Ascanio Celestini: DISCORSI ALLA NAZIONE

Ennesimo capolavoro teatrale di Ascanio Celestini, per certi versi molto sorprendente poiché assai diverso dai suoi precedenti lavori.
È un testo quasi cinico che, attraverso una serie di personaggi intrinsecamente fascisti, calca la mano sul populismo dei giorni d’oggi, divenuto ormai imperante vangelo.
Sbrigatevi a vederlo qui su RAIPLAY prima che lo tolgano:

DOT: Il matrimonio di Fauno

Venerdì.
Anche oggi niente Hushy. La mia teoria è che abbia trovato un lavoro e per questo non sia più disponibile a frequentare la biblioteca tutti i giorni della settimana. Però vorrei provare a vedere se per caso il sabato viene. Sarebbe molto bello se fosse così, poiché immagino che in tale contesto questo luogo potrebbe riservarci fauste letizie, dato che sarebbe tutto solo per noi. Devo fare una prova, ma non questo sabato, che ho il matrimonio di Fauno. Ah, già ci siamo… Rammento di quando miravo ad andarci con Hushy… Che idiota che ero…
*
Lunedì.
Ahi, ahi, ahi. Niente Hushy. Temevo che presto sarebbe andata così, con lei che non viene più e io che non so perché, e non posso neppure accampare alcun diritto sull’apprendere cosa le sia accaduto, come non fossi autorizzato ad avere sue notizie, come tra di noi non fosse mai nato nulla di significativo. Sei felice o sei triste, Hushy?
[…]
Il posto di Hushy è stato preso da un’altra. È venuta una ragazzetta che ha fatto un sopralluogo. Quindi si è seduta occupando anche il posto davanti a lei. Aveva una faccia già vista. Non la trovo accattivante, anche perché ha l’atteggiamento di una con la puzza sotto il naso, una che non ci mette molto a schifarti per sue motivazioni insulse e preconcette. Infatti, quando si china esaminandosi il cellulare alla spasmodica ricerca di notizie circa quello che deve essere il suo amore (non ha molta voglia di studiare), mi sembra proprio di rivedere il viso imbronciato di una mia vecchia (ex) amica, una con la quale ho rotto definitivamente dopo che me ne ha fatte di tutti i colori. Ha le medesime tracotanti caratteristiche.
Per un attimo sono certo che sia lei e allora la guardo con astio. Ma poi ritorno in me e mi dico che, no!, non può essere lei e devo essere preda di una gigantesca allucinazione. Quando rialza la testa, mi chiedo come abbia fatto a confonderla con la mia vecchia amica. Sono così diverse di viso… Ciononostante nel corpo e nell’atteggiamento continuo a ravvisare delle somiglianze.
Poco dopo viene il suo ragazzo, un tipo alto e robusto che a un primo impatto sembrerebbe uno molto deciso, ma poi scopro che non è così. Evidentemente mi ha fuorviato la sua mole. Il tipo è invece molto insicuro di sé.
Non ci metto molto a capire il rapporto che intercorre tra loro due. Lui, pur non essendo dotato di spina dorsale, la comanda a bacchetta perché lei non anela niente di meglio che essere ossequiosa come una geisha con quel suo samurai che ha così ardentemente idealizzato (poi non ho dubbi che se un giorno si sposeranno presto i loro ruoli si invertiranno). Così, è lei che la mattina si alza più presto di lui per prenotare i posti mentre lui può sonnecchiare tranquillamente a casa e prendersela comoda; è lei che va alla macchinetta e gli riverisce una merendina; è lei addirittura che gli presta il portatile. E lo soccorre quando lui scatena un putiferio musicale talmente alto che necessita dell’intervento della ragazza affinché venga silenziato. In quell’occasione lui che fa? Impallidisce!, e poi, quando lei risolve la situazione, non riesce a dire una parola di scuse ma alza le mani, ad attestare la sua colpa e inettitudine, non permettendo agli altri occupanti della stanza di crocifiggerlo per la sua mancanza (come si meriterebbe) perché sarebbe come sparare sulla Croce Rossa.
Durante il loro noioso soggiorno, lei si stiracchia a più riprese mettendo in bella mostra le non abbondantissime tette di cui è accessoriata. E giurerei che sia un chiaro richiamo sessuale. Se non lo è, io sono un frate trappista e buddista. Ma per chi è quel segnale? Per lui o per me? La risposta non è così ovvia poiché, meglio di lui, la posso osservare io, e lei non può non saperlo. Però, considerando anche che non mi ha degnato di uno sguardo, se non uno malevolo o oltremodo snob, deve esser così: deve esser disposta anche a farsi vedere dagli altri pur di sedurre il suo gonzo. Che pena che mi fanno le ragazzine d’oggi: così stupide da rincorrere a testa bassa obiettivi inconsistenti…
Me ne vado, schifato e con il cordoglio nel cuore, alle 11:30. Non ho alcuna voglia di rimanere.
Hushy, dove sei? Se almeno sapessi se stai bene…
[…]
Ho deciso: la prossima volta tenterò il tutto per tutto e lei dovrà respingermi per bene, oppure farmi almeno capire chi è e cosa vuole da me. E lo farò per me, non perché le voglia bene più di quanto me ne voglia lei. No, solo per me, per stare meglio. Perché avvengono circostanze del genere in cui uno sparisce all’improvviso e poi non ci puoi più parlare, e io non voglio avere rimpianti. Non voglio…

J. B. Ballard: Cocaine nights

Me lo sono proprio gustato questo ennesimo stimolante romanzo di Ballard, un autore che ormai considero il più eminente del secolo.
Un uomo viene al corrente che suo fratello è in carcere per aver ucciso una manciata di persone. Ma la cosa più sconvolgente per lui è appurare che il fratello si dichiara praticamente colpevole. Però lui sa che ciò non può essere vero, perché il fratello non è un assassino e non avrebbe mai compiuto un tal massacro, tanto più così scientemente come emergerebbe dagli atti dell’accaduto. Parlandoci in carcere affiora nondimeno la palese reticenza del fratello a spiegargli come sarebbero andate realmente le cose. Allora il protagonista decide di indagare per conto proprio prima del processo davanti al giudice, spronandosi a trovare le prove che lo scagionino e magari anche il vero assassino. Scoprirà un mondo del tutto inaspettato. Persone che nascondono dei segreti che però nessuno vuol ammettere. Una persona in particolare attirerà la sua attenzione per il suo carisma e lui si convincerà che bene o male, per stanare il vero colpevole, dovrà avvicinarsi sempre più a questa persona tanto ambigua e pericolosa quanto affascinante…
Il libro è una specie di giallo psicologico, ma il vero tema in realtà è la violenza, così come in Super-Cannes, che sto leggendo in questo momento e che per certi versi è molto simile a Cocaine nights.
Ballard scrive romanzi estremamente celebrali, nel senso che la trama e i personaggi sono creati precipuamente per far riflettere circa le questioni che egli suggerisce, le quali talvolta vengono snocciolate in maniera palesemente provocatoria, per far ragionare, mentre altre volte devo dire che non esagera affatto smascherando l’estrema miserevolezza dell’essere umano.
Curiosità: sono molto fiero di poter enunciare che in qualche maniera avevo intuito come  si sarebbe conclusa la storia prima di leggere il finale. Ma non perché Ballard abbia scritto un’opera troppo prevedibile, bensì perché credo di essermi calato perfettamente nella realtà che egli voleva descrivere avendo compreso la sua lezione così come egli voleva impartirmela. 😉

Pure

Quel giorno ero appena rientrato a casa e dunque ero ancora vestito nel modo istrionico con il quale mi presentavo al mondo in quel periodo. Jeans appositamente modificati che mi calzavano a pennello, impreziositi da uno sgargiante disegno fatto a mano, stivali in cuoio da cowboy (li avrei abbandonati solo il giorno in cui Diva mi disse che se ero a favore degli animali non potevo utilizzare né cuoio né pelle), il mio classico gilet imbottito che tutt’oggi indosso ancora l’inverno, e quel chiodo nero di finta pelle, tenuto sempre aperto, che ovunque mi spostassi accompagnava ogni mio movimento con quel clang clang metallico della cintura. Diciamocelo: ero un gran fico…
Quel giorno poi avevo anche gli ormoni vorticanti che mi tormentavano. Erano giorni che non mi toccavo, per essere più bello, per avere qualche speranza in più di attirare quella per cui stavo perdendo la testa (e invero ci stavo riuscendo, anche se non lo sapevo).
Mi stavo bevendo un thè quando qualcuno suonò alla porta. Aprii e una visione di giovane e pura beltà femminile colmò l’ingresso di casa.
«Ciao, sono passata per questo motivo… Mi faresti questo favore?… Sono venuta apposta io» (quando sarebbe potuta venire comodamente la sorella, ben più addentro e in familiarità con la mia casa, molto più di lei; ma la sorella già allora mi odiava) «Sono venuta apposta io, così ti rivedo…»
Quella tenera, paffuta bambina che sorrideva sempre, nata per quello, come pure per suscitare tenerezza, con i suoi simpatici riccioli ribelli, quella dolce bambina si era fatta ormai ragazza, ma non comune ragazza. Era diventata ragazza bellissima, feconda, ricolma di forme e femminilità: fianchi da donna, seni gonfi quarta misura. E lo sguardo dipinto sul suo volto, ancora inconcepibilmente sereno, incolpevole, di chi non ha conosciuto il male del mondo, insitamente disposto al bene. Perché lei era troppo pura per il mondo, in lei non c’era ombra di meschinità o malizia. Lei (pur essendo femmina) ne era assolutamente incapace.
«Vieni dentro…», le dissi impacciato, sbaragliato dalla sua purezza accecante, purezza che invero si era vestita di conturbante rigogliosità. Era così bella, e io quel giorno avevo l’ormone impazzito, che le sarei saltato addosso. A poterlo fare… Ma come potevo? Come potevo esser io a corrompere la castità di quella ragazza un tempo bambina, di quella ragazza talmente ingenua da gettarsi nelle zampe del serpente bramoso?
Sarebbe rimasta poco. Era lì solo per quel motivo. Tuttavia era commuovente che fosse venuta spontaneamente, che avesse scelto di farlo per rivedermi tanto tempo dopo il tempo in cui eravamo stati bambini che giocavano assieme senza allusività. Mi aveva visto rientrare, e allora le era venuta voglia di riparlarmi, non immaginando minimamente i tormenti che mi rodevano l’anima, non sapendo nulla dell’odio che la sorella nutriva per me, non vedendo nulla dei miei abiti, del mio essere diventato quasi uomo, ignorando che anche il cucciolo di cane più amorevole del mondo da grande può patire le seduzioni traviate dell’affondare il muso nella carne insanguinata, per banchettare una volta, una volta sola magari, al banchetto della caduca dissoluzione.
Avevo una gran voglia di toccarla: era troppo bella, mi era troppo favorevole, e io venivo da giorni in cui mi trattenevo. Era troppo donna, seppure inconsapevole: ma donna solo nel corpo. Adesso le prendo la mano con una scusa… adesso gliela prendo e le faccio vedere quanto anche io sono contento di averla rivista. e lei che cosa farebbe allora? lei non si sottrarrà, seppure il suo sguardo potrebbe velarsi di un timore, il timore che il lupo abbia fame e che lei lo sia venuta a stuzzicare nel momento sbagliato. e poi io cosa farò?…, mi chiedevo. No, io non potevo toccarla, altrimenti non mi sarei potuto tenere, ne ero certo. L’avrei baciata non lasciandola più andare almeno fino a soddisfacimento avvenuto…
Tormentato dal pensiero di traviarla, come pure dalla voglia di farla mia, di cogliere l’occasione al volo, sapendo tuttavia che presto se ne sarebbe andata, non potevo realmente fare nulla di nulla. Lei era attesa. Un suo ritardo avrebbe dato nell’occhio e tutti sapevano che era lì, che la bambina cresciuta che oggi aveva venti anni, era a casa con me, da sola con me. Quindi non doveva succedere niente, era già stabilito, e io mi inchinai a quel destinato volere. Fummo nuovamente davanti alla porta.
«Mi ha fatto piacere rivederti, Adrian…», disse con il suo ingenuo candore. E io pensai che adesso avrei potuto baciarla. Almeno un bacino sulla guancia, nessuno me l’avrebbe negato. Nessuno avrebbe pensato male, se non la sorella malevola, sempre stata gelosa di noi. Mi mossi a scatti mentre la pupilla dell’occhio mi si dilatava, indeciso sul da fare. Alla fine non ce la feci a baciarla. Temetti di manifestarmi troppo goffo e rude nel momento di prenderla…
Lei se ne andò. Mi chiusi in bagno. E la prima fu per il suo candore, la sua innocenza e la sua bellezza. La seconda per la sua bellezza ancora, e perché era da una settimana che non mi toccavo.
Anni dopo. Imprecisati anni dopo… La vedo sulla metropolitana. È incredibile. È proprio lei. Mi è bastato uno sguardo per accorgermene. Non è cambiata. È più matura. È più donna. Ma ha sempre i capelli viola, e quelle labbra parimente insanguinate. Anche lei sorprendentemente mi riconosce al volo, anche se mi sento molto cambiato dall’ultima volta che ci siamo visti. Mi guarda fisso, mi cerca con lo sguardo, è impossibilitata a distogliere lo sguardo. Così devo farlo io, devo interrompere io il contatto fingendo di non averla riconosciuta… Ah, ma credo che si sia accorta che il mio sguardo fiero si è accorto di lei…
C’è una cosa che mi ha emozionato più di ogni altra cosa. È triste, tristissima… Allora ripenso alle voci sulle sciagure che hanno colpito la sua famiglia, che mi ha portato il vento. E allora capisco tutto il suo tormento. Ancora una volta vorrei andare lì e abbracciarla, stavolta senza compulsioni erotiche, solo per consolare una ragazza che io so pura, pura come pochissime in questo mondo…
Scendo e, appena sulla banchina, mi involo con il mio passo lungo. Così, se anche lei è scesa, non potrà mai raggiungermi…

Tagliare le mani ai piromani

Come già detto, non sono contro la pena di morte solo per partito preso, come tanti. Lo sono solo perché, se si lascia a un’autorità la possibilità di ammazzare qualcuno, è probabile che questa autorità abusi del suo potere e commetta degli scempi, come ammazzare degli innocenti, come avviene regolarmente in ogni stato ove questa norma vige, in Cina come negli Stati Uniti (che ne hanno ammazzati non pochi di innocenti).
Detto questo, qualora però ci siano indiscutibili prove che accertino la gravità di un crimine imperdonabile, come dei filmati, sono assolutamente favorevole a una punizione intransigente. Per esempio, se non volete ammazzare i piromani, almeno tagliategli le mani, le gambe, il cazzo, insomma riduceteli all’impotenza, in modo che non possano più compiere quella brutta cosa che si chiama dare fuoco a qualcosa per il gusto di distruggere, o per tornaconti personali.
Se uno commette uno di quegli odiosi crimini che già se lo compi una volta è una volta di troppo, può essere perdonato o no, fate voi, ma per prima cosa gli si deve impedire di rifare una cosa del genere.
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Renga: dalle stelle alle stalle

Apparteneva a uno dei gruppi più importanti d’Italia, i Timoria, e insieme a loro faceva delle canzoni molto belle… Ma lui voleva di più. Voleva il successo! Così Renga è andato in solitaria buttando nel cesso tutto quello che di buono aveva fatto in precedenza, rinnegandolo, visto il tipo di canzoncine idiote e commerciali a cui si è dedicato.
E Renga ha ottenuto quel che voleva: il successo e la popolarità e i soldi. Complimenti Renga! A me ora fa schifo, ma lui sarà certamente molto contento di sé e della sua nuova vita da vip!
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Visite

La prima visita Nemesis l’ebbe con un attempato dottore il quale sembrava aver profittato assai prestigio da tutta l’esperienza maturata negli anni. Alle soglie della pensione, godeva di grande fama presso tutto il personale medico.
Nemesis entrò nella stanza e l’infermiera che gli faceva da assistente gli disse di scoprirsi di sopra togliendosi sia la giacca che la camicia perché il dottore doveva auscultargli cuore e polmoni. Nemesis obbedì e il dottore si avvicinò con il suo freddo stetoscopio ed eseguì una visita veloce e accurata. Aveva un’aria da studioso e due occhiali con lenti molto spesse che gli deformavano gli occhi.
A un certo punto l’esimio dottore parlò proferendo il suo alto responso:
«Va tutto bene, signorina», esordì.
Nemesis si interrogò su come giudicare quelle parole. Era indubbio che ce l’avesse con lui e non con la sua assistente. Allora perché lo aveva apostrofato come “signorina”? Lo voleva forse menare per il naso?
Nemesis si voltò stupito verso l’assistente cercando in lei una qualche sponda. E lei, compreso il suo irresoluto dubbio, si affrettò a dirgli subito bonariamente:
«Il professore non ci vede più tanto bene…»
Al che Nemesis pensò: ah, ho capito; però come può lavorare adeguatamente se la sua vista non gli permette di distinguere nemmeno un uomo formato come me da una donna? Poi si ricordò che quando era stato molto piccolo talvolta era stato scambiato per una bambina, visto la delicatezza dei suoi lineamenti. Però era passato troppo tempo. Adesso una barba ruvida gli punzecchiava la pelle del viso…
Già pronto per andarsene, mentre si stava rivestendo per lasciare al più presto quel luogo in cui gli avevano dato della femmina, udì parlare ancora un’ultima volta l’esimio medico il quale gli disse enigmaticamente:
«Deve rompere il circolo vizioso della sua vita. Deve avere la forza di farlo.»
Nemesis rimase basito. Sembrava che quel medico parlasse per indovinelli e profezie. Ma quella frase ebbe il potere di toccarlo nel profondo anche più della prima e Nemesis non osò cercare ancora gli occhi dell’infermiera per chiederle un parere su quello che gli era appena stato detto, perché sembrava tanto che il medico avesse smascherato qualche suo vizio di cui nessuno era a conoscenza, che neppure Nemesis aveva saputo fino a quel momento. In ogni caso l’infermiera si era come dileguata, come non avesse voluto esprimersi su quella questione così spinosa…
La visita immediatamente successiva fu con una dottoressa. Anche lei lo fece alleggerire degli abiti ma gli impose di togliere anche i pantaloni e perfino le calze facendolo rimanere praticamente in mutande. Gli disse di avanzare davanti a lei cercando di procedere diritto camminando normalmente. Nemesis prese come riferimento le mattonelle del pavimento ed eseguì quel compito secondo lui con successo e precisione.
Si trovava a disagio così svestito, soprattutto perché nessuno lo aveva avvertito che anche per quella visita si sarebbe dovuto spogliare, tanto più di fronte a una donna. Era sudato per via della tensione. In più, si era accorto di avere una calza bucata in punta ed era certo che la dottoressa se ne fosse accorta.
Ma Nemesis si sentì davvero in impaccio quando la dottoressa lo fece sedere e per qualche strano motivo, dopo essersi messa dei guanti, gli prese a massaggiare i piedi. Essa non poté reprimere una smorfia di disappunto quando le parve di notare della sporcizia nera ai lati dell’alluce del piede sinistro. Nemesis intuì il disdegno della dottoressa e se ne dispiacque molto. Avrebbe tanto voluto informarla che guardando meglio si sarebbe accorta che non era sporco quel che aveva visto bensì dell’innocua laniccia originatasi dalla peluria del calzino di lana. Tuttavia non trovò il coraggio di dirglielo. Sperò di riscattarsi in qualche maniera con le prove successive che lei gli sottopose. E forse vi riuscì, perché la dottoressa non ebbe più sulla faccia quell’espressione contrariata.
La dottoressa gli disse poi di fare le boccacce con la lingua, ma prima fece in maniera da allontanarsi da lui di almeno mezzo metro. Nemesis fece le boccacce lasciandola apparentemente soddisfatta mentre, interrogandosi sull’odore del proprio alito, provò voglia di baciarla.
Poi la dottoressa tornò ad avvicinarsi a lui e gli testò tutti i riflessi. E su alcuni si mostrò molto stupita e vi si soffermò più volte dicendogli che erano “anomali”. Nemesis le disse che assumeva molta caffeina per essere sempre all’altezza delle prove di responsabilità che la vita gli prospettava. Ma la dottoressa non parve accreditare quella come una possibile spiegazione dei suoi riflessi esasperati.

Razionare l’acqua a Roma

Ecco una delle classiche situazioni che mi fanno estremamente incazzare. Il surriscaldamento globale aumenta sempre più… È forse colpa mia? Certamente no! Ma me la prendo in culo io! La rete idrica perde molta parte dell’acqua che trasporta… È forse colpa mia? Assolutamente no. Entrambe le situazioni sono già ampiamente documentate e i responsabili (non si dica che la colpa non è di nessuno, che è falso!), al solito, indovinate un po’, sono sempre quelli: quelli che ci (mal)governano. Troppo corrotti o incapaci per prendere le decisioni giuste che andrebbero a far guadagnare meno ai loro amici mafiosi…
Ma non è questo su cui voglio puntare il dito stavolta. Voglio solo dire che da quando è uscita questa ipotesi di razionare l’acqua a Roma, io, da bravo ragazzo qual sono, ho già cominciato a essere molto più oculato di prima in tutte quelle situazioni in cui si usa l’acqua. E credo di essere riuscito a risparmiare almeno il 40% dell’acqua, che mi sembra essere un risultato assai brillante. Ora, se anche gli altri romani avessero fatto come me, a questo punto Zingaretti e Acea avrebbero già abbandonato in via definitiva la decisione di razionalizzare l’acqua. Ma credete che gli altri romani si siano comportati come me?… Corca! Anzi, forse qualcuno ne sta addirittura usando di più, per rifarsi di quando ne dovrà usare di meno!
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Il matrimonio di Miriam

Verso le undici le arrivò puntuale il messaggino di Ariel. Miriam se lo aspettava. Sapeva che si sarebbe fatto vivo: e lui non la deluse. Perché lui era molto prevedibile dopotutto per lei, e lei lo aveva capito perfettamente come era fatto. Però non avrebbe mai ammesso che tra loro due esistesse un feeling particolare.
Lesse con gusto il messaggio una prima volta. Quella mattina il cellulare non faceva che squillare e ricevere sms. Quel singolo messaggio da parte di Ariel rispetto alle manifestazioni di tutti gli altri le regalava un gusto particolare. Aveva il gusto della rivalsa e della vendetta. Ariel si attaccava e tirava forte! Lei si sposava con un altro, con Richard, cioè col suo fidanzato storico, il solo che fosse riuscito a resistere con lei tre annetti. Mentre con Ariel a dire il vero neppure erano mai stati assieme. Allora che pretese poteva vantare Ariel con lei? Nessuna, nessuna pretesa, pensava Miriam con livore.
Quella mattina Miriam non faceva che piangere. Lo faceva incessantemente fin da appena alzata. Allora Richard se n’era accorto e sorridendole compagnone se l’era stretta a sé dicendole nell’orecchio: anche io ti amo tanto amore; che bello che ci sposiamo, finalmente! Poi l’aveva lasciata imbambolata sul bidet mentre lui si andava a vestire, senza lavarsi perché aveva preferito guadagnare tempo e farlo la sera prima, per non avere da fare la mattina quell’ennesima incombenza che avrebbe costipato la già fittissima agenda con gli impegni da espletare il giorno delle nozze.
Solo dopo quelle lacrime si erano arrestate. Era stato necessario che arrivasse l’sms di Ariel per farla mettere di buonumore. Miriam sorrise impercettibilmente. E poi, ore dopo, rilesse il messaggio, dato che la faceva sentire tanto bene. Le due persone che le stavano appiccicate in quel momento se ne accorsero. Si accorsero che bene o male qualcosa di netto aveva influenzato l’atteggiamento di Miriam ridestandola da quel mare di lacrime che aveva versato per tutto il giorno. Allora la madre le chiese che avesse, mentre la zia chi le avesse mandato il messaggio e cosa le diceva.
Miriam rilesse il messaggio sorridendo, stavolta più marcatamente, non c’era motivo di fingere, dato che era stata scoperta. Cercò di memorizzarlo nella mente, perché quel messaggio non sarebbe mai rimasto nel suo cellulare per nessun motivo al mondo. Troppo compromettente. Cioè, sarebbe stato troppo compromettente perché una volta aveva sbracato parlando a Richard di Ariel dicendogli un mucchio di falsità su di lui, tali da farlo ingelosire e fargli pensare che quel suo collega doveva essere un mezzo matto misogino che però sotto sotto la importunava provandoci a più non posso; e forse era pure un terrorista, visto sempre i suoi discorsi sulle Forze dell’Ordine e i Servizi Segreti (deviati).
Ti auguro di essere davvero felice per il resto dei tuoi giorni.
Con sincerità, Ariel.
Miriam lo cancellò senza rimpianto. E poi rispose alle curiosità delle due sorelle. Era il messaggio del capo, mentì loro: è un tale buzzurro!; ma preferirei un aumento piuttosto che un suo sms falsamente sdolcinato pieno di amenità e frasi fatte, aggiunse…
Di lì a poco riattaccò a piangere. Miriam appariva a tutti inconsolabile. E tutti a dire: ah, vedi come lo ama?; vedi che anche lei ha un cuore dopotutto?; chi se lo sarebbe immaginato che una tipa algida e infida come lei si sarebbe sciolta così tanto nel giorno del suo matrimonio?; ah, come lo ama!; come si amano quei due!; sono fatti l’uno per l’altra e saranno sicuramente felici per tutta la vita, per tutta la vita!
Ma Miriam non piangeva per la gioia del matrimonio. Piangeva segretamente perché si sentiva in catene, senza via d’uscita. Certo, si era sposata l’uomo con cui stava da anni, e per questo avrebbe dovuto essere felice. Solo che non tutti sapevano quello che lei provava circa quel rapporto con lui. Non tutti sapevano che solo pochi mesi prima aveva confidato a delle amiche che Richard non la faceva impazzire, tuttavia sarebbe rimasta con lui finché non ne avrebbe trovato un altro meglio. E poco dopo lo sposava! Non avevano poi molto in comune lei e Richard, se non la superficialità, l’arroganza, l’impostura e uno spiccato egocentrismo. Ma quelle erano “doti” che non bastavano a far da collante tra loro. Miriam se n’era accorta anche solo per il fatto che quando si trattava di vedere la televisione, lui andava a vedere la partita e la viveva come un evento di un’importanza apicale, mentre lei si guardava la trasmissione di gossip spinto piena di banalità, fandonie e cattivi esempi; che erano due modi diversi di essere superficiali, e forse anche inconciliabili.
In quel momento Ariel si trovava in quella pasticceria dove un paio di volte aveva incontrato Miriam casualmente, nei giorni festivi. E mentre si ripeteva che da quel momento davvero non avrebbe più dovuto pensarla, e stavolta per davvero, si era chiesto però perché proprio quel giorno avesse scelto di recarsi là, proprio in quella pasticceria nella quale aveva incontrato Miriam le uniche volte che l’aveva vista fuori dal lavoro. Ma la domanda era retorica. Era ovvio che aveva messo in atto una specie di tributo di sublimazione. Che quello poteva essere interpretato come un rito di allontanamento definitivo. Così, nel giorno in cui lei si sposava diventandogli davvero inaccessibile per il resto dei suoi giorni, lui era andato nell’unico luogo in cui l’aveva incontrata al di fuori del lavoro, per salutarla, per dirle addio irrevocabilmente, dicendo così addio anche a quella suggestione di reminiscenza più o meno languida, quella suggestione più o meno agrodolce che la comprendeva.
Ariel entrò nel negozio e poi si voltò a osservare i dolciumi alla vetrina. I suoi occhi furono calamitati da quelli preferiti di Miriam. Ricordava di quella volta che l’aveva sorpresa a mangiarne uno, lei, sempre così maniacalmente attenta alla linea. In quell’occasione lei si era vergognata molto di essersi fatta sorprendere con il “sorcio in bocca”, e lui comprese che aveva visto una sua faccia che lei non gli aveva mai fatto vedere, la faccia della sua bambinesca ingordigia.
Una volta terminata la cerimonia, dopo il gargantuesco pranzo, Richard e Miriam tornarono sfiniti a casa. Il viaggio di nozze sarebbe cominciato solo l’indomani. Dopo una serie di pippe mentali interminabili, avevano deciso di comune accordo che sarebbero partiti solo il giorno dopo, per sistemare bene tutte le incombenze che avevano ed esser comodi di partire con la coscienza sgravata.
A sera erano un po’ brilli. Per riprendersi dagli stravizi del pranzo, non avrebbero cenato. Richard le aveva messo la divisa, la sua divisa. Si era voluto sposare in alta uniforme. Ci aveva tenuto molto a farlo e Miriam non aveva posto veti, anche se gli sembrava una pacchianeria doversi sposare un tipo vestito a quel modo. E poi quello la faceva tanto sentire una specie di sposa di guerra che presto avrebbe perso il marito partito per il fronte…
Richard sguainò a un tratto la spada d’ordinanza. Che fai?, gli chiese lei con un’aria sciocca. Di certo non temeva lo sbudellamento (mentre, si fosse trattato di Ariel, lo avrebbe temuto eccome!); però non si spiegava che cazzo stesse cercando di fare o dimostrare Richard. Niente, rispose lui, avevo sempre desiderato farlo; ora l’ho fatto; come sai, questa divisa non la metto mai, perché è solo per ricorrenze ufficiali; ma a me piace tanto avere una spada in mano e poterla maneggiare, mi fa sentire come una specie di moschettiere; adesso vieni qui, mio amore.
Miriam capì che era l’ora dell’amore. Finalmente ci erano arrivati. Si era chiesta quando lo avrebbero fatto. Quella sera sembrava che Richard avesse mandato le cose per le lunghe. Tanto che quasi quasi aveva creduto che non avrebbero consumato, quella notte, che lo avrebbero fatto solo il giorno dopo in luna di miele; ma se ciò fosse avvenuto sarebbe stato davvero un affronto per lei. Perché le tradizioni di farsi chiavare la notte di nozze esigevano che si rispettassero, anche se Miriam quella sera era molto stanca, avendo pure pianto tutto il giorno, e se ne sarebbe esentata volentieri.
In quel momento Ariel era a letto ma fatica a dormire. Ripensò a quell’sms spedito. Allora prese il cellulare in mano e rilesse il messaggio che compariva nella sezione “spediti”. Lo rilesse diverse volte. Poi lo cancellò. Immaginò Miriam che lo aveva ricevuto. Lo aveva letto e poi aveva preferito non rispondergli, cosa che lui si aspettava perfettamente visto il tipo di ragazza che era; solo che una parte di lui aveva voluto credere che, per una volta, per quella che sarebbe stata la loro ultima volta, lei avesse voluto licenziarsi da lui in una maniera decente e da amici, non con il solito astio. E invece no. Lei aveva deciso di fare la stronza fino in fondo… Certo, qualora avesse risposto a tutti i messaggi ricevuti quella mattina, c’era il caso che non l’avrebbe mai finita, però… il bello dello sposarsi non era anche quello? Non era ricevere un mucchio di telefonate e congratulazioni varie e rispondere a ognuna con un sorriso perché si dovrebbe essere in uno dei giorni più felici della vita? D’altronde, se uno perdeva il tempo a pensarti e a farti avere le sue felicitazioni, era di buon gusto rispondere e ringraziare ognuno come si doveva. Ma questo Miriam non lo aveva fatto. Cioè, con lui e qualche altro che odiava, non l’aveva fatto. Ma con chi aveva voluto Ariel era certo che lo avesse fatto.
Miriam capì che era una specie di fantasia erotica quella che Richard le aveva chiesto, di scoprirsi nuda, sopra, conservando la sua giacca militare sopra, e contemporaneamente togliersi le mutandine bianche. Richard le pose la spada sulla testa dalla parte che non tagliava e lei pensò che la volesse benedire o investire di qualche titolo. Ma se lo voleva fare, avrebbe ottenuto solo il titolo di sua puttana privata.
Mettila via, è pericolosa, disse lei con la sua faccia sbattuta che aveva pianto tutto il giorno, con il trucco oramai cancellato del tutto dalle lacrime. Richard sorrise quasi perverso, come non avesse voluto seguire quel suo consiglio. Ma poi invece gettò quella per lui così preziosa spada a lato facendola cadere sul freddo e duro pavimento e cominciò a baciarle i piccoli svuotati seni aprendosi un varco nella giacca militaresca. Per un po’ se la manipolò tutta. Poi le leccò il collo per andare a baciarla sulla bocca. Entrambi avevano un alito abbastanza schifoso. Però, se quello di Miriam in definitiva sapeva solo di alcol, quello di Richard sapeva pure di abbacchio. E quell’odore non piacque troppo a Miriam.
Mentre lei lo assecondava in tutto come fosse stata una buona bambola gonfiabile remissiva, Richard la prese e la rivoltò. Si era aperto i pantaloni, ma sembrava che non fosse troppo in forma, nonostante l’apparente infoiamento di facciata. Forse era per quello che Richard l’aveva messa di spalle?, si chiese lei. Ma non era per quello.
Senti, vorrei che, dato che è un evento speciale, questo, e che da oggi siamo davvero marito e moglie, vorrei suggellare questo giorno speciale con un regalo speciale, le disse. Non era chiaro se il regalo glielo avrebbe fatto lui a lei o viceversa, ma Miriam intuì la verità. Che cosa vuoi fare?, chiese per formalità, come fosse ancora pura come un giglio.
Niente di che!, disse subito lui; solo vorrei che mi concedessi quella cosa che già altre volte ti ho chiesto ma che non mi hai mai concesso… sarebbe ora…
Eccola là che gli era ripresa la fissa del culo. A Miriam non piaceva l’idea di darglielo, per una lunga e interminabile serie di ragioni. La prima era semplicemente che lei… Beh, delle volte, per provare, solo per provare, si era data da fare in quella zona con convinzione… Solo per scoprire che in ultima istanza non esistevano motivi validi affinché lei introducesse qualsiasi tipo di oggetto da quelle parti: perché non ne ricavava alcun piacere. Allora perché nei porno lo facevano sempre? La verità era che quella era una pratica che al maschio piaceva, ma non alla donna. Per questo si faceva. Il mondo era un luogo assai maschilista. Miriam lo aveva compreso ripensando anche a tutte quelle volte che Ariel glielo aveva ripetuto, che vivevano in una società marcatamente maschilista, tanto che uno neppure ci faceva più caso e lo accettava come fosse un fatto compiuto e basta.
Le altre ragioni che le sconsigliavano di donare il culo erano che quella era una zona piuttosto piccola e delicata, che era facile che si arrossasse, o le dolesse se si esagerava nel sollecitarla. Infatti, nelle poche volte in cui lei stessa era andata in avanscoperta in quei luoghi diabolici, si era ritrovata con l’ano che le si era infiammato e le faceva male, seppure non le sembrava affatto di aver fatto troppo forte o avesse esagerato in qualche maniera introducendosi roba troppo grossa.
E poi c’era la questione dell’igiene, a cui lei teneva molto. E poi quella che non si voleva sentire così sottomessa, perché, prenderlo in culo, era anche un simbolo, un simbolo di qualcosa di specifico a cui lei non voleva assurgere; eccetera, eccetera…
Ma ora era lì e Richard pretendeva quell’offerta da lei. Miriam comprese che prima o poi avrebbe dovuto fargli quella elargizione. Immaginò che se si fosse rifiutata quella volta lui sarebbe tornato alla carica la volta dopo, e sarebbe stato sempre più difficile procrastinare la cosa o negargliela perché ormai Richard l’aveva messa in maniera che prima o poi quell’assegnazione gli spettasse. Allora Miriam pensò che sarebbe stato meglio darglielo subito, il suo bel culetto, e far passare così tutta quella faccenda per una grande concessione estremamente occasionale, una tantum, che gli tributava, solo a lui, e solo perché si erano appena sposati, come una specie di mancia matrimoniale eccezionale. A ogni modo non volle che lui esagerasse con la spinta, seppure era certa che quella mosceria che lo affliggeva non le avrebbe fatto male, in quell’occasione almeno. Così gli disse: okay; però fai piano che ho un po’ di emorroidi.
Ora, Richard conosceva bene cosa volesse dire avere le emorroidi, perché lui stesso ne soffriva, per via di complicate questioni di sellini di biciclette e manganelli usati per giochi erotici durante il lavoro, ma non credette neppure per un momento che la sua adorabile mogliettina davvero ne soffrisse, altrimenti lei non gli avrebbe mai concesso il via libera.
Così entrambi recitarono quella sceneggiata, entrambi sapendo come stessero davvero le cose. Tuttavia, quando Miriam ricominciò a piangere, Richard fu sfiorato dall’ipotesi che lo facesse per via davvero di quelle fantomatiche emorroidi che in precedenza non erano mai saltate fuori e lui riteneva che lei non avesse. Invece Miriam piangeva molto più semplicemente perché non sopportava l’idea di essersi sposata un uomo simile, con il quale avrebbe messo una pietra tombale sulla sua felicità. Perché con quel matrimonio era come se lei si fosse rassegnata a vivere una vita grama, senza vere soddisfazioni, seppure con la sicurezza di un uomo al fianco che non le avrebbe mai fatto mancare il pane, certo, però ben latro le sarebbe mancato. A ogni modo, quando lui le chiese cosa avesse, lei rispose angelicamente che piangeva perché…: sono tanto felice di averti sposato, Richard!; con te si corona il sogno di una vita!
Ariel non trovava pace nel letto. Non c’era proprio verso di addormentarsi quella sera, maledetta Miriam. Riconsiderò a fondo il giorno prima, che era stata la vigilia dello sposalizio di Miriam. Quel giorno lei era venuta a lavoro solo al pomeriggio, e giusto per sistemare le ultime faccende con l’esigente e scorbutico capo. Allora si era presentata con due occhiaie che le arrivavano fino alle ginocchia, cosa insolita per lei, che teneva moltissimo alle apparenze e a essere sempre in ordine e presentabile e che nessuno potesse malignare su di lei. Evidentemente, in quell’occasione, le era interessato invece che si capisse al di fuori di ogni dubbio che la notte prima aveva scopato con suo marito dandoci davvero giù, perché ora lei era sposata e lo poteva e doveva fare. Quelle occhiaie in realtà erano lì appositamente per Ariel, non per altri, per farlo ingelosire. Lui, nell’oscurità e nel silenzio della notte, lo aveva capito e si disse da solo nel letto: che grandissima stronza!
Poi ripensò anche alla balzana scenetta in cui lei gli aveva fatto il favore di dirgli che si sposava. Glielo aveva detto solo la settimana immediatamente prima dello sposalizio, quando ormai i preparativi che aveva messo in moto erano stati così palesi che non aveva potuto fare a meno di ammetterlo apertamente a tutto l’ufficio (dopo che lo aveva detto nascostamente quasi a tutti, ma non a lui). Così Ariel fu la penultima persona con la quale parlò del lieto evento, a somma dimostrazione di quanto lo odiasse e volesse fargli capire quanto poco fosse importante per lui. Solo una persona ebbe un trattamento peggiore e si trattò di una donna che era soprannominata Scimmietta Nera la quale Miriam odiava anche più di lui (ma questo non consolò Ariel). Per il resto Miriam si dimostrò assai ipocrita a invitare al matrimonio solo una collega, che tra l’altro era una di quelle che sul lavoro le faceva sempre sputare sangue. La invitò per mero opportunismo e falsa amicizia, sperando di lasciarle intendere che tutto sommato era una persona importante per lei e la riteneva una sua amica, quando non era affatto così in verità…
Dopo che Miriam lo ebbe soddisfatto, Richard di addormentò come un sasso. Anche lei era stanchissima e avrebbe voluto addormentarsi come lui e ronfare della grossa. Solo che non ci riuscì. E allora ricomincio a piangere, sommessamente, trattenendo i singulti per non far svegliare suo marito che comunque non si sarebbe svegliato neppure con le cannonate. Considerando la vita scialba e senza senso che l’attendeva, pensò a cosa avrebbe potuto fare per infondere un senso a un’esistenza ormai accessoria. Naturalmente aveva già considerato molteplici volte la possibilità di farsi un amante… Ma ci era già passata prima e temeva troppo di essere additata pubblicamente dalla gente perbene come “troia”, e non voleva che quello si ripetesse ancora come era stato in precedenza (ci aveva messo così tanto a far dimenticare alla gente quella brutta storia). Allora arrivò all’unica logica conclusione che le rimaneva. Un figlio, avrebbe fatto un figlio per infondere un senso a qualcosa che non lo aveva più. Per qualche anno avrebbe badato a lui. E poi, magari, una volta cresciuto, le sarebbe passata ogni voglia di vivere qualcosa per cui valesse la pena di farlo…