Laila: La feccia del mondo

Prendi fiato. Mal di testa. Nausea. Strisciante sensazione di malessere. Continuo. Puzze ancora più forti, per coprire. Puzze ingannevoli prodotte da gente ingannevole. Anubi vi aspetta. Il dio con la testa di sciacallo nero, vi aspetta, subumani. Non sarò io a raggiungerlo. Nossignore. Sarete voi. Il vostro destino è già segnato. Solo si deve ancora compiere. E voi non lo sapete. E dopo, chi accuserete di tutto quello che vi capiterà? Accuserete me o la vostra demenza? Siete solo miserabilissimi esseri umani, della peggiore delle specie. Anche se servite Satana, il vostro signore vi ha già abbandonato, vi ha già fregato, perché lui fa sempre così. Fotte i propri servitori. Li fa sentire forti, invincibili. E l’attimo dopo li precipita nel profondo dell’inferno. Dove ci sono i vostri posti prenotati da tempo. I vostri posti vi attendono. Anche quest’oggi che non so scrivere altro, che mi avete impedito di scrivere altro. Anche oggi mi odiate intensamente, con mio profondo spregio. Così come avete fatto per tutta la notte, così come avete fatto tutto il pomeriggio, tutta la mattina e così via la notte prima… E il mio odio per voi è anche superiore. Per voi che mi fate parlare per ore e ore da sola sbraitando, che mi vorreste togliere tutto, che avreste voluto ridurmi come il Baubau. Voi che non meritate di esistere, che siete la feccia del mondo.

Laila: Va tutto bene

Mi trovo nel letto da sola. Ho paura. Paura di morire. Paura che mi possa venire un accidente. Paura che il Male, che per ora mi ha concesso una tregua, torni a visitarmi a tradimento appena mi addormento gettandomi nel panico. Paura che chi amo possa morire.

Quando sono in questo stato ho imparato ad avere davvero timore. Perché tante volte è successo che poi mi sono accorta che quella paura era ben riposta, che c’era un motivo valido per aver paura. Perché qualcuno – me stessa o un’altra persona a me molto vicina – in quei momenti soffriva o avrebbe sofferto terribilmente le pene dell’inferno…

Tuttavia non si può stare sempre a pensare al peggio, altrimenti si impazzirebbe, altrimenti si finirebbe per perire dalla paura di provar dolore, il che non sarebbe bello. Così in questi casi mi ripeto, cercando di calmarmi: va tutto bene, va tutto bene, Evelyn cara, va tutto bene, non hai motivo di patire, rilassati, ritrova forza, calma, pacificati, Evelyn cara, là fuori qualcuno ti ama, anche se tu non lo sai o non te lo ricordi.

Tuttavia la cosa che mi ripeto quasi esclusivamente rimane la nenia: va tutto bene, va tutto bene, va tutto bene, va tutto bene, va tutto bene, va tutto bene, va tutto bene, va tutto bene… E invero alla fine trovo un qualche sollievo e posso addormentarmi, per poi, il giorno dopo, cercare di scoprire il motivo per cui ero giustamente terrorizzata da qualcosa di cui avevo la netta percezione, ma di cui non potevo ancora saper nulla. Chi stava soffrendo in quel momento? Una vecchia amante che mi invocava nel massimo momento di supplizio? Una persona che non aveva mai avuto il coraggio di dirmi che mi amava? Oppure era semplicemente un innocente, un innocente che si trovava a pochi metri da me, che per qualche cattiveria estrema stava patendo qualcosa che non gli sarebbe mai dovuto spettare, a lui o lei?

Va tutto bene, va tutto bene, va tutto bene, mi ripeto nel letto per calmarmi. E invero spesso riesco a trarre un poco di giovamento da questa declamazione.

Laila: I corvi

Stamane li ho visti. Due corvi neri banchettavano nel posto dove avevo lasciato il cibo per gatti. Appena mi sono avvicinata sono volati via. Niente da fare, nella guerra di sopravvivenza tra gatti e corvi, i gatti non hanno chance. Sono troppo farlocconi. I corvi invece sono furbissimi, vedono molto meglio, e possono volare dove vogliono. Inoltre sono anche in grado di coalizzarsi contro uno o più gatti. Non credo che i gatti sarebbero mai capaci di una cosa simile.

Il povero gattino nero invece l’ho veduto purtroppo ai margini del parco, che vagava solo, timoroso, scheletrico…

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Laila: Rape rosse per me

Ho aperto il cestino della verdura del frigo e mi sono accorta che tutto il succo delle rape rosse si era versato sul fondo. C’era passato il Signore! Allora, sacramentando, ho ripulito con quattro tovaglioli di carta assorbente, mentre il Signore ascoltava il mio malcontento. Poi, dato che la sua curiosità raggiunge e supera vette femminili – tanto che io, fossi in lui, mi preoccuperei, perché questo denota un chiaro segno di omosessualità, se non di deviazioni sessuali o mentali, che per lui sarebbe una vera onta –, non ha potuto esimersi di raggiungermi in cucina per vedere di cosa mi lamentassi. E allora ha capito che ce l’avevo con lui e si è inutilmente voluto giustificare accampando le sue scuse illogiche e contraddittorie, tipiche di lui.

Non mi ero accorto, ha provato subito a dire. Ma io ho continuato a essere arrabbiata. E anzi lo sono stata ancora di più. Così ha subito aggiunto: volevo sistemare, dopo, avevo da fare e… Ed è lì che l’ho messo con le spalle al muro: hai lasciato così! Hai lasciato così! Al che non ha saputo ribattere e se ne è andato di là a nascondersi.

Ma quell’episodio ha lasciato diversi strascichi nel suo animo vile e falso, perché da allora, quando non succedeva più da tempo, sono affiorate diverse occasioni in cui si è manifestato scortese con me. A dimostrazione che la sua natura schifosa lo abbia costretto a ripetere all’infinito quella scena in cui io lo smascheravo rivelando di conoscere la sua vera natura falsa e doppia. Quel pensiero non deve averlo lasciato tranquillo, probabilmente sopratutto perché deve aver immaginato che lo sarei subito andata a dire alla Signora. Anche in questo caso ha mostrato ancora una volta tutta la sua meschinità non comprendendo affatto la gentilezza poetica del mio animo da artista. Non avevo alcun motivo di dirlo alla Signora – se non per sfogo – dato che dirglielo ritenevo non avrebbe cambiato molto il suo carattere, quanto semmai solo la sua facciata, che si sarebbe fatta ancora più falsa e doppiogiochista, ancora più ipocrita e meschina.

D’altronde, che cosa ci si potrebbe aspettare da uno che piscia nel lavandino senza nemmeno ripulirlo dopo che ha esercitato i suoi comodi da padre-padrone? Che si fotta!

Laila: Inutili esistenze

Esistono, le ho viste, persone inutili che proprio non capisco come facciano a vivere. Non capisco quale sia il loro scopo. Dato che non amano, non ne sono capaci. Non hanno vere passioni. Non godono nulla della vera vita.

L’unica cosa che sono in grado di fare, spesso, è: fumare.

E io li guardo e mi dico: ma come fate? Come fate a vivere solo per fumarvi quelle odiose sigarette? Ma che vi dite la mattina per alzarvi? Adesso non vedo l’ora di prendermi il caffè così poi mi faccio una bella sigaretta? Vado a lavorare così poi guadagno e mi posso comprare le mie adorate sigarette?

Ma che campate a fare? Perché non prendete atto delle vostre inutili esistenze?

Non servite a nessuno. Non fate del bene. Non siete in grado di amare. Non avete alcun vero palpito che vi faccia battere il cuore, se non forse quello per le vostre amate sigarette, ma quello è meno di niente. Siete cancerogeni. Siete ambulanti cancerogeni e non vi sentite minimamente in colpa per questo. Perché non vi viene in mente che dovreste suicidarvi? Nel bellissimo libro “La cripta dei cappuccini”, di Roth, l’autore dice chiaro e tondo che è meglio una morte inutile che una vita inutile. Beh, in questo caso la morte dei fumatori sarebbe anche utile, molto utile a tutti coloro che stanno loro intorno che vogliono vivere in pace e salute.

Oh, che miserevoli esistenze debbono condurre queste merde…

[quanti amici mi farò con questo brano…]

Laila: Diciottanni

Sembra quasi che si debba per forza passare per certe fasi della vita. Ricordo bene i miei diciotto anni. Se potessi tornare indietro mi darei un sacco di consigli su cosa fare e come essere e a cosa dedicarmi.

[…]

Purtroppo ci sono errori che si fanno – per ignoranza – da cui non è più possibile riprendersi, una volta che sono stati compiuti. Non si torna più indietro e la tua vita si divide nel prima e nel dopo quell’evento. In tale ottica, il mio destino appare segnato, come è sempre stato.

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Vecchi album di fotografie lasciati ingiallire (Parte II)

Poi ci sono le foto della comunione. All’epoca mi sembravano rilevanti, per questo volli mettercele. Ricordo quei giorni frenetici che precedettero la celebrazione. Probabilmente fu quello il primo vero periodo stressante che vissi. Tutti mi dicevano che sarebbe stato un giorno importante. Poi c’era anche il “ritiro” da dover fare, una specie di full immersion di Sacra Novella, con ore e ore passate all’oratorio e nella chiesa. Ci facevano pure dei quiz sulla storia narrata dalla Bibbia e i Vangeli. Io mi resi conto che… non sapevo un’acca. La tal cosa mi atterrì terrorizzandomi. Fu la prima volta in vita mia che ebbi la sensazione come di vivere un incubo da cui non potessi scappare. Chissà perché non sapevo rispondere a quasi nessuna domanda. Ma per fortuna le interrogazioni erano casuali e io la sfangai sempre. Delle volte venivano interrogati i miei vicini, ma io mai. A ognuno di noi era stato assegnato un numero, e il mio numero non uscì mai. Mentre ci furono degli sfortunati che vennero beccati due o tre volte. Per chi rispondeva bene c’era come premio una caramella. Ma c’era un ragazzino paffutello, che in seguito avrei rincontrato alle scuole medie, che era un gran dritto e, senza dare nell’occhio, si appropriava di quelle piccole leccornie rubandole lì davanti a tutti. Facendo lo gnorri, dopo il furto con destrezza, se le pappava subito per cancellare le prove. Sua sorella, che era divenuta mia amica, mi rivelò il fattaccio e allora restavamo a guardarlo entrambe sorridendo. Quando il ragazzino si accorse di essere osservato perché avevamo scoperto la sua marachella, ci guardò male, come a dirci: che volete? Non sto facendo niente! Non mi guardate sennò mi fate scoprire, e se succederà poi saranno botte. Ne sarebbe stato capace. Il furfantello era un attaccabrighe.

Nelle foto della comunione compare anche il mio migliore amico, con il quale eravamo inseparabili. All’epoca lui sentiva di avere una grande stima di se stesso, ed effettivamente nelle foto questo fatto emerge stentoreo. Sembra un Apollo, incredibilmente bello, con quegli occhi tra il verde e il grigio. Oggi il mio amico è molto più dimesso e non si sente più la persona più importante e felice del mondo. Ha dovuto abbassare le penne per via delle numerose scoppole prese dalla vita. Delle volte penso di avergli attaccato molta della mia insicurezza. Nelle foto compare anche un altro nostro compagno di scuola. Era un tipo molto violento che quando aggrediva qualcuno mi dava sempre la tremarella, mi paralizzava assistere alle sue crisi di brutalità. Oggi ho scoperto che è morto. L’ho letto sul giornale. Lo hanno ammazzato accoltellandolo. Da allora qualcosa dentro me non trova pace. Perché sapevo che sarebbe andata così e non ho mai fatto niente per cambiare le cose. Ricordo che una volta, quando facevamo le Elementari, stavamo parlando di cosa avremmo fatto da grandi. Tutti favoleggiavamo e ci facevamo fantasie su noi stessi e gli altri bambini. Ma quando dovetti pensare a lui, fu come se delle scure nubi si addensassero sul suo destino. Non percepivo il suo futuro, o perlomeno non vedevo un futuro normale. Ero certa che sarebbe finito in galera, o ammazzato, perché era un tipo che non si sottraeva mai alla lotta. Non l’avevo mai visto arretrare una volta in vita sua. Comunque avevo ragione in entrambi i casi: è stato in galera e poi lo hanno pure accoppato. Ho provato a scrivere qualcosa su di lui, la sua storia, anche per riabilitarlo. Ma non ci sono riuscita perché nella sua vicenda c’è solo violenza. E non sono capace di scrivere una storia così cupa senza rischiare una depressione incipiente.

Poi ci sono le foto di carnevale. Da piccola mi vestivo sempre o da strega oppure, quando divenni più grande, da principessa. Ricordo l’orgoglio del vestito da principessa, ricordo come mi sentissi bella e femminile. Invece quel ragazzo che oggi è morto ricordo che fu l’unico, l’ultimo anno delle Elementari, ad avere il coraggio a vestirsi da donna. Nessuno lo avrebbe fatto, per non essere scambiato per un invertito o lesbica. Lui invece, che avrebbe spezzato le ossa a tutti coloro avessero insinuato qualcosa in merito, poteva permetterselo. E ricordo che nessuno osò fargli una battuta del genere. Neppure uno. Un giorno capitai con lui in bagno. Mi fece vedere il suo cazzino. Lui già si faceva le pippine, al contrario di me che non mi ero mai minimamente sfiorata. Penso che gli piacessi. E avrebbe pure potuto farmisi se in qualche maniera non avesse nutrito una qualche forma di rispetto per me.

Altre foto… Le foto del mare, di quando andammo nel sud del paese. Ricordo bene quel viaggio che si rivelò per me molto amaro. C’era anche quella volta mia cugina, che flirtava con me… Ma poi una notte vennero dei tipi nuovi. Da allora mia cugina tenne un atteggiamento di odio sconfinato verso me. Chissà perché regalò ai nuovi venuti tutte le sue migliori blandizie, mentre a me cominciò ad odiarmi a più non posso. Quella fu la prima volta in cui mi resi conto chi fosse in realtà mia cugina e di cosa fosse capace. Fino allora non avevo mai patito un tal odio sconfinato e insensato di cui non avevo avuto nessuna colpa. Vedo quelle foto e ricordo l’angoscia di quei giorni in cui non sapevo dove andarmi a nascondere. Vedo il volto di mia cugina sorridere vigliaccamente all’obiettivo della Signora, vedo il suo sorriso falso mentre sta odiando sua cugina, cioè me… Che brutto periodo fu quello, e come sanno esser cattive le bambine….

Anche il diffidente e chiuso Signore un giorno scoprii che guardava quelle foto con nostalgia. Dunque anche lui aveva un cuore, dopotutto. Ben sepolto negli escrementi, ma ce l’aveva.

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Laila: Le antenate

Nel salotto di casa mia c’è uno strano quadro che ha sempre attirato la mia attenzione poiché molto particolare e inquietante. Non c’è da molto, saranno dieci anni. Prima non c’era. Poi un giorno sostituì le gigantografie di quando ero bambina piccola e stavo alle giostrine. Non so da dove provenga. Forse da un mercatino, direi, anche perché non sembra affatto un quadro di valore, seppure è molto evocativo. Eppure c’è qualcosa in esso che racconta una storia, una storia lontana di piccole grandi violenze, che forse potrebbe avere a che fare con la mia tormentata famiglia, potrebbe essere un ponte tra quel passato violento e la violenza del mondo d’oggi…

Il quadro raffigura due donne o ragazze. Lo stile è un falso carboncino, dunque è una specie di bianco e nero con sfondo seppia, con qualche ombra più marcata di altre. Ci sono queste due donne, sedute su un canapè da due posti, l’una vicinissima all’altra. Attaccate. Devono essere molto unite, devono essere state molto unite queste due donne, nella vita così come nel quadro. Quella di sinistra è più minuta dell’altra, anche se non di molto. Anche la sua postura più ritirata mostra che è subalterna all’altra. Difatti essa stringe con una mano il braccio dell’altra, come a non volersene separare, o come a proteggersi da qualcosa d’imminente, forse proprio colui che ha fatto il quadro, colui che ha voluto ritrarre le due sorelline tanto unite. Ma saranno davvero sorelle? Le due si somigliano, tuttavia tendo a prediligere l’ipotesi che chissà perché siano cugine carnali, ma non sorelle, non so perché…

Entrambe hanno abiti lunghi. Ma quello della donna di sinistra è come si può intuire più castigato di quello dell’altra, con il vestito che le arriva fino alla gola. Mentre quello dell’altra si ferma subito dopo i seni, che le fascia aderendo perfettamente non lasciando intravedere alcuna piega che si potrebbe dire maliziosa; le lascia scoperte le braccia bianche però, di un biancore che risalta, soprattutto nel braccio destro, più esposto alla luce poiché più avanti che l’altro.

E veniamo al viso. A una prima analisi le due sembrerebbero molto quiete. La prima donna fissa un punto imprecisato dietro il ritrattista, un punto spostato alla propria destra. Non guarda lui, no. Guarda assorta qualcosa che sta più lontano, molto più lontano. L’altra donna invece ha un volto maggiormente oscurato anche se dovrebbe essere maggiormente in prominenza rispetto la luce. Questo particolare non si capisce. C’è un’unica spiegazione in merito. Non è un vero ritratto dal vivo, quanto semmai un qualcosa di simbolico. La luce illumina meglio la donna a sinistra poiché più pura e fragile dell’altra, mentre per l’altra, per lo stesso motivo, le oscura in parte il volto.

Il volto della donna di destra sorride bonariamente, oppure arrendevolmente, con mitezza. È tramite quel sorriso che mi risposto sul volto della donna a sinistra e mi rendo conto che anche lei sorride. Ma il suo sorriso è più simile al sorriso di un folle convinto di qualche sciocchezza, il sorriso dell’egocentrico. Invece l’altro sorriso ha qualcosa di rassegnato, come se essa, essendo la donna che si carica sulle spalle il benessere psicofisico dell’altra, dovesse patire anche di più, e per questo fosse maggiormente rassegnata. Così, deve essere, sì, più forte dell’altra, ma anche maggiormente battuta e sconfitta, la donna di destra…

Anche le loro acconciature risultano molto diverse. La prima la definirei morigerata. La donna ha i capelli lievemente ricci, legati dietro, con una scriminatura in mezzo. Un’acconciatura che meno intrigante non potrebbe essere. La seconda invece sembra indossare un copricapo molto ampio che le avvolge tutta la testa, comprese le orecchie, un copricapo conico, che è un cono con il vertice in basso. Ma è davvero un copricapo? Mi avvicino per vederlo meglio e confermo che sia un copricapo, un vecchio copricapo che forse poteva essere in voga, se non ancora nel secolo scorso, in quello ancora prima. Ma avvicinandomi mi sono accorta anche di un’altra differenza tra le due donne. La prima ha gli occhi indefessamente neri, ottusi, come quelli di uno squalo. La seconda invece, li ha azzurri, chiarissimi, con la pupilla molto ristretta, e la loro curvatura è incline alla compassione, particolare, questo, di cui non mi sarei mai accorta se non mi fossi avvicinata.

Mi convinco che un uomo abusasse di entrambe e le picchiasse. Mi convinco che la cugina di destra, per far patire di meno la cugina di sinistra, più piccola e sensibile di lei, spesso si sia presa anche la sua dose di violenze. Immagino il bruto che un giorno volle fare il ritratto alle sue giovani vittime, come un cacciatore fa la foto della preda appena uccisa…

C’è poi un ultimissimo particolare su cui posso puntare la mia attenzione alterata. Quel canapè che appare dietro, anche se è indiscutibilmente un canapè, se non si tiene conto del punto di congiunzione tra le due cugine e ci si lascia invaghire solo dalla forma che affiora ai lati, ci si rende conto che il suo schienale rigido sembra trasformarsi in delle ali. Splendide ali bianche, grandi, ali di angelo, perché solo gli angeli ne posseggono di così bianche e grandi: tali ali si possono trovare attaccate alle spalle di figure celestiali umanoidi… Così, le due cuginette martiri, sembrano degli angeli pronti a prendere il volo, degli angeli che voleranno via lontano appena sarà finita l’ora del ritratto, dopo che l’uomo cattivo forse le avrà abusate per l’ultima tragica volta, la più terribile ed efferata di tutte…

Questo quadro nasconde un antico peccato.

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Laila: Mentecatti family

Non ci posso credere. I Mentecatti hanno avuto almeno tre figli in vita loro! E pensare che li avevo sempre veduti come una coppia sterile, con quelle facce tristi e incolori. Avevano tutti i crismi delle coppie sterili. Apatia, solitudine, chiusura in loro stessi, continue lamentazioni, vocio sommesso; tutto il loro mondo rinchiuso in casa loro; la mestizia delle loro esistenze squallide trascorse sempre nello stesso modo. Lei che non sopporta più lui, ma da tempo si è rassegnata a conviverci – dove andrebbe altrimenti, una vecchia scrofa come lei, grassa e insipida anche d’anima? Lui che spesso è aggressivo con lei, che pure sarebbe la sua unica ragione di vita. Lui che le ripete asfissiante i concetti e delle volte lei sbotta: ho capito!, gli dice stufa.

Ecco, questi due, questi due Mentecatti, in realtà ho scoperto che hanno più di un figlio. Recentemente avevo scoperto quel figlio malato di mente. Poverino! Con quei genitori… Non so dove viveva prima, probabilmente in un apposito istituto. Deve essere venuto qui per cambiare aria e passare le vacanze con i suoi. E pensare che non l’avevo mai visto prima, non ne conoscevo l’esistenza. Questo per dire quanto sia stato lasciato confinato per decenni, il poveraccio, senza poter tornare a casa. Eppure è un ragazzo tanto mite. Parla piano. Delle volte lo si sente rammaricarsi per apparenti bazzecole. Diventa nervoso se sta da solo e se non gli si apre subito la porta di casa: in questo è curiosamente simile a suo padre, il signor Mentecatto, anche lui si innervosisce molto se qualcuno lo può sorprendere fuori casa, quasi avesse le braghe calate. Però lo stronzo è considerato normale, mentre suo figlio no, vero? Di chi mai sarà la colpa se il figlio è debole psicologicamente, se non di questi genitori Mentecatti?

Il ritardato ha carnagione bianca spettrale – segno che ha sempre passato il tempo rinchiuso da qualche parte – e uno sguardo con sopracciglia iperirsute che glielo rendono animalesco. Guarda incuriosito le altre persone. E indossa calzoncini pinocchietti.

E questo è un figlio… Poi ce n’è un altro, quello che deve essere il maggiore. È un tipo invecchiato male, una pancia enorme, pelaticcio, una voce potente e profonda, simile a quella d’un famoso cantante. Si porta così male i suoi anni che quando l’ho veduto con il signor Mentecatto pensavo fosse un suo amico coetaneo e non suo figlio! In genere non si sa dove sia, ma c’era un periodo che veniva spesso e poi finivano per litigare. Una volta gli ho sentito alzare la voce e dire che lo avevano “rovinato”. Per questo pensavo si trattasse di una questione di soldi persi al gioco – e forse i soldi c’entrano davvero – ma doveva riferirsi anche al carattere. D’altronde con dei genitori come quelli, capisco che lo possano aver rovinato. Infatti, individui del genere, come possono esser bravi genitori, se sono sopratutto persone di merda?

Ma il terzo figlio, che dovrebbe essere quello di mezzo, è il più incredibile di tutti. Perché in realtà, a sentirlo parlare, anzi a sentirla, perché si tratta di una donna, non solo non sembra venuta su male, ma sembra anche dotata di una sensibilità da persona fatta bene. Alcune volte l’ho udita conversare dolcemente dicendo sempre cose estremamente sensate che avevano il chiaro intento di distendere gli animi dei suoi familiari fallati. Purtroppo non ho mai veduto il suo aspetto. Ma giurerei che non sia così ripugnante come i suoi consanguinei.

La mosca bianca. Quella donna è la mosca bianca della famiglia Mentecatti.

lailamentecatti

Laila: Sangue

[…]

Questa è la signora Belladonna. Una donna con una voce isterica e iperapprensiva la quale propaga nel mondo come fosse la sua essenza velenosa.

Un paio di giorni fa ho udito una sua conversazione telefonica. La signora Belladonna parla spesso al telefono, e spesso pubblicamente, come godesse a farsi ascoltare dal resto del mondo, convinta così di manifestare quanto lei sia sempre impegnata e cool. Invero la signora Belladonna era andata in vacanza una quindicina di giorni prima ed era da tempo che non avevo più potuto gustarmi il suono odioso della sua voce da vipera isterica. Ma ultimamente era tornata e avevo notato una curiosa variazione sul tema della sua sclerata esistenzialità. L’avevo udita, sì, ma non ero certa fosse lei, perché non si era mai prodigata prima di allora in una tale malsana abitudine: litigare con qualcuno che non le rispondeva per dire con passione e impazienza cose del tipo:

«Hai finito?! Che vuoi fare?! Hai finito?! Sbrigati! Sbrigatiiii!»

Allora avevo pensato si rivolgesse al povero buonissimo cane della loro famiglia che per un qualche motivo, per una volta, toccava a lei di portar fuori, forse perché tutte le sue belle e magre e piacenti figlie occhiazzurrate bionde erano andate in vacanza anche loro. E allora avevo pensato ancora una volta che pessima donna, madre, essere umano fosse. Una donna incapace pure di portar fuori il cane, una donna che con tutta probabilità pretendeva che il povero cane facesse tutti i suoi bisogni in pochi secondi sotto le sue minacce isteriche e insensate… E allora avevo compatito la povera bestiola augurandole di viver presto tempi migliori.

Questo era quello che avevo pensato all’inizio. Ma poi ho udito quella chiamata in cui lei diceva, a tratti urlando, volendosi far sentire, evidentemente, anche se una parte di lei normalmente si sarebbe vergognata di far sapere quella cosa al mondo – dunque doveva essere qualcosa che lei riteneva ormai fosse meglio tutti sapessero piuttosto invece solo che sussurrassero alle sue spalle senza che lei avesse potuto difendersi –, qualcosa del tipo:

«È pieno di sangue! Si è chiusa dentro, non vuole uscire! Mi ha graffiato! È intrattabile! Non so come farla uscire! Mi dice che sono aggressiva, ma allora lei cos’è? Mi ha aggredito! E ha lasciato un lago di sangue! No, a me solo un graffio! Il suo sangue! Ho chiamato l’ambulanza per farla portar via ma non vengono! Ho provato a farle un trattamento sanitario obbligatorio, ma niente! Certo che ho parlato con lo psichiatra, ma tanto lei non le prende le medicine…»

Al che ho capito tutto. Per prima cosa non era col cane che si accaniva in quell’occasione. No, ce la doveva avere con una delle sue belle figlie, la penultima in fatto di età. Solo lei poteva essere poiché quelle più grandi non le vedevo quasi mai e avevano sicuramente una vita ben avviata con un lavoro e uno che se le ingroppava giornalmente e forse vivevano ormai anche sotto un altro tetto. La ragazzina più giovane, invece, seppure fosse da sempre il primo obiettivo delle sue idiosincratiche ossessive attenzioni, era troppo piccola per ribellarsi a lei in quella maniera così manifesta e violenta – semmai me la vedevo esaurita, ridotta alle lacrime restringersi in posizione fetale, nel letto. Dunque doveva trattarsi di quell’altra figlia. Cioè di quella bella ragazza che invero sembrava più grande della sua età, quella che portava sempre a spasso il cane, quella con gli occhi così chiari che sembrava dentro ci fosse il mare; quella che pareva tanto sicura di sé, invece nel suo intimo era sempre molto incerta. Quella che non parlava quasi mai, ma quando lo faceva rivelava a tutti la sua natura estremamente fragile da ragazzina. Aveva una vocetta infantile e faceva discorsi puerili infarciti d’indecisione e apprensione che mai mi sarei immaginata avessero potuto provenire da lei se non li avessi ascoltati con le mie orecchie. Quella ragazza che dapprima si era manifestata molto interessata a me, ma poi aveva presto preso a odiarmi con la medesima costanza dell’età adulta. Lo potevo vedere dal suo sguardo d’odio purissimo quando mi incrociava…

Dunque alla fine lei, la figlia in realtà più fragile della signora Belladonna, era caduta, aveva ceduto psicologicamente, aveva dato di matto. E avevo anche scoperto frequentasse, chissà da quanto, poverina, uno psichiatra, il quale le prescriveva con scarso successo delle medicine da prendere…

Quando scoprii tutto ciò, io stavo male come lei, ero molto nervosa. Allora mi venne spontaneo pensare di andare da lei e salvarla. Lei era matta, e qualche volta io mi avvicinavo molto a esserlo. Solo io potevo salvarla, io attratta dalla sua malattia prima ancora che da lei, perché una ragazza folle in difficoltà è più attraente di una ragazza non folle sicura di sé e non in difficoltà. E poi eravamo due poveracce. Con chi avrei dovuto scopare, se non con lei?

E forse, sì, forse davvero sarei riuscita a salvarla. Avrei compiuto l’insensato miracolo, qualora fossi andata da lei. Perché non c’è miglior salvatore di chi conosce il male che affligge la persona bisognosa d’aiuto… Tuttavia non andai mai da lei. L’abbandonai al suo destino. Qualsiasi fosse.

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