Delirius Dementhia #2: Una vanesia allo specchio

Poteva stare ore e ore a provarsi vestiti allo specchio e ciò mi dava assai sui nervi.
Apriva la porta della sua stanza (ho già detto che ormai dormivamo in stanze diverse?), accendeva la luce in corridoio e si specchiava lì col nuovo abito preso dall’armadio. E io andavo in bestia, perché era come se mi obbligasse a percepire la sua vanitosa insulsaggine da donna ottusa, mediocre e superficiale, e me la sbattesse in faccia, ogni volta vantandosene, e io non avessi potuto oppormi.
Potevo ascoltare il mormorio della sua anima persa crogiolarsi allo specchio e ogni volta dirsi: oh, come sono bella… stasera sarò la più bella del ballo e tutti mi noteranno… oh, ma una veste simile a questa l’ho forse già indossata la volta scorsa? allora ne devo vestir subito un’altra, perché non voglio che pensino che abbia solo un abito e indossi solo quello! su! un altro abito… oh, per fortuna sono così bella…
Quei pensieri mi risultavano così immondi che, anche se mi sforzavo di non pensare che venissero generati, alla fine mi procuravano un’insostenibile crisi d’ira assecondando la quale le urlavo dietro, e imprecando le domandavo veementemente perché quella sfilata non la facesse in camera sua, dove anche lì c’era un bello specchio lungo nel quale ubriacarsi della sua immagine riflessa. Lì non mi avrebbe dato fastidio; ma forse per lei non sarebbe stato lo stesso sfoggio di sé e ne avrebbe ricavato minor soddisfazione, anche sapendo quanto quello mi facesse arrabbiare.
Tuttavia era quando doveva partire per un viaggio che si arrivava all’acme. E davvero più volte la vidi mio malgrado stare praticamente tutto un giorno intero a misurarsi abiti come una futile, immatura prostituta alla sua prima uscita scurrile…
In quei momenti pensavo a quanto potesse essere vacua e inutile la sua vita insensata. A come lei non si meritasse di vivere, mentre in quel medesimo momento molta gente ben più meritevole di lei soffriva per fatti realmente più probanti e consistenti; gente che non aveva certo la scelleratezza di compiacersi in quei ridicoli passatempi fatui e profondamente infantili; che non lo avrebbe fatto neppure avendone avuta la possibilità.

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