Wa(l)ter Veltroni: La scoperta dell’alba

Primo sorprendente romanzo, di genere fantastico (ma non solo), di quest’uomo che ha sprecato gran parte della propria vita dedicandosi alla politica, quando è evidente avrebbe dovuto buttarsi a pesce nell’arte, e tutto il mondo sarebbe stato più contento, lui per primo compreso.

Qualora leggeste questo libro non conoscendone l’autore, potreste tranquillamente confonderlo con uno della Tamaro, per quanto il tono risulta nostalgico e malinconico assieme.

È la storia di un uomo maturo sostanzialmente segnato dalla propria vita familiare, con una figlia down di cui non riesce a occuparsi, ma soprattutto con alle spalle un evento fortemente traumatico: l’abbandono apparentemente inspiegabile del padre quando era ancora adolescente. Un giorno quest’uomo riuscirà incredibilmente, attraverso un vecchio apparecchio telefonico, a mettersi in contatto con il bambino che era un tempo, proprio pochi giorni prima la fuga del padre, allora non resisterà dall’indagare circa i veri motivi che portarono il genitore a dileguarsi. E scoprirà che in definitiva non sapeva nulla di lui…

Moltissime citazioni. Tantissimi temi. Una parte corposa e fondamentale della storia parla anche del Terrorismo.

Interessante.

Non puote

Posso io avercela

Con l’amor mio?

Ognuno è incatenato

A desirar ciò

Che non puote.

.

Posso fors’io

Mirar nella nebbia?

Posso fors’io

Asciugar l’umida area?

Posso fors’io

Alimentar il mare?

Posso fors’io

Attraversar la roccia?

Può forse un uomo

Innalzarsi su simil suoi?

Posso fors’io

Non esaurir la linfa mia?

Potrei io curar

Un ammalato di morte?

Posso fors’io

Fermar il tempo

Per costringerlo a spettare?

Sarei io l’unico capace

A districare eventi?

Son fors’io

Quell’unico che mai s’abate

Se avanza l’affezione?

.

No, non puote.

Alla ridda camuffata dell’impostura (Parte VI)

Il problema di far passare il tempo si riproponeva incessantemente e Nemesis non sapeva proprio come risolverlo. Pensò perfino di uscire dall’edificio e tornare successivamente. Poi anche di uscire e non tornare più, simulando un’improvvisa malattia. Tuttavia il Pelato lo aveva visto, e anche reguardito, e quindi si sarebbe ricordato di lui deducendone che aveva messo in piedi una sceneggiata. E allora… chi lo avrebbe sentito quello lì?!

Poteva trincerarsi in bagno per una mezz’ora come fosse stato indisposto. Perché no? Ma doveva stare attento a prendere il cesso giusto. Quel giorno non avrebbe sopportato la vista della merda liquefatta di qualcun’altro che colava giù da un water…

Infine però Nemesis non fece nulla di tutto ciò. Semplicemente si spense in un angoletto sorseggiando ossessivamente dal proprio bicchiere. E, quando lo svuotò, finse che fosse ancora pieno e continuò con quel gesto illimitatamente, poiché il liquido della bibita gli faceva troppo schifo e non voleva introdursene altro nel sangue. Eppure gli serviva di eseguire quell’azione (che in breve divenne rito) per mascherare la sua incommensurabile amarezza.

Così, incredibilmente, un’ora passò. E da ultimo fece il suo ingresso, tutto impettito, come un potente collerico regnante, il Boss Nano. Ciò voleva dire che ci sarebbe stato il brindisi finale, il quale avrebbe posto termine a quel tormento.

Aveva al solito una faccia seria e irrazionalmente arrogante. Teneva il mento alto come chi disprezza la plebe alla quale si deve tuttavia mischiare per mere questioni di etichetta. I suoi occhi non si soffermavano su nessuno dei vili villani, i quali non meritavano il suo sguardo, i quali attraversava nel corpo come fossero stati invisibili. Annoiato, teneva un grosso boccione di spumante dritto per dare il là a tutti gli altri. In un secondo, i team leader dovettero arraffare in fretta il loro boccione di competenza e sincronizzarsi con lui per eruttare tutti quanti nello stesso identico momento.

Da uomo consumato qual era, il Boss Nano impartì una inappuntabile lezione circa la perfetta tecnica per stappare una bottiglia e non far versare a terra neppure una stilla di preziosa sostanza con le bollicine – chissà le volte che aveva replicato quel gesto in vita sua. Nessuno degli altri riuscì a imitarlo. Ci andò vicino solo il Pelato; ma anche lui dovette inchinarsi alla forza centrifuga che da ultimo spinse l’alcol fuori più velocemente di quanto avesse potuto gestirlo. Il Boss Nano, aspettandosi che i suoi servitori non sarebbero stati alla sua altezza, almeno in quell’occasione non si infuriò verso loro per aver irrorato il pavimento, dimostrandosi altresì oltremodo comprensivo.

Con fare compassato distribuì poi lui stesso il contenuto del suo intero boccione, così come Gesù lavò i piedi dei suoi apostoli, che pure gli erano inferiori. Ebbe però l’avvedutezza di tenere l’ultimo bicchiere per sé. Infine fece sentire il vocione – il quale immancabilmente conservava qualcosa di invariabilmente iracondo – e disse un artificiosissimo «Auguri a tutti!», alzò il calice – divenuto Santo Graal –, e tutti gli altri pecoroni gli andarono dietro alzando il loro incompostabile bicchierino di plastica. Quindi fu sancita la piena riuscita della festa e il Boss Nano sparì così come era apparso, e le ultime parole che disse, battendo le mani, a mo di far fretta, furono: «Adesso però si lavora! Non approfittate della mia pazienza!» E allora tutti i team leader scattarono all’unisono e si industriarono per far sparire al più presto i resti mangerecci della festicciola; i quali resti vennero in larga parte impacchettati in fogli di alluminio, in modo da poter essere riutilizzati e consumati forse a capodanno – forse l’anno dopo.

Ma Nemesis a capodanno non ci sarebbe stato. Fu infatti in quel momento che maturò la convinzione che per nessun motivo al mondo avrebbe più dovuto rivivere quello strazio. Inoltre, quando si era brindato, era stato l’unico che non aveva voluto condividere con tutti gli altri quell’ignobile momento di falsa partecipazione. Per questo aveva mirato con astio il nano infame, considerato la giusta personificazione di quell’azienda alienante, ed era insorto odiandolo con sincera malignità, assieme a tutti gli altri che non gli si opponevano. E Nemesis non se ne era accorto ma, in quel mentre, era stato ancora una volta il Pelato, che ormai lo piantonava fisso, a notare come quella sua non adesione contenesse già i primi germi dell’insubordinazione più fragorosa. E il Pelato aveva pensato, con molto disprezzo verso lui: questo qui è fatto al contrario! prima vuol lavorare, quando non si deve! e poi non brinda, quando lo fanno tutti! ah, ma dopo mi sentirà! Ma quando poi lo cercò tra le postazioni di coloro che riprendevano servizio, non lo trovò più perché Nemesis se n’era andato, con l’intenzione di non mettere mai più piede in quel luogo nefasto.

Sigle: DAIKENGO!

Trattasi di un vecchio cartone un po’ strano. Ricordo che c’era una guerra, con degli invasori, un robot molto forte, un protagonista coi capelli lunghi vestito di un giallo intrigante e un misterioso vagabondo robotico con una specie di ghigno fisso sulla faccia di cui non si sapeva l’identità, che ogni tanto saltava fuori per salvare capre e cavoli al protagonista…

Complessivamente il cartone non era granché. La sigla, anche in questo caso, era meglio… 😉

Kid – Una strana storia

Breve fumetto per collezionisti, distribuito a Lucca Comics nel 1996 per celebrare i cento anni del media.

Non ci sarebbe molto altro da aggiungere, vista la natura puramente didascalica dell’opera, ma la trama ve la racconto lo stesso… Un ragazzino (con un orecchino) si ritrova catapultato/risucchiato nel magico mondo dei fumetti, da cui non fa che cercare di scappare. Incontra ben cento personaggi famosi dei giornalini, da Superman a l’Uomo Mascherato, da Diabolik al gruppo TNT, da Tarzan a Mandrake, da Dylan Dog a Paperino… Alla fine il ragazzino riesce a tornare a casa, si toglie la parrucca, si capisce che è calvo e si scopre che in realtà era… La sorpresa finale non ve la racconto… Vediamo se qualcuno indovina solo con questi indizi… 😉

È un albo in bianco e nero, disegnato abbastanza bene. Forse imperdibile per alcuni appassionati di questo pittoresco universo.

Fantascienza e malattia mentale — Al di là del Buco

Immagino saprete che la maggior parte degli scrittori che scrivono di fantascienza abbiano problemi mentali. Alcuni tentarono il suicidio altri prendevano pasticche e alcol ed altri ancora si consumarono nella depressione trovando in essa una sorta di risorsa che forniva immagini che venivano poi descritte talvolta in maniera ossessiva, ripetute da un libro all’altro, talvolta […]

Fantascienza e malattia mentale — Al di là del Buco

Jojo Rabbit

Siamo alla fine della Seconda Guerra Mondiale. Un ragazzino, che ha completamente assorbito la propaganda nazista tanto da non essere in grado di giudicarla negativamente, vive con la madre (che in realtà collabora con la resistenza contro il regime totalitario) mentre il padre sembra sia in guerra (si scoprirà poi che anche lui è un oppositore alla dittatura).

La particolarità di questo film è che questo ragazzino ha come amico immaginario nientepopodimeno che il fuhrer in persona, quindi Adolf Hitler, certo in una immaginaria versione folle e scanzonata partorita dalla sua mente di fanciullo che finisce per essere irresistibilmente comica.

La parte satirica della storia è magnifica, da applausi e risate a scena aperta. Peccato, almeno dal mio punto di vista, che poi, più ci si addentra nella storia e più questa finisce per assumere connotazioni oltremodo seriose, o anche tristi o tragiche, lasciando sempre meno spazio all’ironia.

Con calma

August era un bambino ansioso.

Alcune volte veniva invitato a delle feste. Ma provava così tanta emozione, anche solo a immaginare di andarci, che spesso decideva di non presentarsi. Così ci guadagnava in tranquillità; però poi gli venivano i rimorsi, perché sapeva che doveva essersi perso chissà quali e quante importanti o eccitanti esperienze.

Dunque tutta la vita August la trascorse a rinunciare a cose che lo elettrizzavano troppo per, successivamente, aver rimpianti per non averle vissute.

Sotto sotto sapeva di aver solo tanta paura. Paura degli altri, d’essere ferito, di non essere all’altezza. Paura di ritrovarsi in situazioni impreviste che non sarebbe mai stato in grado di gestire.

August arrivò ai sessanta anni conducendo sempre quella medesima vita. Ormai stava diventando vecchio. Per certi versi però sembrava molto più giovane. Quel suo preservarsi da fatti ed emozioni lo aveva conservato molto meglio dei suoi coetanei. Certo, August si rammaricava un poco d’esser sempre solo…

D’altra parte, tutte quelle esperienze non vissute che un tempo lo avevano intimorito parecchio, come stare con una donna, erano ormai storia passata: si erano così stinte nel suo animo da non provocargli più paura. Certo, August si rammaricava di condurre una vita assolutamente solitaria, ma ormai vi si era così addestrato che non gliene veniva più alcun impiccio. Inoltre ormai non si sentiva più davvero solo. Più che altro poteva sentirvisi quando era in compagnia di altri, rendendosi conto di non aver nulla da spartire con le futili persone che gli erano attorno.

August la sua vita se l’era vissuta sempre con calma, secondo alcuni troppa…

Poi un bel giorno August incontrò una donna che gli fece capire che era molto buona, che non l’avrebbe giudicato, alla quale lui piaceva così com’era: dimesso ma perbene.

Così August, insperabilmente, trovò anche lui una compagna con la quale andava incredibilmente pure d’accordo.

Per tutta una vita aveva evitato di commettere quegli errori che normalmente avrebbe compiuto qualora avesse seguito la corrente uniformandosi alle vite degli altri. Quegli errori che un August maturo non poteva più compiere perché nel frattempo era cresciuto, divenendo migliore. Così, quel legame insperato, andò bene e proseguì per tutta la sua vita rimanente.

Perché ci sono persone che devono prendersela con calma. Mentre altre alle quali non frega un cazzo degli errori che possono compiere, non frega un cazzo dei danni che producono negli altri. Per queste persone, vivere è sinonimo di “fare”, anche sbagliando, purché facciano. Mentre August non era così.

NINNINI: La lista delle cose da fare fuori casa

Ninnini talvolta usciva di casa, ci credereste? Nonostante l’accidia fuorviante, i piedi che gli facevano male se camminava più di venti metri di fila, e il fiato corto da sollevatore di piume che si ritrovava, Ninnini eppure talvolta usciva da quelle quattro mura amichevoli di casa sua per gettarsi nel misterioso e periglioso mondo selvaggio esterno.

Ora, il punto era questo: ogni volta che ciò accadeva però Ninnini aveva un motivo serissimo per farlo. Cioè, lui mica usciva così, a casaccio, come sospettava facessero in molti. No, lui, essendo una personcina tutta d’un pezzo e quadrata, per uscire, doveva nutrire serie motivazioni, sennò non lo faceva per niente, perbacco! All’opposto, delle volte rimandava, se le giustificazioni che aveva sentiva nel profondo dell’anima non fossero sufficienti. E allora si diceva: vabbè, oggi non esco, posso sempre farlo domani: in fondo non ho tutta questa urgenza.

Così si arrivava al paradosso che magari, a forza di procrastinare le incombenze, ne accumulava così tante che nel frattempo alcune di esse avevano smesso di aver senso! Come quella volta che era estate e Ninnini si voleva comperare un cappellino per il sole. Ne aveva già uno ma non gli piaceva, perché era da pescatore, diceva Ninnini, mentre lui ne voleva uno alla moda, tipo quelli da baseball, che si potevano pure mettere all’indietro conferendo a chi li indossava un notevole charme. Insomma, quella volta, a forza di rimandare, sapete cosa era successo? Che aveva accumulato talmente tante cose da fare quando fosse uscito che gli servì una lista per tenerle tutte a mente.

Così si giunse al ventisette novembre. Fu quello il giorno in cui capì che non poteva proprio più rimandare, perché il giorno dopo sarebbe uscito il numero successivo del fumetto che lui si voleva comprare, quindi quello attuale non sarebbe stato più disponibile. Dunque Ninnini uscì dal suo nascondiglio/tana e cercò di fare tutta quella variegata serie di cose che attendevano da eoni…

Per primo, per l’appunto, si recò dal giornalaio di fiducia per acquistare quel fumetto che gli premeva tanto. Ma ebbe una cattiva sorpresa: quel numero era… terminato da tempo! Un certo bambino antipatico che Ninnini conosceva bene doveva averglielo soffiato, perché quel bambino era molto pestifero e sicuramente, una volta venuto a conoscenza del fatto che a Ninnini interessasse proprio quel fumetto, aveva deciso di metterci le zampacce sopra prima di lui, per tirargli uno scherzo di cattivo gusto. Ninnini, che in quell’occasione era in compagnia della madre, la implorò allora di accompagnarlo in altri giornalai della zona che poteva conoscere solo lei, perché lei era grande e sapeva un sacco di cose, inoltre negli anni era uscita così tante volte di casa che doveva aver maturato una percezione enciclopedica di tutti gli esercizi commerciali limitrofi.

Così Ninnini e la madre andarono in un altro giornalaio, ma anche questo non aveva quel fumetto; anzi Ninnini apprese che l’esercente proprio non ne aveva mai avuti, di fumetti, perché preferiva vendere le riviste per donne futili. Pieno di rabbia e preoccupazione, Ninnini fu condotto allora da un altro giornalaio ancora, il quale, per fortuna, possedeva ancora quel certo fumetto, anzi ne conservava pure altri di cui Ninnini non era mai stato messo a conoscenza poiché non presenti nel giornalaio di sua fiducia. Così acquistò anche quelli, perché sembravano molto interessanti e promettenti. Ninnini rifletté molto su quella questione, che non fosse stato informato della loro esistenza. Allora pensò che il mondo era talmente vasto che sarebbe stato uno spreco sperare un giorno di esplorarlo tutto. Era una fatica inutile, che lui non avrebbe mai compiuto, anche se più si spingeva lontano e più, probabilmente, avrebbe scoperto fumetti sempre nuovi.

La seconda cosa che Ninnini doveva fare era una visita dal dottore, una visita di routine che la madre gli chiedeva di fare da mesi: solo un controllo, dunque. Ninnini si ritrovò nella sala d’attesa del dottore con i suoi adorati fumetti. C’era da aspettare ma per fortuna aveva tutti quei comics per passare il tempo. Prima di esser chiamato riuscì a leggere metà storia dell’Uomo Ragno e non patì affatto la noia.

Per la cronaca, la visita andò bene, anche se il dottore notò che sul sederino, a forza di stare sempre seduto, gli si sarebbero potute formare delle piaghe. Cosa che però avrebbe potuto facilmente evitare svolgendo una comune attività fisica da bambino normale, o alternativamente magari sdraiandosi ogni tanto sulla pancia. Ninnini ne prese coscienziosamente atto e decise che d’ora in poi avrebbe messo in pratica almeno una delle due cose. Secondo voi quale fu? Ma certo: la seconda! E da quel momento non fu difficile vederlo sdraiato a pancia sotto sul letto. E se per caso la madre gli chiedeva che cosa stesse facendo così immobile, lui le diceva profeticamente: ma mamma, non vedi che sto portando avanti la terapia che il dottore mi ha assegnato? Inoltre quella cosa di starsene bocconi sul letto gli tornava utile anche per fare l’aria, come sappiamo, dunque Ninnini fu contento di metterla in atto per una duplice ragione. 😀

La terza cosa che Ninnini doveva fare quel giorno che si era segnato sulla lista era comprarsi una pistola ad acqua, per giocare coi suoi amici a schizzarsi. Ma non ne trovò più al mercato, dato che la stagione estiva si era ormai conclusa da un pezzo!

Mentre per fortuna il cappellino da baseball, che era la quarta cosa della lista, lo trovò eccome, perché in fondo quel copricapo era una specie di evergreen, cioè non era un vero prodotto di stagione e avrebbe sempre potuto raccattarne uno da qualche parte.

La quinta cosa che aveva sulla lista era comprarsi delle scarpe… estive. Anche qui Ninnini dovette attaccarsi e tirar forte perché ormai se ne trovavano solo di invernali. Ciò lo fece assai indisporre: così, per una volta in vita sua, decise di fare una furbata. Visto che si poteva supporre che prima o poi le scarpe invernali che già possedeva gli si sarebbero potute rompere, decise di acquistarne per l’appunto un nuovo modello, invernale, anche se non sapeva quando le avrebbe indossate per davvero, perché prima voleva consumare per bene quelle vecchie.

E così Ninnini dovette uscire a comprare l’ultimo numero dell’Uomo Ragno…