Ascanio Celestini: DISCORSI ALLA NAZIONE

Ennesimo capolavoro teatrale di Ascanio Celestini, per certi versi molto sorprendente poiché assai diverso dai suoi precedenti lavori.
È un testo quasi cinico che, attraverso una serie di personaggi intrinsecamente fascisti, calca la mano sul populismo dei giorni d’oggi, divenuto ormai imperante vangelo.
Sbrigatevi a vederlo qui su RAIPLAY prima che lo tolgano:

DOT: Il matrimonio di Fauno

Venerdì.
Anche oggi niente Hushy. La mia teoria è che abbia trovato un lavoro e per questo non sia più disponibile a frequentare la biblioteca tutti i giorni della settimana. Però vorrei provare a vedere se per caso il sabato viene. Sarebbe molto bello se fosse così, poiché immagino che in tale contesto questo luogo potrebbe riservarci fauste letizie, dato che sarebbe tutto solo per noi. Devo fare una prova, ma non questo sabato, che ho il matrimonio di Fauno. Ah, già ci siamo… Rammento di quando miravo ad andarci con Hushy… Che idiota che ero…
*
Lunedì.
Ahi, ahi, ahi. Niente Hushy. Temevo che presto sarebbe andata così, con lei che non viene più e io che non so perché, e non posso neppure accampare alcun diritto sull’apprendere cosa le sia accaduto, come non fossi autorizzato ad avere sue notizie, come tra di noi non fosse mai nato nulla di significativo. Sei felice o sei triste, Hushy?
[…]
Il posto di Hushy è stato preso da un’altra. È venuta una ragazzetta che ha fatto un sopralluogo. Quindi si è seduta occupando anche il posto davanti a lei. Aveva una faccia già vista. Non la trovo accattivante, anche perché ha l’atteggiamento di una con la puzza sotto il naso, una che non ci mette molto a schifarti per sue motivazioni insulse e preconcette. Infatti, quando si china esaminandosi il cellulare alla spasmodica ricerca di notizie circa quello che deve essere il suo amore (non ha molta voglia di studiare), mi sembra proprio di rivedere il viso imbronciato di una mia vecchia (ex) amica, una con la quale ho rotto definitivamente dopo che me ne ha fatte di tutti i colori. Ha le medesime tracotanti caratteristiche.
Per un attimo sono certo che sia lei e allora la guardo con astio. Ma poi ritorno in me e mi dico che, no!, non può essere lei e devo essere preda di una gigantesca allucinazione. Quando rialza la testa, mi chiedo come abbia fatto a confonderla con la mia vecchia amica. Sono così diverse di viso… Ciononostante nel corpo e nell’atteggiamento continuo a ravvisare delle somiglianze.
Poco dopo viene il suo ragazzo, un tipo alto e robusto che a un primo impatto sembrerebbe uno molto deciso, ma poi scopro che non è così. Evidentemente mi ha fuorviato la sua mole. Il tipo è invece molto insicuro di sé.
Non ci metto molto a capire il rapporto che intercorre tra loro due. Lui, pur non essendo dotato di spina dorsale, la comanda a bacchetta perché lei non anela niente di meglio che essere ossequiosa come una geisha con quel suo samurai che ha così ardentemente idealizzato (poi non ho dubbi che se un giorno si sposeranno presto i loro ruoli si invertiranno). Così, è lei che la mattina si alza più presto di lui per prenotare i posti mentre lui può sonnecchiare tranquillamente a casa e prendersela comoda; è lei che va alla macchinetta e gli riverisce una merendina; è lei addirittura che gli presta il portatile. E lo soccorre quando lui scatena un putiferio musicale talmente alto che necessita dell’intervento della ragazza affinché venga silenziato. In quell’occasione lui che fa? Impallidisce!, e poi, quando lei risolve la situazione, non riesce a dire una parola di scuse ma alza le mani, ad attestare la sua colpa e inettitudine, non permettendo agli altri occupanti della stanza di crocifiggerlo per la sua mancanza (come si meriterebbe) perché sarebbe come sparare sulla Croce Rossa.
Durante il loro noioso soggiorno, lei si stiracchia a più riprese mettendo in bella mostra le non abbondantissime tette di cui è accessoriata. E giurerei che sia un chiaro richiamo sessuale. Se non lo è, io sono un frate trappista e buddista. Ma per chi è quel segnale? Per lui o per me? La risposta non è così ovvia poiché, meglio di lui, la posso osservare io, e lei non può non saperlo. Però, considerando anche che non mi ha degnato di uno sguardo, se non uno malevolo o oltremodo snob, deve esser così: deve esser disposta anche a farsi vedere dagli altri pur di sedurre il suo gonzo. Che pena che mi fanno le ragazzine d’oggi: così stupide da rincorrere a testa bassa obiettivi inconsistenti…
Me ne vado, schifato e con il cordoglio nel cuore, alle 11:30. Non ho alcuna voglia di rimanere.
Hushy, dove sei? Se almeno sapessi se stai bene…
[…]
Ho deciso: la prossima volta tenterò il tutto per tutto e lei dovrà respingermi per bene, oppure farmi almeno capire chi è e cosa vuole da me. E lo farò per me, non perché le voglia bene più di quanto me ne voglia lei. No, solo per me, per stare meglio. Perché avvengono circostanze del genere in cui uno sparisce all’improvviso e poi non ci puoi più parlare, e io non voglio avere rimpianti. Non voglio…

J. B. Ballard: Cocaine nights

Me lo sono proprio gustato questo ennesimo stimolante romanzo di Ballard, un autore che ormai considero il più eminente del secolo.
Un uomo viene al corrente che suo fratello è in carcere per aver ucciso una manciata di persone. Ma la cosa più sconvolgente per lui è appurare che il fratello si dichiara praticamente colpevole. Però lui sa che ciò non può essere vero, perché il fratello non è un assassino e non avrebbe mai compiuto un tal massacro, tanto più così scientemente come emergerebbe dagli atti dell’accaduto. Parlandoci in carcere affiora nondimeno la palese reticenza del fratello a spiegargli come sarebbero andate realmente le cose. Allora il protagonista decide di indagare per conto proprio prima del processo davanti al giudice, spronandosi a trovare le prove che lo scagionino e magari anche il vero assassino. Scoprirà un mondo del tutto inaspettato. Persone che nascondono dei segreti che però nessuno vuol ammettere. Una persona in particolare attirerà la sua attenzione per il suo carisma e lui si convincerà che bene o male, per stanare il vero colpevole, dovrà avvicinarsi sempre più a questa persona tanto ambigua e pericolosa quanto affascinante…
Il libro è una specie di giallo psicologico, ma il vero tema in realtà è la violenza, così come in Super-Cannes, che sto leggendo in questo momento e che per certi versi è molto simile a Cocaine nights.
Ballard scrive romanzi estremamente celebrali, nel senso che la trama e i personaggi sono creati precipuamente per far riflettere circa le questioni che egli suggerisce, le quali talvolta vengono snocciolate in maniera palesemente provocatoria, per far ragionare, mentre altre volte devo dire che non esagera affatto smascherando l’estrema miserevolezza dell’essere umano.
Curiosità: sono molto fiero di poter enunciare che in qualche maniera avevo intuito come  si sarebbe conclusa la storia prima di leggere il finale. Ma non perché Ballard abbia scritto un’opera troppo prevedibile, bensì perché credo di essermi calato perfettamente nella realtà che egli voleva descrivere avendo compreso la sua lezione così come egli voleva impartirmela. 😉

Pure

Quel giorno ero appena rientrato a casa e dunque ero ancora vestito nel modo istrionico con il quale mi presentavo al mondo in quel periodo. Jeans appositamente modificati che mi calzavano a pennello, impreziositi da uno sgargiante disegno fatto a mano, stivali in cuoio da cowboy (li avrei abbandonati solo il giorno in cui Diva mi disse che se ero a favore degli animali non potevo utilizzare né cuoio né pelle), il mio classico gilet imbottito che tutt’oggi indosso ancora l’inverno, e quel chiodo nero di finta pelle, tenuto sempre aperto, che ovunque mi spostassi accompagnava ogni mio movimento con quel clang clang metallico della cintura. Diciamocelo: ero un gran fico…
Quel giorno poi avevo anche gli ormoni vorticanti che mi tormentavano. Erano giorni che non mi toccavo, per essere più bello, per avere qualche speranza in più di attirare quella per cui stavo perdendo la testa (e invero ci stavo riuscendo, anche se non lo sapevo).
Mi stavo bevendo un thè quando qualcuno suonò alla porta. Aprii e una visione di giovane e pura beltà femminile colmò l’ingresso di casa.
«Ciao, sono passata per questo motivo… Mi faresti questo favore?… Sono venuta apposta io» (quando sarebbe potuta venire comodamente la sorella, ben più addentro e in familiarità con la mia casa, molto più di lei; ma la sorella già allora mi odiava) «Sono venuta apposta io, così ti rivedo…»
Quella tenera, paffuta bambina che sorrideva sempre, nata per quello, come pure per suscitare tenerezza, con i suoi simpatici riccioli ribelli, quella dolce bambina si era fatta ormai ragazza, ma non comune ragazza. Era diventata ragazza bellissima, feconda, ricolma di forme e femminilità: fianchi da donna, seni gonfi quarta misura. E lo sguardo dipinto sul suo volto, ancora inconcepibilmente sereno, incolpevole, di chi non ha conosciuto il male del mondo, insitamente disposto al bene. Perché lei era troppo pura per il mondo, in lei non c’era ombra di meschinità o malizia. Lei (pur essendo femmina) ne era assolutamente incapace.
«Vieni dentro…», le dissi impacciato, sbaragliato dalla sua purezza accecante, purezza che invero si era vestita di conturbante rigogliosità. Era così bella, e io quel giorno avevo l’ormone impazzito, che le sarei saltato addosso. A poterlo fare… Ma come potevo? Come potevo esser io a corrompere la castità di quella ragazza un tempo bambina, di quella ragazza talmente ingenua da gettarsi nelle zampe del serpente bramoso?
Sarebbe rimasta poco. Era lì solo per quel motivo. Tuttavia era commuovente che fosse venuta spontaneamente, che avesse scelto di farlo per rivedermi tanto tempo dopo il tempo in cui eravamo stati bambini che giocavano assieme senza allusività. Mi aveva visto rientrare, e allora le era venuta voglia di riparlarmi, non immaginando minimamente i tormenti che mi rodevano l’anima, non sapendo nulla dell’odio che la sorella nutriva per me, non vedendo nulla dei miei abiti, del mio essere diventato quasi uomo, ignorando che anche il cucciolo di cane più amorevole del mondo da grande può patire le seduzioni traviate dell’affondare il muso nella carne insanguinata, per banchettare una volta, una volta sola magari, al banchetto della caduca dissoluzione.
Avevo una gran voglia di toccarla: era troppo bella, mi era troppo favorevole, e io venivo da giorni in cui mi trattenevo. Era troppo donna, seppure inconsapevole: ma donna solo nel corpo. Adesso le prendo la mano con una scusa… adesso gliela prendo e le faccio vedere quanto anche io sono contento di averla rivista. e lei che cosa farebbe allora? lei non si sottrarrà, seppure il suo sguardo potrebbe velarsi di un timore, il timore che il lupo abbia fame e che lei lo sia venuta a stuzzicare nel momento sbagliato. e poi io cosa farò?…, mi chiedevo. No, io non potevo toccarla, altrimenti non mi sarei potuto tenere, ne ero certo. L’avrei baciata non lasciandola più andare almeno fino a soddisfacimento avvenuto…
Tormentato dal pensiero di traviarla, come pure dalla voglia di farla mia, di cogliere l’occasione al volo, sapendo tuttavia che presto se ne sarebbe andata, non potevo realmente fare nulla di nulla. Lei era attesa. Un suo ritardo avrebbe dato nell’occhio e tutti sapevano che era lì, che la bambina cresciuta che oggi aveva venti anni, era a casa con me, da sola con me. Quindi non doveva succedere niente, era già stabilito, e io mi inchinai a quel destinato volere. Fummo nuovamente davanti alla porta.
«Mi ha fatto piacere rivederti, Adrian…», disse con il suo ingenuo candore. E io pensai che adesso avrei potuto baciarla. Almeno un bacino sulla guancia, nessuno me l’avrebbe negato. Nessuno avrebbe pensato male, se non la sorella malevola, sempre stata gelosa di noi. Mi mossi a scatti mentre la pupilla dell’occhio mi si dilatava, indeciso sul da fare. Alla fine non ce la feci a baciarla. Temetti di manifestarmi troppo goffo e rude nel momento di prenderla…
Lei se ne andò. Mi chiusi in bagno. E la prima fu per il suo candore, la sua innocenza e la sua bellezza. La seconda per la sua bellezza ancora, e perché era da una settimana che non mi toccavo.
Anni dopo. Imprecisati anni dopo… La vedo sulla metropolitana. È incredibile. È proprio lei. Mi è bastato uno sguardo per accorgermene. Non è cambiata. È più matura. È più donna. Ma ha sempre i capelli viola, e quelle labbra parimente insanguinate. Anche lei sorprendentemente mi riconosce al volo, anche se mi sento molto cambiato dall’ultima volta che ci siamo visti. Mi guarda fisso, mi cerca con lo sguardo, è impossibilitata a distogliere lo sguardo. Così devo farlo io, devo interrompere io il contatto fingendo di non averla riconosciuta… Ah, ma credo che si sia accorta che il mio sguardo fiero si è accorto di lei…
C’è una cosa che mi ha emozionato più di ogni altra cosa. È triste, tristissima… Allora ripenso alle voci sulle sciagure che hanno colpito la sua famiglia, che mi ha portato il vento. E allora capisco tutto il suo tormento. Ancora una volta vorrei andare lì e abbracciarla, stavolta senza compulsioni erotiche, solo per consolare una ragazza che io so pura, pura come pochissime in questo mondo…
Scendo e, appena sulla banchina, mi involo con il mio passo lungo. Così, se anche lei è scesa, non potrà mai raggiungermi…

Tagliare le mani ai piromani

Come già detto, non sono contro la pena di morte solo per partito preso, come tanti. Lo sono solo perché, se si lascia a un’autorità la possibilità di ammazzare qualcuno, è probabile che questa autorità abusi del suo potere e commetta degli scempi, come ammazzare degli innocenti, come avviene regolarmente in ogni stato ove questa norma vige, in Cina come negli Stati Uniti (che ne hanno ammazzati non pochi di innocenti).
Detto questo, qualora però ci siano indiscutibili prove che accertino la gravità di un crimine imperdonabile, come dei filmati, sono assolutamente favorevole a una punizione intransigente. Per esempio, se non volete ammazzare i piromani, almeno tagliategli le mani, le gambe, il cazzo, insomma riduceteli all’impotenza, in modo che non possano più compiere quella brutta cosa che si chiama dare fuoco a qualcosa per il gusto di distruggere, o per tornaconti personali.
Se uno commette uno di quegli odiosi crimini che già se lo compi una volta è una volta di troppo, può essere perdonato o no, fate voi, ma per prima cosa gli si deve impedire di rifare una cosa del genere.
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Renga: dalle stelle alle stalle

Apparteneva a uno dei gruppi più importanti d’Italia, i Timoria, e insieme a loro faceva delle canzoni molto belle… Ma lui voleva di più. Voleva il successo! Così Renga è andato in solitaria buttando nel cesso tutto quello che di buono aveva fatto in precedenza, rinnegandolo, visto il tipo di canzoncine idiote e commerciali a cui si è dedicato.
E Renga ha ottenuto quel che voleva: il successo e la popolarità e i soldi. Complimenti Renga! A me ora fa schifo, ma lui sarà certamente molto contento di sé e della sua nuova vita da vip!
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Visite

La prima visita Nemesis l’ebbe con un attempato dottore il quale sembrava aver profittato assai prestigio da tutta l’esperienza maturata negli anni. Alle soglie della pensione, godeva di grande fama presso tutto il personale medico.
Nemesis entrò nella stanza e l’infermiera che gli faceva da assistente gli disse di scoprirsi di sopra togliendosi sia la giacca che la camicia perché il dottore doveva auscultargli cuore e polmoni. Nemesis obbedì e il dottore si avvicinò con il suo freddo stetoscopio ed eseguì una visita veloce e accurata. Aveva un’aria da studioso e due occhiali con lenti molto spesse che gli deformavano gli occhi.
A un certo punto l’esimio dottore parlò proferendo il suo alto responso:
«Va tutto bene, signorina», esordì.
Nemesis si interrogò su come giudicare quelle parole. Era indubbio che ce l’avesse con lui e non con la sua assistente. Allora perché lo aveva apostrofato come “signorina”? Lo voleva forse menare per il naso?
Nemesis si voltò stupito verso l’assistente cercando in lei una qualche sponda. E lei, compreso il suo irresoluto dubbio, si affrettò a dirgli subito bonariamente:
«Il professore non ci vede più tanto bene…»
Al che Nemesis pensò: ah, ho capito; però come può lavorare adeguatamente se la sua vista non gli permette di distinguere nemmeno un uomo formato come me da una donna? Poi si ricordò che quando era stato molto piccolo talvolta era stato scambiato per una bambina, visto la delicatezza dei suoi lineamenti. Però era passato troppo tempo. Adesso una barba ruvida gli punzecchiava la pelle del viso…
Già pronto per andarsene, mentre si stava rivestendo per lasciare al più presto quel luogo in cui gli avevano dato della femmina, udì parlare ancora un’ultima volta l’esimio medico il quale gli disse enigmaticamente:
«Deve rompere il circolo vizioso della sua vita. Deve avere la forza di farlo.»
Nemesis rimase basito. Sembrava che quel medico parlasse per indovinelli e profezie. Ma quella frase ebbe il potere di toccarlo nel profondo anche più della prima e Nemesis non osò cercare ancora gli occhi dell’infermiera per chiederle un parere su quello che gli era appena stato detto, perché sembrava tanto che il medico avesse smascherato qualche suo vizio di cui nessuno era a conoscenza, che neppure Nemesis aveva saputo fino a quel momento. In ogni caso l’infermiera si era come dileguata, come non avesse voluto esprimersi su quella questione così spinosa…
La visita immediatamente successiva fu con una dottoressa. Anche lei lo fece alleggerire degli abiti ma gli impose di togliere anche i pantaloni e perfino le calze facendolo rimanere praticamente in mutande. Gli disse di avanzare davanti a lei cercando di procedere diritto camminando normalmente. Nemesis prese come riferimento le mattonelle del pavimento ed eseguì quel compito secondo lui con successo e precisione.
Si trovava a disagio così svestito, soprattutto perché nessuno lo aveva avvertito che anche per quella visita si sarebbe dovuto spogliare, tanto più di fronte a una donna. Era sudato per via della tensione. In più, si era accorto di avere una calza bucata in punta ed era certo che la dottoressa se ne fosse accorta.
Ma Nemesis si sentì davvero in impaccio quando la dottoressa lo fece sedere e per qualche strano motivo, dopo essersi messa dei guanti, gli prese a massaggiare i piedi. Essa non poté reprimere una smorfia di disappunto quando le parve di notare della sporcizia nera ai lati dell’alluce del piede sinistro. Nemesis intuì il disdegno della dottoressa e se ne dispiacque molto. Avrebbe tanto voluto informarla che guardando meglio si sarebbe accorta che non era sporco quel che aveva visto bensì dell’innocua laniccia originatasi dalla peluria del calzino di lana. Tuttavia non trovò il coraggio di dirglielo. Sperò di riscattarsi in qualche maniera con le prove successive che lei gli sottopose. E forse vi riuscì, perché la dottoressa non ebbe più sulla faccia quell’espressione contrariata.
La dottoressa gli disse poi di fare le boccacce con la lingua, ma prima fece in maniera da allontanarsi da lui di almeno mezzo metro. Nemesis fece le boccacce lasciandola apparentemente soddisfatta mentre, interrogandosi sull’odore del proprio alito, provò voglia di baciarla.
Poi la dottoressa tornò ad avvicinarsi a lui e gli testò tutti i riflessi. E su alcuni si mostrò molto stupita e vi si soffermò più volte dicendogli che erano “anomali”. Nemesis le disse che assumeva molta caffeina per essere sempre all’altezza delle prove di responsabilità che la vita gli prospettava. Ma la dottoressa non parve accreditare quella come una possibile spiegazione dei suoi riflessi esasperati.