Personaggi perlopiù insignificanti dell’agenzia Voli di Gabbiano #18 (Parte I)

«Ma che ti succede da un po’ di tempo a questa parte, Candida? Non vendi più neppure un bottone!» disse Faccia di Pesce mettendo in imbarazzo non poco la ragazza, la quale sbatté tre volte di seguito le palpebre e si affrettò ad affermare:

«Ehhh! Proprio non lo so che mi succede! Ho la testa fra le nuvole. Non ne imbrocco più una…», fece la poverina, visibilmente scossa per il brusco calo del proprio tasso di commerci.

Nemesis la guardò impietosito. Da giorni l’aveva notata inebriandosi della sua innata dolcezza, la quale ella spandeva ignara ovunque si portasse.

Candida aveva sempre avuto dei traffici costanti. Non era mai stata tra quelli che eccellevano, è vero; però neppure era mai stata segnalata al Boss Nano giacché dovesse esser messa nella lista dei candidati all’epurazione. Da quando Nemesis le si era messo accanto, i suoi indici avevano cominciato a calare a precipizio. Nemesis pensava che forse lei… poteva esser stata in qualche modo intimorita dalla sua presenza. Non lo sapeva, ma lo sospettava. In tal caso ciò avrebbe significato che ella ricambiava quel sentimento carico di attaccamento che era sbocciato in lui per lei.

Faccia di Pesce ebbe una parola anche per Nemesis e, vedendolo lì presente – e forse intuendo, molto più di quanto si pensasse, la nuda verità –, gli disse:

«E tu, Nemesis, invece mi pare che hai gli occhi lucidi. Hai forse la febbre?»

E stavolta toccò a Nemesis cautelarsi in una qualche maniera e risponderle:

«Forse. Effettivamente oggi mi sento un po’ strano…»

Nessuno di loro, né Nemesis, né Candida, voleva ammettere che, se l’una non riusciva a ritrovare la concentrazione necessaria per lavorare al meglio, e l’altro avvampava di passione amorosa quando ce l’aveva vicina, era solo perché entrambi soffrivano della stessa identica malattia, la quale dava loro differenti sintomatologie.

Quel pomeriggio Nemesis fece pausa con lei, come ultimamente ci teneva accadesse sempre. I due si ritrovarono a parlar soli. Nemesis se la gustò spostarsi lenta, leggera come l’aria, guardare tenuemente con quei suoi occhi profondi e irraggiungibili – che in un attimo parevano oscurarsi e divenire più foschi, preoccupati di chissà quale rilevante incombenza. La osservò mettere in moto con estrema dolcezza le esilissime scarnite falangi delle mani. Candida era così magra – soffriva forse di anoressia? – che le era sparito completamente il seno – o non lo aveva mai avuto? –; in compenso le sue ossa, soprattutto del bacino, erano indubbiamente femminili, e Nemesis gliele avrebbe volute sbaciucchiare adagio e con dovizia.

Ma mentre Nemesis si stava innamorando sempre più di lei, Candida cercava strenuamente di fare il contrario con lui. Nemesis lo capì solo quel giorno, allorché lei, per la prima volta, introdusse un argomento rispetto al quale non si erano mai confrontati.

«Presto, quando il lavoro andrà meglio, mi piacerebbe sposarmi con il mio ragazzo e metter su famiglia. Ma chissà quando arriverò a farlo di questo passo. Finché rimango in questa palude melmosa…»

Lo disse guardandolo fisso negli occhi, come a comunicargli che quel messaggio fosse diretto esclusivamente a lui, e che Nemesis non avrebbe dovuto più far finta di non sapere della sua situazione sentimentale – la quale però in realtà lui davvero non aveva appreso da nessuno fino a quel momento e dunque, la sua, non era stata una mancanza causata dalla superbia. Poi Candida distolse lo sguardo fiacco, il quale le si perse nelle semioscurità della propria mente.

Solo allora Nemesis vide per la prima volta quello che avrebbe dovuto mirare già da giorni: a una delle sottilissime sue dita – perfettamente formate da risultare egualmente fragili e bellissime – era infilata una fedina tipica di chi fosse fidanzata. Appena Nemesis la ebbe scoperta, dovette parlargliene.

«Quell’anello… Te l’ha forse donato lui?», disse trepidante.

Candida arcuò il braccio portandosi al viso quella vera che per lei aveva un enorme valore simbolico, fece un sorriso assai leggiadro e spontaneo, verso il quale Nemesis non poté provare alcun sentimento negativo, e gli disse oltremodo raggiante, interrompendo momentaneamente la propria depressa malinconia:

«Questo? Sì, è suo. Sono così felice che me l’abbia dato…»

Ma poi parve quasi menzionarsi che così dicendo avrebbe di fatto respinto le cortesi avance che Nemesis le stava velatamente porgendo da giorni. Allora l’assennata ragazza parve dolersene ancora tornando in pochi istanti a esser triste come prima.

Nemesis assimilò che lei sperava che lui le dicesse addio. Seppure alla fine essa avrebbe potuto cedere alla sua corte, questo avrebbe ingenerato in una brava ragazza quale lei era sensi di colpa tali che non le avrebbero permesso di vivere serenamente. Quindi, se le cose stavano così, il loro destino comune era già deciso. Era inutile opporvisi.

«Io torno dentro…», le pronunciò Nemesis che, per la prima volta, non l’aspetto. Ma poi gli venne un sussulto di educazione e pensò che forse sarebbe stato troppo scortese da parte sua voltarle le spalle appena saputo che lei apparteneva a un altro. Per questo esitò e le propose:

«Vieni anche tu?»

Ma lei, che era sulla sua stessa lunghezza d’onda, ancora una volta si dimostrò la signorina gentile e corretta che era. E gli disse, lasciandolo andare:

«No. Tu va pure. Io mi tratterrò ancora qualche secondo…»

E Nemesis da quel momento cambiò zona e cercò di non fermarsi più a parlare con lei. Ma non certo per causarle un dispetto, o perché fosse in collera con lei. Bensì perché entrambi sapevano che il loro rapporto clandestino avrebbe dovuto terminare, prima che si fosse fatto troppo ingestibile per potersi sospendere.

Quel giorno Nemesis pensò per l’ultima volta a Candida con tenerezza. Come è speciale, pensò. Come è diversa dalle altre. È lampante quanto sia buona… Non come tante cattive ragazze pronte a tutto pur di acquisire i loro obiettivi. Lei non si comporterebbe mai slealmente per meschini fini utilitaristici, come la Merla, o anche parzialmente Rose, o le altre… No, lei è davvero pura come una santa. Sarebbe la donna ideale per chiunque volesse realmente metter su famiglia… Non è bellissima, non ha un fisico straripante; tuttavia non si rifarà mai artificialmente i seni solo per avere qualche maschio sbavante che le lecchi i piedi (o qualcos’altro). Eppure, una così, sarà sempre più femmina di tante altre: incarna la stessa essenza della vera femminilità. La domestica e “normale” autenticità di Candida la rende in realtà una persona assai rara e preziosa. Beato il ragazzo che le sta accanto, che se la porterà all’altare!

Personaggi perlopiù insignificanti dell’agenzia Voli di Gabbiano #17

Nemesis si andò a lamentare da Strabic Boy per il lavoro che gli toccava svolgere. Già da un po’ non ne poteva più ed era ormai lì lì per prendere ed andarsene.

Lo trovò in compagnia di Checco Isterico, un ragazzo alto, con i capelli tagliati cortissimi, che aveva mani e corpo curatissimi, un filo di rimmel sugli occhi e un’insopportabile voce per l’appunto da checca isterica. La cosa amena di Checco Isterico – esattamente come sarebbe stato per un tipo che Nemesis avrebbe incontrato in seguito – era che egli di fatto rappresentava un omosessuale completamente formato – avendo tutti i requisiti di un gay: i modi, gli atteggiamenti, gli abiti, ecc. –, ma per qualche strano motivo… non se lo ammetteva, né mai l’avrebbe fatto.

Quando Nemesis gli parlò, Strabic Boy, affondato nella propria poltrona girevole di pelle umana marrone, pareva ancora più piccolo e ridicolmente fanciullesco del solito.

«Vorrei che ogni tanto ci cambiasse di ruolo. Non ce la facciamo più a fare sempre le stesse cose e a dover vendere per forza gli stessi identici… – Nemesis avrebbe aggiunto volentieri “idioti”, ma, per spirito di corporazione, riuscì all’ultimo momento a omettere quell’aggettivo – …prodotti!»

Strabic Boy, con il consueto fare mendace e anestetizzante, disse:

«Ma ceeerto. Non ti preoccupare che noi sappiamo tutto. Sappiamo come fare il nostro lavoro. Non siamo mica gli ultimi arrivati», affermò, quando poi neppure ricordava come si chiamasse Nemesis.

Comunque la sparata di Nemesis suonò più veemente di quanto ci si potesse aspettare. Così, sul volto di Checco Isterico comparve un sorrisino ironico che provava a far servilmente comunella con Strabic Boy. E dato che Checco Isterico sentiva d’esser in intimità con esso molto più di Nemesis, non esitò a riprendere quest’ultimo severamente, non curandosi minimamente di quello che il malcapitato avrebbe pensato.

«…Ma guarda questo! Certa gente si crede chissà chi! Ma da dove è venuto fuori?! Ma chi ce l’ha mandato?!», affermò a voce alta e stridula con le solite moine da omosessuale intrattabile.

Proprio in quell’attimo Strabic Boy ricevette una chiamata al telefono e dovette assentarsi lasciandoli soli nella stanza.

Ci furono subito scintille tra Nemesis e Checco Isterico i quali si guardarono in cagnesco come cani randagi che si fossero fiutati come nemici.

Nemesis si chiese se fosse il caso di replicare qualcosa per fargli abbassare le penne. Ma in verità non era affatto sicuro di poter avere con lui una discussione esplicativa senza mandarlo a quel paese, o senza lasciarsi scappare qualche epiteto colorito – che però moriva dalla voglia di dirgli –, del tipo: culo rotto, fottuto frocio, checca isterica, ciucciacazzi, spompinatore di uomini, risucchiatore di sperma, ecc. Inoltre Nemesis capì dallo sguardo sfolgorante con il quale Checco Isterico lo fissava che non sarebbe servito proprio a nulla proferirgli un qualsiasi tipo di insulto; quello era già pronto a schizzargli la sua limosa favella sulla faccia.

Checco Isterico sembrava proprio esser uno di quegli individui che quando iniziano un diverbio con qualcuno poi non si fanno troppi problemi a terminarlo a pugni. A ben vedere, appariva prossimo a saltargli addosso come un pugile dopato che non aspettasse altro che di udire il suono del gong per lanciarsi in un feroce e devastante assalto.

Se Nemesis avesse aperto bocca, sarebbe finita come minimo in rissa. Per questo Nemesis non disse una parola. E, quando Checco Isterico lo adocchiò sprezzante per l’ennesima volta, fu Nemesis a distogliere il volto dalla parte della finestra e a guardar fuori.

E certo Checco Isterico dovette prendere quell’evento come un segnale indubbio della propria schiacciante prevalenza. Ciononostante, non pago di quella presunta vittoria, fu così cretino da andarlo a stuzzicare: cioè non si accontentò di credere di averlo battuto ma lo volle umiliare. E allora gli disse:

«Ma chi ti credi di essere per venire qui a dire ai tuoi superiori quello che devono fare?! Tu che, al loro confronto, sei un piccolo lombrico strisciante che è venuto al mondo da, sì e no, un paio di giorni!»

Nemesis allora si voltò di scatto cercando gli occhi ottenebrati dalla superbia dell’altro: contrasse la mascella con rabbia non celando l’astio provato. Checco Isterico, beandosi dell’ira suscitata, continuò a provocarlo beffandosi di lui con quel ghigno da deficiente saputello. Ciononostante Nemesis non commise nessuna avventatezza. E quando da ultimo si espresse gli disse telegrafico:

«Hai la bottega aperta, furbone.»

Esterrefatto, Checco Isterico si affrettò a portarsi entrambe le mani all’altezza dell’inguine riscontrando come Nemesis avesse ragione. Dalla quella patta dei pantaloni usciva un lembo della sua lunga camicia bianca da sabato sera. In parte si poteva osservare pure fare capolino un brandello della mutanda nera attillata da spogliarellista che vi era sotto.

Così Nemesis riuscì nella non semplice impresa di far vergognare Checco Isterico. E mentre questi si affannò a cercarsi la lampo per tirarla su nel più breve tempo possibile, Nemesis abbandonò la stanza senza attendere il rientro del brevilineo direttore.

Checco Isterico

Personaggi perlopiù insignificanti dell’agenzia Voli di Gabbiano #16 (Seconda Parte)

Per via di quell’episodio, in cui aveva recitato un (seppur ridotto) ruolo di complice, ci fu un periodo in cui Nemesis guardò al Compulsivo con tenerezza tentando di espiare il senso di colpa provato nei suoi confronti. Così per un po’ si sforzò di frequentarlo e trattarlo da amico, anche se presto capì che il Compulsivo era una persona abietta, un idiota integrale del tutto indegno della sua pietà.

Gli capitò dunque di uscire con lui e di assistere ad altre inconsulte circostanze che videro esplodere pubblicamente le sue fissazioni. Una volta, per esempio, stabilirono di recarsi in una libreria per acquistare libri. Avrebbero dovuto prendere la metropolitana per poi dirigersi al suddetto negozio. Ma dopo alcuni minuti che erano già in movimento su un vagone, Nemesis osservò come l’attenzione del Compulsivo si andasse a depositare su tutti quei cartelli che sui treni abbondano. Allora lo vide appoggiarsi alla porta scorrevole, poiché aveva letto che fosse proibito posarvisi. Ma ben peggio accadde quando il Compulsivo fissò gli occhi sulla leva da premere solo in caso di necessità, che infatti a un certo punto non riuscì a non tirare giù tutta quanta con una furia che fece inchiodare la vettura all’improvviso. A quel punto non restò loro che scappare dalla carrozza come fossero stati fetidi teppistelli e farsi a piedi il resto della strada che li divideva dalla libreria, alla quale giunsero stremati.

Ma nel negozio fu forse ancora peggio perché, quando si fermavano a discorrere circa un volume, poi succedeva sempre che il Compulsivo non resistesse alla tentazione di metterselo sotto braccio per acquistarlo. Nemesis, capendolo, smise di segnalargli titoli che aveva trovato particolarmente ben scritti. Ma non servì a molto, perché dopo un momento di calma apparente in cui sembrava che il Compulsivo si fosse placato, poi questi proseguì nella sua caccia sfrenata all’acquisto a tutti i costi e non si fermò più di fronte a niente. E allora bastò che rintracciasse un volume che lui stesso aveva già letto una volta, con la scusa che non lo possedeva in quella edizione; oppure cominciò ad accumulare libri verso i quali la bella copertina prometteva letture inenarrabili e di sicura bontà. Alla fine il Compulsivo uscì dalla libreria con quattro pesanti buste piene zeppe di libri appena comperati. E se non dovettero affittare un camion per il trasporto fu solo perché Nemesis ebbe l’intuizione di obbligarlo con la forza a sloggiare dalla libreria, prima che il decerebrato depennasse tutti i propri risparmi.

Personaggi perlopiù insignificanti dell’agenzia Voli di Gabbiano #16

«Vieni qua, Nemesis! Adesso ti faccio divertire! Non hai mai visto una cosa del genere! D’altronde neppure io lo avevo mai fatto fino a pochi minuti fa!», gli disse un giorno un Vlad sghignazzante appena incamerato che Nemesis fosse giunto in sede.

«Che c’è di così esilarante, Vlad? Non puoi aspettare? Dovrei andare in bagno…», gli disse Nemesis minzionoso.

«No! No! Subito! È troppo bello! Dobbiamo farlo subito! Ammira con attenzione tutto ciò che accadrà! Per prima cosa, ti presento qualcuno…»

Lo condusse in un corridoio che immetteva in delle stanze che Nemesis aveva sempre frequentato poco. Per un secondo Nemesis pensò che Vlad volesse proporgli l’ennesima ragazza allora, per timidezza, il cuore gli accelerò e si chiese se avesse i capelli fuori posto. Ma poi vide che Vlad lo portava verso un tipo seduto a una scrivania il quale con una mano si teneva la grande testa dotata di fronte assai rugosa. Sembrava afflitto da una qualche insuperabile preoccupazione.

«Ciao! Ti presento il mio amico Nemesis, Compulsivo!», disse Vlad raggiante. Nemesis e il Compulsivo si strinsero la mano ed entrambi sorrisero affabilmente.

«Oggi ho un incredibile pizzicore al sedere, che diamine!», disse Vlad non esitando a rasparsi copiosamente il fondoschiena davanti ai due, allibiti. «Beh, adesso andiamo, eh… Ciao, Compulsivo!».

Trascinandosi Nemesis arrivò alla porta d’ingresso della sala. Ma quando furono sul punto di uscire sul serio, Vlad lo fece girare e gli disse:

«Guarda adesso che succede!»

E Nemesis chiese:

«Ma che hai? Che ti prende? Non ti ho mai visto abbandonarti ad azioni così triviali…»

«Eccoti il motivo!», gli fece Vlad affaccendandosi per fargli notare come il Compulsivo si fosse alzato in piedi mettendosi a raschiare per bene anche lui i glutei, proprio come aveva fatto prima Vlad.

«Non è stupefacente?!», disse Vlad al settimo cielo.

«Divertente… Ma perché lo ha fatto? Vorresti farmi credere che copia tutto quel che sente?»

«Non solo! Vedi, si tratta proprio di un compulsivo, capisci? E sai cosa fanno i compulsivi? Praticamente tutto quello che passa loro per la testa! E se si trovano davanti a un campanello, potrebbe venirgli in mente l’idea di suonarlo… Così come un mucchio di altre cose sbellicanti che, se mi ci mettessi, mi piacerebbe assai provare a fargli fare… Anzi! Me ne è venuta in mente proprio adesso un’altra! Ah! Ah!», rise da solo già fantasticandosi come sarebbe andata a finire quella vicenda. «Ho bisogno del tuo aiuto però, Nemesis! Mi chiudo dentro con lui per un istante… Tu controlla che non venga nessuno! Se qualcuno vuole entrare, non farlo entrare, trova una scusa! Deve imprimersi nel cervello solo quello che gli dico io!», Vlad era un mare in tempesta.

«Ma Vlad! Come faccio a non far entrare nessuno?», si lagnò Nemesis.

«Comunque non verrà nessuno. Non viene mai nessuno in quest’ala dell’edificio…»

«Ma Vlad… Lascialo stare quel poveretto… Che cosa hai in mente?»

«Lo vedrai!»

Ma era troppo tardi per fermarlo. Vlad, con un malevolo sorrisetto in volto, si chiuse nella stanza con il Compulsivo. Ne uscì vittorioso appena due minuti dopo.

«Per esser sicuro che l’operazione vada in porto stavolta mi sono trattenuto con lui per più tempo e gli ho specificato bene il concetto! Ma dobbiamo sbrigarci! Prima che gli esca dalla mente!», disse Vlad riallacciandosi l’ultimo bottone dei pantaloni. Nemesis cominciò a intuire fin dove Vlad si fosse spinto.

«Vlad… ma che hai fatto? Nulla di illegale, spero…»

«Tranquillo! Tutto gradevolmente legittimo! Vieni!»

In breve Vlad raccattò Betty Sapone, Marbella, la Merla, Pelle Liscia e le costrinse a seguirlo nella stanza dello squallido psicolabile. Quindi se ne andò lasciandole con esso, proprio mentre Pelle Liscia gli diceva:

«Perché ci hai portato qui? Cos’è questa cosa che ci volevi a ogni costo far vedere? Non sarà uno dei tuoi tiri, eh?! Io devo lavorare…»

Il Compulsivo si alzò in piedi, si calò le brache – pur vergognandosene – e mentre si scusava con loro dicendo «Perdonatemi tanto, ma non riesco a trattenermi…» cominciò pedestremente a masturbarsi.

Le femmine urlarono all’unisono volendo immediatamente fuggire dalla stanza, ma Vlad si affrettò a chiuderle a chiave dentro. Vennero liberate solo cinque minuti dopo. Per tutto il tempo Vlad rimase fuori a piegarsi in due dalle risa ascoltando le loro urla dapprima di terrore e poi di riprovazione. Dovette intervenire Nemesis per dar sollievo all’oltraggiosa situazione imbarazzante. Fu lui a riaprire loro la porta.

Più tardi, Nemesis chiese a Vlad:

«Ma che gli avevi detto per fargli fare una cosa del genere?»

E Vlad gli rispose disinvolto.

«Niente! Solo, gli ho raccontato la fantomatica storia di un tale che si masturbava di fronte a delle donne, poiché affermava che fosse Dio in persona a suggerirglielo!»

(FINE PRIMA PARTE)

Il Compulsivo

Personaggi perlopiù insignificanti dell’agenzia Voli di Gabbiano #15

Nemesis assistette a come il Pelato accolse affettuosamente uno strano individuo che invece lui non aveva mai veduto.

«Ciao! Come stai?! Sono contento che tu sia tornato a lavoro! Come procede quel tuo ambizioso progetto?»

«Quello? Come al solito. Ho bisogno di sovvenzionatori, altrimenti non partirà mai. Ma non mi lamento…», gli disse quello, che aveva una carnagione cinerea che comunicava un senso di disfacimento, e che parlava come soffrisse di costipazione di peti.

«Beh, allora dacci dentro, tigre!», gli disse il Pelato con falso entusiasmo abbandonandolo al suo destino. Lo strano tipo si accomodò proprio vicino a Nemesis e iniziò a fare le chiamate che doveva.

Era un uomo alto, di un’età tra i trentacinque e i quaranta. Emanava qualcosa di grasso e unto, ma allo stesso tempo appariva emaciato e consunto, e infatti nel suo viso si riscontravano tracce di profonde, grigie occhiaie gelatinose. Nemesis lo udì parlare e il tono del tipo continuò ad accentuare l’impressione che si trattasse di una specie di conte Dracula resuscitato per… fare un po’ di soldi. Per questo Nemesis prese a chiamarlo il Conte Mortifero.

Da quel giorno curiosamente lo incrociò spesso dovendosi sorbire le sue raggelanti conversazioni di concupiscenza con le quali si prendeva gioco di ignari clienti assoggettandoli ai suoi poteri oscuri e venefici. Raccontava loro un mucchio di fanfaluche, ma gliele proferiva in modo così assertivo e rassicurate che i poveri ingenui non potevano che cedergli concedendogli la stipula di contratti appena accennati parecchio difformi da ciò che veniva promesso loro. E mentre Nemesis al suo fianco si affannava nel perseguimento della verità essendo impegnato nella stessa identica mansione portandola avanti in maniera molto più ligia, professionale e precisa, il Conte Mortifero si faceva beffe delle norme e portava a casa l’obiettivo, che era quello di rimpolpare il suo truffaldino bottino di provvigioni.

Quando il Pelato venne a chiedere a Nemesis come andava con il lavoro, Nemesis gli disse che ancora doveva mettere a segno un contratto. Quando questi quasi lo reguardì, Nemesis sbottò manifestando quella sua esasperata purezza di cui all’epoca era ancora imperniato dalla testa ai piedi:

«Io almeno rispetto le regole! E non racconto delle balle ai clienti!», disse con orgoglio, non comprendendo che al Pelato non interessava nulla di esse volendo solo perseguire il fine del ricavo a tutti i costi.

Il Conte Mortifero capì che Nemesis aveva palesemente accennato a lui eppure neppure si voltò a guardalo o sbatté le palpebre. E, come un automa, come un uomo senza anima, come uno con il cervello in un’altra dimensione, come una persona troppo superiore per fermarsi ad ascoltare i bisbigli dei moscerini, riattaccò con le telefonate e non cambiò niente dei suoi atteggiamenti, continuando a giurare il falso, a farsi beffe delle leggi in vigore e della buona creanza.

Il Pelato, pur ascoltandolo, non fece alcuna obiezione al suo modo di agire.

Davvero un personaggio disgustoso!

Personaggi perlopiù insignificanti dell’agenzia Voli di Gabbiano #14

Un giorno Nemesis era a lavoro. A un tratto percepì di sguincio una strana presenza che lo inquietò. Per fortuna quella persona lo ignorava totalmente, era stato lui a scorgerla casualmente e a rimanerne turbato e non il contrario. Si trattava di una donna, poco più vecchia di lui, con una faccia talmente priva di entusiasmo da sembrar deceduta.

Nemesis la riscontrò con ribrezzo. Da quel momento cercò di spiarla senza farsene accorgere. Ma più la studiava e più provava raccapriccio, perché la faccia di quella tipa continuava a essere interamente priva di emozioni. Anche quando apriva la boccuccia per parlare, in verità l’espressione non le mutava di una virgola. Nemesis allora si ricordò di aver già incrociato quella donna diverse volte. La quale era spesso sola, o comunque aveva sempre un numero molto ristretto di persone intorno; tendeva poi ad indossare, ogni volta che poteva, degli oscuranti occhiali neri, che avevano il chiaro compito di mascherare almeno in parte quella sua patologia. Difatti Nemesis afferrò che la donna soffriva di quella malattia rara che attacca i nervi facciali rendendo il volto privo di ogni espressione, comprese quelle involontarie.

Fissare quella donna equivaleva a osservare cosa rimanesse di un essere umano qualora fosse stato svuotato da ogni entusiasmo vitale. Il risultato era agghiacciante. Ecco spiegato anche perché ella si trovasse quasi sempre sola: nessuno voleva “deprimersi” con una così.

Tuttavia in realtà vi era una ragazza, molto bella e formosa, che Nemesis aveva già notato altre volte e desiderava conoscere, la Tettona Occhialuta, la quale prese l’abitudine di accompagnarla nelle pause tra un’ora e l’altra. Per questo motivo Nemesis, per frequentare quest’ultima, finì per incontrare più spesso del dovuto anche Faccia Ferma, sulla quale presto poté emendare un giudizio tanto accurato quanto definitivo.

Faccia Ferma si dimostrò una donna ormai resa mortalmente acida dal proprio aspetto fisico e dai contrattempi che la vita le aveva riservato. Infatti sputava spesso parolacce, tendeva a essere aggressiva e oltremodo perentoria non lesinando giudizi al vetriolo su qualsiasi cosa non le andasse a genio. Era cioè la palese rappresentazione di quanto, in alcuni casi, la diffidenza del mondo esterno finisca per condizionare colui che vi è soggetto, guastandogli l’anima. Si era interamente immedesimata nel ruolo dell’arrabbiata cronica in cui gli altri, quelli con la faccia normale – magari anche brutta, ma normale – l’avevano confinata, non riuscendosene più a sbarazzare. Nemesis pensò allora che la Tettona Occhialuta, che per misericordia estrema cercava sempre di starle accanto, sforzandosi di ridere alle sue battute cattive e di farle compagnia, fosse in verità troppo infarcita dell’idea d’esser una samaritana per accorgersi che la persona che tentava di redimere fosse diventata ormai intrattabile e priva di qualsiasi dote positiva.

Una volta Nemesis udì Faccia Ferma ridere. Aveva la risata di un silfo dispettoso. In quell’occasione gli parve addirittura il Diavolo in persona.

Personaggi perlopiù insignificanti dell’agenzia Voli di Gabbiano #13

Un dì Nemesis vide che Vlad si era insolitamente seduto accanto un nerboruto ragazzo biondo di cui già altre volte aveva potuto apprezzare le inconsistenti finezze linguistiche e le scarsamente cervellotiche metafore. Era soprannominato da Nemesis il Fascio Ariano, per via del suo rozzo e ignorante modo di intendere la vita. Aveva i capelli tagliati molto corti sui lati, mentre sopra era provvisto di un formidabile ciuffo da sciupafemmine. Nemesis notò quanto fosse strano che, mentre Vlad si sganasciava dalle risa – come se quello gli stesse rifilando delle irresistibili e impareggiabili barzellette sconce mai udite prima –, l’altro, il nazi, rimanesse imperturbabilmente duro e fiero, continuando a serrare le mascelle, effondendo dai suoi occhi scuri odio a profusione. Era una circostanza così insolita che Nemesis, appena Vlad fu solo, gliene chiese conto:

«Ma si può sapere cosa avevi tanto da ridere con quello? È uno che detesto, per la sua grezza volgarità e per l’implicita evidenza che si tratti di un manesco, cialtrone, becero, maschilista… Non capisco cosa tu ci abbia trovato, tanto da rimanerne incollato per tutto il pomeriggio…»

«Ma come?!», rispose Vlad effervescente, «Davvero non capisci?! È proprio per questo che non sono stato in grado di staccarmene! È talmente incolto e digiuno di ogni qualsivoglia tipo di valori sociali, etica e civiltà… da risultarmi irresistibile, amico mio! Non mi sono mai fatto tante risate in vita mia con nessuno, neppure con te! L’ho talmente preso per il culo che pensavo: adesso questo si alza e mi crocca… Ma lui è così stupido che neppure si è reso conto che lo stessi schernendo, addirittura pensava fossi dalla sua parte! Formidabile! Lo dovrebbero esporre in un museo come ultimo esemplare dell’Homo Erectus! Dapprincipio mi ci ero avvicinato per sbaglio ascoltando casualmente una delle sue colossali panzane… Ce l’aveva col governo attuale, ma lo criticava per una legge introdotta da quello precedente, di segno opposto all’odierno, che appartiene alla parte politica nella quale si identifica! Allora non ho resistito a farlo parlare a ruota libera affinché mi regalasse altre sue succulente gemme che impreziosissero la mia modesta giornata impiegatizia… E, con i miei incipit, è diventato un fiume in piena, una cisterna ambulante satolla di micidiali veleni i quali non vedeva l’ora di riversare nell’ambiente circostante per appestarlo! È uno che usa un cannone per ammazzare una mosca! È uno spettacolo, Nemesis! Sapessi quante ne ha infilate in poco più di due ore… Quando ti senti giù, dovresti provare anche tu la sua ritemprante contiguità! Ti rimette al mondo dalle risa! A un certo punto mi sono dovuto allontanare perché temevo che le troppe sghignazzate avrebbero potuto stendermi, seppure almeno sarei morto felice, come tutti vorrebbero che fosse!»

Nemesis lo aveva ascoltato in silenzio; ma c’era qualcosa che non gli tornava. Infatti, quando era capitato a lui di ascoltare gli insensati discorsi del Fascio Ariano, non ne aveva ricavato per niente quell’energia positiva di cui Vlad giurava di essersi libato. Anzi, se ne era dovuto allontanare per il motivo opposto: poiché quella serie di scempiaggini sputate a iosa gli avevano procurato un fastidio vescicante, dato che si basavano tutte su luoghi comuni, qualunquismi, falsità spacciate per vere e verità riplasmate sul momento per rendere un discorso approssimativamente attendibile.

Nemesis comprese così che, pure se Vlad era per lui quasi come un fratello, c’era nel suo amico qualcosa – che ancora non riusciva a metter bene a fuoco – che lo avrebbe reso sempre insanabilmente diverso da lui. Tanto che forse un giorno si sarebbero trovati sui lati antitetici di un barricata durante un eminente conflitto concettuale.

«Sarà…», ribatté Nemesis poco convinto. «Ma a me quel troglodita – al quale manca solo la clava per esserlo – comunica solo una grande tristezza, e proprio non riesce a farmi ridere. Seppure, certo, sarebbe meglio per me se vi riuscissi, piuttosto che rimanerne immalinconito.»

Personaggi perlopiù insignificanti dell’agenzia Voli di Gabbiano #12

La lista delle persone che Nemesis incontrò che avessero un qualcosa in comune con lui si completa infine con una ragazza che un giorno Vlad gli indicò.

«Quella lì sembra proprio come te», gli disse spiazzandolo.

Nemesis guardò nella direzione dove Vlad ammiccava e vide una bella ragazza con gli occhi azzurri.

«Ne sei sicuro? Allora lo prendo come un complimento!», si inorgoglì Nemesis.

Ma poi ripensandoci… «Ma come puoi affermare una cosa del genere? Io ho gli occhi scuri… Non capisco in che senso la potrei ritenere affine a me…», si sentì di domandargli. E Vlad gli fece capire:

«Nel senso che quella tipa è carina, ma non bellissima. Nel senso che veste in modo un po’ trasandato (o forse dovrei dirti che non si cura troppo dei suoi abiti, sennò ti offendi). Insomma… è una che, se si predisponesse in un certo modo, potrebbe apparire a tutti bellissima, e tutti la venererebbero come la donna più bella del mondo. Ma lei non lo sa. E pure se lo sapesse non lo farebbe mai, perché evidentemente è nella sua natura essere così…»

Nemesis rimase molto colpito da quelle considerazioni.

In seguito Vlad lo incitò anche a provarci clamorosamente.

«Va! Valla a espugnare! Che cosa aspetti?! È la ragazza ideale per te!»

Istigato, Nemesis tentò di conoscerla avvicinandola nelle pause tra un briefing e l’altro. La scoprì come una persona timida, sorridente alla vita, ma cauta. Tutte caratteristiche che gli fecero pensare di accostarlesi con equilibrio.

Tuttavia venne il dì in cui Nemesis si mise in testa di rimorchiarsela sul serio. Allora – mentre si ripeteva nella mente “È la ragazza per me! È nata per me! La devo avere! Non devo lasciarmi sfuggire la mia perfetta metà combaciante! La devo ottenere prima che qualche coglione me la soffi!” –, la puntò. Ma quando se la trovò davanti, riuscì a dirle solamente:

«Bella giornata, eh?»

E lei, guardandolo un po’ intimidita, gli rispose:

«Sì. Abbastanza…»

E quello fu tutto il loro dialogo.

Per un periodo Nemesis continuò a mirarla da lontano gettandole occhiate di fuoco che lei non mancò di cogliere e anche di ricambiare. Ma il loro (pseudo) rapporto rimase incagliato in quell’insensata situazione di riserbo reciproco, mentre per di più Nemesis la osservava sempre circondata da altri tipi di tutte le fogge che cercavano di portarsela a letto senza troppi indugi, con lei che arrideva a tutti indipendentemente dai loro approcci, cafoni o meno che fossero.

Poi un giorno Nemesis notò che ella fumava sigarette come una ciminiera turca, e allora sentenziò mentalmente:

«Come disse Ulisse, dando le spalle e abbandonando le rovine ancora fumanti della famosa città che aveva contribuito a distruggere con la trovata del cavallo di legno… “Addio, oh Troia fumante!”»

E da allora non le rivolse più neppure uno sguardo.

Chewing gum

Petit Blanche se n’era rimorchiato un altro.

Dopo una notte di cinema, alcool, patatine e gelato, avevano trombato meccanicamente sul divano finché non ne avevano avuto abbastanza.

Si ritrovarono a letto, alle tre di notte, con lei era ancora un po’ su di giri. Aveva assorbito troppa nicotina. Parlava a voce alta. Mentre l’altro cercava di farla star zitta perché aveva sonno.

«Ssssh! Parla piano, che è tardi. Sveglierai tutti i vicini…», le disse.

Ma lei da quell’orecchio non voleva sentire.

«Ma che me ne FREGA!? Potrò pur far come mi pare a casa mia, no?!»

Poi però aveva paura se un vicino mostrava atteggiamenti da stalker con lei…

Lui non ribatté sennò sarebbero andati avanti per ore. E lei, come sperato, smise di parlare. Finché a un certo punto annunziò:

«Ah, adesso mi faccio la gomma!»

Lui si era accorto che si era portata appresso qualcosa di piccolo, che infatti aveva deposto sul comodino, ma non aveva individuato cosa fosse, complice pure la blanda luce della lampada.

«…La gomma?», non riuscì a tacere lui.

«Sì, beh? Ci trovi forse qualcosa di strano?», disse lei.

«Adesso mangi la gomma? Ma siamo già a letto!»

«E allora? Di che hai paura? Che mi addormenti con la cicca ancora in bocca?»

Era esattamente quello che temeva lui. Che poi magari l’indomani l’avrebbe baciata e la gomma sarebbe passata nella sua, di bocca, dopo un’intera notte in salamoia.

«Ma perché non l’hai mangiata prima?»

«Me ne ero dimenticata», sorrise Blanche.

«E come mai te ne sei ricordata proprio ora?»

«Adesso avrei dovuto lavarmi i denti, ma dato che non ne ho voglia mi mangio la gomma, capito?»

Lui rimase basito. Non era mai stato con una ragazza così pigra, sregolata e scasciata.

«Beh, tanto tu le mastichi poco le gomme, no?», disse lui calcolando che tra poco l’avrebbe sputata.

«Vedremo… GNAM… GNAM…», disse lei scartandola e cominciando a darci sotto con le mascelle.

Tuttavia lui aveva calcolato male i tempi. Infatti lei aveva preso una di quelle gomme che fanno il grande pallone.

Così, dieci minuti dopo che lei era lì che ciancicava…

«Beh, adesso sputala, dai, che sennò dopo ti ci addormenti sul serio… Ma ce l’hai un pezzo di carta in cui avvolgerla almeno?»

«Ce l’ho!», disse Petit Blanche e per dimostrarglielo lo afferrò dal comodino «Ma è ancora presto per sputarla!», disse indisponentemente giuliva.

Allora lui si mosse verso lei. Voleva strapparglielo dalle mani per poi obbligarla a sputare la gomma. Avrebbe usato l’arma segreta. Lei infatti soffriva il solletico. Ma lei comprese in anticipo quel che aveva in mente e si rannicchiò in modo che con i piedi potesse respingerlo non rendendogli affatto facile avvicinarsi. E cominciò a ridere rumorosamente. Lui, che non voleva che lei facesse baccano, allora desistette.

Altri dieci minuti dopo Petit Blanche si decise a sputare per davvero la gomma nel pezzo di carta. Ma qualcosa non tornava. Lui, anche se erano nel buio più completo, se ne era reso conto.

«Ma… scusa, non hai appena sputato la gomma nel pezzo di carta?»

«Sì, e allora?»

«Non mi sembra che poi lo hai rimesso sul comodino.»

«Infatti», fece lei furba. «L’ho infilato sotto il cuscino!», rise.

«Ma non hai paura che si attacchi a qualcosa?»

Fece uno scatto e tentò ancora di prenderglielo ma lei allora si affrettò a spostarlo altrove.

«Dove lo hai messo adesso? Domani te lo troverai appiccicato tutto al lenzuolo!»

«Macché! Che uccello del malaugurio che sei! E goditi la vita ogni tanto! Sai dove l’ho messo?», fece la discola, «Me lo sono infilato nelle mutande!», esultò.

«Davanti o dietro?»

«Dietro.»

Lui immaginò la scena. E comprese che avrebbe dovuto fare la lotta se davvero avesse voluto prenderglielo, che forse era proprio la cosa che lei sperava facesse, così da vivacizzare ulteriormente quella serata che lei voleva non terminasse mai, perché non ne aveva mai a sufficienza.

Allora lui desistette pensando: peggio per lei se la cicca domani se la trova appiccicata al buco del culo.

Di lì a poco si addormentarono come bimbi innocenti.

A lei venne il buco del culo profumato al gusto di quella gomma da masticare.

Fin.

Personaggi perlopiù insignificanti dell’agenzia Voli di Gabbiano #11

Un terzo personaggio nel quale Nemesis si specchiò – anche se stavolta solo per una somiglianza fisica – fu il Calvo Venditore, che difatti sembrava proprio Nemesis, se però si fosse rasato completamente il capo.

Il Calvo Venditore era uno dei pezzi da novanta dell’agenzia. Già da molti anni lavorava con loro, anche se, a differenza di altri, il suo stile nitido e inattaccabile non andava incontro né faceva l’occhietto a modi di comportarsi controversi o al limite della legalità. Il Calvo Venditore era benvoluto e stimato da tutti, sia per i suoi profitti – i quali gli conferivano perfino il rispetto dei personaggi più venali – sia per la sua innata simpatia e per il suo innegabile buon carattere.

Un giorno il Calvo Venditore scoprì che avevano un vecchio amico in comune: il Sagoma – un amabile individuo arruffone. Nemesis ne rimase assai sorpreso. Da allora il Calvo Venditore cercò di coinvolgere Nemesis nella propria cricca di gente che la sera andava in giro per locali e qualche volta alzava un po’ il gomito concedendosi qualche spinello. Ma Nemesis reclinò educatamente tutte le sue offerte dichiarandogli che, contrariamente a quanto si potesse trarre dal suo aspetto, non era certo un tipo adatto alla confusione, allo sballo, al ballo, o alle comitive. A Nemesis piaceva avere intorno pochi amici, dedicarvisi con passione, senza bisogno di far tardi la sera, circostanza che anzi in genere lo indispettiva.

Il Calvo Venditore rimase assai incuriosito da Nemesis e, con la pazienza certosina della tartaruga, cercò di penetrare nella cortina fumogena che questi gettava attorno alla propria persona per paura che qualcuno potesse fargli del male. Finché riuscì perfino a farlo aprire. Parimente, anche lo stesso Nemesis apprese notizie incredibili sul Calvo Venditore. Questi rivelò di aver già avuto alle spalle una precoce vita da sposato. Il Calvo Venditore si era ammogliato giovanissimo, ad appena diciotto anni. Nemesis se lo immaginò da ragazzino che, contro il parere di suo padre, si intestardiva a voler impalmare la prima ragazza che aveva amato alla follia. Appena un anno dopo, in seguito ad infinite difficoltà e terribili disillusioni, aveva rivalutato il giudizio del genitore, dapprima tanto odiato, poi rivelatosi per quel che era: solo uno che si preoccupava di lui…

Nemesis, dal canto proprio, ricambiò tali esiziali confidenze parlandogli di quando da ragazzo, per amore, aveva avuto l’audacia di scrivere una novella di cinquanta pagine per la ragazza per cui spasimava. Quella relazione era però naufragata piuttosto male, poiché la fanciulla non aveva affatto compreso il dono prezioso che Nemesis le aveva elargito; gli impose dunque di non permettersi mai più di ritrarla in una sua qualsiasi storia come un personaggio volubile di essa…

Il Calvo Venditore era un tipo eccezionale che riusciva in tutto quello in cui si cimentava. Tuttavia era proprio questa sua prerogativa che lo metteva paradossalmente in difficoltà, facendogli credere che il mondo intero fosse nelle sue mani e che potesse plasmarlo a proprio piacimento nel momento stesso in cui lo desiderava. Il Calvo Venditore aveva il difetto di voler sempre conquistare ed essere benvoluto da tutti. Per questo non si lasciò scappare nemmeno l’indefinibile ed evasivo personaggio che per quasi tutti Nemesis incarnava. Con il quale invero non si può dire che ottenne una vittoria “piena”, ma neppure una sconfitta.