Sogno #17: Azrael col lungo coltello


Io e Azrael eravamo tornati pressoché che ventenni. A quell’epoca anche i nostri genitori erano pertanto più giovani e io li prendevo come punto di riferimento e protezione verso i problemi che rischiavano di schiantarmi. E uno di questi problemi, il peggiore, era che Azrael non solo era impazzito, ebbro di quella sua paranoia accesa che lo rendeva violento e seriamente pericoloso per chiunque gli fosse accanto, ma riteneva pure che io fossi il ricettacolo di quelle sue assurde teorie paranoiche. Per questo si era messo in testa di dovermi ammazzare. E a partire da un certo punto me lo aveva detto chiaramente, afferrando un lungo coltellaccio da cucina e cercando di infilarmelo nel cuore.

Il mio povero fratello aveva oramai totalmente perso il senno e a me non rimaneva che fuggirlo portandolo all’aperto, sperando che in pubblico si calmasse. Cosa che effettivamente avveniva ma che con il trascorrere del tempo aveva sempre meno potere di inibirlo. Cosicché venne il momento che anche in presenza dei miei genitori poteva prendere a inseguirmi con quel coltello che brandiva dal manico, dall’alto verso il basso, impugnatura sintomatica della fine che mi aveva ascritto.

Dunque io tornavo bambino e cercavo protezione nei miei genitori, i quali mi dissero che erano perfettamente informati della sboccata aggressività di Azrael e che vi avrebbero senz’altro posto rimedio. Ma senza però che lui lo avesse scoperto. Altrimenti Azrael, oltre a sfuggire alle loro azioni, sarebbe diventato davvero un cane rabbioso in grado di ammazzare chiunque gli attraversasse la strada. Mentre, finché rimaneva concentrato su di me, dissero, il pericolo che egli rappresentava sarebbe rimasto circoscritto, e in più loro avrebbero potuto agire senza impedimenti di sorta, ottenendo il risultato più auspicabile.

Mi dissero che avevano già studiato un piano per bloccarlo. Gli avrebbero messo dei potenti psicofarmaci anestetici nell’acqua o nel cibo, cosicché quella sera Azrael se ne sarebbe andato a dormire di filato senza affondarmi alcuna lama nel petto.

Sulla carta il loro piano era uno splendore, ma io mi interrogai: e se sbagliano la dose? Che ne sanno loro di questa materia così delicata? E se poi Azrael non ha l’impulso di dormire quanto loro spererebbero? E se poi una coltellata me la affonda ugualmente appena gli volto le spalle? Tra l’altro mi sovvenne che c’era anche il rischio opposto: che cioè, volendo esser sicuri di placarlo, gli potessero allungare una dose così massiccia da farlo rimanere secco… La loro strategia non mi convinceva affatto e io non avevo ricavato pace da quelle loro parole.

Poi, quei due, erano delle mezze frane e non mi davano la minima affidabilità. Difatti finirono per mettere l’anestetico nell’acqua che tutti avremmo bevuto. Quando fummo soli e sollevai la questione con mia madre, lei mi disse inconcepibilmente che comunque un po’ di serenità non avrebbe fatto male neppure a noi, e tutti avremmo dormito meglio quella sera. Ma ciò invece mi inquietò oltremodo. Infatti, se pure io avessi dormito come un sasso, questo mi avrebbe esposto ancora di più ai repentini attacchi di Azrael, ai quali quindi non avrei neppure avuto la forza di oppormi, qualora per una qualche ragione lui fosse rimasto più desto di me…

Tutto ciò era una follia e io temevo troppo di morire. Così abbandonai la stanza di albergo e trascorsi tutte quelle ore delle notte vagando senza meta, con il timore che appena mi fossi addormentato da qualche parte Azrael sarebbe sbucato da un anfratto per assestarmi una coltellata fatale.

Il giorno dopo mi ripresentai in famiglia per vedere se la situazione aveva subito qualche considerevole sviluppo. Ma era tutto immutato. E, appena Azrael mi vide, mi promise ancora che al più presto mi avrebbe ammazzato, appena mamma e papà non avrebbero visto, disse. Mi fece scorgere quel coltellaccio orribile che si portava sempre dietro… Tremai di paura. Quell’incubo non sarebbe mai terminato finché Azrael fosse rimasto in vita, o perlomeno non fosse rinsavito rivedendomi per quel che ero: il suo unico fratello, e spesso l’unico amico che avesse intorno che ancora sopportasse le sue esondanti fisime.

Azrael rimase abbastanza calmo per gran parte della giornata. Ma io sapevo che la sua era una finta per far abbassare il livello di guardia nei nostri genitori, che infatti gli credevano e pensavano che fosse rinsavito. Io sapevo che non era così. Lo ricavavo da quella sua aria di fastidio e sopportazione con la quale mi guardava di sguincio, che gli veniva anche quando io aprivo bocca. In quei momenti i suoi occhi, per quanto lo volesse celare, gli bruciavano di un odio avvolgente e genuino. Un odio che sarebbe scaturito in quel suo proposito che mi aveva ormai promesso più e più volte.

E quella notte successe ancora una volta che mi attaccò. Appena mamma e papà ci lasciarono soli, lui prese il coltellaccio da sotto il cuscino e lo brandì minacciosamente cominciando a inseguirmi nella stanza. Per fortuna riuscii a eluderlo e, dato che ci muovevamo alla stessa velocità, non poté mai raggiungermi poiché non smisi più di correre…

Alla fine ci ritrovammo in strada, con lui che mi era dietro alle costole, folle, con anche i miei genitori che una buona volta avevano compreso la sua pericolosità, e con i passanti che chiamarono la polizia. Polizia che intervenne di lì a poco, per fortuna, traendomi fuori dagli impacci.

Azrael, ormai sbarazzatosi dalla sua maschera da bravo ragazzo, non si tratteneva più e anche di fronte alle divise mi inseguì finché alcuni di essi non lo bloccarono, togliendogli il coltello e mettendogli le manette. Lo portarono via stravolto, rosso in volto, che ancora si dimenava inveendo contro di me le sue farneticazioni insensate, dicendo che io rappresentavo l’apogeo delle tristi vicende che gli toccava di vivere, colui il quale per primo nell’ombra tramava contro di lui, la prima mente del complotto che voleva il suo annientamento. Ai suoi occhi ero il più vile e bastardo di tutti, perché mi fingevo invece un buon fratello accorato che si interessava della sua sorte…

Ma la cosa in assoluto che mi dava più pena, un tormento tale da non poter esser sanato, era che egli davvero in quei momenti provava per me un livore acutissimo che non si sarebbe estinto neppure se fossi andato da lui e, offrendogli il petto, gli avessi detto: «Fratello mio! Se davvero è questo che vuoi, se davvero credi che cogliendo la mia vita tutti i tuoi problemi finiranno, allora su! Dai, fallo pure! Prendimi il cuore e ritrova quella pace che non sembri più essere capace di sperimentare!». E in tal caso, lui, come una belva assetata di sangue, non si sarebbe fermato e avrebbe affondato la sua lama nel mio torace ospitale…

Passò un anno prima che Azrael poté tornare in libertà.

{Le avventure completamente inedite di Nemesis si possono trovare ne La teoria del complotto I}

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