Ma (film)

Si tratta di un horror, sì, ma non aspettatevi ritmi incalzanti e squartamenti a gogò. Gli autori si prendono tutto il tempo necessario per narrarci di questa vicenda che nasce da un passato con una brutta esperienza mai realmente assorbita dalla protagonista, esperienza che ha determinato tutta la sua vita successiva, anche se non sembra.

Un giorno dei ragazzi minorenni tentano di farsi comprare degli alcolici per una festa da una donna di colore. La donna alla fine accetta. E fa anche di più: propone loro di spostare la festicciola nella sua cantina. I ragazzi accettano. Col tempo le feste diventano sempre più frequenti e si allargano a molte altre persone: quella cantina diventa un po’ una zona franca per il divertimento di minorenni. Ma quali sono le vere motivazioni della donna?

Film con una sua dignità, di buona fattura.

Ma però non si dice…

Buffalo ’66

Un ragazzo esce di prigione. Non sa dove andare. Torna dai genitori, che lo credevano in giro per il mondo. Ma prima sequestra una ragazza la quale dovrà fingere di essere la sua compagna!

La sua prossima mossa sarebbe quella di ammazzare la persona che lui ritiene colpevole della propria passata detenzione in galera. Ma tra lui e la ragazza nascerà qualcosa che forse sarà in grado di salvarlo dal suo destino autodistruttivo…

Un film cult di e con Vincent Gallo, che non passano mai in tv. Un po’ bizzarro. Forse anche grottesco. Con momenti piuttosto ironici. Che mescola leggerezza con dramma. Registicamente interessante. Sicuramente bello. Con fatti e dialoghi che sono certo siano piaciuti molto a Tarantino. Capisci ammia! 😉

Dio li fa poi li accoppia

Convivenza #23

Viene da una famiglia in cui entrambi i genitori non eran certo giganti. Di conseguenza anche lei è piccolina. Ha arti brevi. È di altezza modesta. Ha manine piccoline. Tanto che la assimili a una bimbetta in tutto e per tutto.

Anche casa sua sembra costruita tutta in base alle sue dimensioni. Porte e soffitti bassi. Letti piccoli. Copertine mini.

Delle volte ti sembra di stare in una casa di bambole.

Fischia il vento

Sono in metropolitana. A un certo punto entra una donna con una fisarmonica a braccio. Avrà circa quarantacinque/cinquanta anni ben portati. Altezza media. Corpo florido con bei fianchi e bel seno. Bel viso sorridente con un irreprensibile rossetto apposto. Carnagione bianca. Capelli corvini. Comincia a cantare accompagnandosi con la fisarmonica…

Canta bene. Il suo canto è gradevole. Riempie il cuore.

Chissà questa donna (sicuramente immigrata) quante deve averne viste in vita sua…

La sua voce scalda il cuore. Il suo sorriso conforta e accoglie. Sa risultare parimenti materna e seducente. Incarna la donna perfetta.

La sua vita non deve essere facile. Sulle vetture tutto il giorno. In piedi a cantare. Coi fasci che la disturbano. A fuggire poliziotti ligi alla demenza. E pensare che questa donna non dà fastidio a nessuno. Anzi, la sua presenza è una benedizione per tutti coloro che la incontrano. Tutti coloro che hanno un cuore nel petto che ancora batte.

Immagino che questa sia una canzone tradizionale del suo paese. Diffusasi durante la Guerra.

Meli e peri erano in fiore,
La nebbia scivolava lungo il fiume;
Sulla sponda camminava Katjuša,
Sull’alta, ripida sponda.

Camminava e cantava una canzone
Di un’aquila grigia della steppa,
Di colui che ella amava,
Di colui le cui lettere con cura conservava.

Oh canzone, canzone di una ragazza,
Vola seguendo il sole luminoso
E al soldato sulla frontiera lontana
Porta i saluti di Katjuša.

Fa’ che si rammenti di una semplice ragazza,
Fa’ che la senta cantare,
Possa egli proteggere la terra natia,
Come Katjuša protegge il loro amore.

Meli e peri erano in fiore,
La nebbia scivolava lungo il fiume;
Sulla sponda camminava Katjuša,
Sull’alta, ripida sponda.

Ebbe così successo che dapprima venne tradotta in italiano nella famosa Fischia il vento.

E poi venne anche rielaborata nel Casatschok cantato da Dori Ghezzi e Dalida.

Fischia il vento è una canzone sempre valida. Perché ci sono sempre ovunque fasci da estirpare. C’è sempre un oppressore che vuole usarci violenza. Dei draghi da abbattere…

«Fischia il vento e infuria la bufera,
scarpe rotte e pur bisogna andar
a conquistare la rossa primavera
dove sorge il sol dell’avvenir.
A conquistare la rossa primavera
dove sorge il sol dell’avvenir.

Ogni contrada è patria del ribelle,
ogni donna a lui dona un sospir,
nella notte lo guidano le stelle,
forte il cuor e il braccio nel colpir.
Nella notte lo guidano le stelle
forte il cuore e il braccio nel colpir.

Se ci coglie la crudele morte,
dura vendetta verrà dal partigian;
ormai sicura è già la dura sorte
del fascista vile e traditor.
Ormai sicura è già la dura sorte
del fascista vile traditor.

Cessa il vento, calma è la bufera,
torna a casa il fiero partigian,
sventolando la rossa sua bandiera;
vittoriosi, al fin liberi siam!
Sventolando la rossa sua bandiera,
vittoriosi al fin liberi siam!»

Tom King + Walta: Visione – Visioni del futuro

Primo fumetto supereroistico che leggo di questo scrittore che ora va per la maggiore. Il protagonista è Visione. Se avete visto i film degli Avengers/Vendicatori dovreste conoscerlo. Nato – costruito – dal supercattivo Ultron, stranamente venne fuori più umano e null’affatto malvagio, nonostante per l’appunto il suo padre creatore. Visione è un sintezoide autocosciente (che è un modo strambo per dire un robot dotato di intelligenza artificiale) con il potere di smaterializzarsi. In questo fumetto Visione, dopo la relazione andata male con Scarlet (e chissà se ne ha avute altre) si mette in testa la balzana idea di metter su una famiglia, annessa di donna e un paio di figli, per vivere in provincia proprio come fosse un comune cittadino americano. Ma… i supereroi hanno sempre tragedie dietro l’angolo che li attendono. Così un giorno un supercriminale gli va a casa incazzato nero e tenta di fare una strage. La moglie reagisce d’istinto ammazzandolo – quando sicuramente avrebbe potuto trovare altri modi per ridurlo all’impotenza, ma nell’occasione forse si dimostra troppo umana. Ora, Visione non ucciderebbe mai un nemico, ma sua moglie – che però non è esattamente come lui – lo ha fatto. Da questo ne seguono una serie di ripercussioni. La situazione precipiterà sempre più perché la moglie sceglierà di non dire niente a nessuno. E poi verrà ricattata…

Così vi anticipo che Visione si ritroverà costretto a compiere azioni che il Visione che conosco io non avrebbe mai compiuto. E con questo faccio una critica a Tom King, lo scrittore di questo fumetto in 12 parti, affermando che avrebbe potuto trovare altri escamotage più “realistici” per creare il solito scontro fratricida con gli altri suoi compagni d’armi (bug di programmazione, trojan dormienti, virus vari nei suoi software). Questa saga in definitiva è stata bella da leggere ma sul finale mi ha un po’ deluso.

Ultimi due appunti. I disegni, di un certo Walta, sono piuttosto naif (andrebbero pure bene) ma di certo non lasciano il segno né impreziosiscono l’opera. Funzionali e nulla più.

Infine ho letto che King un tempo ha lavorato per la CIA, e adesso mi spiego meglio perché abbia scritto Sheriff of Babylon, di cui vi ho già parlato in precedenza.

Roland Topor: L’inquilino del terzo piano

Romanzo da cui è stato tratto il celebre film. Un tale si trasferisce in un nuovo appartamento dove prima c’era una che fa appena in tempo a conoscere prima che muoia (suicida). Presto va incontro a dei problemi perché fa troppi rumori.

Proprio questo fatto dei rumori è uno dei temi principali e scatenanti della storia. Spesso ne verranno prodotti di inconsulti di provenienza ignota e lui continuerà a esser accusato ingiustamente di essere il colpevole.

Il romanzo è una perfetta parabola paranoica. Mano a mano che si va avanti il protagonista si troverà sempre più solo e comincerà a pensare che ci sia un complotto per fargli abbandonare l’appartamento o anche farlo fuori come fu per l’inquilina precedente.

Rispetto al film di Polanski ci sono delle differenze. Nel libro il protagonista mi è parso molto più solo. Insomma, si capisce che la storia è tutta incentrata sulla paranoia. Nel film questo aspetto è più ambiguo. Inoltre nel libro viene spiegato il perché di certi comportamenti del protagonista che nel film rimangono maggiormente confusi. Nel film la ragazza con cui il protagonista ha una relazione sessuale risulta più importante per lui di quanto non lo sia nel romanzo. Anche il finale è leggermente diverso. Nel film appare più rapido di quanto non lo sia nel libro.

In conclusione posso affermare che il libro è scritto in maniera estremamente semplice e non risulta certo un capolavoro, seppur abbia tutto il fascino di una storia paranoide. Il film, essendo più enigmatico, seppur in alcuni aspetti avrebbe potuto essere più chiaro, finisce per esser maggiormente intrigante.

Ultima annotazione su Topor, l’autore del libro: fu anche un ottimo pittore che però aveva temi sempre tendenti al macabro, l’asocialità, la solitudine e l’angoscia dell’essere umano e della società. Sotto, un esempio, che avrebbe potuto essere tranquillamente la copertina del libro.

Baby Driver

Un ragazzino un po’ peculiare ha la grande dote di saper guidare come pochi le automobili. Per questo è finito nelle spire di un tipo che non fa che pianificare rapine…

Un film non male, in parte prevedibile – con Kevin Spacey nel ruolo del cattivo – che mi è piaciuto sopratutto per le varie gamme di personaggi offerte e le interazioni tra loro.

PS: mi fa sempre sbellicare quando nei film americani vedo dei ragazzini guidare (lì la patente si prende prima, anche da minorenni).

PPS: bella colonna sonora.

Quando conobbi Richard

Il giorno prima io e Miriam avemmo quella discussione tribolata. Al solito non la vedevamo affatto alla stessa maniera. Ma non solo. In quell’occasione espressi in libertà esattamente quel che pensavo, senza filtri; e certo dovetti finire per sembrarle esagerato. Esaltato. Potenzialmente pericoloso. Eh, sì. So di cosa poteva esser capace quella testolina paranoica quando si azionava, in particolare quando c’ero di mezzo io. Perché una cosa ormai era certa: lei non si fidava di me.

Così, l’indomani a metà mattinata, Miriam – durante la pausa caffè – annunziò ai presenti – ovvero un paio di altre colleghe più me e Belosh, la tal cosa mi fece distintamente percepire che fin dal principio quell’annuncio fosse stato impacchettato appositamente per me – che Richard sarebbe probabilmente giunto in sede durante la pausa pranzo per farle una visitina. Poi si rivolse direttamente a me dicendomi: tu ancora non l’hai mai visto; così lo conoscerai.

Il suo tono era oltremodo amichevole. Non vi si poteva rintracciare nulla di vagamente carico di doppisensi. Meno che mai ansia. O minacce. Né allusioni. Niente. Ma conoscevo le sue doti d’attrice da Oscar e pensai subito quella cosa, di cui fui assolutamente certo…

Ebbi come la nitida visione di quel che doveva esser accaduto la sera innanzi. Miriam, ancora colpita dalle mie parole di appena poche ore prima, per lei troppo oltranziste, tornata a casa aveva deciso di confidarsi col suo smanceroso fidanzato. Chi meglio di lui poteva proteggerla dai mali potenziali del mondo? Allora doveva aver sciorinato tutta quella serie di dubbi paranoici che io le davo sempre – invero non solo io, ma lei e il suo tonto lacchè almeno per quella volta avrebbero deciso di non considerare quell’evidenza. Potevo facilmente immaginarla mentre, con tono allarmato e sostenuto, si prendeva il proscenio recitando la parte della ragazza che ha paura che un uomo le abbia appena fornito il suo letale biglietto da visita tramite il quale prima o poi le presenterà il conto… mettendola a serio repentaglio.

Allora, quell’allocco del suo ragazzo, anche lui paranoico perso, il quale sicuramente sarebbe stato sempre dalla sua parte a meno che sull’altra sponda non ci fosse stato lui, aveva imboccato con tutte le scarpe avallando in pieno quelle sue paventate illazioni. Dunque doveva quindi averle detto: lo voglio conoscere!, voglio vederlo in faccia questo tipo!, può sempre esser utile una tal cosa; voglio vedere coi miei occhi se può essere un tipo realmente pericoloso o no, che io i delinquenti veri li sgamo subito col lanternino!

Dunque Miriam stabilisce che il giorno dopo, per la prima volta in vita sua, mi avrebbe presentato Richard, eventualità che prima non si era mai lontanamente concretata o ipotizzata. Già, perché adesso che aveva affermato quelle scempiaggini il suo ragazzo era scattato. E voleva vedermi negli occhi per stabilire, dall’alto del suo insindacabile giudizio, se ero o no quel pericoloso soggetto che Miriam temeva tanto fossi.

La notizia del suo arrivo ammetto che mi turbò un poco. Chissà com’è Richard, pensai. Non conoscevo la sua immagine, però conoscevo un po’ i gusti di Miriam in materia di uomini – e per la cronaca, il confronto, da quel punto di vista, non lo temevo affatto.

Una volta avevo udito la sua voce, nel corso di una chiamata effettuata da Miriam a viva voce per far sapere all’ufficio anche lì quanto lei fosse vittima di lui – lei faceva sempre quella parte, anche se cambiava di continuo la controparte. Però non conoscevo molto altro di lui. In particolare non sapevo… Ecco, forse posso ammettere che temevo eventualmente la sua lingua. Cioè, quello aveva avuto tutto il tempo di elaborare una strategia per provocarmi. Magari, appena ci fossimo presentati, se ne sarebbe uscito subito con qualche affermazione urticante che poteva rifarsi alle mie parole del giorno prima. In tal caso sarei riuscito a mantenere la calma e rimetterlo a posto come meritava? Di certo aveva il vantaggio della prima mossa, e di conoscere già la mia opinione su alcune questioni, mentre io potevo solo vagheggiare che lui la pensasse stoltamente come Miriam, ma molto vagamente, non avevo ben precise le sfumature e gli angoli delle sue fissazioni.

In ogni caso ero certo di una cosa. Veniva sopratutto per marcare il territorio. La sua venuta era come pisciare metaforicamente su Miriam per farmi sapere che gli apparteneva e dovevo girarle attorno. Che dovevo lasciarla stare. Che in ogni caso lui le era subito dietro le spalle, anche se io non lo vedevo mai. Quindi non dovevo dimenticarmi della sua presenza. Dovevo darmi una calmata e non prenderla più di petto. Non la dovevo più né contraddire né sbugiardare con la veemenza che avevo usato il giorno prima.

Dopo le tredici, quando già era scattata in azienda la pausa pranzo e infatti io stavo immancabilmente consumando il mio panino farcito, seduto dignitosamente alla mia scrivania, avendolo già addentato per metà… entrò Richard nella stanza. Era alto più o meno quanto me, forse un filo di meno. Aveva l’atteggiamento calmo, pacato, quieto-riflessivo, di uno che si trovava in trasferta e dunque doveva muoversi con accortezza mantenendo un profilo basso. In un lampo seppi che non mi avrebbe provocato.

Entrando salutò tutti genericamente con un formale buongiorno, con un tono di voce sommesso ma non troppo. Tutti lo salutarono, anche io. Miriam ci presentò immediatamente. Lui è Ariel, gli disse, un collega che non avevi mai visto. Così ci stringemmo la mano – nessuno dei due strinse troppo forte o debolmente la mano dell’altro. Mi venne anche di sfoderare un sorriso molto amichevole, ma senza mostrare i denti.

Il nostro incontro durò pochissimi secondi. Certo forse rimase sconvolto nell’apprendere che quel collega oltranzista potenziale terrorista anarchico avesse la scrivania proprio di fronte alla sua Miriam – ma in realtà non era proprio così, quel giorno mi ero dovuto sistemare su quel computer per svolgere delle attività –, in maniera che avremmo potuto guardarci negli occhi per tutto il tempo qualora avessimo voluto farlo. Per il resto non aveva motivo di fare o dire nulla, così uscì con lei per andare a mangiare qualcosa chissà dove.

Adesso gli altri colleghi presenti sembrarono tutti ridere sotto i baffi consapevoli che quel giorno era avvenuto uno strano incontro epocale, perfettamente informati del motivo reale che lo aveva scatenato.

Quando tornai alla mia postazione usuale, la prima cosa che mi disse Belosh, con quel suo sorriso da orso, fu: allora hai conosciuto Richard, eh? E non aggiunse altro, come mordendosi le labbra per non rivelare che sapeva qualcosa che gli era stato detto di non rifermi per nessun motivo al mondo. Qualcosa che lo divertiva e lo metteva di buonumore. Perché, uno come lui, che mi aveva molto in stima, non poteva credere che quella voce fosse vera: che mi fossi invaghito di Miriam. Una stronzetta del genere.

Miriam

Cartoni irrinunciabili: Rocky Joe!

Rocky Joe è il titolo del primo cartone che ricordi di aver visto dedicato al mondo del pugilato. Come si può intuire, la storia è null’affatto delicata; al contrario, spesso appare molto dura. C’è questo Joe, un orfano, che è praticamente un delinquentucolo senzatetto che dorme sotto i ponti. Un giorno fa a botte con un vecchio ex pugile il quale, dopo la batosta, intuisce il grande talento pugilistico di Joe. Allora lo tartassa fino a quando il ragazzo non accetta di allenarsi con lui, che vuol redimerlo e renderlo un pugile professionista. Ma Joe non vede ancora la boxe come un modo lecito per emergere dai bassifondi della società e si lascia attrarre da una truffa (ai danni di una ragazza ricca che tornerà altre volte nella sua storia) che lo spedisce dritto dritto in riformatorio. Presto lì si fa un nome come boxer di valore e nasce la sua grande rivalità con un certo Ricky (lo scrivo così, occidentalizzandolo) il quale non vede l’ora di dimostrare che è più forte di Joe.

In carcere fanno un torneo che termina con un pareggio tra Joe e Ricky, dopo che quest’ultimo aveva condotto per tutto il match. Infatti Joe alle ultimissime battute gli rifila quello che da lì in poi diverrà la sua specialità: il pugno incrociato (ovvero lasciarsi colpire da un pungo dell’avversario mentre tu gliene dai uno a tua volta). [Inutile dire che il pugno incrociato divenne qualcosa che colpì molto noi bambini che cercavamo sempre di replicarlo tra noi, con effetti esilaranti! XD]

La rivalità tra Joe e Ricky prosegue anche al di fuori del carcere. Ricky vuole incontrarlo e batterlo in un incontro ufficiale. Ma per farlo, dato che Joe è nettamente più leggero di lui, deve calare di peso. Questo gli minerà il fisico e lo porterà in bocca al suo tragico destino…

In definitiva Rocky Joe è un bellissimo anime (tratto da un manga) che parla di povertà, boxe, criminalità, amicizia e orgoglio. C’è anche spazio per l’amore – ricordate la ragazza ricca imbrogliata da Joe? – ma certamente questo non è il tema principale… 😉