Il vetusto fascista


Era un tipo abietto e dapprincipio non mi spiegai come fosse potuto capitare a lavorare là, tenendo sopratutto conto che le sue doti erano assai inferiori a quelle previste per svolgere quell’attività, la quale attività tra l’altro effettuava con svogliatezza e disgusto, delle volte quasi con un’acredine cieca verso coloro che lo andavano a disturbare dal suo non voler fare nulla.

A pelle mi era antipatico. Mi bastava scorgere la sua espressione caparbia e sospettosa per contrariarmi.

So bene tuttavia che qualche volta le apparenze ingannano… Ma questo non era certo il suo caso! No, lui era pessimo proprio come me lo figuravo. Anzi, anche un po’ di più (a somma dimostrazione che spesso si tende a pensare molto più bene di quanto non sia; questo perché siamo noi a essere delle brave persone).

Lo scontroso ometto (che si vedeva che si tratteneva, altrimenti sarebbe stato pure peggio), solitamente era di un umore nero. Qualche volta si compiaceva assai di aver assestato qualche mezza fregatura a chi si serviva di lui, come l’aver respinto all’entrata un povero extracomunitario non padrone della lingua o delle usanze del luogo, o (chissà) anche di aver sofisticato il registro nel quale scriveva, per fare un favore a uno o un dispiacere a qualche altro (e io sicuramente dovetti appartenere alla lista di questi ultimi poiché non mi poteva sopportare).

Ma l’apice della sua insulsaggine si poteva tranquillamente osservare allorché gli toccasse il compito di accendere tutti i computer nella sala grande (proprio a lui che era pressoché un troglodita in materia, l’uomo più scarsamente avvezzo alla tecnologia che fosse mai esistito). Allora si sedeva di postazione in postazione e li accendeva… Fino a lì tutto okay. Quello non era stato difficile impararlo… Poi, con colpevole ritardo, dopo essersene andato via, ripassava nella sala come a farti un grande favore. Doveva inserire la password. E allora nuovamente latitava di sedia in sedia sbattendo con violenza le mani sulla tastiera, come dovesse servirsi di una macchina per scrivere assai vecchia la quale necessitasse di molta insistenza poiché difettosa.

Sovente accadeva che sbagliasse a inserire quella benedetta password… Ed ebbene pronunciava ad alta voce una frase assurda circa la quale non ho mai compreso se credesse davvero, oppure se essa fosse solo un suo ennesimo mero modo di prenderci in giro. Diceva: «È ancora freddo. Si deve “scaldare” un po’… Ci riprovo dopo…» (come se un computer fosse assimilabile a una vecchia automobile!, quando ormai neppure le automobili le facevano più così!).

Ma forse ci credeva davvero… Tanto più che la ripeteva senza vergogna, di continuo e altisonantemente, quando tutti lo potevano ascoltare; anche i suoi colleghi più preparati che, immagino, rimanessero basiti a sentirgli affermare tali irragionevoli panzane.

Gli vidi infine gettare la maschera, per regalarmi uno squarcio inverecondo sulla sua reale propensione alla meschinità, quel giorno in cui si lasciò andare contro i progressisti, citando episodi inattendibili e luoghi comuni populisti, rivelando da ultimo di essere un impenitente retrogrado fascista di merda. Quella volta parlava con una tipa la cui sudorazione esacerbata conoscevamo tutti in quel luogo. La ragazza, un po’ per viltà e un po’ perché anche lei doveva essere piuttosto ignorante su argomenti socioculturali, non volle contraddirlo, asserendo invece che la pensava su tutto proprio come lui…

A quella scena indegna avrei potuto sottrarmi andandomene via sdegnato per la mescolanza alla loro compagnia. Ma ciò avrebbe tuttavia significato per me dargliela vinta, poiché ero io ad abbandonare quel luogo: mentre sarebbero dovuti essere loro che anzi non avrebbero più dovuto avere la faccia tosta di ripresentarvisi dopo aver scoperchiato le loro arie da approssimativi gradassi antidemocratici.

Oppure avrei potuto replicar loro alzandomi in piedi e intrattenendo con quei due una vera e propria contesa dialettica… Ma a cosa avrebbe portato la mia rimostranza? A niente di niente. Infatti non si può cavare sangue dalle rape, che rape restano anche se subiscono una trasfusione.

Così riuscii a governarmi, e non reagii ai loro discorsi deliranti. Ma da allora li guardai come li dovevo guardare: con dispregio.

Infine mi spiegai come, un tipo ipodotato come quello, fosse riuscito a ottenere un impiego in quel luogo pubblico (il quale impiego doveva essere assai richiesto): era ovvio che avesse avuto la “raccomandazione” di qualche direttore fascista che in quel periodo presiedeva la città…

Qualche anno dopo, recandomi ancora in quel posto, fui certo che egli non lavorasse più là. E amo pensare che fu mandato via poiché venne fuori tutta la sua incompetenza, piuttosto che pensare che la medesima masnada che gli aveva trovato quel posto, gliene aveva adesso fornito un altro di maggiore pregio…

È la corruzione il Male della società che opprime i giusti.

{Le avventure completamente inedite di Nemesis si possono trovare ne La teoria del complotto I}

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