Farmacisti di merda

Che vergogna quelle farmacie che le chiami e neppure ti rispondono.

No, in certi casi non è che sono occupate. Le ho viste coi miei occhi. Non gli va di rispondere.

Non vogliono rispondere a uno che ha bisogno, che non è che fa una chiamata così tanto per fare perché ha tempo da perdere.

Peste le colga!

Vergognatevi!

John Fowles: L’enigma

Racconto lungo di questo scrittore che ai miei tempi era considerato tra i migliori, sopratutto per i suoi “spiazzanti rovesciamenti dell’anima” – la definizione è mia. 😉

In questo caso si tratta di un giallo psicologico. Un politico di mezza età scompare nel nulla da un giorno all’altro. Dietro di sé non lascia alcuna traccia. Aveva una famiglia dignitosa e sembrava non cercare relazioni o storielle al di fuori del matrimonio. La sua vita politica era consolidata e sicura, seppure forse ultimamente egli si sentiva leggermente più attratto che in passato dalla sponda opposta la sua. Non aveva devianze o desideri erotici inappagati. Non era implicato in scandali finanziari o di corruzione di nessun tipo. Allora perché è scomparso nel nulla?

L’indagine è dura da portare avanti. Il detective incaricato non trova alcuna vera pista. Fin quando non viene come illuminato da un certo colloquio amichevole tenuto con una ragazza aspirante scrittrice…

Questo è un giallo anomalo. Un giallo-non giallo.

Dalle ombre #5

. L’ardimento del sangue

L.C. amava sbucciarsi le ginocchia, farsele proprio sanguinare. Aveva visto che succedeva spesso agli altri bambini turbolenti, e che poi essi potevano anche stare lì a piagnucolare per parecchio tempo. Lui adottava invece un atteggiamento diverso. Lui se le sbucciava apposta, poi tutti vedevano che gli colava il sangue; e se andavo lì e gli chiedevo se gli faceva male, lui mi diceva che avrebbe resistito, avrebbe fatto lo stoico, dunque potevamo continuare a giocare come prima…

Solo oggi posso immaginare le innumerevoli occasioni in cui finiva tagliato fuori senza neppure che me ne accorgessi. Si giocava a guardie e ladri? Lui spariva. Si giocava a fare le olimpiadi? Lui spariva. Lui non poteva correre decentemente, era questo il suo dilemma: per questo si dissolveva.

Ma dove andava quando stabilivamo di optare per un gioco a cui lui non avrebbe mai potuto partecipare? Effettivamente non lo so. Non l’ho mai saputo. Forse si metteva in un angolino a osservarci mestamente. Forse tornava in classe a far finta di studiare, o disegnare. Forse provava ad avere più fortuna con i bambini più piccoli, i quali si sarebbero accontentati con maggiore facilità di un mezzo bambino come lui. Bambini più piccoli sui quali poteva già esercitare parte del suo proto-potere malvagio ancora piuttosto in erba.

Per fortuna, in un gioco molto popolare, L.C. un ruolo era stato in grado di ritagliarselo. Si era scelto il ruolo del portiere di calcio. Certo, era chiaro che il suo handicap esisteva ugualmente però, vista la modestia dell’attività che praticavamo, il più delle volte faceva la sua figura non facendo rimpiangere gli altri due portieri presenti. Eh, sì: poi c’era anche quel problema. I portieri erano dispari: tre. Dunque o si facevano tre squadre (e una a rotazione avrebbe dovuto attendere di giocare mentre le altre due si sfidavano, ipotesi questa che non andava a genio a nessuno perché volevamo tutti partecipare al gioco subito); oppure uno dei portieri (quasi mai lui, perché lui avrebbe preferito non giocare piuttosto che far finta che fosse in grado di correre) si adattava a fare il difensore.

Comunque fare il portiere nelle sue condizioni voleva dire esser molto coraggiosi. Per lui, arrivare su una palla, era più facile con le mani che non con i piedi. Ciò implicava che dovesse coordinarsi al limite delle possibilità umane e scegliere il momento giusto per “cadere” a terra. Se avesse scelto il momento sbagliato, l’attaccante non solo avrebbe segnato ma lo avrebbe anche umiliato mettendolo letteralmente col sedere per terra. Proprio da qui era nato quel suo frequente sbucciarsi le ginocchia. Quando sbagliava il tempo di “caduta” non era infrequente poi che qualche bambino che non ci stava a perdere gli facesse piovere addosso critiche feroci…

Il gaio carrozzone #8

Eccone un’altra. Lei è alta. Bionda. Cosce larghe. Forme floride…

Era stata con quel politico. L’aveva spompinato per bene tutti i santi giorni. Pensava che quello le avrebbe assicurato una pensione garantita. Invece lui un giorno si guarda allo specchio e pensa: mi fa venire troppe occhiaie, meglio una ragazzina, allora (aveva già adocchiato la figlia di un noto faccendiere mafioso la quale aveva manifestato, da accordo scritto, disponibilità a passeggiare pubblicamente e trombare una volta a settimana con lui, ma con l’opzione di prenderlo in bocca o nel culo non più di quattro volte l’anno, una per stagione). Così il politico la lasciò su due piedi. Lei ci sta male per mesi, anni. Prega la Madonna e il santo patrono del suo paese che si possano rimettere assieme, ma non cambia niente. Versa pure tutte le lacrime che ha, tanto che neppure riesce più a orinare, e le viene la secchezza vaginale. Perché, in questo marcio paese, una donna marcia sta comunque sempre peggio di un marcio uomo. Pensa: ma come? Dopo tutta una vita di succhia-succhia ancora mi ritrovo a dover ricominciare da zero!? Ah, come è dura la vita di noi donne che vogliamo solo essere star del piccolo schermo! Ma perché deve andare così?!

Dunque si ritrova povera in canna, non più giovanissima, a non saper fare un cazzo. Che è quello che sapeva fare prima, ma lei pensava le sarebbe bastato. E invece no. Per questo ha dovuto rimettersi in ballo, ed è venuta per l’appunto a ballicchiare in questo fetente carrozzone di merda.

Ah, apre la gambe tornite. Ah, agita i lunghi capelli. Ah, guarda dritta in camera mostrando quegli occhi strabici così ammalianti per gli uomini… Ed è contenta così. Applauso del pubblico decerebrato.

Avanti il prossimo. La porno tragedia è finita. Ne comincia subito un’altra. Non andate via: qui vi terremo oltre la mezzanotte a fare cazzatone che non potete nemmeno immaginare, perché ormai il livello medio dello spettacolone ha raggiunto vette inimmaginabili, per l’appunto. Neppure Pasolini, che certe cose le annusava prima, avrebbe potuto prevedere tanto schifo e decadenza sociale.

FINE

[Ogni riferimento a fatti o persone realmente esistenti è puramente casuale. E anche cazzuale.]

Il nauseante circo della tv

NINNINI: Farsi i muscoli

Ninnini un giorno si ricordò che la madre gli aveva comprato un peso da cinque chili per farsi i muscoletti. Difatti Ninnini, seppur molto atletico, poteva sembrare piuttosto magrolino, almeno per una madre iperpremurosa che lo vedeva tale.

Il peso stanziava in un angolo della sua cameretta, come in attesa d’esser utilizzato, ed era di colore rosso. Ninnini quella mattina lo vide e si disse che, sì, era ora di diventare davvero un uomo, farsi una ragazza, forse di lì a poco sposarsi sistemandosi per il resto della sua vita con quattro marmocchi al seguito. Poi, certo, avrebbe dovuto anche cercarsi un lavoro, ma quello era facile perché male che andava si sarebbe appostato tutti i giorni sui gradini della chiesa a vendere le sue cose usate, come faceva d’estate rimediandoci molti soldini, perché lui, diciamocelo, aveva il bernoccolo degli affari, oltre che il pollice verde, il gomito del tennista, la coda di cavallo, le mani di fata e i glutei di Alan Delon.

Dunque Ninnini si chinò a raccogliere il manubrio da terra tuttavia… lo trovò molto più pesante di quanto avesse immaginato! Così esclamò il più stupito acciderbolina che quella casa avesse mai udito. Però decise comunque di cominciare. Difatti riteneva che con quel peso così pesante i muscoli gli si sarebbero formati prima, forse anche al doppio della velocità prevista.

Nondimeno il peso era talmente pesante che Ninnini pensò una cosa che normalmente non avrebbe mai pensato: che forse era il caso di scaldarsi un po’ i muscoli.

Così cominciò a corricchiare sul posto. Dopo cinque secondi si disse che andava bene. Poi cominciò a fare i piegamenti sulle ginocchia. I quali però trovò oltremodo faticosi, per cui decise di sospenderli al terzo, che tanto le gambe non erano poi così importanti, cioè, tanto uno cammina sempre, no?, si disse tra sé e sé Ninnini.

Pensò poi ai piegamenti sulle braccia, che comunemente qualcuno chiama “flessioni”. I film di Rocky gli avevano insegnato che si potevano fare anche solo con una mano; forse anche lui le avrebbe fatte così.

Si distese a terra. Poi puntò le punte dei piedi al pavimento: dunque cercò di tirarsi su. Ma rimanendo rigido, in asse con il corpo, non c’era verso di farlo. Allora pensò che in fondo la rigidità non era mica tassativa per compiere quell’esercizio. Così fece flettere la schiena ed eseguì la bellezza di dieci dico die-ci flessioni a modo suo, prodigandosi in un gran lavorio con la schiena, tanto che dopo non gli facevano male i bicipiti della braccia, e neppure le spalle, no, gli doleva un po’ proprio la schiena, che era stata flessa troppo.

Soddisfatto di quell’ottimo inizio, Ninnini volle cominciare a fare sul serio con il manubrio. Allora lo prese con una mano ma… era spropositatamente pesante per lui! D’altronde lui pesava trentacinque chili. Forse usare un peso di cinque chili, cioè di un settimo del suo peso – infatti, bambini, 35 : 5 = 7 – era troppo. Così non c’era modo di tirare su quel peso solo con un braccio. Ce ne volevano almeno due – e se ne avesse avute quattro, di braccia, le avrebbe utilizzate tutte quante senza lesinare sulle spese.

Così Ninnini cominciò a tirare su, con immane sforzo, quel manubrio da cinque chili con entrambe le braccia. Tuttavia non riusciva a essere armonico. Lo sollevava tutto storto dalla parte del braccio destro, perché lui non era certo mancino. Inoltre oscillava molto e, per lo sforzo, Ninnini divenne tutto rosso e cominciò presto a surriscaldarsi la testa e a sudare.

Dopo dieci sollevamenti maldestri decise di fare una pausa. Allora, da atleta consumato qual era, si chiese se non fosse il caso di reintegrare i sali minerali con qualche bevanda apposita. In frigo non aveva proprio quelle bevande, però poteva sempre contare su dei succhi di frutta che sentiva avrebbero fatto ugualmente al caso suo. A ogni modo, non aveva sete. Anzi, forse, se avesse bevuto, dato l’immane sforzo compiuto, gli sarebbe pure venuto da vomitare, e non era il caso di bagnare in quel modo la sua prima giornata dedicata al fisico e la palestra.

Ninnini si buttò sulla poltrona in una posa scomposta. Si meritava proprio quel dannato riposo dopo tutto l’impegno profuso a farsi i muscoletti. La sua pigrizia gli consigliava di fermarsi lì, che poteva andare bene, per la prima giornata di allenamento. Però, quando diede un’occhiata all’orologio, si accorse che erano passati appena cinque minuti. Per confutare quella evidenza tentò anche di convincersi che l’orologio si doveva esser fermato. Ma era inutile che cercasse di barare: quell’orologio digitale non aveva mai perso un colpo e mai lo avrebbe fatto: era così puntuale che ci avrebbe potuto rimettere l’orologio, cioè un qualsiasi altro orologio sulla faccia del pianeta Terra e anche quelli spediti su Giove in missione suicida per vedere se lì il tempo scorreva nello stesso modo.

E niente, pensò Ninnini: mi tocca fare un’altra serie, ma poi davvero basta, che se divento muscoloso troppo in fretta poi la mamma si spaventa e pensa che non sono più io; che poi, se sembro grande, mi toccherà subito fare le cose da grande che ancora non ho voglia di fare, tipo: rifarmi il letto, lavarmi tutti i giorni anche i piedi, farmi la barba, bere il caffè, e sopratutto svegliarmi presto la mattina, che proprio non voglio fare almeno prima dei dodici anni; senza contare le interminabili file alla posta per pagare le bollette.

Dunque Ninnini, come uno stoico guerriero spartano aduso alla venerazione del proprio corpo, si alzò dalla poltrona un poco ingobbito, seppur con sguardo fiero, e tornò eretto. Poi adocchiò quel manubrio rosso che cominciava già un po’ a odiare per tutta la fatica che gli faceva fare. Lo raccolse ancora una volta con entrambe le mani – e invero sentì che i muscoli delle braccia gli si erano indolenziti, e dunque esultò perché l’esercizio stava già dando i suoi frutti – e lo risollevò in alto una volta. Poi un’altra ancora. Poi ancora. E ancora…

Giunto alla decima volta si sentiva sfinito. Ma visto che stavolta voleva proprio darci dentro, oltre che battere il suo record precedente di sollevamenti, si disse di spingere!, spingere al massimo finché avrebbe avuto forza – che poi magari, domani poteva dedicarsi pure a un riposo completo saltando l’allenamento, se oggi lavorava per bene. Allora andò avanti. Arrivò all’undicesimo sollevamento con infinita fatica. Per fare il dodicesimo si aiutò anche con lo slancio che poteva dargli il resto del corpo.

A quel punto doveva fare la tredicesima ma sentiva che quel peso era diventato come di marmo duro, e sembrava non di cinque chili ma almeno il doppio, se non il triplo o il quadruplo. Eppure Ninnini non voleva ancora arrendersi; allora si disse che quella sarebbe stata l’ultima, sì, porcamiseriaccia!, ma la doveva completare. Allora fece lo sforzo più grande della sua intera esistenza, cominciò a urlare e infine fece quel dannato sollevamento, cadendo poi sfinito e senza forze, sia lui che il peso, sul divano.

Il peso rimbalzò su un cuscino per poi andare a sfrangiare una lampada da tavolo, facendo tra l’altro un gran fracasso. Mentre Ninnini sentì al basso ventre come se qualcosa di bollente e forse liquido gli fosse esploso – ma tranquilli: non si era pisciato addosso.

Attirata da quel suo urlo, sua madre giunse immediatamente sul posto. Non gli ci volle molto per capire quel che era successo. Ma le cose andarono anche peggio di quanto si sarebbe potuto paventare. Infatti a Ninnini, si scoprì presto da come camminava, gli era venuta l’ernia, per l’eccessivo sforzo. Allora la madre lo portò subito all’ospedale per farlo operare, perché, bambini, dovete sapere che se volete fare qualcosa che fanno i grandi, dovete però prendere le stesse accortezze, che in questo caso avrebbe significato munirsi di una cintura contro l’ernia, sennò si finisce per fare la fine di Ninnini, e vi ho detto tutto!

Sicilian Ghost Story

Chiarisco subito che non è un horror. È invece la storia di una ragazzina innamorata di un ragazzino, che da un giorno all’altro non viene più a scuola. Scoprirà che è stato rapito per far tacere il padre, che è un pentito di mafia.

La narrazione si prende i suoi tempi – a qualcuno potrà sembrare lenta. La Sicilia è mostrata come una terra agreste con quasi un’anima propria, arcaica e imperscrutabile. Poi, sì, c’è la mafia. Ma sopratutto il sentimento autentico di una ragazzina che, poiché pura, al contrario degli adulti, ancora si deve abituare a non vedere, non sentire, non provare emozioni…

https://www.raiplay.it/programmi/sicilianghoststory

Il gaio carrozzone #7

Tocca alla ex politica che ha abbandonato il Governo pur di danzare in questo circo sincopato. Un passato d’attrice porno – specialista in risucchi – che nessuno ricorda più. Da giovane le provò tutte per sfondare nel mondo che conta ma non ce la fece. È assai lieta adesso, quarantenne, di questo approdo. È nota per le sue idee xenofobe, omofobe, fasciste, ma in questo contesto nessuno sembra saperlo, neppure lei. E quando il gaio gay numero sette parla, quello vicino a lei, lei, felice d’esser inquadrata, sorride, anche se, qualora non stesse partecipando al carrozzone, si paleserebbe molto incazzata e troverebbe sicuramente un modo per attaccarlo pubblicamente con uno di quei suoi odiosi cinguettii.

Lei è la “regina delle cilecche”. Perché ha sempre sbandierato ai quattro venti suoi pseudo-valori inconsistenti i quali avrebbero dovuto innalzarla tra le patriote della famiglia più rilevanti di tutti i tempi. Poi un giorno s’è sciattamente scoperto che il marito era un pedofilo di merda che induceva alla prostituzione le minorenni. Lei allora reagì in maniera vulcanica: fuori da casa mia!, tuonò, lei che voleva la castrazione chimica per i pedofili – ma solo se non erano amici o parenti suoi. Poi qualche tempo dopo la pace col marito, ragazzaccio bischerone, siglata sulle pagine d’un mensile di costume e gossip: lo perdono perché sono buona; e per i figli, disse. E mentre lei è lì a partecipare al carrozzone il marito pedofilo chatta ancora con altre ragazzine che presto si riscoperà. Ah, quanto è sconosciuta la dignità, in questo assurdo baraccone del carrozzone!

[Ogni riferimento a fatti o persone realmente esistenti è puramente casuale. E anche cazzuale.]

Cartoni irrinunciabili: Teppei!

Da piccolo io e il mio migliore amico accogliemmo l’arrivo di questo cartone sugli schermi televisivi con grande giubilo. Infatti ci rapì fin da subito questo scapestrato mezzo barbone (figlio di un padre ubriacone ancor più scapestrato e ancora più barbone, alla costante ricerca di un fantomatico tesoro) che non voleva andare a scuola e che finiva per combinarne di tutti i colori. Anche se andando avanti Teppei diventava meno barbaro e il cartone si focalizzava sul kendo, antica arte di combattimento giapponese con spade in legno in cui il teppistello diventava un maestro, da ultimo. Altri bei capitoli della storia, oltre questo e quelli inerenti la scuola, sono quelli sulla nonna, una stramba, misteriosa, bisbetica vecchietta molto temuta da tutti i familiari, perfino dal padre di Teppei…

Da sbellicarsi. Credo che a rivederlo oggi ancora farebbe una bella figura. Purtroppo non mi risulta lo passino più. Peccato.