Adiacenti solitudini

Lui e lei abitano ad uno sputo di distanza, a venti passi l’uno dall’altra. Sono dirimpettai. Hanno le finestre le une che danno su quelle dell’altro. Quando la mattina lui le apre per arieggiare la casa, poco dopo lo fa anche lei. Qualche volta lui vede lei in vestaglia che fa colazione da sola. Qualche volta lei vede lui che stende quei pochi panni maschili, incontrovertibile indice della sua singolarità.
Lui è preso dal lavoro e in esso si consuma. Però da molto tempo ormai non gli basta più calarsi tutto il santo giorno in cose indiscutibilmente futili, per arrivare a casa stremato, anestetizzando la sua vita nel sonno notturno. Ed infatti da un po’ ha cominciato a soffrire d’insonnia e, se pure è sfinito, rimane immoto per ore sul materasso senza poter dormire. E allora la sua mente vaga in tutte le direzioni e spesso si ricorda di quando, qualche anno fa, ancora si poteva dire ragazzo ed aveva mille sogni da realizzare (dei quali neppure uno si è concretizzato). Pensa a persone che facevano parte della sua vita e che non ci sono più…
Lei sente che la sua vita è fortemente a rischio, eppure, pur essendosi più volte interrogata sulla sua “malattia”, non è riuscita a cavare un ragno dal buco. Tuttavia ha preso a chiamarla depressione. Per questo frequenta un prezzolato psicologo che l’azienda le ha raccomandato; ma non ne ha tratto alcun giovamento, anche se non può dirlo a nessuno perché altrimenti ha il terrore di essere mandata via (e, se perdesse anche il lavoro, cioè l’unica cosa che ancora la tiene bene o male a galla nel mondo, sente che in un attimo potrebbe affondare in sabbie mobili così profonde dalle quali non avrebbe l’energia e la volontà di riemergere).
Lui ha avuto una storia importante che è finita male. Qualche volte ci pensa ancora ma, ha talmente usurato quel l’unico ricordo d’amore che gli è capitato di vivere, che ormai l’ha fatto scolorire (e gli pare falso). Da allora non riesce a trovare neppure una singola donna che gli possa piacere, almeno da fargli ritenere che possa ancora abbracciare quelle sensazioni che tempo fa riteneva possibili, ma nelle quali oggi fatica a credere.
Lei ha il cuore spezzato da mille delusioni e mille tradimenti. Non riesce più a trovare alcun entusiasmo in nessuno dei molteplici rapporti di coppia che ha tentato ossessivamente di rintrecciare per porre fine al suo dolore. Ha sciami di mosconi che le ronzano attorno, che la invitano a cena, che (annusando la sua debolezza) fanno i galanti, che se la vorrebbero fare, che la vorrebbero sposare, che vorrebbero che lei diventasse la loro donna. Ma lei incasina sempre tutte le storie e, anche quando il suo corteggiatore si comporta bene e non le fa mancare nulla, lei alla fine lo lascia, o fa in modo che venga lasciata.
Lei auspicherebbe tanto che esistesse un uomo che la salvasse dalla sua atroce solitudine, ma spesso è lei stessa che fa in maniera di disinnescare tutti gli interessati.
Lei però è bella, quindi avrà sempre nuovi spasimanti che cercheranno di sedurla per il suo aspetto fisico. Questa verità lei la intuisce, ed è perciò che sarà inconstante con tutti coloro che verranno acclusi nella sua lista di partner, i quali finiranno per sempre all’interno di quel suo groviglio vizioso che sono divenuti i suoi sentimenti.
Lui e lei si incrociano ogni giorno, o al mattino, o quando tornano dalle rispettive occupazioni, o anche quando vanno a fare la spesa. E lui è sempre stato attratto da quella donna con gli occhi dolenti e indemoniati che sembra regolarmente sull’orlo di una crisi di nervi, quella donna che è sempre accompagnata a casa da uomini diversi… E lei ha sempre visto nel suo vicino una persona differente dagli altri, una persona più umana e buona, qualcuno che, come lei, è solo, anche se non se lo meriterebbe. E vorrebbe dunque che fosse lui un giorno a bussarle alla porta per portarla fuori, mentre invece lei non avrebbe mai la forza di farsi avanti. D’altronde che cosa avrebbe da offrirgli? Le sue nevrosi? No, quello non se la sente proprio di farlo… E poi avverte che gli potrebbe scoppiare a piangere in faccia, senza motivo, e rovinerebbe anche quella relazione…
Così, un uomo e una donna soli, che, insieme, potrebbero non esserlo e trovare nuova linfa di vita, non si uniscono e continuano a vivere solinghi le loro angosce e le loro mestizie, in attesa di un fantomatico giorno di svolta che non capiterà mai, poiché non si ha avuto la capacità di credere che, in fondo, quel giorno avrebbe potuto realizzarsi…

Non siamo noi che siamo dei porci (e semmai siete voi che siete…)


Fermata dell’autobus. La bella mora si è vestita estiva (fa troppo caldo). Da qualche giorno si è scoperta e ha preso ad indossare dei bei pantacollant neri che le imbalsamano perfettamente le forme delle gambe e sopratutto quelle del sedere (e ci guadagna decisamente, dato che prima pareva solo carina mentre adesso mi sembra bellissima e finemente scolpita).
La volta scorsa l’ho fregata. Quando è passato l’autobus ho atteso un attimo prima di precipitarmi a prenderlo. Così per qualche istante le ho potuto ammirare estasiato il suo magnifico e immenso sedere da donna donna (ma lei se ne è accorta…).
Però stavolta è lei che mi frega perché, quando passa l’autobus, lei che fa? Invece di partire diritta verso di esso, viene verso di me… Ed io penso: ma questa è matta! Dove va adesso? Proprio ora ha deciso di non prendere l’autobus?! Ma che le è preso?!
Ma la sua è solo un’incredibile tecnica femminile di circumnavigazione per opporsi al mio opprimente influsso di maschio, perché poi la vedo salire dalla parte superiore del mezzo, mentre io imbocco la posteriore (dato che ho un debole per queste parti). Sulla vettura la incrocio quando fa il biglietto. Mi guarda con un’aria arrabbiata (e dire che fino all’altra volta avrei giurato di piacerle almeno un pochino)…

Non mi capacito che una donna si vesta in una certa maniera (mettendo in bella mostra qualcosa di se) ma poi, non volendo che glielo osservi, possa tentare di sfuggirmi! Non è questa una grossa contraddizione in termini?!
E poi è assolutamente naturale guardare il sedere delle donne per controllare se è tutto a posto, o a norma di legge. Li si soppesa continuamente, anche sederi che si conoscono da una vita e che non dovrebbero rivelarci nulla di nuovo (che non si può mai sapere).
Confesso di essere un grande estimatore di questa loro parte ma, per una questione di principio, rinuncio spesso ad una guardata indagatrice: sia per non risultare troppo invadente, che per non dare soddisfazione a coloro (e ce ne sono molte) che non aspettano altro di sbattertelo in faccia per poi poterti apostrofare come un porco (ma se sei tu che me lo hai fatto vedere! Se non vuoi che te lo veda, perché non te lo copri? Nessuno ti obbliga a mettertelo in evidenza!).
Senza contare poi che è del tutto naturale anche per le donne fare lo stesso (e sia verso gli uomini ma anche verso altre donne, anche se in tal caso il movente scatenante credo che cambi); come pure fanno sempre anche gli animali…
È un gesto antico e istintivo quello di guardare il sedere (e merita rispetto!). Se non ci credete andate pure da Piero Angela a chiederglielo, e vedrete che (dopo avervi guardato il sedere) ve lo confermerà cordialmente…

Canta per me

A te che fai vibrare l’ugola quando sei sola
(e non sai che io, segreto, ti ascolto,
oppure forse lo sai
e il tuo allora è richiamo?),
a te che quando un’emozione languida ti coglie
intoni il tuo canto, per me incomprensibile.
A te che mi sei così vicina,
che respiriamo quasi assieme,
ma che non ci vediamo.
A te che mi emozioni e sempre
mi fai interrompere quello che faccio.
A te dico:
la prossima volta, canta per me;
fammi assaggiare il tuo incanto.

§lamia_spirale ONiricadIperdizione§

Oggi m’è ripresa…
Cammino come un disperato a cercare il posto che non si può trovare.
Mi stanco, mi sfibro, bestemmio, maledico; fuggo la gente (eppure non vorrei forse che qualcuno mi capisse?).
Sono pazzo di ira e di dolore, giuro vendetta, rendo il blu torbido e forte fino a stringerlo con rabbia di viola.
Ancora qui. Io ancora qui. Io. Dunque. Ancora qui e non è servito a niente vomitare sui miei peccati, perché adesso ne ho prodotti di nuovi e anche questi li devo rigurgitare.
Non c’è posto per me, quindi dovrei compiere l’ultimo passo e fare quello che va fatto. Ma allora perché non mi sfiora neppure l’idea?
Perché soffro, e la sofferenza mi rende così vivo che (ancora) non posso abbracciare la Morte (sovrana). Non ne ho ancora abbastanza. Voglio essere massacrato ancora un po’, finché mi stordirò, finché infine non sentirò niente, e allora sì che me la riderò di gusto di tutte le mie pene e di tutte voi iene che ancora sentite qualcosa, stupidi invertebrati che grufolate la vostra anima nel fango perché siete maiali e null’altro, ed io che non voglio esserlo, il solo in questo mondo di maiali, sono io a soffrirne, vero?!
Vedo cose già vissute, ho visioni, presentimenti, paranoie, illuminazioni buie come un pozzo nero che più nero non si può. Eppure il nero è la somma di tutti i colori, non è vero? E questo testimonia che il tutto contiene il nulla, l’inutile, l’assurdità della vita, quindi la morte…
Gatto, come un gatto sono, che va in giro per il mondo senza meta e senza famiglia: sono abbandonato. Quando ero piccolo a scuola la maestra ci fece eseguire una storia di fantasia (che in realtà era un test camuffato, ma io non potevo saperlo), ed io dissi che mi ero trasformato in un piccolissimo gattino bianco con una cicatrice sopra l’occhio sinistro (o destro). E la maestra mi guardò provando pietà per me e pensò che fossi stato abusato… Ma la verità simbolica è più potente della realtà, perché io l’ho capito che questa cazzo di realtà non conta nulla rispetto al mondo evocativo. Ed infatti è il mio mondo dei evocativo che è malato, ferito, morente, scevro di luce, non è la sozza realtà a richiamarmi al mio indistinguibile destino…
Salto, sbraito, mi affanno, picchio le mani e i piedi sugli oggetti che capitano, ma voi lì non mi guardate! Non mi giudicate! A voi lì tutto il mio dramma non vi appartiene, per cui alzate i tacchi e toglietevi dalle palle!…
Cado, ruzzolo, mi sbuccio, sanguino e finalmente mi fermo a mirare la rossa mia linfa che, a trovarmela sulle mani e a impiastricciarmi la faccia rendendomela appiccicosa, mi scuote ad accettare che, anche se non Voglio e vorrei annullarmi, io sono vivo. Io sono vivo. Qualsiasi cosa voglia dire…
Sono qui ma non ci sono. E i miei occhi vedono cosa c’è dietro. Vedono il velo di maia. Ma quando lo scosto mi fermo a metà: davvero lo vuoi vedere?, mi dico. Davvero vuoi vedere cosa c’è dietro a tutto questo inutile spasmo? Ed io mi paralizzo. No, non lo Voglio affatto. Voglio non decidere – quale supremo piacere ci potrebbe essere! –, Voglio abbandonarmi insieme alla mia fisicità, laddove tutto langue e non si prova inezia.
Rifiuto la sporca verità (sporca quanto la menzogna!) e la mando a cagare… Così sono l’unico essere al mondo che si ferma a metà tra due reami, quello della coscienza, e quello dell’incoscienza, o meglio, quello della realtà e quello dell’apparenza (che sono concetti che si compenetrano ma non si completano affatto, come uno potrebbe pensare)…
In questo modo sono davvero solo e compio la mia perfetta rivoluzione; solo che qui non vi è mai stato nessuno prima di me, sono il temerario numero uno cazzone che ci è riuscito, e tutti voi altri non potete capire…
Sperimento un nuovo sentiero di isolamento assoluta (assoluta perché l’isolamento è femmina, cazzo! È una puttana femmina che si lascia ingroppare da chiunque osi aspirare a cavalcarla). Qui non c’è posto per nessuno, solo per me… Però invero in me esistono dei ponti che ancora mi radicano alla tormentata mia terra natia, perché nella mia memoria pervadono tuttora barlumi di rimembranza che mi menzionano le umane percezioni di mediocrità…
E allora, come in un vortice, vengo respinto dal regno a-perfetto e ripiombo nella mia squallida rivoltante quotidianità…
Sono seduto per terra, mi tengo una mano con la testa, cioè mi tengo una testa con la mano, cioè mi tengo la testa con una mano… Sviluppo il fiuto dell’animale (femmina, ed esso è dolce, e maschio, ed esso e maestoso) che ha trovato il posto dove coricarsi per non rialzarsi più. Ma, ora che l’ho appreso, il mio viaggio è finito. Mi rialzo in piedi e mi rimetto la maschera borghese. Nessuno saprà mai del mio trip, a meno che glielo dirò io.
Un passo dopo l’altro, camminare sciolto, come se niente fosse, così, bene, sembro davvero normale, anzi divento normale, e mi calmo pure.
Ma cos’è che mi faceva così schifo poco fa? Ma dov’è che ero andato? Non sono sicuro di rievocarlo. Ho solo un vago ricordo di una strana impressione… Cadevo, cadevo, nel vuoto e non mi fermavo mai: era come stare su un’altalena con gli occhi chiusi, solo che l’altalena mi avrebbe portato sempre giù, dopo esser risalito, invece lì si andava sempre più giù, giù, all’infinito… Però poi devo aver trovato una… mano. Sì, mano che mi ha afferrato, e allora l’inerzia debordante è finita come se non fosse mai esistita.
Mi porto in un luogo conosciuto (niente droghe lisergiche qui, devo fare il bravo). Incontro Cyphrilea. Mi prende per un braccio e mi sorride. Sai, mi fa, sai che ho fatto un sogno bellissimo in cui noi due non eravamo amanti (però sempre te lo succhiavo così tanto fino a consumartelo) ed io ti divoravo le viscere. Ma che bello, le dico, anche io devo aver avuto una strana allucinazione ipnotico (solo che tu, brutta bagascia, non c’eri, penso). Sì, insiste, ma pensa che bello, ho sognato che tu eri semplicemente un tossico con ambizioni esistenziali. Cioè eri una merda eppure non volevi accettarlo, e allora ti facevi un mucchio di pippe mentali circa la tua unicità, la solitudine e la morte-vita. Quando invece neppure esistevi, eri meno di niente, anche un granello di polvere avrebbe potuto esserti paragonato e risultare più rilevante di te… Poi il sogno è divento strano e allora ecco che noi due stavamo insieme ed eravamo, pensa tu!, marito e moglie, e tu ti mettevi sempre le pantofole al contrario e le portavi in bocca al tuo cane… Ma questo era solo l’inizio perché poi cominciavi a camminare e poi ci rincontravamo in un’altra vita, così, all’infinito, perché eravamo condannati a fare tutto quello che uno stronzo senza cervello ci costringeva a fare. Allora io pensavo, ma se noi siamo ridotti così malamente, e lo stronzo senza cervello ha sopra di lui un altro che lo obbliga a fare tutto quello che vuole, che a sua volta ne ha sopra un altro che gli mangia in testa… perché ce la meniamo tanto con la storia della libertà, eh? Me lo sai spiegare?
Non sapendo cosa risponderle, ed essendomi venuta a noia, le schiantai la mascella e la strozzai. La violentai quando ancora era calda (ma senza godere di neppure una delle gocce versate del mio prezioso sperma bianco). Voglia di pisciare. Le taglio i capelli e me li avvolgo intorno al cazzo, fin quasi a strozzare anche lui. Le turo ogni singolo orifizio (compresi gli occhi, soprattutto gli occhi) con le pietre che trovo in terra. Così sembra essere diventata qualcosa di immoto che ha finalmente trovato la sua pace (beata lei).
Intorno a me c’erano deserti e devastazioni. Mi allontanai con un indescrivibile senso di vuoto covato nel petto. Mi resi conto che ero solo al mondo e che lo sarei stato per sempre.
Tento di fottere il mondo quanto lui ha fottuto me (la mia è una guerra già persa). E un’altra crisi arriverà…

La mia felicità

Il momento in cui solitamente monta è intorno alle 20, quando, dopo una giornata piena, in cui ho lavorato alle mie cose e mi sento piacevolmente stanco, e dopo aver espletato la pratica della cena, mi ritrovo a passeggiare per casa, avanti e indietro (ma non lo faccio perché sono un condannato, e neppure perché sono nervoso), mentre la televisione nell’oscurità mi fa da dimesso sottofondo…
Ecco, è quello il momento nel quale solitamente mi sento felice, in sintonia con il tutto, pieno di speranze e consapevole che al mondo non sono solo e che ci siano un mucchio di persone buone come me, che si meritano di amare e di essere a loro volta amate.
E alcuni miei amici non capiscono la mia felicità, come io possa essere così beato anche se non posseggo nulla di quello di cui le loro vite sono infarcite. Ma a me basta poco. Basta non avere problemi, in primis. E poi mi basta potermi esprimere, dire la mia, sentirmi vivo regalando al mondo l’unica cosa che dovrei e che ho il dovere di dare: me stesso.
La solitudine non è più un problema. Sono diventato grande e non mi disturba più: sia perché non mi sento solo, e sia perché ho trovato l’antidoto. E non credo che il mio sia il sofismo di chi, dovendosi accontentare di quello che ha (e che non ha), finge di essere o sentirsi quello che non è.
Non ho paura del mondo, in quei momenti, e la mia forza è talmente tanta che potrei decidere di prendere qualsiasi decisione e poi di portarla a termine. Niente e nessuno può ostacolare il mio cammino, perché il mio cammino è mio: è li che mi aspetta. Ed io lo compirò tutto fino alla fine.

Pensierini per alcune mie donne (tutte storie platoniche chiaramente, altrimenti non sarei io!)

La mia piccola donna

Una delle ultime volte che ci vedemmo ricordo che litigammo come mai ci era accaduto. Quel giorno (forse perché avevamo un mucchio di persone intorno e lei tendeva a distrarsi) proprio non mi ascoltava (cosa che invero già le succedeva spesso, perché preferiva essere lei quella che parlava).
Così, senza troppi complimenti, considerandola da mia pari, ce la mandai, e non volli perdere ulteriore tempo con lei, che solo allora sembrò accorgersi di quanto mi avesse fatto arrabbiare, ma non per questo non evitò di ricambiarmi la cortesia…
Non ci parlammo più e ci tenemmo il muso. Ed io mi dedicai ad altre attività che sempre mi attendevano, lasciandole intendere che non era scritto da nessuna parte che dovessi perdere la pazienza (oltre che il mio prezioso tempo) con lei. Se le cose tra noi non funzionavano, poteva sempre trovarsene un altro che le stesse dietro affannandosi a capirla e ad aiutarla…
Il giorno dopo ero ancora molto arrabbiato (quanto mi aveva mandato fuori di testa la mia piccolina!). Ma anche lei era ancora mortalmente adirata con me (ed era una bambina troppo genuina per potermelo nascondere). Lo capii da come mi buttò un’occhiata altera ed intransigente e cercò subito di distogliere lo sguardo. Dunque anche lei ci era stata tanto male che faticava tuttora a mettersi alle spalle il nostro dissidio (per quanto, avrei anche potuto pensare che non si curasse affatto di me e che, le cose tra noi due, io le sentissi più di lei)…
Ma a me non piace strascinarmi vecchi battibecchi fino all’infinito, così, anche se confermo che mi sentissi di avere tutte le ragioni dalla mia parte, come pure che normalmente avrei preteso le sue scuse formali per appianare il tutto, mi rammentai che, essendo io molto più grande di lei, toccava a me fare il primo passo di riavvicinamento.
La salutai. E lei mi rispose dapprima molto titubante e guardinga. Forse non sapeva se fidarsi di me, o forse non voleva aprirmi ancora il suo cuore per la paura che potessi nuovamente ferirla.
Proseguii a parlarle con il solito atteggiamento tranquillo e allora lei, rapidamente, sciolse sotto i miei occhi quella sua patina di oltranzismo e rancore, ed il muro che mi aveva eretto (per proteggersi ed impedirmi di raggiungerla) si sgretolò come sabbia al vento. E poi cambiò immediatamente espressione e mi si pose con un’aria e un tono dolente (che era il suo modo per dirmi: Giordano, quanto mi hai fatto male ieri… Ho una gran voglia di tornare ad essere amici poiché non sopporterei il contrario…).
Di lì a breve riprese il nostro bel rapporto di scambio reciproco e continuativo. Ed io appurai che era vero quello che si diceva su di lei, che cioè sembrava molto più grande e sicura di quanto non fosse, mentre invece era una persona (anche per tutto quello che le era capitato fin da piccola) molto debole… Come si poteva non perdonarla, anche se aveva avuto torto marcio e si era comportata male?
Qualche giorno dopo cambiai aria e non ci vedemmo più. E da allora mi chiedo: chissà cosa è accaduto alla mia piccola donna di allora… Chissà che bellissima ragazza è diventata la mia piccola donna… Chissà se è felice o si è fatta fregare dal primo stronzo che, intuendo la sua estrema fragilità, ha tentato di approfittarsene… La mia piccola donna…
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Margherita Buy
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Ecco dunque perché mi sembrava di conoscerla già. Ecco perché mi era così familiare. Ecco perché ho tentato di risultarle simpatico. Ecco perché ho desiderato di averla come amica…
Perché la sua voce, i suoi occhi verdi, la sua aria malinconica, i suoi continui mutamenti di umore, la sua insicurezza e il suo modo di essere (in)decisa, il suo approccio problematico alla vita (tipico di una che lo brama ma che lo respinge)… Tutto in lei mi parlava di Margherita Buy. Lei somiglia a Margherita Buy! Ed io non posso che adorarla e volerle bene…

I segreti di Brokeback Mountain

Sinceramente, questo tanto decantato film, l’ho trovato normale. In fondo, a parte la scena dell’accoppiamento sodomitico, mi sembra che la vicenda sia trattata più come una comunissima storia di adulterio che come una storia riguardante l’omosessualità. Eppure di spunti ce ne erano a bizzeffe e, dato che già si era fatto vedere quello che poteva essere considerato più scandaloso, si poteva condire il tutto facendo prendere alla narrazione delle strade che nel film sono solo accennate (come la violenza che sarebbe spettata a coloro che potessero esser considerati omosessuali).
Il lentissimo finale mi ha lasciato del tutto indifferente.
Un’occasione persa!

PS: comunque, in questo mondo bigotto, ne servirebbero a vagoni di film come questo, almeno per aprire un tantino le menti (non dico i sederini… ;-)) di qualche benpensante.