Ragno


Cammino o saltello. Davanti o lateralmente. Lento o veloce. Ho molteplici occhi che mi infondono una visione stramba del mondo. Però, essendoci abituato, lo comprendo bene, il mondo.

Mi cerco un posto che sia tranquillo (ma non troppo). Al riparo dalle folate impetuose del vento (ma non troppo, qualche brezza aiuta). E poi comincio a lavorare. Tesso. Tesso dall’addome mio una tela, che poi tela vera non è. Perché la tela, quella vera, si origina da innumerevoli incroci di trama e di ordito. Mentre la mia, molto più modestamente, e un filo lanuginoso, appiccicoso, biancastro che incollo uno sull’altro.

Però, a esser sinceri (e anche un po’ modesti), è proprio lì che do il meglio di me. Perché gli intrecci che creo originano per l’appunto quella tipica forma che da me nacque e prende il nome: la ragnatela.

Dunque, una volta realizzato il mio magnifico arazzo, aspetto. Non devo far altro. Mi basta mettermi a un estremo della mia tela. Quando qualcosa ci finirà dentro, mi muoverò per vedere che regalo mi ha portato la provvidenza. Può essere un moschino. Può essere un altro insetto. Ma in genere è una succosa mosca cioè, tra tutti gli insetti, quello più stupido, fastidioso, luciferino, e inutile direi.

Quando la preda è intrappola allora io di solito non la divoro subito. No. La metto da parte. La insacco come un (vostro) salame e l’appendo da qualche parte. Potrò sempre mangiarla dopo (non è che mi serva tanto per permanere in vita. Mi accontento di poco io. Che volete… Sono solo un umile ragno).

Per cui, uomini cattivi, non mi scacciate dai vostri balconi, o dagli angoli delle vostre stanze, che io sono uno spazzino dabbene e ripulisco dalle immondità degli insetti in soprannumero. Dunque siate clementi con me quando mi incontrate. Non mi uccidete (oppure una maledizione ricadrà su di voi). Non mi calpestate. Non mi schiacciate e non mi scacciate. Al limite potete, se proprio non mi sopportate, spingermi gentilmente ad accomodarmi sul vaso che tenete fuori sul davanzale.

Isabella Ducrot: La matassa primordiale


Tessere (inteso come verbo) vuol dire intrecciare fili attraverso una trama e un ordito. In questo senso, la tela del ragno non è propriamente una tela. Infatti, essa, altro non è che vischiosa sostanza filiforme (che l’aracnide produce da sé dal proprio addome) incollata l’una sull’altra.

Quando si riferisce nell’Odissea che Penelope di giorno tesseva la sua tela mentre di notte la sfilacciava, si fa un assunto simbolico più che pratico. Infatti sfilacciare un tessuto, ritrasformandolo in quei fili primitivi che lo hanno composto, è un’operazione complessa e sfiancante. Più probabile che Penelope fingesse solamente di tessere, piuttosto che tessesse per poi sfilacciare tutto…

Il tessuto più semplice che esista è la tela, in cui i fili verticali e quelli orizzontali si intrecciano uniformemente senza alcun disegno o alternanza particolare. Per questo motivo, la tela è anche il tessuto che riflette meno la luce e dunque appare all’occhio più opaco.

Mentre invece i velluti, i damaschi, i broccati “celano l’elemento portante che lo sostiene” e creano un effetto illusorio che conferisce loro fasto e sontuosità…

Dorian Gray (film)


Il film è discreto (Colin Firth un po’ troppo granitico e incolore, come da suo solito), ma è l’immortale storia di Oscar Wilde che voglio lodare. Una storia geniale e ancora oggi validissima. Una storia parabola sul fascino del male, della giovinezza perenne e degli eccessi lussuriosi. Chi di voi venderebbe l’anima al diavolo per poter fare la vita di Dorian Gray?

…Buttate giù quelle mani, che tanto il diavolo non esiste (però l’anima ce la si può vendere ugualmente)…

100,000 e non sentirli


Era il giugno del 2003, una vita fa.

Ricordo ancora quando, mosso da fini musical-divulgativi, decisi di scrivere il mio primo post (e dunque di aprirmi un blog). Posi l’accento sulla mia amata Carmen Consoli. Fui anche fortunato perché qualcuno mi lasciò subito un commentino…

Poi per un anno… niente.

Ricominciai a scrivere allorché qualcosa detonò dentro di me. Ma ciò di cui scrissi era però una specie di dichiarazione di non comunanza con gli esseri umani (!). Cioè, si può dire che non credessi più molto nella comunicazione e quindi anche nello strumento espressivo rappresentato dai blog.

Seguì una lunghissima pausa di ben 5 lunghi anni durante i quali mi scordai di aver mai tenuto un blog.

Ma poi… Poi la mia vita subì un brusco cambiamento. E nuovamente crebbe in me un’immane voglia di dire la mia, poiché evidentemente non potevo farlo a sufficienza nella vita di tutti i giorni.

Da allora non mi sono praticamente più fermato e col tempo i miei articoli si sono sempre più moltiplicati e diversificati. Da quel momento ho cominciato a essere anche più letto…

Presto avviai pure la scrittura di alcuni racconti. E recentemente ho pubblicato un libro.

Spesso (da lettori superficiali) sono stato scambiato per chi non sono. Ma non me ne frega niente.

Ho dedicato la maggior parte dei miei post a un argomento che mi provoca nausea: la politica. Ma non potevo esimermi di instradare sulla buona strada gente ignava che ancora non aveva trovato un suo orientamento…

Ogni tanto qualche buontempone si è impegnato a lasciarmi qualche contributo delirante (che immagino, nelle sue intenzioni, volesse significare quanto invece il pazzo ero io…). Ma io mi sono dimostrato esser ben superiore alle sue meschinità anonime…

Un giorno il mio blog ha raggiunto 100,000 contatti. Il che non vuol dire che sia più bello di uno che magari non viene letto da nessuno. Però posso almeno festeggiarlo, non trovate?

Oggi ve lo posso dire con certezza: finché vivrò non rinuncerò mai a dire la mia opinione su qualcosa che mi preme.

Dunque, se non mi vedrete più qui, o sarò morto, oppure sarò stato risucchiato in qualcosa che non mi permette di collegarmi e scrivere…

Auguri a me, alla libertà e all’onestà intellettuale! Onta ai falsi, agli ipocriti, e a coloro che, credendo di pensare, invece non lo fanno affatto, poiché infarciti solo di luoghi comuni e idee instillategli dagli altri!

Formiche


Ostinate, sembrano animate da un piano segreto, superiore, che solo esse sanno. Ma come se lo possono essere comunicato, quel piano, con quella specie di minuscolo cervello che conservano in capo? Nessuno lo sa. Eppure il loro lavorio, la loro comunanza verso uno scopo comune, somiglia molto a quella che potrebbero avere le cellule di uno stesso cervello umano, che insieme realizzano una meraviglia alla quale in solitario non si sarebbe mai potuto dar adito…

Calpestate senza cura, ne muoiono ogni giorno a migliaia (milioni? miliardi?). Ma a loro questo non pare importare. Loro continuano imperterrite a fare scorte, mettere da parte, caricarsi sulle spalle, costruirsi la tana, e chissà cos’altro… Vivono stoiche esistenze silenziose e nessuno pensa mai a loro e alle loro minuscole piccole tragedie che ogni giorno fronteggiano. E quando piove… come fanno le formiche a non esser spazzate via dall’acqua e a non annegare? E, nelle loro labirintiche tane, l’acqua entra oppure si riesce a tenerla fuori?

Umberto Eco: Il cimitero di Praga


Di questo libro Luciano aveva detto che era noiosissimo e che l’aveva abbandonato a metà.

E devo dire di essere abbastanza d’accordo con lui… Tuttavia il credito che Umberto Eco si è procurato verso di me con i suoi romanzi migliori, cioè con Baudolino e Il pendolo di Focault, mi ha impedito di abbandonare la lettura prima di esser arrivato all’ultima pagina. Così ora posso esprimere un giudizio ancora più articolato in merito…

Dunque, fino a pagina 50 mi sono abbastanza divertito… Un tale si sveglia in una strana casa (con strani oggetti intorno) e, non solo non sa come ci è finito, ma non ricorda neppure chi è esattamente (si noti che l’espediente narrativo della smemoratezza Eco l’aveva già utilizzato ne La misteriosa fiamma della regina Loana)… Di lì dovrebbe partire un mistero che, con la scusa dei ricordi che riaffiorano copiosi, finisce per parlare di tutte le malefatte compiute da questo individuo il quale è un falsario e un insudiciatore della fama altrui di primo livello…. Ed è anche una persona piuttosto ignorante culturalmente e sentimentalmente, xenofoba, razzista… che compensa con il cibo la maggior parte delle sue pulsioni irrinunciabili.

Il tipo si ritrova poi a mettere il suo mistificatorio zampino nei principali fatti della sua epoca: dallo sbarco dei mille, alle imprese carbonare, alle trame francesi (caso Dreyfus), russe e via discorrendo, per approdare quindi a vicende riguardanti la massoneria e il palladismo! Il tutto sempre cercando di far emergere gli ebrei nel modo peggiore possibile…

Il romanzo, al solito (come avviene sempre in questi casi), fu accusato all’inizio di fomentare l’odio verso gli ebrei, dato che il personaggio protagonista assume per l’appunto tale posizione incondizionata…

Ovviamente questa è una critica risibile, idiota, cialtronesca, pressapochista, lontana dalla realtà, ingannevole e tendente a gettare fango su di un autore che è palesemente democratico e tollerante di tutte le culture. Insomma chi è stato capace di fare una critica del genere è o un fascista, o uno stupidotto, oppure uno che volontariamente ha tentato di gettare discredito su Umberto Eco, e proprio con i modi che utilizza il protagonista de Il Cimitero di Praga!…

Concludendo, a me il libro non è piaciuto. Ma non per partito preso, bensì perché, seppure è ammirevole il tentativo dell’autore di inanellare fatti e personaggi storici realmente esistiti facendoli incastrare in un complesso e variegato mosaico nel quale si suggerisce l’ipotesi che dietro a tutto ciò ci sia stato molto altro – e sopratutto macchinazioni da più parti – , io questo libro l’ho trovato barboso poiché parla di accadimenti i quali non esercitano su di me alcun fascino particolare.

Comunque, come detto, è da apprezzare il teorema di Eco, il quale ci mostra come sia sconsolatamente facile falsificare un episodio mai avvenuto storpiando per sempre la percezione che si potrebbe avere di un’idea o una persona…