I segreti della pescivendola


Era una vecchia molto robusta in fondo. Sul suo volto rughe pesantissime sembravano aver intagliato la sua pelle come cuoio. Era abbastanza brutta (e bella non doveva mai essere stata in ultima istanza, neppure da giovane). Curiosamente aveva un’espressione similare a ciò che aveva sempre venduto: pesce. Sembrava una specie di mostro della laguna; aveva pure la stessa altezza. E con un po’ di fantasia anche le sue mani potevano apparire artigliate e palmate.

Ormai era molto in là con l’età. Si era ritirata dalla sua passata attività commerciale al mercato. Era in pensione. La vedevo sovente ciondolare sotto casa con quella sua andatura traballante, che sembrava sempre che fosse lì lì per stramazzare; ma nonostante più volte mi sembrò ci andasse assai vicina, devo dire che purtroppo non mi diede mai il piacere di esultare in tal senso.

Un giorno la incontrai come al solito nei pressi di casa mia. Era ferma davanti alle scale. Attendeva qualcuno che l’aiutasse a portare su un carrello con il quale si accompagnava.

Mi adocchiò intercettando il mio sguardo. Così non potei rifiutarmi di farle quel favore quando me lo chiese. Si affrettò a coprire bene l’apertura del carrello della spesa (che da vicino sembrava davvero stracarico di roba) e me lo lasciò in custodia. Poi mi osservò appoggiandosi alla ringhiera delle scale.

Notai che era attentissima circa come mi sarei industriato. Posi una mano alla maniglia del carrello e cominciai a trascinarlo. Era pesantissimo. In modo anormale. Che cosa ci poteva essere dentro di così pesante? Non solo degli approvvigionamenti di cibo. No, c’era qualcos’altro. Qualcosa di molto più pesante. La guardai un attimo smarrito. Non poteva certo pretendere che mi caricassi sulle spalle tutti quei chili solo per farle un favore. Quel carrello poteva arrivare a pesare anche come me, pensai.

Visto che non potevo utilizzare la forza bruta per tirarlo su, usai dunque il cervello. Mi servii delle grandi ruote per scalare i vari gradini. La donna parve infastidirsi che risolvessi la questione così (eppure il contenuto del carrello non poteva costituirsi di cose troppo fragili). Fui talmente rapido ed efficace che certo non poté avanzare alcuna balzana protesta che a lei non andasse bene che avessi svolto quell’incarico così confortevolmente… I suoi occhi parvero risentirsi per il mio escamotage.

Quando fui in cima alla prima rampa di scale mi accorsi che il contenuto del carrello si era scoperchiato. Allora feci per riassettarlo e ci detti una sbirciata dentro. Feci così a tempo ad accorgermi che in esso c’era un involto che era stato imballato numerose volte (e saldamente) con delle buste di plastica.

La pescivendola nel frattempo mi raggiunse e, vedendo che mi interessavo di quel misterioso contenuto, mi volle subito licenziare. «Va bene. Grazie. Adesso faccio da sola…», mi disse frettolosamente ponendo la sua mano tarchiata con efelidi tra i miei occhi e il coperchio del carrello. E io me ne andai.

Ma quel giorno continuai a lungo a interrogarmi circa il contenuto di quel carrello. C’erano stati dei sassi? Ma quale utilità avrebbero potuto avere dei comuni sassi per una persona? Nessuna. Allora pensai a dell’oro. Forse la pescivendola ne aveva rubato da qualche villa lì vicino… Infine pensai che in quel carrello avrebbe benissimo potuto starci anche… il corpo di un uomo di corporatura media, diligentemente fatto a pezzi. La pescivendola, seppur claudicante, sarebbe stata abbastanza forte per farlo. E così si sarebbero spiegate anche tutte quelle buste che avvolgevano quel misterioso contenuto… Ma perché trascinarsi in casa un cadavere fatto a pezzi? Di solito non ci si vuol disfare di un cadavere, per allontanare il più possibile le prove di un omicidio?

{Le avventure completamente inedite di Nemesis si possono trovare ne La teoria del complotto I}


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