NINNINI: Il giorno più brutto nella vita di Ninnini (Seconda Parte)

Così Ninnini non aveva scelta. Era troppo vicino a quel traguardo così succoso per rinunciarvi. Non poteva mollare propri adesso, anche se non si sentiva più le gambe, gli dolevano i polsi, doveva pisciare e gli stavano venendo le vesciche alle zampe. Non poteva mollare perché era sicuro che non avrebbe più potuto giovarsi di tutte quelle botte di fortuna e di bravura che l’avevano portato fin lì. L’avrebbe rimpianto tutta la vita, se non fosse riuscito ad arrivare a quel traguardo ormai così a buon mercato, così vicino… In fondo si trattava solo di reggere per un altro quadro, forse due! Ancora uno sforzo e poi avrebbe potuto riposarsi per giorni vantandosi per il resto della vita di aver conseguito quell’importantissimo traguardo mai raggiunto da nessuno dei suoi coetanei!

Ninnini ebbe pure una sorta di minivisione in cui il vecchio sindaco della città, un uomo tutto curvo, coi capelli bianchi, lo premiava pubblicamente donandogli una nuova console dei giochi fiammante, solo per lui… Così Ninnini radunò le forze residue e cominciò a giocare al quadro ottantaduesimo, che era uno dei più temuti…

Fin da subito però si trovò in notevole difficoltà. Aveva perso da tempo il controllo della pallina, la quale, ogni volta che colpiva, finiva per assumere rimbalzi strani, effettati, che poi quando gli tornava indietro era ancora più ingestibile. In almeno tre occasioni Ninnini rischiò di capitolare sul serio. Tuttavia in qualche maniera sopravvisse. Dietro di lui, una ragazzina scambiò il suo modo di giocare per una sfrontata manifestazione di maestria, non di affanno. Questo lo colmò di orgoglio. Bastò quello per infondergli nuova linfa vitale. E non solo superò quel quadro, ma superò anche quello dopo, che era molto semplice, e anche quello ancora dopo, facendo incetta di altri punti che andarono ad arricchire ulteriormente il suo stratosferico punteggio.

A quel punto Ninnini aveva assunto la disinvoltura di Humphrey Bogart in Casablanca e quando poteva permetterselo diceva al suo incredulo amico, che non faceva che complimentarsi con lui per essere ormai entrato in classifica, che voleva spingersi più in alto possibile, visto che non gli sarebbe mai ricapitato in vita sua di vivere un’esperienza del genere.

L’amico gli rispondeva che ora, col punteggio raggiunto, sicuramente aveva scalato anche altre posizioni in classifica! Cioè, come minimo era arrivato all’ottava posizione!, ma poteva anche essere che fosse riuscito a raggiungere addirittura la quarta! Purtroppo non ricordava bene le cifre altrimenti sarebbe stato più preciso, ma quel ch’era certo fu che Ninnini era già entrato nella storia di quel videogioco! E il suo nome forse sarebbe rimasto in eterno scritto nella lista dei punteggi migliori!

A un certo punto Ninnini, che si sentiva nuovamente in armonia con Dio e ogni minima manovra, anche ardita, gli riusciva come fosse stata la cosa più semplice del mondo, per eccesso di confidenza, commise un grave errore, un errore da babbeo e, volendo caricare la pallina di un effetto che nei suoi piani l’avrebbe spinta in una zona dove c’erano un mucchio di mattoncini da abbattere, esagerò e finì per lisciarla completamente.

Così in un lampo si rese conto che la partita era finita. Allora, nervosamente, anche se non era arrabbiato perché era certamente entrato in classifica, spinse un bottone con particolare foga, come avesse avuto ancora il potere di sganciare i raggi. Ma quella azione innocua, che normalmente non avrebbe dovuto creare la minima reazione poiché il gioco era virtualmente finito, produsse invece un danno di proporzioni astronomiche: gli esplose l’asse-astronave un’ulteriore volta come quando accadeva che si lisciava la pallina, e dunque venne inopinatamente saltato il pezzo in cui lui doveva inserire il proprio nome nella classifica!

Mentre quasi tutti gli spettatori alle sue spalle si dileguarono velocemente ancora commentando la sua partita, Ninnini guardò il suo amico con stupore mentre quello faceva la stessa cosa con lui. In breve fu questi a sollevare quella questione tanto temuta che nessuno dei due voleva porre: ma non ti ha fatto inserire il nome?!, disse.

Era proprio così! Ninnini smanettò ancora per vedere se pigiando qualche altro bottone non fosse comparsa la mascherina per inserire il nome, ma niente. Lo schermo mostrò la vecchia classifica generale; e chiaramente lì non c’era il suo nome, perché Ninnini non aveva avuto la possibilità di inserirlo!

Controllarono i punteggi e videro che, con lo score raggiunto, Ninnini avrebbe preso il posto del settimo in classifica, addirittura. Poi un ragazzo un po’ più grande, che ancora non se n’era andato, rivelò loro l’arcano: è un baco del gioco, è successo pure a me una volta che alla fine ti riesplode l’astronave e non ti fa inserire il nome. Peccato. Non ci si può far niente. Eri entrato in classifica, ragazzino. Beh sarà per la prossima volta, disse. E Ninnini e il suo amichetto rimasero come imbalsamati di fronte a quella cupa notizia.

In seguito Ninnini, riavutosi parzialmente dalla catastrofe, pensò anche di andare a protestare dal gestore. Allora, con il fedele amico al fianco, si recò presso il banco dove si distribuivano i gettoni. I due pischelletti riuscirono, nonostante lo choc ancora cocente, a esprimergli a parole le loro rimostranze. Ben presto capirono però che il giostraio non avrebbe potuto far molto per loro. Allora infine Ninnini chiese almeno che, per principio, gli venisse restituito il gettone. Ma l’uomo dei videogiochi a quella richiesta ribatté in questo modo: aspetta, mi stai dicendo che con un gettone sei stato a giocare per delle ore… e adesso vorresti pure che te lo restituissi? A quel punto rise brevemente. Poi aggiunse: ma vai a farti un giro!

Quello fu il giorno più triste della vita di Ninnini, il quale successivamente, più volte, provò a emulare quella sua straordinaria performance, ma non si sentì mai più in comunione col Creato come in quella magica circostanza, così non emulò mai nemmeno un quarto del punteggio raggiunto quella volta.

Ben presto il suo amico rimase il solo testimone storico di quel suo successo che il destino gli aveva negato. Il brutto fu che gli altri bambini non credettero mai alle loro parole affermando invece che si erano inventati tutto ed erano solo dei rivoltanti bugiardi. E lo ribadirono talmente tante volte che lo stesso amico di Ninnini un giorno si convinse che forse si era solo immaginato di aver assistito a Ninnini che realizzava quel punteggio esorbitante. Dunque ritrattò bellamente anche lui la sua versione dei fatti e Ninnini rimase il solo essere vivente sulla faccia della Terra a sapere della sua impresa, e non ci fu mai più nessuno che lo credette, neppure quelli di Bim Bum Bam!

NINNINI: Il giorno più brutto nella vita di Ninnini (Prima Parte)

E poi venne il giorno più brutto nella vita di Ninnini! Sì, perché anche un bambino scanzonato e pigrone come lui aveva dei sentimenti profondi e non era immune alle grandi delusioni della vita. Così accadde, sì, accadde anche a lui di ritrovarsi un giorno come sprofondato nella depressione più cosmica: che sentiva di essere il bambino più sfigato dell’intero universo. Così non aveva più voglia di far niente. Se non di buttarsi sulla poltrona a mangiare popcorn salati, oppure dolciumi glicemici, oppure gelati, fino a farsi venire la diarrea – a proposito, Ninnini scoprì questo metodo sbrigativo per spurgarsi, ma non lo consigliamo a nessuno dei bimbi, sia per l’eccessivo innalzamento degli zuccheri che porta, sia per gli effetti, diciamo così, dirompenti che ne potrebbero seguire.

Eppure… che dire? Quel giorno era cominciato esattamente come gli altri e Ninnini si era alzato dal letto, era andato in bagno, si era lavato; poi si era vestito, aveva fatto colazione – vi ricorda qualcosa, bambini? Ma certo! Fin qui è uguale uguale a uno dei vostri primi temi su “cosa fate a casa” che vi assegnano le maestre a scuola –; quindi aveva masticato, deglutito e anche fatto in un caso un ruttino. Poi aveva bevuto il latte col miele. Ah, sì, poi aveva pure respirato, ma tanto quello lo faceva sempre automaticamente tutti i giorni e a tutte le ore – tranne quando tratteneva il fiato in apnea in piscina, chiaramente – per cui non ci sarebbe da dirlo, ma meglio essere precisi che delle volte non si sa mai, che qualcuno potrebbe dare adito a illazioni gratuite. Non sia mai che poi qualcuno possa accusare Ninnini di essere uno “sporco zombie”. Lo sapete, no?, che gli zombie non respirano… Però mangiano lo stesso, anche se carne umana, chissà poi perché… Beh, non vogliamo star qui a sindacare sui gusti personali. Non è compito di questo libro trattare una simile, scottante materia più volte dibattuta nei filmini dell’orrore…

Torniamo a Ninnini… A quel punto della mattinata, il suddetto adorabile frugoletto si trovò al bivio della sua giornata, ma noi potremo pure dire della sua vita, anche se lui ancora non lo sapeva. Che doveva fare? Si ventilava l’ipotesi di piazzarsi davanti al televisore – perché dietro non sarebbe servito a niente – a guardare i cartoni della mattinata, e quello avrebbe fatto, ve lo giuro, signore e signori!, se nella sua vita però non fosse entrato in gioco quel certo elemento disturbante assai insolito. Difatti venne un suo amichetto a citofonargli per dirgli se voleva andare con lui alla sala giochi. E fu questa dunque la scelta che Ninnini dovette suo malgrado compiere in un battito di ciglia…

Dunque neppure fu tanto colpa sua se quel suo amico, ingenuamente, lo portò verso quella che sarebbe stata la rovina più grande della sua intera vita! Ma questo Ninnini non poteva ancora saperlo sennò non avrebbe mai accettato di seguirlo, come effettivamente fece sentendosi anche felice perché avrebbe giocato al suo videogame preferito.

Alla sala giochi di videogames belli e pieni di lucette invitanti ce n’erano tanti, ma per Ninnini e il suo amichetto primeggiava solo uno, che ritenevano meglio di tutti gli altri messi assieme in colonna fino ad arrivare alla Luna. Ora il nome non ce lo ricordiamo, ma sono certo che lo riconoscerete anche voi appena ve ne parlerò. Era quel gioco… Ma sì, quello! Tanto simile a quell’altro, di cui in verità era proprio un doppione, e venuto pure molto bene. Beh, non possiamo fare i nomi neppure dell’antesignano, per non far pubblicità. Per questo ci limiteremo a descriverlo. Si tratta di quel gioco in cui c’è come questa specie di cosa, anzi cosetta, dritta in orizzontale, che sembra un po’ un pezzo di legno, un pezzo di asse, ma potrebbe essere anche un’astronave stilizzata, la quale si può muovere solo a destra o sinistra per colpire una pallina la quale deve a sua volta colpire dei mattoncini. Lo scopo del gioco è eliminare tutti i mattoncini colpendoli con la pallina. Capito di che bel gioco stiamo parlando? Ecco, questa versione era anche la meglio mai realizzata in tutto il creato! Perché c’erano un mucchio di variazioni, degli extra, che permettevano di cambiare forma all’asse che si muoveva, oppure far sparare dei raggi, o anche si potevano moltiplicare le palline. Insomma che vi sto a dire? Era una vera delizia di gioco a cui consiglio di giocare per davvero quando avrete fatto i compiti e sarà tutto okay nella vostra vita di preadolescenti sbarbatelli che ancora si fanno il bagno una volta a settimana – e con questo non sto dicendo che il bagno non vada fatto, anzi!

Insomma, Ninnini e il suo amico – che non citeremo poiché vuole rimanere anonimo – cominciarono a fare una partita per uno a quel giochetto così intrigante. Finché a un certo punto Ninnini sbancò imbroccando la partita “quasi perfetta”. Si sentì talmente in sintonia col gioco che anche le manovre più ardite gli venivano facili. Si sentì in comunione con Dio in persona – e pensò che tutto sommato gli era convenuto fare la Prima Comunione!

Così, quando vennero i quadri difficili, Ninnini li superò brillantemente. A dire il vero fu anche molto fortunato perché quegli extra di cui sopra gli capitavano sempre proverbialmente al momento giusto. Così, con quadri che potevano rivelarsi anche complicatissimi, che avrebbero potuto durare anche un’ora, Ninnini se la cavò in appena pochi esaltanti secondi.

Ordunque avvenne l’insperabile: Ninnini andò sempre più avanti, polverizzò il suo record precedente a quel giochetto, giungendo a un punteggio che era circa dieci volte tanto! Rimase incollato a quello schermo a smanettare con la levetta e i pulsanti associati per oltre cinque ore e mezzo!, radunando anche un sacco di gente dietro le sue spalle che faceva il tifo per lui.

A un certo punto Ninnini si accorse che tra i suoi fan si erano concretizzate anche delle bambine più o meno della sua età (che avevano l’odore della gomma da masticare). Non osava girarsi per guardarle ma a giudicare dalle loro voci soavi dovevano essere tutte bellissime pezze di bambine piazzatesi tutte molto bene al concorso di bellezza indetto dalla scuola quell’anno.

Così Ninnini, per l’emozione, cominciò a innervosirsi, a sbagliare: non si sentì più in comunicazione diretta con Dio. In parole povere ridivenne il solito Ninnini imbranatello cronico, anzi, anche un filino di più. In brevissimo tempo prese a perder sempre più colpi. Dunque oltre la fatica, lo stress e gli schiamazzi alle sue spalle, ci mise anche del suo commettendo degli errori in serie che rischiarono di compromettergli tutta la partita.

In pochi secondi Ninnini dilapidò la bellezza di ben tre vite! Così giunse al punto che gliene rimaneva solo una: se avesse perso quella, sarebbe stato fatto fuori! Game over sarebbe stata la scritta comparsa sullo schermo a immane beffa della giornata.

Tuttavia Ninnini era un bambino strenuo e tentò di resistere a tutte quelle vibrazioni negative finendo il quadro a cui stava giocando, anche se a quel punto non ce la faceva più, si sentiva stanchissimo e paventava seriamente che presto sarebbe stramazzato stremato al suolo, anche se con i pieni meriti dei caduti sul campo di battaglia. D’altronde non aveva forse già polverizzato il suo record precedente? Di quello poteva già andar molto fiero, in fondo…

Ah, ma quanto sa essere amara la vita delle volte, che quando ottieni un grosso risultato, subito ne intravedi un altro ancora più appetibile e allora faresti di tutto per giungerci, e brevemente quello passato diventa così pura e semplice mondezza da buttare nel secchione che sennò puzza pure! Proprio una cosa del genere difatti accadde a Ninnini a partire dal momento in cui il suo fidato amico gli fece notare che gli mancavano appena centocinquanta punti per entrare in classifica generale come decimo punteggio. E dire che ciò, fino a pochi minuti prima, rappresentava un miraggio che lui non aveva osato fantasticare nemmeno nei suoi sogni più favorevoli.

Ninnini non poteva credere che anche il suo nome sarebbe entrato nella top della crema della crema elitaria dei giocatori professionistici della sala giochi, gente del calibro di Tafano Stercoraro, o la mitica Susix, o quel gran gradasso de Lo Slinguazzatore, tutta gente con gli occhiali da sole che lui aveva solo intravisto delle volte, perché apparivano più raramente degli spettri, visto che erano così importanti. Gente grande con molti più anni di lui, con le mani talmente veloci e pronte che erano in grado di smontare un moschetto e rimontarlo col colpo in canna in appena quaranta secondi cronometrati. Oppure sapevano lanciare una tale scarica di pugni consecutivi a folle velocità che i colpi non si vedevano nemmeno, e per questo li chiamavano i Kenshiro, che poi dopo quei colpi segreti potevi anche morire dopo tre giorni senza quasi accorgertene…

Insomma, era gente importantissima, anche un tantinello pericolosa, quella. E Ninnini non poteva credere che uno come lui, un tappo, un pappamolle, uno smidollato, un piccoletto che ancora si faceva vestire dalla mamma e mettere pure il pigiama prima di andare a dormire la sera, potesse entrare in quell’Olimpo. Che poi, se davvero lo avesse fatto, la sua vita sarebbe cambiata per sempre! Anche lui avrebbe cominciato a mettersi gli occhiali da sole, e non avrebbe più indossato quelli fasulli di plastica, di Topolino, che portava allora; no, gli sarebbero toccati proprio quelli per grandi, gli occhiali a specchio! Senza contare poi che, avendo introitato quel titolo, avrebbe potuto ripresentarsi davanti la bellissima bambina che si chiamava Ninnina con nuove prospettive di conquistarla, perché essa non avrebbe mai potuto rifiutare l’interesse di un bambino così prominente nel quartiere, il bambino più importante di tutto il quartiere, da ultimo, dato che nessun bambino prima era mai entrato in classifica in quel videogioco!

NINNINI: La prima avventura degli Ansiosi Quattro

Così Ninnini elaborò la prima storia degli Ansiosi Quattro. La quale si apriva con questo signore avvolto da un lungo soprabito, tipo impermeabile, come andavano una volta. Si intuiva che fosse ben vestito, però c’era un piccolo particolare che lo rendeva un po’ diverso dagli altri esseri umani: era tutto come coperto di fango – forse proprio perché era fatto di fango! –, dalla testa ai piedi. Era marrone, tutto, completamente, sia per quanto riguardava le scarpe, che l’impermeabile, che la faccia, la pelle, e perfino le palle degli occhi che sarebbero dovute essere tassativamente bianche ma non lo erano. A ogni modo nessuno ci faceva troppo caso, dato che erano tutti impegnati a farsi i fatti propri, andare a fare la spesa, al mercato, oppure a lavoro.

Così questo distinto uomo era seduto su una panchina al parco a leggersi il suo bel quotidiano sportivo, e ogni tanto si lasciava andare a un grugnito, quando si imbatteva in una notizia non tanto di suo gradimento, tipo che il certo lanciatore non era riuscito a eliminare il tizio alla battuta in una partita di baseball, eccetera.

A dire il vero però il distinto individuo tutto marrone si lamentava pure perché, con quelle mani fangose che si ritrovava, stava riducendo il giornale a una paccottiglia sempre più inservibile, e ben presto non sarebbe più riuscito nemmeno a girar le pagine. Allora gli venne in mente di andare a casa dell’Uomo Cerino, il quale, pensò, avrebbe potuto facilmente asciugare le pagine facendolo tornare a leggere tranquillamente il giornale come un comune mortale.

Dunque si recava da questo Uomo Cerino, con cui erano vecchi amici. In breve si ritrovò sul suo pianerottolo. Bussò alla sua porta. Si dispiacque assai per avergli lasciato delle tracce melmose sulla porta. Anche perché sapeva che l’Uomo Cerino era un tipo molto precisino e se la sarebbe presa a male.

L’Uomo Cerino gli aprì la porta. Lo riconobbe subito perché, nonostante l’Uomo Melma avesse assunto le fattezze di un distinto gentiluomo, era tutto marrone, fatto di fango, dunque non poteva che essere l’Uomo Melma sotto mentite spoglie, in realtà.

Allorché si accorse che l’Uomo Melma gli aveva appena insudiciato la porta se ne rammaricò. Gli disse: ma la vuoi finire una buona volta di sporcare tutto quello che tocchi? Che non è che siccome siamo amici te le debbo sempre lasciar passare tutte, non trovi? Non sarebbe ora di darsi una bella calmatina?

L’Uomo Melma si manifestò desolato. Fece dei grugniti, perché non sapeva parlare benissimo. Poi, additando il giornale, anch’esso tutto inzaccherato di fango, praticamente gli fece intendere che non era colpa sua se era nato così. A ogni modo era andato da lui proprio per quello, e se lui aveva un’idea per risolvere alla radice il suo problema – perché nella vita, bambini, c’è chi ha un problema di forfora, chi d’alito cattivo, chi di meteorismo e qualcuno poteva avere anche un problema con la melma superflua – l’avrebbe accettata volentieri.

Ed effettivamente l’Uomo Cerino, che era un tipo molto brillante, anche se non come l’Uomo Condizionatore, ce l’aveva un’idea, anzi un’ideona. Con la sua fiamma calorifica gli avrebbe asciugato un poco la melma: in questo modo, seccandogliela al punto giusto, non gli avrebbe più fatto lasciare sconvenienti manate sporche in ogni posto, e questo valeva ovviamente anche per le impronte sul giornale, o le pedate sul parquet.

Allora l’Uomo Cerino disse “FUOCO!” e la faccia gli si accese. Poi da lì la fiamma gli si propagò per tutto il corpo finché non fu tra l’altro anche in grado di volare. A quel punto era pronto per metter in atto la sua idea. Quindi gli disse di non muoversi, che stava per compiere un’operazione molto delicata, che aveva, sì, la mano ferma, ma se lui si fosse mosso rischiava comunque di sfigurarlo per sempre. Al che l’Uomo Melma pensò: oh Signore!, è come se mi stessi facendo la liposuzione! Ad averlo saputo per tempo magari avrei potuto chiedergli anche di darmi un ritocchino alla vita, che certe volte per quanto mangio sembra che ho il verme solitario!

L’Uomo Cerino gli si avvicinò maggiormente. Dal dito sprizzava una leggera fiamma molto fine, che lo faceva sembrare quasi un saldatore, anche se lui preferiva atteggiarsi da alto chirurgo. Adesso comincerò dalle mani, per vedere come va; se andrà bene, passerò al resto del corpo, disse l’Uomo Cerino – che ora che mi ricordo si chiamava proprio Prospero di nome, manco a farlo apposta, come quel tipo di fiammifero.

Sennonché, se fu vero che dapprincipio la sua idea parve funzionare, e infatti la mani dell’Uomo Melma si seccarono quel tanto che bastava per non fargli più insozzare quel che toccava, ben presto si resero entrambi conto che però adesso l’Uomo Melma non poteva più muovere le proprie falangi bene come prima; se lo faceva gli si crepavano e rischiava di spezzarsi le dita in mille pezzi!

Per fortuna se ne accorsero subito, così l’Uomo Cerino si interruppe. Non va, non si può fare!, urlò. Le cose mi stanno scivolando di mano, disse. E si accalorò talmente tanto che anche se aveva smesso di essiccarlo con il raggio di fuoco, comunque crebbe di temperatura per il nervoso cosicché l’arsura nella stanza si innalzò anch’essa, così come i terribili squarci che cominciarono a solcare il povero corpo dell’Uomo Melma, il quale, terrorizzato, se la stava facendo addosso espellendo melma dal basso ventre…

A quel punto l’Uomo Cerino capì che si doveva agire in fretta; eppure non sapeva che fare, dato che aveva la mente in fiamme. L’unica soluzione percorribile così era quella di chiamare un suo amico scienziato ben più intelligente di lui, il quale era il solo a poter risolvere quella questione così urgente quanto delicata. Quindi l’Uomo Cerino disse all’Uomo Melma di non preoccuparsi e che sarebbe andato a cercare aiuto: sarebbe tornato al più presto. E così facendo se ne uscì dalla finestra volando verso la villetta dell’Uomo Condizionatore, che non era poi così distante da lì, difatti vivevano tutti nella stessa città.

Quando l’Uomo Cerino entrò nel giardino dell’Uomo Condizionatore si spense subito per non bruciargli le rose e le margherite che l’Uomo Condizionatore coltivava per l’appunto in giardino. L’Uomo Condizionatore stava giusto usando i suoi poteri per refrigerare le roselline rosse con una corrente frescolina perché aveva scoperto che alle roselline piaceva molto e poi crescevano pure meglio.

In un battibaleno l’Uomo Cerino informò l’Uomo Condizionatore dei tremendi fatti accaduti i quali minacciavano di procurare ingenti danni al povero Uomo Melma. L’Uomo Condizionatore ascoltò con attenzione mettendosi anche un dito sotto il mento in segno di accurata analisi. Poi gli disse, sicuro di sé: tranquillo, so come risolvere il problema, non temere!, ma mi serve anche l’aiuto della Ragazza Assorbente, che comunque, essendo mia moglie, provvedo a chiamare subito.

E difatti la chiamò a voce e pochi istanti dopo, proveniente direttamente dalla cucina dove stava cucinando dei cavoletti di Bruxelles, giunse, come una specie di colomba bianca gigante, una femmina in volo. Si trattava della bianca Donna/Ragazza Assorbente, la quale era provvista anche di una sorta di alettoni sotto le ascelle, perché si sa che anche gli assorbenti possono avere le ali…

Dopo di che i tre presero tutto il necessario, cioè un grosso secchio pieno d’acqua, e si avviarono speranzosi verso casa dell’Uomo Cerino, dove si trovava ancora l’Uomo Melma.

Una volta sul luogo, si accorsero che l’Uomo Melma era più pietrificato di prima. Il poveretto aveva evitato il più possibile di muoversi per non sfragnarsi in mille pezzettoni, il che a dire il vero non gli era venuto difficile perché il calore tendeva per l’appunto a irrigidirlo tutto. Sennonché poi era subentrato anche un altro problema. Difatti l’Uomo Melma soffriva un po’ di vene varicose e non poteva rimanere fermo in piedi per troppo tempo sennò poi finiva che gli facevano male le gambe e doveva mettersi le calze strette strette, che però erano un po’ femminili e dunque lui non voleva dare l’idea di essere un travestito, dato che non lo era. Alternativamente, avrebbe potuto proprio fingere di essere una donna assumendone l’aspetto: questo avrebbe aperto scenari che non staremo qui a trattare perché troppo incasinati e comunque di non facile diramazione, e poi voi siete ancora piccoli per capire alcune cose, bambini, quindi non chiedetemi di approfondire le questioni sessuali…

In un battibaleno l’Uomo Condizionatore assegnò a tutti i compiti necessari. L’Uomo Cerino, rigorosamente da spento, perché non doveva peggiorare la situazione, doveva ritmicamente intingere una mano nel secchio, inzupparla bene e poi schizzare con moderazione, con le dita, l’Uomo Melma, il quale sarebbe dovuto rimanere il più possibile fermo e immobile – e questo per lui fu molto facile. Poi l’Uomo Condizionatore lo avrebbe investito con le sue raffiche di aria, fredda, perché se fossero state calde avrebbero prodotto l’effetto contrario di quello sperato. Così l’Uomo Melma si sarebbe nuovamente idratato. Infine il compito della Donna Assorbente sarebbe stato quello di assorbire i getti d’acqua che si sarebbero rivelati troppo ingenti e, con l’ausilio dell’Uomo Condizionatore, fare in modo che poi il corpo dell’Uomo Melma non diventasse troppo liquido.

Così, in men che non si dica, dopo appena dieci minuti, l’Uomo Melma tornò a essere il solito mattacchione di sempre. E una volta che si fu detto completamente guarito provvide ad abbracciare affettuosamente uno a uno i suoi cari salvatori lasciando loro invero qualche macchiolina di troppo sugli abiti, ma a quel punto quello era preventivato e nessuno si arrabbiò.

Dopodiché l’Uomo Condizionatore se ne uscì con quel discorso che poi rimase mitico, scolpito per sempre nella storia dei supererrori. Ragazzi, questa è stata la nostra prima avventura, disse. Come avete visto i nostri poteri si amalgamano alla perfezione. Così è nostro intrasferibile dovere fornire al mondo il nostro aiuto per sventare i piani cattivi di tutti i super-criminali da strapazzo che impazzano ovunque. Ecco, a dire il vero, se solo avessimo avuto con noi un Uomo Acqua saremmo stati davvero perfetti, perché non avremmo avuto bisogno di niente, neppure del secchio per inumidire! Allora sapete che vi dico, d’ora in poi il nostro intento sarà duplice. E la notte ci scontreremo contro i criminali cattivi e i loro folli piani di conquista del mondo perbene, mentre di giorno ci prodigheremo nel cercare un qualche Uomo d’Acqua, che deve pur esistere da qualche parte nel globo!, e quando l’avremo trovato saremo diventati il gruppo di persone più forte di tutti i tempi e i criminali li sconfiggeremo come niente fosse, e poi potremo davvero fare tutto quello che vogliamo, compreso costruire case, abbatterle, vendere gelati freschi e, sono certo, se ci industriamo un po’, anche fare i benzinai!

E quella fu la prima grandiosa, strabiliante, miracolosa, grottesca, mirabolante impresa rischiosa dei favolosi Ansiosi Quattro – che se un giorno davvero avessero incontrato l’Uomo d’Acqua ed esso si fosse unito con loro, sarebbero diventati Cinque!

NINNINI: Ninnini e gli Ansiosi Quattro

Con tutto questo proliferare di supereroi nel mondo, Ninnini si era messo in testa di inventarne di suoi. Allora si applicò al tavolinetto della sua cameretta, prese i pastelli, un foglio da disegno nuovo – anzi era meglio prenderne tanti, perché sentiva che la sua ispirazione non sarebbe potuta esser contenuta solo da uno e probabilmente avrebbe debordato anche in altri – e cominciò a immaginare i suoi eroi.

L’uomo Allungabile gli era sempre piaciuto un casino, non sapeva perché. Fosse stato per lui ne avrebbe inventato uno esattamente uguale, forse perché era talmente comodo potersi allungare o accorciare a piacimento. Un esempio pratico poteva essere il seguente: continuare a guardare i cartoni alla tv mentre con una mano andava in cucina e si prendeva un succo di frutta dalla credenza. Sarebbe stato il massimo!

Dunque voleva ispirarsi a questo eroe ma senza copiarlo troppo. Allora come fare? Ci pensò un po’ su poi si inventò l’Uomo Condizionatore. Che era un uomo che aveva il superpotere di emettere sia aria calda che fredda, a seconda delle esigenze. Riuscite a capire quanto sarebbe stato utile tutto ciò?! Mai più né freddo né caldo, solo aria condizionata a palla, ma condizionata bene, a puntino, che non facesse venire né cefalee né blocchi della strega.

Chiaramente sarebbe stato troppo brutto qualora avesse tentato di antropomorfizzare un condizionatore. Così Ninnini pensò che l’Uomo Condizionatore poteva essere del tutto simile al suo amato Uomo Allungabile, poteva pure allungarsi un poco dato che c’era; d’altronde, se aveva il potere di fare l’aria fredda o calda, che poteva espellere dalla bocca, dalle mani o anche semplicemente dai pori della pelle facendo finta di niente, non poteva avere anche il potere di modificare un poco la fisionomia del proprio corpo? Ma certo! La libertà stilistica che si era preso ci stava tutta.

Poi pensò al secondo membro della sua squadra – perché aveva deciso ormai di creare proprio un team, come i Fantastici Quattro, più o meno. Dunque gli venne subito in mente la Torcia Umana, perché ci deve sempre essere in un gruppo un elemento che vola e lancia raggi o simili, sennò che gruppo di rispetto sarebbe? Tuttavia anche lì non poteva ricalcare spiccicato la Torcia Umana. Allora che fare? La cosa più semplice fu creare l’Uomo Vento – …e dai che ripensava all’aria! Ma non è che, essendo estate, quel pensiero gli si riproponeva proprio per via di quel motivo, perché anelava aria fresca più di ogni altra cosa?

Voleva che l’Uomo Vento fosse fico e sfavillante come la Torcia Umana. Ciononostante, anche se si impegnava al massimo, non riusciva proprio a inventarsi un look adatto per l’Uomo Vento, tale da renderlo davvero ganzo. Allora niente: dopo estenuanti elucubrazioni che gli fecero quasi venire un crampo al cervelletto, declinò sorprendentemente l’idea dell’Uomo Vento e dovette virare su… l’Uomo Cerino. Il quale era un uomo normale, ma quando si arrabbiava o comunque riteneva che fosse il caso di farlo, si accendeva la testa, proprio come fosse stato un prospero. Poi però, dato che solo la testa avrebbe avuto bella mentre il resto del corpo no, Ninnini stabilì che dopo essersi acceso la capoccia – ovviamente senza ustionarsi, perché era un supereroe – poteva estendere la fiamma gradualmente a tutto il resto del corpo, e poi anche volare. Et voilà! In pratica aveva creato un clone della Torcia Umana aggirando astutamente le leggi del copyright. L’eroe era diverso, in fondo, e quindi poteva farlo. Poi, bambini, che vi devo dire? Ninnini amava troppo la Torca Umana per rinunciarvi in toto, per cui decise di attuare questo stratagemma per non separarsi da quello che era in assoluto il suo eroe preferito, dopo l’Uomo Allungabile.

Poi fu il turno della donna. Eh, sì, perché ci voleva una donna o comunque una ragazza per addolcire le avventure di questi tipi sgargianti. Qui ebbe un lampo di genio repentino. Che cosa caratterizza una donna rispetto a un uomo, si chiese Ninnini? Così pensò subito alla Donna Assorbente, che era una donna in grado di assorbire l’acqua o comunque i liquidi col corpo. Era una donna tutta bianca e linda, morbida e fresca al tatto, anche profumata, suvvia. Insomma era un amore di donna, senza un sol difetto. Tanto che dopo averla inventata Ninnini si fece i complimenti per aver imbroccato un’eroina così formidabile al primo colpo. E pensò che tutti coloro che l’avessero conosciuta si sarebbero subito innamorati di lei perché era tanto bella, impersonava il candore ed era pure simpatica e ammodo, tanto che gli ricordava un po’ la maestra che aveva avuto in prima elementare, di cui si era follemente innamorato – era stato un gran peccato che le avevano cambiato scuola, Ninnini la rimpiangeva spesso.

Su questo terzo membro, o meglio sulla sua creazione, c’è un particolare da aggiungere. Ninnini sapeva solo vagamente cosa fosse un assorbente. In ogni caso sapeva che lo usavano le donne per assorbire eventuali perdite dal basso, la tal cosa non l’aveva mai sconvolto, anche se non afferrava tutte le connessioni né i veri motivi del perché le femmine solessero usarlo mentre i maschi no. Forse si poteva ritenere che i maschi, essendo più forti, non ne avessero bisogno, dato che sapevano trattenere l’urina meglio di chiunque altro al mondo…

Infine gli mancava l’elemento forte e tosto del gruppo, quello davvero gagliardo, con i muscoli, con una forza sovrumana. E questo fu molto facile da immaginare per lui; così non ci mise neppure mezzo secondo a ideare l’Uomo Melma. L’Uomo Melma era grosso ma alla bisogna poteva anche quasi liquefarsi. Aveva le fattezze di una specie di mostro fangoso, con a posto degli occhi dei fori, con una bocca spalancata limacciosa che apriva e chiudeva di continuo, mentre era privo praticamente di naso, od orecchie, e tanto meno capelli, perché era fatto tutto di fango. Infine era dotato di tre sole dita – ma belle grosse – anziché cinque.

Invero, dato che poteva cambiar forma, avrebbe potuto assumere anche l’aspetto di un uomo comune vestito di tutto punto. Proprio questa osservazione diede a Ninnini lo sprone per inventare la prima storia degli Ansiosi Quattro, così li chiamò. Ansiosi, perché erano ansiosi di dirimere le questioni in cui il Male attentava alla Libertà e alla Giustezza delle cose…

Genio a lavoro

NINNINI: Ninnini e la benza

Un giorno Ninnini era con tutta la famiglia, ovverosia col padre e la madre. Si trovavano in automobile e stavano andando in vacanza in una località estiva.

A metà viaggio, dato che la benzina, detta benza per gli amici, stava finendo, e dato pure che poteva esser disdicevole fare i bisogni corporali direttamente all’interno dell’abitacolo automobilistico, e dopo tutte quelle ore di viaggio qualcosa doveva pur esser fatto, se non lì perlomeno in un gabinetto pubblico, ma non prima di aver apposto semmai alla tavoletta di un generico gabinetto sconosciuto una pratica bustina per coprire la tavoletta tutta, perché dovete sapere, bambini, che sennò ci sarebbe il rischio di beccarsi qualche malattia contagiosa che poi potrebbe essere assai fastidiosa da debellare, per non dire un’eruzione cutanea grattifera che potrebbe ulcerare tutte le parti intime, sopratutto quelle più intime, che sarebbe un bel problema qualora questo dovesse accadere sul serio, sapete… Insomma erano lì in viaggio quando il padre di Ninnini decise che era il momento opportuno per fare una pausa all’autogrill, sia per rilasciare piacevolmente il contenuto della vescica in un contenitore acquoso già predisposto per accoglierla, sia anche per fare benzina, perché la macchina che possedevano, la benza, più che utilizzarla, se la ciucciava proprio come fosse stata acqua corrente e il motore fosse stato un corridore sempre assetato.

Tolte le chiavi dall’accensione, il padre aprì lo sportello e uscì fuori tornando in posizione eretta. Similmente fece la madre di Ninnini, che si diresse al bar a comprare cornetti per tutti. Ninnini invece, che come detto aveva le chiappe un po’ pigrette – e poi questo si ripercuoteva sulla sua famosa stitichezza – decise di rimanere seduto in macchina. Così non poté non essere investito da una fortissima puzza di benzina che lo colpì molto.

L’essenza era così pungente che non fu certo gli piacesse, seppure una parte di lui, interrogata su quella questione, sicuramente avrebbe ammesso convintamente che, sì, gli piaceva un mondo.

Quando dieci minuti dopo la madre tornò in macchina trovò Ninnini con una faccia trasognata. Sembrava che pensasse a chissà cosa. Gli disse: ohibò, quanto è forte questa puzza di benzina. Tu la senti, Ninnini?

E Ninnini, quasi incosciente, le rispose facendo sì con la testa a ciondoloni.

Di seguito anche il padre rientrò nell’abitacolo. Anche lui notò la possanza di quell’odore petrolifero. Ma poi rimise in moto e non ci fece particolarmente caso.

Il giorno dopo il padre lesse sul giornale che proprio in quella pompa di benzina dei benzinai si erano lasciati cadere a terra un po’ di benza, e che poi c’era stato un incidente ed era esploso tutto perché qualcuno doveva aver buttato inavvertitamente a terra un mozzicone di sigaretta ancora acceso.

Nonostante ciò Ninnini, ancora estasiato nell’animo da quell’odore così forte e potente che era stato in grado di disorientarlo, si disse che da grande senz’altro avrebbe fatto il benzinaio.

NINNINI: Partorirai con dolore

Ed eccoci giunti all’avventura di Ninnini che forse fu la più importante della sua intera esistenza…

Ninnini ebbe una bella grana da pelare che lo angustiò per interi anni della sua vita; ma non tutti i giorni, per fortuna, sennò a questo punto sarebbe già esploso. Ninnini era…stitico!

Eh, già. C’è chi nasce bello, chi brutto. Chi loquace, chi silente. Chi alto, chi basso. Chi secco allampanato, chi cicciabomba. E c’è anche chi nasce stitico e chi con la colite. E Ninnini era stitico.

Così, ogni tre o quattro giorni, si riproponeva la questione. Gli prendeva un certo dolore alla pancia che poteva essere più o meno debilitante, il quale gli veniva proprio da dentro – Ninnini pensava dalle “budella”. Quando accadeva non poteva concentrarsi adeguatamente su niente, perché quel tormento era troppo probante per esser sopportato seppure egli fosse un bambino intrepido, coraggioso e stoico.

Dunque Ninnini non poteva che appellarsi ai suoi genitori implorandoli di risolvergli la problematica, perché lui era troppo piccolo e non sapeva come fare. Allora la madre gli diceva che avrebbe dovuto muoversi maggiormente e non stare sempre buttato sulla poltrona a guardare passivamente la tv. Vabbè, ma ormai l’ho fatto, pensava Ninnini.

Il padre gli ricordava che se ogni tanto avesse mangiato anche le verdure ai pasti probabilmente non si sarebbe mai ritrovato in quelle condizioni angustianti. E pure questo era vero; ma che ci poteva fare se a lui piacevano solo patatine fritte, carni dure rinsecchite stracotte bruciacchiate e quasi niente altro sulla faccia del pianeta? Era forse colpa sua se Dio lo aveva fatto così?!

Il record di stitichezza di Ninnini, cioè senza andare di corpo, era di ben sette giorni consecutivi – primato che resiste tutt’oggi seppure il buon Ninnini abbia più volte tentato invano di batterlo per entrare nel Guinness dei primati.

Quando la stipsi era molto grave, i genitori gli impartivano il vecchio consiglio della nonna, che invero funzionava abbastanza, almeno per mitigare i doloretti più contorcenti: mettersi sdraiato sul letto a pancia sotto. Tale stratagemma gli permetteva di far uscire l’aria, ovvero quelle maleodoranti sostanze gassose che gli umani solitamente emettono con costanza dal loro posteriore. Infatti, per qualche ragione, se uno è stitico, per facilitare l’espulsione delle feci solide, deve dapprima liberarsi di quelle sostanze gassose dall’odore piuttosto fogniario custodite in sé; così in seguito sarà più semplice disfarsi della cacca vera e propria, bella solida e dura, che subdolamente si è annidata nell’intestino del povero malcapitato.

Il guaio però è che non sempre questo metodo bastava. Allora, delle volte, nei casi più disperati, se i genitori di Ninnini lo vedevano particolarmente provato, decidevano di portarlo dal medico, come a metter le mani avanti dichiarando al mondo: non è colpa nostra se questo non fa una vita sana, e se muore non vogliamo responsabilità con la polizia, che noi a questo glielo abbiamo detto quello che deve fare!, ma lui non lo fa mai perché è pigro e testone e non ci dà mai retta, a costo di rimetterci la pellaccia, che sia stramaledetto!

Dunque lo portavano dal medico, il quale ormai lo conosceva bene. Egli sapeva che se Ninnini gli era stato condotto innanzi c’erano il cinquanta per cento di possibilità che fosse lì per il solito motivo. Così, appena lo vedeva, gli faceva una faccia lievemente seccata e diceva: ancora problemi a evacuare come Cristo comanda? E Ninnini, nel cinquanta per cento delle volte, con il volto contratto e colpevole, doveva ammettergli che, sì, era proprio per quel motivo. Allora il medico lo guardava con una faccia del tipo: ma che ti posso fare io?!, se continui a non avere una vita sana un giorno finirai all’ospedale per davvero, che ti dovranno aprire la pancia per farti uscire tutta la popò accumulatasi in questi anni!; e ce ne sarà davvero molta da tirar fuori, secondo me, e puzzerà anche molto più della solita cacca normale, secondo me.

Dopo averlo terrorizzato a dovere, il medico gli prescriveva qualche sciroppo per sturarlo come un “lavandino ingolfato”. Ed effettivamente quel provvedimento aveva un effetto redditizio, anche se piuttosto dirompente. Tuttavia, purtroppo, non gli garantiva, tranne nel caso degli ultimi modelli di sciroppi spurganti, che la cacca uscita non sarebbe stata dura dura. Perché capirete bene, bambini, che un conto è farla dura dura mentre tutt’altro è farla che è una soffice delicatezza, magari anche liquida, al limite. Se è liquida magari schizza ma esce che è una meraviglia; ma se è dura bisogna impegnarsi a spingere, spingere a più non posso, e ci si stanca pure. Così si può dire che, anche se Ninnini era maschio, alla sua età aveva già conosciuto le dolorose miserie del travaglio e del parto.

La storia della stitichezza andò avanti per anni in Ninnini, fin quando un giorno comprese che esistevano rimedi naturali per sturarsi comodamente senza prendere alcuna medicina, ed erano le prugne secche e lo yogurt, ma sopratutto doveva fare un po’ di moto e non starsene sempre fermo, oltre che mangiare le verdure. E per fortuna in seguito Ninnini prese a praticare lo sport del nuoto e poi anche a mangiar vegetali. Scoprì che ne esistevano, di vegetali, anche buonissimi, e alcuni gli rendevano la cacca percettibilmente morbida e modellabile come fosse stata pongo, come il cavolo e i broccoli, le quali però sapevano e avevano un odore non sempre auspicale, un odore di cavoli e broccoli!, che chissà come mai richiamava un po’ l’afrore di certe puzzette intestinali…

Il saggio rimedio di mettersi a pancia sotto…

NINNINI: Videmus nunc per speculum et in aenigmate!

Ninnini era “simil-cattolico”. O meglio lo erano i suoi genitori; per cui gli toccò d’esser battezzato, da piccolo. Il prete, prendendosi una licenza piuttosto larga, quando si trattò di infondergli il primo sacramento, quasi lo fece morire affogato. Per fortuna non si giunse a tanto.

Più grandicello, Ninnini dovette andare in chiesa a seguire le messe. Ninnini si credeva molto buono: era certo che Dio avesse un debole per lui, al contrario degli altri bambini che gli sembravano assai pestiferi. Per questo, durante la vicenda di Ninnina, gli chiese ripetutamente il favore di fare in modo che la sua quasi-fidanzata venisse da lui, gli rivelasse che lo amava e lo implorasse in ginocchio di sposarlo porgendogli l’anello di matrimonio. Ma noi sapiamo che nella realtà questa cosa non andò mai nemmeno lontanamente in porto. Ciò indispettì molto Ninnini, che si ribellò all’autorità religiosa e a Dio in persona. E per un periodo pregò meno intensamente e marinò le messe, con la scusa che gli faceva male la pancia perché non riusciva ad andare al gabinetto – come vedremo tale scusa in alcuni casi aveva solide basi, ma non anticipiamo troppo i tempi sennò ci giochiamo tutta la suspense.

Nonostante il suo periodo di contestazione agnostica, Ninnini arrivò, proprio, come tutti gli altri bambini che conosceva, a prepararsi per ricevere il secondo sacramento, cioè quello della Comunione. Tramite esso capì che da quel momento non si scherzava più e le cose si facevano davvero serie!

Frequentò dunque dei corsi precomunionali. Dovette studiare pomeriggi interi il Vangelo e la Bibbia – non aveva mai capito perché i due libri non fossero riuniti in uno e basta, senza presentarsi in tutte quelle salse e variazioni di sorta che non facevano che confonderlo ancor di più. Andò a catechismo almeno due volte a settimana, al principio. Poi ci fu il periodo caldo, e addirittura per un po’ di tempo quasi dovette darsi malato a scuola perché non faceva che recarsi a lezione di religione dalla mattina alla sera, mentre cominciava a scordare il volto dei suoi parenti più stretti. E per fortuna che non lo obbligarono a dormire in chiesa sennò gli sarebbe sembrato di fare il militare a tutti gli effetti, viste le notevoli coercizioni a cui doveva sottostare!

In quei giorni di approfondimento della buona novella fece una vera e propria full immersion di santi, angeli, demoni, ma sopratutto di Gesù e dei suoi miracoli. Gli rimase molto impresso la moltiplicazione dei pani e dei pesci. In esso ci trovò una maniera efficace per sanare una volta per tutte l’annoso problema della fame del mondo. Dunque non ci si doveva preoccupare poi molto di quella faccenda, perché un giorno sarebbe tornato Gesù e avrebbe sistemato tutto a modo suo, pensava Ninnini.

Poi anche il miracolo della resurrezione di Lazzaro lo colpì molto. A catechismo c’era un bambino che si chiamava proprio Lazzaro al quale facevano sempre la battuta: Lazzaro, alzati e cammina! Delle volte lo sgambettavano apposta per potergliela dire…

Sennò certo gli era rimasta molto impressa tutta la tiritera che uno dei discepoli avrebbe tradito Gesù per tre volte consecutive, prima che il gallo cantasse. Ninnini sul principio non ci aveva creduto tanto. Così, mentre gli raccontavano la storia come evolveva, come si fosse trattato di un thriller che si rispetti, era stato tutto in tensione. Ma poi, sì, effettivamente andò come aveva pronosticato quel diavolo di Gesù – che non ne sbagliava mai una manco a farla apposta! Aveva sempre ragione lui! – e per tre volte, una dopo l’altra, venne rinnegato da uno dei suoi discepoli. Manco fossero stati tre diversi. No, fu sempre lo stesso…

Sulla vicenda dell’Apocalisse Ninnini dovette confessarsi di non averci capito molto. Aveva compreso solo che sul finale sarebbe successo un gran putiferio, uno di quelli davvero incasinati e brutti brutti che solo Dio avrebbe potuto sbrogliare; e per fortuna che poi effettivamente c’era il lieto fine perché ci sarebbe stato il Grande Giudizio e lui, Ninnini, sarebbe finito direttamente in Paradiso. Questo era poco ma certo, perché in confronto a tanti suoi amichetti lui era proprio un angioletto e, se avessero mandato all’Inferno lui, poi avrebbero dovuto mandarci il 99% dei bambini, come minimo. Era un po’ come a scuola con la bocciatura: per questo Ninnini era certo che lui non sarebbe mai stato bocciato, seppure in Scienze Biologiche zoppicasse, oltre che in Storia e Geografia, dove un paio di volte si era fatto beccare che neppure aveva aperto il libro. Si era rifatto però in Matematica, avendo imparato bene tutte le tabelline, e in Letteratura che, a dire il vero, lo stancava molto, ma in cui doveva ammettersi che era più bravo della maggior parte della gente, per quanto avesse una grafia a zampe di gallina che faceva davvero schifo la quale delle volte neppure lui stesso comprendeva…

Insomma, alla fine, in qualche maniera, Ninnini riuscì ad arrivare a questo benedetto secondo sacramento. Addirittura, un giorno, poco prima del lieto evento, gli presero le misure per fargli indossare una specie di tonaca da chierichetto la quale, a dire il vero, Ninnini trovava gli stesse molto bene. Per questo non lesinò di farsi fare molte fotografie il giorno della Prima Comunione, sentendosi all’ultima moda, con tutti che lo ammiravano per quanto era bello.

NINNINI: Fine dell’amore

Il grande amore di Ninnini per Ninnina durò svariati giorni. Finché un giorno Ninnina non fece qualcosa che gli spezzò il cuore.

Quel giorno la vide tutta intenta a scapricciarsi il naso. Dapprincipio non capiva cosa stesse facendo. Poi comprese che cercava di infilarsi un adorabile ditino in un altrettanto adorabile narice, da cui cercava di cavare qualcosa che le dava evidentemente molto fastidio.

La poverina doveva soffrire molto visto quanto si dava pena. Ninnini pensò che forse le era finita una spina nel naso, per questo era già pronto ad aiutarla, un po’ come nella favola del leone e della spina. Sennonché poi Ninnina riuscì a fare quello che stava cercando di fare ed estirpò dal suo adorabile nasino all’insù una notevole caccoletta piuttosto filante la quale, una volta estratta, esaminò con scrupolo per alcuni secondi, per poi decidere di arrotolarsela sempre più tra le dita, finché, ridotta al puro stato solido e non più semiliquido, poté disfarsene gettandola con uggia sul terreno.

Beh, in realtà non andò proprio così… Vi abbiamo appena narrato una storia edulcorandola… Quella cosa non avrebbe sconvolto Ninnini talmente tanto da spezzargli il cuore, perché tra l’altro anche lui saltuariamente si scavava nel naso alla ricerca di pepite più o meno grosse che gli ottundevano la respirazione. No, se proprio dobbiamo esser sinceri, non andò così il finale di questa storia. Il fatto è che l’abbiamo censurata per non turbare gli animi più sensibili. Volete sapere come andò sul serio? Allora facciamo così, chi se la sente continui pure ad ascoltare o a leggere, mentre chi non se la sente salti al capitolo successivo, oppure si tappi le orecchie, siamo intesi?

Bene. Siete pronti a scoprire l’inimmaginabile turpe tragedia che si consumò in quel parchetto di periferia? Adesso ve la dico nuda e cruda, la verità, ma io vi ho avvertiti! Dunque non voglio grane con denunce, sappiatelo. Ecco, ve lo dico… Ninnina, dopo essersi tolta la caccola dal naso… se la mangiò! Ma neppure questo turbò Ninnini, in verità. Lo turbò piuttosto l’imprecazione che lei si lasciò laidamente scappare, che fu: mmm, che buona! La tal cosa Ninnini non poté proprio lasciarle passare, perché anche lui una volta aveva assaggiato una caccola, ma non l’aveva trovata tutto questo granché, perché Ninnini amava più il dolce del salato. E questa insormontabile differenza sentiva che un giorno avrebbe impedito loro di sposarsi, perché in definitiva erano troppo diversi.

Dunque meglio lasciarsi subito, pensò avvedutamente Ninnini, piuttosto che doverlo fare in seguito con un divorzio, con la divisione dei beni e pure i figli che ci sarebbero andati di mezzo. Senza contare quanto sarebbe stato difficile dividersi i giocattoli e i fumetti una volta messi assieme.

Ah! Come è caduco l’amore!

NINNINI: Fuori dal letto nessuna pietà!

Ninnini un giorno si innamorò di una bella fanciullina che si chiamava putacaso Ninnina. Era alta suppergiù come lui, aveva i capelli lunghi e lisci però, due occhi grandi e seducenti, un tartufo viola al posto del nasetto e la pelle color ciclamino azzurro.

Ninnini la incontrava delle volte quando andava alle giostre del parco. La prima volta che la vide ella si stava dando la spinta con le gambette sull’altalena per andare sempre più in alto. In realtà fu proprio tramite lei che Ninnini scoprì quella tecnica per spingersi da soli con le gambe, le quali, ritmicamente unite, si piegavano e distendevano di volta in volta cagionando un accumulo di energia cinetica che sovrastando l’inerzia originava una variazione di presenza nello spazio tempo tutto tridimensionale e anche un po’ quadrimensionale, se si teneva conto che il tempo era la quarta dimensione.

Ninnini rimase esterrefatto dalla sua bella faccia beata e sopratutto di quello svolazzio di capelli che non aveva mai visto prima in vita sua, il quale gli sembrò qualcosa di angelico.

Dopo quel primo abboccamento, Ninnini la pensò anche ormai giunto a casa: per ben dieci secondi. La seconda volta invece rimase a pensare a lei per due minuti filati, prima di guardare i cartoni animati alla tv che gli fecero il lavaggio del cervello obbligandolo a dimenticarsi di lei.

La terza volta che la vide, era al parco e Ninnina si era legata i capelli con quella che sembrava una semplice matita. Quell’acconciatura nuova le donava tutt’altra aria, ma era indubbio che per lui Ninnina rimanesse bella anche così.

Quando si accorse della matita ficcata nei capelli, Ninnini, per lo stupore, si disse: ohhh! Ed era un “ohhh” ammirato. Poi pensò: è anche una tipa geniale; deve essere una specie di scienziata; meglio per noi, così i nostri bambini potranno essere intelligenti come lei quando ci sposeremo e andremo in viaggio di nozze su Saturno, dove non c’è mai nessuno, così staremo soli e non verremo disturbati.

La quarta volta Ninnini era intenzionato a presentarsi a lei, dato che lui ormai era innamorato perso, mentre lei forse neppure lo aveva notato. Allora si avvicinò alla giostra con l’altalena, lentamente, da davanti, cosicché lei lo vedesse. Dunque aprì la bocca come per parlare e alzò una manina nella sua direzione. Avrebbe voluto chiederle una qualsiasi cosa… ma dalla bocca non gli uscì neppure un alito. Aveva la mente così offuscata da sentirsela vuota. Era la prima volta che gli capitava di rimanere senza parole, sicuramente per via della timidezza.

Lei non se lo intruppò di pezzo, continuò a spingersi su e giù sull’altalena con quell’aria soave che non conosceva tormento. Allora Ninnini pensò bene che poteva fare almeno come lei. Difatti lì accanto c’era un’altra altalena libera. Poco male, pensò Ninnini; le dimostrerò che sono bravo come lei, e che abbiamo un interesse comune: questo aiuterà a socializzare e sopratutto a farle capire che, anche se ancora non lo sa, mi ama alla follia.

Ma appena Ninnini cominciò a spingersi sull’altalena, neppure un minuto dopo, lei decise di scendere repentinamente dalla sua, come se lui la infastidisse. Ninnini la contemplò accigliato allontanarsi di spalle.

Una volta che lei se ne fu andata, Ninnini volle esser comunque ottimista. Beh, almeno le ho visto il posteriore, si disse con fare da vero macho cowboy impenitente che con un sol lazzo sapeva prendere una mucca per le corna per poi mungerle del latte fresco che poi si sarebbe bevuto all’istante, che era sempre meglio di quello a lunga conservazione il quale aveva un sapore buono ma come lievemente liofilizzato.

NINNINI: I misteriosi tre (o quattro?)

Ninnini era intenzionato a mettersi di buzzo buono per leggere quel dannato libro che adesso gli cominciava un po’ a far girare le scatolette, perché sinora gli aveva dedicato un sacco di tempo ma non c’era stato verso che si fosse fatto leggere. Ninnini non immaginava sarebbe stato così complicato leggere quel libro!

Decise di agire con scaltrezza e non concedergli più tutta l’importanza che quello stupido libro si stava dando. Allora provò a leggerlo anche nei ritagli di tempo e, anche quando andava al mare o in gita con mamma e papà, se lo portava caparbiamente sempre appresso. Poi spesso lo apriva pure, e la mamma diceva al papà felice: vedi come è bravo il nostro Ninnini? Vuoi vedere che da grande mi diventa pure un lettore accanito? Se non proprio uno scrittore! Ma a quella affermazione il laconico padre sentenziava: adesso non esageriamo, non l’ho mai visto riuscire ad applicarsi nella lettura per più di cinque minuti, a meno che non si tratti di un giornaletto con i supereroi!

E difatti Ninnini partiva sempre a tutta birra col libro: leggeva di slancio tutto il primo periodo, anche se era lungo! Ma poi, progressivamente, la sua attenzione scemava; così, normalmente, giungeva a metà pagina e si rendeva conto che non stava più seguendo il filo del discorso. Ma dove si trovavano i personaggi? Ma chi parlava? Ma perché stavano facendo quella cosa? Niente: nebbia. La nebbia più fitta assiepava il suo cervello in quei momenti confusi.

Allora a Ninnini non rimaneva che scegliere tra due opzioni, nessuna delle due invero auspicabile: tornare indietro a un punto che si ricordava e riprendere la lettura da lì – ed era questo che scelse di fare Ninnini, almeno all’inizio, salvo poi accorgersi che poteva stare anche dieci minuti su due paginette scritte grandi; e certo leggere in quelle condizioni non era più una cosa tanto augurabile –; oppure poteva andare avanti, confidando che le cose si fossero chiarite da sole cammin procedendo. E fu tal cosa che, da ultimo, tentò di fare.

Ma non gli andò troppo bene. Difatti, andando avanti, molti concetti non si chiarivano ugualmente. Allora Ninnini faceva il saggio e si diceva: vabbè, in fondo non era una parte importante, quindi non mi sono perso niente, anche se non ci ho capito nulla; il bello deve sicuramente ancora venire.

La cosa brutta di questo modo di ragionare fu che a un certo momento Ninnini cominciò perfino a saltare le parti che lui subodorava potessero rivelarsi noiose…

Così un giorno si era trovato a metà libro, con la metà dei personaggi coinvolti nella storia che non sapeva minimamente chi fossero, e neppure se fossero buoni o cattivi. Senza contare poi che leggiucchiare, come tentava di fare lui, non lo metteva a riparo che poi tornasse a leggere, anche in quel caso, meccanicamente, senza capire cosa leggesse.

Ecco, il punto era proprio quello. Ninnini si distraeva con la stessa facilità con cui una mosca sa rompere le scatole alla gente. A cosa pensava Ninnini mentre leggeva? A tutto e niente. Delle volte pensava all’ultima avventura del supereroe di turno che aveva letto. Altre volte veniva sprofondato nel mondo cavalleresco dei tre moschettieri inceppandosi in una fantasia a occhi aperti in cui lui, vestito come un figurino d’epoca, si incartava nel fare una qualsiasi azione, non so, accendere una lampada a olio, o simili. Altre volte la sua mente galoppava proprio lontano e pensava a una qualsiasi questione gli si fosse impressa nella testa il giorno prima: come uno scambio di vedute con il suo migliore amico, una frase alla televisione, una suggestione ricavata da un aneddoto della mamma, e così via.

Però, non nascondiamoci dietro un dito: nella maggior parte dei casi, quando smetteva di capire il senso di quel che leggeva, Ninnini non pensava assolutamente a niente! Semplicemente la sua mente si eclissava retrocedendo a uno stato quasi brado, da cavernicolo, o comunque di acclarato subconscio; e si sa che col subconscio non ci si può far niente. Vince sempre lui…

Così un giorno il padre, che intuiva la maniera bislacca in cui procedeva la questione del libro, gli chiese come andava per l’appunto con la lettura e se si stava divertendo. Ninnini rispose con noncuranza che andava bene e si stava abbastanza divertendo; ciononostante non sembrava molto convinto. Così il padre gli fece, con un sorriso furbo: senti, e mi sapresti dire il nome di questi famosi tre moschettieri?

Ninnini rispose che lo sapeva. Ma non glieli disse. Allora il padre insistette, con la scusa che lui li confondeva sempre tra loro. Allora Ninnini dovette fare uno sforzo erculeo per tirar fuori dalla sua memoria quei maledetti tre nomi. Allora per primo gli disse D’Artagnam, che chiaramente era quello più forte di tutti. Poi gli venne subito Aramis, e la sua immaginazione gli fece apparire uno spadaccino biondo e bello e colto e delicato. E poi… poi riuscì a tirar fuori, non sapeva neppure lui come, un certo Porthos… Ah, sì, che era quello più forte, forte di muscoli, si intende, non con la spada, che sennò quello era D’Artagnam.

Così Ninnini si sentì fiero di aver risposto al babbo ed era anche un pizzichino stupito che vi fosse riuscito così brillantemente, senza nemmeno fare un errore, segno che tutto sommato, pensò, la sua tecnica di saltare le parti noiose stava dando buoni frutti, anche se a lui delle volte non sembrava tanto.

Sennonché, il puntiglioso padre se ne uscì con quella frase che demolì tutto il castello di carte su cui si fondava la sua superbia. E gli disse: no, in realtà non erano questi i tre moschettieri…

Come no?!, disse Ninnini sbigottito. Eppure i nomi gli tornavano tutti. Certo, anche lui, quando li aveva detti, aveva come avuto un presentimento che qualcosa non andasse. Però i tre nomi che gli erano venuti c’erano tutti, eccome!, se li ricordava… Tuttavia il padre continuava a fare di no col dito. Allora Ninnini dovette riconsiderare da capo il suo ragionamento.

Mmm., pensò: beh, D’Artagnam ci doveva stare per forza, no? Era quasi il protagonista indiscusso del libro, pensò, e dunque lo ribadì al padre prendendosi l’indice della mano destra con la sinistra per contare uno. E qui il padre non disse nulla e sembrò soppesarlo con attenzione. Poi chi è che aveva detto? Ah, sì, Aramis. Aramis, pensò Ninnini. Mmm, qui qualche dubbio effettivamente ce lo aveva. Però aveva questa immagine bionda di lui… Che se la fosse solo immaginata? Poteva anche essere. Aramis gli fece affiorare qualche dubbio. Ma poi pensò a Portos, sul quale nutriva maggiori perplessità. Allora dichiarò ancora una volta che Aramis era il secondo moschettiere del re e volle escludere Portos, che forse era più un amico degli altri. Forse, tanto grosso e forte come era, non era così bravo con la spada come gli altri moschettieri, e forse non era proprio un moschettiere vero. Forse era questo che voleva dirgli il padre tra le righe? Ma se faceva fuori Portos gli serviva un altro moschettiere. Allora che nome doveva dire? Forse quello che aveva sulla punta della lingua ma ancora non gli era venuto?

A un certo punto quel nome gli scaturì dalla bocca come fosse stato un ruttino intrattenibile, e Ninnini disse: Athos! Ma certo! È lui il terzo moschettiere! Ma come avevo fatto a dimenticarmelo, si gigionò davanti al padre millantando grandi conoscenze della materia letteraria. A mia discolpa posso dire, si inerpicò sempre più sulle sabbiose vie delle bugie riparatrici, posso dire che per certi versi Athos può essere considerato meno moschettiere di Portos, che essendo più forte fisicamente, beh, fa la sua porca figura. Però è Athos il vero terzo moschettiere! D’altronde se Aramis è quello biondo, D’Artagnam è il migliore e più furbo, Athos è quello più… più… cercò di recuperare un ricordo e infine si lasciò andare dicendo: moro e ubriacone, no? E ne chiese subito conferma al padre, il quale fece “più o meno” con la testa, perché evidentemente le cose non stavano tanto come sosteneva Ninnini.

Infine il padre gli volle svelare la verità. Ninnini aveva toppato. I tre moschettieri non erano quelli che diceva lui. Per la precisione erano quelli che aveva nominato, sì, ma in cui non c’era D’Artagnan, il quale, se non ricordava male, solo alla fine del libro veniva insignito ufficialmente di quell’attestato. Dunque non ci si riferiva a lui nel titolo del libro.

Questo gli disse il padre. Ma io non posso confermarlo né smentirlo, dato che non sono mai riuscito a leggere per intero quel romanzo, perché per me era troppo una palla quando provai a leggerlo da piccolo; per cui, nonostante sforzi immani, non riuscii mai a terminarlo.

Qualcuno di voi bambini c’è forse riuscito e avrebbe qualcosa da rettificare o aggiungere?

Ma erano 3 o 4 i moschettieri?