I suoi capelli #5

Passarono circa un altro paio di anni. Un giorno vidi un film tramite il quale compresi quanto l’amassi. Era francese. Era di Truffaut. A visione ultimata mi convinsi che lasciandola andare avevo compiuto forse l’errore più madornale della mia vita. In preda a un delirio amoroso capace spesso di non farmi più dormire tranquillo la notte, fui costretto a ricercarla. Mi feci dare il suo numero da persone che sapevo essere ancora in contatto con lei. Riuscii incredibilmente a ricontattarla.
Lei si manifestò molto sorpresa che la cercassi. E anche infastidita, sulle prime. Ma, in una maniera o nell’altra, riuscii a farle intendere che avevo capito quanto fosse importante per me. E il suo atteggiamento cambiò, a dimostrazione che anche lei doveva avere qualche problemino di amore-odio con me che non era riuscita affatto a sistemare durante gli ultimi anni. Mi diede una possibilità. Ottenni una specie di appuntamento per l’indomani, la mattina prima del pranzo.
Quella mattina ero nervosissimo. Ricordo che mi tremavano le gambe. Ricordo che quello che stava per avvenire ricordava forse quello che avrebbe potuto essere considerato il nostro primo vero appuntamento. Ma quella volta era stato tutto diverso: mi trovavo al limite delle lacrime perché la sentivo sempre più lontana, scivolarmi via, senza che lei apparentemente sentisse la mia mancanza. Era stato proprio dopo quell’incontro che il nostro rapporto era progressivamente e inarrestabilmente cresciuto di intensità fino alle inevitabili conseguenze… Adesso invece finalmente la rivedevo, dopo anni di assenze e feroci esecrazioni. Adesso dovevamo far pace. Era forse quella l’unica cosa in comune con quella prima volta.
Quella mattina avevo l’alito cattivo, ne sono quasi sicuro, ma certo non potevo non recarmi all’appuntamento per quel motivo perché indubbiamente lei non mi avrebbe mai concesso un’altra chance. Quella mattina arrivai prima di lei e mi misi seduto ad aspettarla su delle panchine. E lei poi venne, facendomi attendere pochi minuti. Era sempre uguale, bella, con quei lunghi capelli sciolti, con la stessa luce nello sguardo. E con negli occhi un tocco di interrogazione nei miei riguardi. Non era convinta delle mie motivazioni al cento per cento. Però sapeva che era un momento importante quello che stavamo per vivere, come pure era stato importante che avessi voluto ricongiungermi con lei.
Insistette per prendere un gelato al bar. Secondo me perché si accorse subito che avevo l’alito cattivo e volle in qualche modo tamponare la questione. Faceva caldo. Io presi un semplice ghiacciolo alla fragola; lei un sorbetto ghiacciato con lo stecco ai mirtilli. Mi offrì di assaggiarlo, e io accettai subito, felice di quell’intimità che non si era mai verificata prima tra noi. Lei voleva mischiare la sua saliva con la mia (anche se avevo l’alito cattivo), io lo stesso. Volevamo le stesse cose. Allora perché andò male?
Mi portò a consumare il gelato in un luogo lì vicino. Praticamente ci infrattammo diventando invisibili alle persone nei dintorni. Mi confessò che andava sempre lì quando non voleva essere disturbata. E con quella frase mi rivelò un intero mondo. Ecco dove si nascondeva quando la cercavo. Quando sapevo che era in zona eppure non riuscivo mai a scovarla. Era lì che si portava tutti i suoi amanti per esser lasciata in pace dagli altri che la reclamavano, la giudicavano, la maledivano.
Non potei non notare la maniera sfacciata in cui mangiò il suo gelato. Lo succhiava infilandoselo tutto nella bocca e poi riportandolo allo scoperto, senza vergogna. Non era certo quella una maniera da educanda di consumare un gelato. Stava espressamente simulando un atto erotico, orale: un bocchino. E negli occhi aveva uno sguardo sporco che era anche un richiamo a me, che diceva: abbiamo atteso tanto, non sono più disposta a rimandare; oggi dovrai dimostrami che mi vuoi, altrimenti non mi rivedrai più.
Ma quando terminammo i gelati e ci ritrovammo lì a guardarci in silenzio, lei con una faccia lievemente di aspettazione circa le mie intenzioni, io le manifestai disagio perché avevo il sole negli occhi. Bastò quello a farle decidere che il momento nel suo rifugio segreto fosse terminato. Con un’ira ben celata, mi disse che era ora di andare a quell’appuntamento che aveva preso in precedenza, a cui invero io mi ero solo imbucato.
Temendo di aver compiuto l’ennesimo errore in un momento in cui proprio non me lo potevo permettere, seguii la sua camminata nervosa verso l’edificio dove ci sarebbe stato quell’incontro. Era una questione di lavoro, e io conoscevo bene il tipo che avrebbe incontrato. Per fortuna si trattava di una persona troppo stagionata per suscitarmi una crisi di gelosia.

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