero bambino, figlio di famiglia povera, di immigrati.

Povero bambino che si sveglia la notte piangendo perché qualche caprone drogato del suo nucleo familiare non ha proprio potuto rinunciare a farsi di qualcosa.

Povero bambino con la tosse ormai divenuta cronica.

Non dovrebbe viver lì.

Non dovrebbe stare in quell’ambiente così insalubre.

Attorniato da gente che non pensa minimamente alla sua salute psicofisica.

Povero bambino, che si deve inventare come giocare.

Come passerà tutto il tempo se non possiede giocattoli e spesso non vede neppure altri bambini piccoli immigrati e miserabili come lui?

Povero bambino che sta sempre con una madre frustrata a cui spesso girano le scatole.

Così, quando lui piange, lei gli urla contro per farlo smettere.

Delle volte si sente la testa del bambino che sbatte sul muro e poi subito lui che piange.

Non credo che sia così distratto e goffo da procurarsi da solo quegli infortuni continui.

Credo invece che sia la madre, sempre incazzata col mondo per la propria condizione di donna sottomessa e rassegnata, che sfoga il proprio odio su lui poiché è l’unico che le è sotto in gerarchia.

Certo, quando il bambino crescerà le cose cambieranno.

Ma nel frattempo lei esercita quel sordido potere violento esattamente come i maschi lo esercitano su lei, e come il bambino un giorno, crescendo, potrà esercitare su tutte le donne del suo clan.

Povero bambino, negretto.

Finché è piccolo verrà visto dalla gente con simpatia.

Da grande lo guarderanno storto poiché negro.

E anche lui, sempre se arriverà un giorno a diventare un uomo, pure lui comincerà a ragionare nell’ottica del “noi” e del “loro”.

Una mattina ho visto il padre che se lo portava via, letteralmente.

Era un uomo nero con gli occhiali, vestito all’occidentale, come un colletto bianco, con le scarpe da geometra e la cinta ai pantaloni, non come i suoi compatrioti.

Se l’è caricato su una spalla come se il piccoletto fosse un pacco.

Una volta ho visto un macellaio portare un maialino morto a quel modo.

Il bambino, che doveva essere abituato a quel trattamento, messo a pancia sotto, non fiatava.

Chissà dove se l’è portato.

Chissà se gli ha fatto qualcosa.

Potrebbe usargli violenze di ogni tipo, chi mai lo scoprirebbe?

Chi mai farebbe sentire la sua voce muta?

Povero bambino senza futuro.

Se non ce l’ho io, un futuro, figuriamoci lui.

Povero bambino, nero, che non sa parlare, infelice, che piange sempre, con la tosse cronica per le schifezze che gli fanno respirare, senza amici, a cui non è concesso neppure di piangere quando è infelice.

Povero bambino, non amato dalla madre, scarto della società. Ultima ruota del carro della sua comunità di trogloditi. Che subisce da tutti.

Non ha scampo. Può solo sperare in qualche modo di sopravvivere. E poi un giorno crescere e scappare in una realtà meno dura.

Ma ce la farà mai ad arrivarci? In questo momento il suo futuro appare immutabilmente già segnato.

The staggering girl

Un cortometraggio di Guadagnino di una mezzoretta che però davvero sembra un film in miniatura per come è realizzato, dato l’abbondante traboccare di emozioni e suggestioni.

Una donna di mezza età, una scrittrice americana, si reca in Italia dall’anziana madre pittrice ormai cieca con l’intento di portarla via con sé per accudirla. Tuttavia nel passato delle due donne, nel rapporto tra loro, si trovano molte contraddizioni, che la scrittrice rivivrà davanti ai propri occhi come fossero il presente.

Senz’altro un corto girato con grande stile e attenzione.

Lo trovate su RAIPLAY.

Sherlock Holmes – La valle della paura

Altro sceneggiato rai in 3 puntate, molto simile al precedente di cui ho già parlato. Leggermente inferiore all’adattamento del mastino dei Baskerville, ma solo perché il racconto da cui è tratto è meno solido da un punto di vista logico.

Stavolta Holmes e Watson vengono chiamati a interessarsi di un caso apparentemente semplice, in cui per giunta sembra sia stato già trovato il colpevole, ovvero un ragazzo ubriacone. Una volta sul luogo del delitto però i due amici si rendono conto delle numerose incongruenze che la storia porta con sé. Inoltre sembra che quasi ogni persona interrogata, per un motivo o per l’altro, menta. Dunque le cose non sono sicuramente andate come la polizia vorrebbe far credere per chiudere sbrigativamente il caso…

https://www.raiplay.it/programmi/sherlockholmes-losceneggiato

Sherlock Holmes – L’ultimo dei Baskerville

Meraviglioso vecchio sceneggiato rai, in 3 puntate, in bianco e nero (quando ancora l’azienda produceva lavori di gran qualità) adattato dal celebre racconto dell’investigatore di Londra.

Il pregio primario di questa messa in onda, oltre l’attenta sceneggiatura e i grandi ed efficaci attori, è il tempo che si prende per narrare le vicende misteriose, lasciando che ogni elemento vada al suo posto e ogni più o meno celata psicologia venga alla luce.

Imperdibile per gli amanti del detective e per ogni amante del giallo.

Trama: S. H. si trova a indagare un curioso caso in cui sembra che una maledizione, sotto forma di cane demoniaco, sia in grado di uccidere tutti i successori di una data casata, evidentemente maledetta da qualcuno… Ma si tratterà davvero di un caso paranormale?

Lo trovate comodamente online, gratis, qui:

https://www.raiplay.it/programmi/sherlockholmes-losceneggiato

Piccoli cambiamenti ininfluenti

Era cominciato tutto molto gradualmente. Così gradualmente che quando il cambiamento giunse, ovvero tutti cominciarono ad accorgersene, l’idea che esso potesse essere, non dico impraticabile, ma proprio ingiusto, non faceva più né indignare né sorprendere nessuno, come invece era stato al principio…

A scuola mi ritrovai a esser (io, uno dei primi della classe!) totalmente un pesce fuor d’acqua. Un giorno semplicemente capii che non mi ci ritrovavo più. Quando lo compresi, ed era oramai tardi, mi andò tutto male e quella sensazione straniante di esclusione si incuneò in me non abbandonandomi più da lì a molti mesi.

La cosa partì fin dal mattino, sull’autobus riservato che ci portava a scuola. A un tratto l’autista, per riprendere un discolo che stava facendo troppo baccano, gli disse: non puoi star seduto lì, non vedi?! Quello è un posto riservato – da tempo su ogni sedile era stato apposto un marchio adesivo che indicava se fosse per normali-stupidi, quel posto, oppure per l’elite, coloro che avrebbero un giorno governato il mondo, destinati a mangiare sulla testa a tutti gli altri – Fammi vedere il tesserino di superior se ce l’hai, forza!

Il ragazzino pestifero, preso in contropiede, poiché era la prima volta che gli veniva contestata quella cosa, smise di far baccano, ma non volle alzarsi dalla sedia e la faccenda decadde lì, perché in fondo per il momento non importava a nessuno che andasse avanti – ma ben presto non sarebbe più stato così.

Io, dal canto mio, feci lo gnorri. Pensai che quello stupido autista non poteva sapere il mio risultato al test – sì, anche io sedevo su un posto riservato ai superior. In realtà non era diventato ancora obbligatorio esibire quel risultato. Però la cosa cominciò a darmi fastidio. Non potevano classificarci in categorie basandosi unicamente su quella singola prova somministrataci mesi prima. Non era giusto.

E poi io non ero d’accordo con i loro criteri e il modo di decidere chi fosse tra i migliori e chi no. Per esempio, sembrava che complessivamente avessi un’intelligenza normale. Però io, al contrario di tanti altri, potevo apparire con un lieve handicap per quanto riguardava alcune attività, mentre grondavo intelligenza eccelsa per altre. Diciamo che il test nel mio caso faceva capire come fosse evidente non avrebbe mai potuto abbracciare tutte le casistiche di cui si sarebbe dovuto tener conto. Difatti, dopo il test, lo stesso somministratore si era fermato a parlare con me e, notando anche lui alcuni strani picchi positivi e negativi, che non comparivano quasi mai nei questionari degli altri, mi disse che probabilmente io dovevo essere un asperger, e che forse in seguito, per quelli come me, si sarebbe ideato un questionario particolareggiato.

La cosa che nessuno dei due sapeva, né io né quel somministratore, era che in realtà gli asperger si era già deciso di tenerli nella categoria dei normali e degli stupidi poiché troppe volte tali soggetti avevano manifestato caratteristiche non troppo idonee a farsi sfruttare dalla società, oppure addirittura con i germi della ribellione in loro. Dunque io non lo sapevo ma la società voleva confinarmi nella categoria dei paria, nella quale avrei finito per smarrirmi naturalmente come tutti gli altri paria al servizio dei superior, perché altrimenti avrei rappresentato un pericolo al loro dominio.

A scuola, quel giorno del diverbio sull’autobus, durante l’ora di Scienze Agrarie, mi resi conto che ero stato totalmente tagliato fuori da un loro progetto sperimentale. La delusione fu tanta ma io e altri esodati dovemmo mascherarla. In pratica scoprii che le prime lezioni di uno specifico progetto si erano tenute nel pomeriggio, senza che a noi normali fosse stato detto niente. Dunque praticamente in segreto! Messo davanti al fatto compiuto, non potei far altro che abbozzare.

Il professore, il quale tra l’altro in precedenza aveva manifestato simpatie per me, mi chiese di esaminare il mio progetto. Ma io gli dissi che non ne avevo ancora uno perché non sapevo proprio di cosa si trattasse. Lui dapprincipio pensava che fossi semplicemente mancato alle sue lezioni per motivi di salute; ma presto capì, da quel che dicevo, ovvero che non avevo ricevuto alcuna convocazione e non avevo la minima idea di quando avessero cominciato, che doveva rassegnarsi a trattarmi da mero normale. Allora vidi il brio scemare dal suo volto il quale all’improvviso si fece come annebbiato. Così, giusto per far contenti tutti gli esclusi, che erano rimasti abbastanza sgomenti, ci disse di raccattare quel che potevamo dal materiale avanzato agli altri e vedere se riuscivamo a proporre anche noi un progetto, ma a ogni modo non era importante che vi riuscissimo, disse, come a farci intendere che quella mansione, per quelli come noi, sarebbe stata solo un gioco da bambini senza alcuna utilità o futuro.

Per gli abilitati al corso invece l’aria che si respirava era tutt’altra. Me ne accorsi guardando il lavoro del primo della classe, lui sì, era stabilito fosse superior. Nato ricco, con genitori altolocati, per lui era già predisposto che avrebbe avuto il loro stesso ruolo d’elite nella società. La prova verteva su una simulazione di sviluppo di campo. Mentre io mi adoperai per raffazzonare in quattro e quattrotto una coltivazione molto modesta e rinsecchita di terreno sterile, lui aveva realizzato addirittura ben tre progetti, in ordine di importanza, ovvero a seconda dello stato sociale a cui sarebbe stato destinato quel terreno. Il primo campo infatti era di vegetazione lussureggiante e ordinata al servizio dell’uomo; il secondo era una via di mezzo, e si vedeva che sarebbe sorto in una zona industriale, al contrario del primo, che quasi certamente avrebbe stanziato in una località di vacanza; mentre l’ultimo era per il terzo mondo. E questo somigliava molto al mio progetto, anche se nel suo almeno c’era qualche arbusto che forse sarebbe cresciuto e anche una pompa dell’acqua, che però il piccolo elitario disse era contaminata e avrebbe dovuto essere bonificata.

Ogni piazzola di terreno assegnata poteva avere accesso all’acqua, che già scarseggiava però, quindi non tutte ne avrebbero avuta di quanto ne abbisognavano. Era questo il motivo per cui il mio progetto non ne aveva per niente. Pensai che per me e il mio progetto sarebbe bastato averne la metà, o anche solo un quarto, di quella del progetto più importante del primo della classe, e quindi gliela chiesi, ma lui non prese minimamente in considerazione la cosa, come se quell’acqua fosse stata sua di diritto, mentre pure il prof disse che ormai non si potevano più fare cambiamenti per non turbare i progetti iniziali, che sennò sarebbe stato un gran caos se tutti fossero stati sempre a cambiare e trattare. Feci cenno di sì con la testa ma compresi perfettamente le bugie che celava quel suo modo di pensare capitalista e razzista.

Non lo sapevamo, ma di li a poco la società sarebbe stata divisa ancora più drasticamente in élite e normali-stupidi. E questi ultimi avrebbero perso progressivamente ogni diritto che a parole avrebbero potuto e dovuto condividere con gli altri. Ci intortavano il cervello già da anni dicendoci che i superior avevano più diritti dei normali, che meritavano il meglio perché essi avrebbero pensato a tutto il mondo. Ma la violenta verità era che loro si ciucciavano tutte le risorse e lasciavano i poveri a scannarsi per le briciole. Poi fingevano che il problema non fossero loro, ma la generale penuria di risolse. E la gente, ormai instupidita da generazioni di menzogne, compromessi, ambiguità e omissioni, falsità ripetute così tante volte in maniera che si erano smarrite le verità, la gente non aveva più la volontà di protestare, si prendeva tutto quello che i padroni davano loro senza fiatare, pensando che quello fosse il loro destino ineluttabile a cui non avrebbero più potuto o dovuto sottrarsi.

La gente avrebbe avuto ancora la forza fisica di ribellarsi: ma non voleva. Perché era diventata completamente amorfa nell’animo e nel cervello, inabile a ogni contestazione.

Così, quando in quei mesi provai a organizzare una prima opposizione non violenta contro il sistema, mi resi conto che nessuno dei miei compagni mi avrebbe seguito in quella lotta. Mi dicevano tutti con spleen decadente: sì, ma che ci vuoi fare? Non puoi mica opporti al Sistema? Se loro hanno stabilito così, vuol dire che è così che le cose dovrebbero andare! Fatti un partito tuo e fatti eleggere legalmente, se vuoi cambiare le cose…

Quelle parole furono in assoluto le cose peggiori che dovetti ingoiare e digerire. Perché mi fecero capire che non c’era più alcuna speranza, davvero. Per me e per i non elitari. Allora già sapevo quale sarebbe stato il mio destino predestinato: martire bombarolo della rivoluzione. Mi sarei fatto saltare per aria quando non ce l’avrei più fatta a vedere tutte quelle ingiustizie. E allora sarei finito al tg in televisione. E la gente, sapendo di me, avrebbe detto provando ripulsa: ecco un altro estremista che si è fatto saltare per aria; ma che hanno nel cervello quelli? Come può essere così stupido e assolutista un essere umano per compiere quel gesto violento?

Avrebbero sovvertito ancora una volta la realtà. Il demente ero io. L’incivile ero io. L’assassino ero io. Ero io che con i miei comportamenti attentavo alla felicità degli esseri viventi sulla terra, non i furbi superior…

Il cavaliere di Lagardere

Gradevole film francese che narra le avventure di un simpatico guascone arruffone abbastanza bravo con la spada il quale però si imbatte in un nobile impareggiabile nell’utilizzo di tal arma. Allora si mette in testa di volerlo battere… Ciò farà sì che infine divengano amici. Il nobile gli insegnerà anche le sue mosse segrete, arrivando a farlo perfino cavaliere. Solo che questo nobile è sotto il tiro del cugino, che vorrebbe metter le mani sul suo denaro…

La prima parte è molto più ironica, e l’ho preferita. La seconda invece prende una piega seria e sembra un incrocio tra un dramma shakespeariano e i Miserabili di Victor Hugo.

Dark City

Mi sorprende tanto che mi sia sfuggito questo film del 98 quanto che non venga mai passato (a parte gli ultimi tempi, in cui qualcuno si è ricordato che esiste). Perché è un bel film di fantascienza distopica e anche un thriller dal ritmo sostenuto.

Un uomo si sveglia bruscamente in una vasca da bagno. Non ricorda più (quasi) nulla di chi sia e di cosa faccia lì. Prima di scappare da quella stanza di albergo si accorge del corpo di una donna ammazzata. Dei loschi figuri però lo cercano. Loro si ricordano bene di lui e sembra non gli vogliano fare molto bene.

Questo tipo smemorato sembra sia molto ricercato, in effetti. Lo cerca l’avvenente moglie che non lo vede da due settimane; l’ispettore di polizia incaricato di acciuffare un serial killer di prostitute, convinto che il colpevole sia lui; …e uno strano dottore che dice alla moglie di essere il suo psichiatra (ma non lo sembra).

L’uomo smemorato, in possesso di facoltà mentali straordinarie, scoprirà che in quella città non c’è mai il sole. Ma come è possibile tutto ciò?

Giole Dix: Manuale dell’automobilista incazzato

Libro che riporta forse uno dei primi e più grandi successi di questo artista.

Il tema centrale è, come si capisce, l’automobilista. La cosa che mi ha sorpreso è che Dix ha affrontato l’argomento praticamente a 360 gradi. Vi troverete celebri pezzi comici che hanno visto luce in tv, racconti più o meno umoristici, capitoli dedicati a temi specifici. Alla fine ci sarà perfino un quiz per capire che tipo di automobilista siete. Senza contare dei nuovi falsi quiz di scuola guida, da sbellicarsi.

Se vi piace l’autore, non vi annoierete.

😉

Autostima

Cammino calmo ma deciso. Testa bassa. Senza guardare la gente in faccia. Come quasi tutti qui in città. Quando arrivo all’incrocio però mi accorgo che una ragazza che mi ha appena superato si attarda a voltarsi per osservarmi. Indugia su me, interessata. Allora la guardo anche io, mentre lei già sembra intenzionata a tirar dritto. Quel corpo… Quelle gambe… Forse li conosco già. Delle volte non ce ne accorgiamo ma assorbiamo la fisionomia di una persona che un tempo c’è stata vicina… Lei allora, con la coda dell’occhio, dopo essersi accorta che l’ho notata, si gira un’ultima volta come a richiamarmi, prima di decidere che ormai è troppo tardi per tornare indietro. Così perlomeno riesco a vedere il suo viso. Sì, forse la conosco. Ma i capelli non corrispondono. Adesso ha boccoli splendenti sicuramente profumati appena usciti dal casco di un estetista. Adesso mi spiego perché stavolta non mi ha guardato infastidita e arrabbiata, come non volesse incontrarmi, come invece avvenuto la volta scorsa. Adesso mi spiego la sua conversione a U. Adesso la sua autostima si è accresciuta. E vorrebbe che il suo vecchio amante ancora le corresse dietro. Adesso vorrebbe tanto morire nelle braccia passionali di un uomo. Adesso non si vergogna più di sé. Adesso sarebbe pronta ad accogliermi – prima non lo era. Adesso desidererebbe tanto un uomo vero per gettarsi a pesce in una nuova, entusiasmante storia d’amore, una storia d’amore che non vive più da anni. Adesso ho compreso che nel suo rancore nei miei riguardi era celata la sua scarsa autostima.

Room (film)

Una donna e il suo bambino si trovano incessantemente chiusi in una stanza. Pare che lei sia stata rapita e che il bambino sia nato, per così dire, in cattività, dunque non conosce nulla del mondo. Ma la donna non ce la fa più a vivere quella vita angustiante. Così elabora un piano un po’ estremo per scappare…

Un film drammatico, angosciante, bello, intenso, con diversi momenti e diverse sfumature nella storia. Credo sia tratto da un fatto di cronaca vera che all’epoca ebbe molto eco nei media per via dell’efferatezza del crimine.