DOT: EPILOGO – Un giorno in barella

Quando ho comunicato i miei sintomi, mi hanno detto che per sicurezza è meglio se mi sdraio sulla barella. Così, un po’ allarmato, perché mi apprestavo a ricoprire quel ruolo di malato conclamato al quale pur sapendo di essere destinato ancora non mi ero totalmente preparato, mi adagio sul lettino trasportabile e comincio a guardare i soffitti. Un infermiere mi spinge dove seguirò la prima delle tante interminabili file della giornata.
Vengo separato dai miei manchevoli cari. Li rivedrò dopo, mi dicono. Mi sembra una crudeltà separare nel momento del bisogno un povero cristo da chi gli è vicino. Tuttavia forse mi gioverà non avere intorno chi tra l’altro neppure crede appieno al mio profondo malessere dal quale non riesco più a riprendermi.
Sono stato piazzato dove sono entrato, in fila con gli altri, con coloro che in precedenza mi avevano visto entrare sulle mie gambe e ora mi vedono disteso come un moribondo. Trattengo le lacrime a stento. Ho già pianto durante il viaggio. Mi metto un braccio davanti al volto e respiro profondamente. Prego di non svenire proprio adesso. Devo essere lucido e sufficientemente chiaro quando parlerò con i medici.
Da quel momento il tempo comincia a scorrere in una maniera tutta sua, come se l’ospedale fosse nella congiunzione astrale dove gli orologi che battono sono quelli di Dalì e Morandi. Tuttavia, essendo entrato come codice giallo, non mi fanno attendere molto.
Un infermiere mi sbatte dentro la stanza dove mi accolgono tre donne. Intendo subito che una è la dottoressa, mentre le altre due sono infermiere. Riferisco i miei sintomi e cominciano i primi sguardi stupiti. Ormai ho capito che per qualche ragione accenno a fatti di cui devo essere il solo antesignano sulla terra, poiché evidentemente i medici sui loro libri di testo non hanno mai studiato patologie tali presentarsi tutte assieme.
Un’infermiera si scusa per la finestra aperta ma, dice, devono cambiare l’aria per via della paziente precedente. Ma io non ho né freddo né sento puzze. Anzi, in quel momento penso a quanti giorni sono che non mi lavo, perché non ce la facevo a farlo. A ogni modo per fortuna sudo tendenzialmente pochissimo (anche perché fatico così tanto anche solo a camminare…), così non credo che scandalizzerò nessuna delle tre col mio odore.
Mi devono togliere il sangue. Metto le mani avanti ipotizzando il timore che possa perdere i sensi. L’infermiera mi sente il polso e pronostica che non sverrò. Comunque, se anche dovesse succedere, sono nel posto migliore per fronteggiare una tale evenienza e non mi succederà nulla di male, mi dicono.
Cerca la vena nel braccio ma non la trova, così mi attacca una cannula (oggi fanno così) dalla quale aspirerà il sangue dalla mano e comincia a succhiare. Non mi accorgo quasi di nulla e pure la puntura iniziale l’avverto appena. Ovviamente volgo il capo dall’altra parte altrimenti, a vedere gli ettolitri di sangue che mi preleveranno, so che mi sentirei male.
L’infermiera, che ha capelli ricci e sembra molto premurosa (e forse è guidata da un senso di pietà e comunanza nei miei confronti che non riesce quasi a trattenere) fa in fretta, tanto che io le dico: già fatto? E lei mi dice di sì.
L’altra infermiera, bionda, bella ma decisamente propensa, per qualche ragione, all’inalberamento, quando vede che mi ha attaccato la cannula alla mano, riprende pubblicamente la sua collega senza trattenersi. Le dice: perché gli hai preso il sangue dalla mano?!? fa male lì! perché?!? perché?!?
L’altra non sa che dire e accampa una scusa. Ma io immagino il motivo che l’ha spinta a una tale azione: aveva paura di non trovarmi la vena nell’altro modo. Dunque, dal mio punto di vista, meglio che sia andata così: per me va benissimo, purché non mi vengano fatti danni irreparabili. Per difenderla dico: non mi ha fatto alcun male. Che è la verità, ma forse la bionda irata si riferisce a quando la cannula mi verrà tolta. Allora forse mi farà male (a ogni modo non sarà così nemmeno allora).
La dottoressa comanda gli esami di rito. Mi fanno subito un elettrocardiogramma. Mi stanno per portare via, quando faccio notare che avverto palpitazioni: dunque uno dei miei sintomi meno insoliti si manifesta. L’infermiera riccia mi mette due dita al collo e conferma la mia osservazione.
Parto ugualmente per fare gli esami. Il bravo infermiere che mi sospinge ha capito che me la sto facendo addosso e mi tranquillizza. Sono persone come lui il reale valore aggiunto dei servigi medici che ogni giorno vengono impartiti nel paese.
Vengo però passato a un altro infermiere. Questo è pelato e ha un’aria da ergastolano. Giurerei che è anche un fascista di merda. Colgo il disprezzo nel suo volto allorché mi posa gli occhi addosso. Certo, da come sono vestito, sembro un simpatico intellettuale di Sinistra dedito alle canne. Penserà che ho ecceduto con qualche droga; le stesse che prende lui nel week end o quando va con una prostituta. Ma io e le droghe non andiamo affatto d’accordo. Mi posso permettere solo l’adrenalina; solo quella il mio organismo tollera…
Vengo abbandonato in un’altra sala d’attesa. Intorno a me ci sono altre persone in barella, ma anche gente comodamente seduta che aspetta il proprio turno. Accanto ho una ragazza più o meno della mia età. A mia differenza, lei è seduta ritta sulla barella, non le va di stare distesa: e questo denota che si sente bene. Credo che abbia avuto un incidente automobilistico. È tranquilla e sembra semmai seccata dello scrupolo con cui è stata accolta.
Io invece a tratti mi sento male. Che cosa succederà se collasso adesso?, penso. Mi sento giunto ormai al capolinea di questa mia per molti versi amara vita. Peccato che sia giunto così presto. Peccato che esista gente ingiusta che senza neppure un malanno arriverà facilmente a cento anni. Io invece sono venti anni che lotto anche solo per rimanere a galla e, giunto a questo punto, tutti i miei trucchi sembrano non servire più a nulla. Il mio corpo non risponde più, come mi fosse stato cambiato una notte senza che me ne accorgessi. Sono ormai prossimo alla morte e prego Dio almeno di non farmi patire troppo, cosa che sta invece penosamente avvenendo negli ultimi tempi.
Non resisto più: piango, sbotto, mi sciolgo. Verso lacrime copiose frammiste a singulti. Per la vergogna, cerco di celare il mio umore a coloro che ho intorno, ma è inutile. Gli altri mi vedono e provano compassione per me. C’è un ragazzo con in mano un casco: anche lui deve aver avuto un incidente automobilistico. È addirittura in piedi. Beato lui! Io, fermo in piedi, non ci riesco più a stare da tempo. Vorrebbe distogliere lo sguardo da me ma non ci riesce. È troppo forte la curiosità di osservare uno che soffre… Lo capisco e non gliene faccio una colpa.
Comunque le lacrime ho scoperto che hanno proprio un bel potere calmante su di me. Così sto già un po’ meglio. Almeno per ora, non mi verrà nessun infarto.
L’infermiere calvo torna e ci prova con la bella al mio fianco. Le dice che se ha qualcosa di metallo, come una catenina o altro, dovrà toglierlo, per via delle lastre. L’altra gli risponde che non ha niente. E quello ne approfitta per vedere fin dove può spingersi, e le chiede impunemente: e il reggiseno? E lei, che in quel momento si conferma una delle tante donne astruse incapaci di distinguere un vero uomo da un cafone, sorride civettuola dicendogli che non lo indossa, il reggiseno. Quello le replica con un sorriso laido. Non c’è dubbio che farà in modo di essere lui ad accompagnarla a farsi le lastre al petto.
Trovo tutto questo disgustoso. Disgustoso che il tipo, già di per sé rivoltante, ci provi pubblicamente davanti a tutti, mentre c’è gente che soffre, gente aggrappata alla vita con un filo, come me. Disgustoso che lei ci stia, scambiando per audacia della mera porcaggine. Disgustoso che non possa alzarmi a dirgliene quattro a entrambi, magari fare a botte con lui. Ma non durerei neppure un secondo: finirei per stramazzare al suolo da solo, senza che il fascio mi tocchi…
Per fortuna l’infermiere antipatico se ne va presto. E dopo riguadagno un po’ di dignità, tanto che mi metto ritto a sedere come la mia vicina. Ma invero la vita lassù è molto più difficile che laggiù dove ero. Perché, se stai su, vuol dire che stai bene e dunque non puoi neppure permetterti di star male, mentre giù puoi anche rilassarti, se riesci a mantenerti tranquillo a sufficienza. Così torno giù.
Col passare del tempo imparo che nella posizione in cui sono, con la schiena e il capo un po’ rialzati e i piedi a loro volta sollevati poiché poggiati sulla ringhiera terminale della lettiga, davvero pare che non mi possa accadere niente. Giusto ogni tanto cambio posizione leggermente e sposto le gambe un po’ a destra o a sinistra…
Guardo il soffitto. Noto che la luce può essere fissata senza che accechi. Devono averlo fatto apposta. Che bella trovata. Dunque non è stato realizzato tutto a cazzo. C’è gente che ci ha studiato sopra.
Un brivido, una ventata d’aria e il portantino calvo è alle mie spalle. Mi conduce di malavoglia in una sala deserta un po’ lugubre che non mi piace affatto. Dopo qualche secondo entra un medico pienotto che mi mette una lastra di metallo nero alle spalle e mi dice di fare un bel respiro e trattenerlo. Mi fanno le lastre. E io penso a quanto, quelle radiazioni, mi possano far male. Ma tanto ormai sono alla fine della pista, quindi… Dopo un po’ rientra sorpreso. Devo ripetere le lastre. Le ripeto. Per lunghi minuti non si vede nessuno. Alle fine le lastre me le faranno una terza volta. Come mai?, penso io allarmato. Ma il problema non è tanto che abbia qualche alone strano nelle lastre, ma proprio che non riescano a farmele decentemente, per qualche ragione sconosciuta. Come mai? Non mi dicono niente. Sono già abbastanza radioattivo di mio? O forse ormai sono già più spettro che uomo?
Giaccio abbandonato per molti minuti in un corridoio. Poi il fascio calvo si ricorda di me (avrà avuto qualche intrallazzo con quella senza reggiseno, lo stronzo?) e mi riporta con ostilità a fare anticamera nei pressi della sala con la dottoressa. Lì passo ore intere ma è come se non me ne accorgessi. Sverno in una specie di limbo dove non esiste passato e futuro, solo presente: i secondi trascorsi hanno un senso, ma i minuti già non ce l’hanno più.
Fare quella vita sospesa in qualche modo mi rinfranca. Ecco, adesso non provo impaccio. Se la mia vita dovesse consistere nel rimanere disteso su una barella per tutto il giorno, sento che potrei vivere. In questo modo per me non esiste dolore e patimento, non esiste neppure fame o sete. Non provo niente. Questa sensazione è quella che io chiamo “blocco”. L’ho già sperimentata da adolescente. Sarebbe complicato e lungo spiegarne i dettagli. Basti dire che realizzare un blocco vuol dire sospendere tutte le funzioni e di conseguenza anche le sensazioni, i desideri, i malanimi. E ciò può essere talvolta molto sollevante. Il blocco torna molto utile quando si sta molto male. Tuttavia era da tempo che non riuscivo più ad applicarlo. Il fatto è che a casa mia pretendono che io stia bene. Non concepiscono che possa rimanere a letto per una settimana se, secondo loro, non sono malato. Genitori incapaci, inadeguati, impreparati che fanno il male dei loro figli…
Davanti a me una vecchia comunica insistentemente che deve andare al bagno. Grazie a Dio non ho questo problema, penso. Io ho tutto bloccato. Non mi muovo, non faccio niente, non produrrò nuova orina se non in piccole gocce e dunque non avrò lo stimolo di andare in bagno. Ho anche vomitato prima di venire qua. Non rischierò di perdermela come sta accadendo a questa signora. Si lamenta continuamente ma tutti gli infermieri sembrano essersi volatilizzati. Passerà mezz’ora prima che qualcuno si accorga delle sue lagnanze a dire il vero assai garbate. Quando la portano alla toilette, tutti quanti noi che aspettiamo con lei in fila tiriamo un sospiro di sollievo per lei…
Passano le ore e non ho più quasi le palpitazioni. Almeno questo… W il blocco! Mi metto seduto sulla barella. Mi guardo intorno. Il ragazzo col casco è sempre lì in piedi in un angolo. Saltuariamente parla al telefono. La donna senza reggiseno è molto calma. A un certo punto riceve la visita di una sua amica con la quale scherza del più e del meno. Verrà dimessa poco dopo e se ne andrà sulle sue gambe come non fosse accaduto niente. Un attimo era considerata malata, l’attimo dopo perfettamente sana.
A un certo punto si sentono le grida in lontananza di uno, un nuovo arrivo in barella che si avvicina. È un omone molto robusto e anche grasso. Anche lui ha avuto un incidente con la moto. Ma a lui, al contrario di altri, è andata peggio. Non c’è sangue sul suo corpo, però si è rotto, o perlomeno incrinato delle ossa. Urla di dolore con tutta la forza che ha. Supplica gli infermieri di dargli qualcosa per il dolore. Ma uno di essi gli risponde che finché non sanno cosa ha non gli possono concedere niente. Gli devono prima fare le lastre.
Sinceramente mi sembra una crudeltà gratuita non accontentarlo, perché il tipo continua a lamentarsi e a implorarli ininterrottamente. Alla fine, impietositi, se lo portano via per le lastre. Per la cronaca lo rivedrò una mezz’ora dopo molto più tranquillo e lucido, finalmente sedato dal dolore. E anche lui se ne andrà prima di me sulle proprie gambe. Anche lui! Anche lui!
Controllo l’orologio. Quasi ora di pranzo. Sto seduto ritto ma non riesco a stare fermo, così mi dondolo. Col senno di poi comprenderò giorni dopo quella mia strana smania, nonostante fossi così scarico di forze: era dovuta a delle fiale di pappa reale belle sostanziose le quali mi fornivano una specie di energia che durava per quasi tutto il giorno: forzavano, obbligavano il mio povero cuore debilitato a battere. Era come lo prendessero per i capelli. Ma questo allora ancora non l’avevo capito. E anzi la mia vera guarigione partirà nel momento in cui sospenderò quelle fiale troppo forti che, se da un lato mi agevolavano, dall’altro mi provocavano altri problemi… Fottute fiale vendute senza un minimo avviso che in soggetti delicati possano produrre degli effetti controproducenti! E sopratutto fottute industrie farmaceutiche per le quali conta solo venderti più roba possibile! Fottuti governanti complici consapevoli di tutto ciò. Fosse per me, sareste già tutti morti. Tutti, come vi meritereste…
A un certo punto rincontro la dottoressa nel corridoio. È davvero molto bassa ora che la guardo da alzata con maggiore impassibilità. Mi si avvicina. Ha in mano delle lastre. Viene apposta per parlare con me. Si manifesta sorpresa.
Guarda te! Chissà perché me l’aspettavo. Succede sempre così quando vado dal dottore… Mi dice che dalle lastre non risulta niente, così come dall’elettrocardiogramma, e pure la tiroide è okay. Mi preannuncia che non capisce da cosa sia afflitto ed è questo che mi dirà quando la rivedrò nel suo studio.
Passa forse un’altra ora. Probabilmente sono stato scavalcato da altri perché hanno stabilito che non sono più tanto grave, ma che ne so io del perché e del per come. Poi mi fanno rientrare a parlare con la dottoressa. È assieme alle due infermiere. La bionda, che ha trovato pace, è accanto alla riccia. Entrambe mi guardano interrogative. La riccia sono sicuro che abbia un debole per me. La dottoressa mi conferma che secondo lei non ho niente. Io allora, dato che ho fatto questo per me assai detestabile passo di venire all’ospedale, e vorrei essere ricoverato, così da risolvere una volta per tutte questa faccenda, affermo che mi sono limitato solo a riportare le cose principali e più immediate, che in realtà, se mi lasciassero parlare, gliene potrei dire di tutti i colori. Così accenno a quella notte d’inverno in cui mi cambiò il battito cardiaco, e da allora è diverso. Altra cosa che la dottoressa non ha mai sentito accadere. Faccio l’errore di dirle che quel periodo per me fu molto brutto da vari punti di vista. E a questo punto comincia a pensare che in qualche maniera o stia simulando o, peggio, abbia solo un problema mentale. Così mi mette sulla via di uno psicologo. E io so che non è certo quella la strada da seguire. Se stessi bene, mi incazzerei come una bestia. Ma non posso farlo attualmente. Tuttavia penso che una visita del genere comunque non mi possa far male. Così faccio lo sciocco errore di accettare un parere in merito. In seguito quel che accadrà sarà che lo psicologo si chiederà come mai mi hanno spedito da lui e dopo che glielo avrò detto, per magia, comincerà a trattarmi come fossi un soggetto iperansioso…
Dopo l’inutile e deleterio colloquio con il medico dei pazzi si fa sera. Passo altre infruttuose ore in quel corridoio che ho imparato a detestare. Tutti quelli che ho incontrato al mattino non ci sono più, se ne sono andati tutti. Ora ne stanno venendo altri. Nuove facce, nuovi problemi, nuovi incidenti. Famigliole, singoli, vecchi o giovani. Nuove persone entrate nel triste sentiero dell’affezione. E sembrano tutti diversi da me. Più fortunati. Loro un giorno guariranno. Io in quel momento non ho nessuna chance di guarire.
Oramai mi mantengo dritto sulla barella. A un certo punto un infermiere mi chiede se mi serve, la barella, che loro ne avrebbero bisogno per nuovi malati. E io allora gliela restituisco, anche se appena mi ci separo prego di non essere stato troppo generoso a mio discapito. Spero almeno di trovar posto seduto su qualche sedia perché in piedi non ci resisterei. Al limite mi metterò seduto in terra, non me ne frega niente, penso.
Poi si manifestano i miei genitori. Sono sorpreso che non l’abbiano fatto prima. Loro sono calmissimi. Credono ciecamente nei medici e in Babbo Natale: credono che non esistano preti pedofili, come pure la mafia. Come deve essere bello e semplice il mondo d’ignoranza abissale in cui vivono…
Lo psicologo tardone alla fine si decide a consegnare la mia scheda a chi di dovere, con appena qualche ora di ritardo (che strano! Eppure la scriveva mentre parlava con me… Che cazzo avrà fatto per tutto il tempo intercorso, in verità?); così si sblocca la mia situazione. Rientro nella stanza della dottoressa, nella quale lei però non c’è più, immagino per una questione di turni. Così parlo della mia presunta condizione di salute con un’altra dottoressa alla quale prima non avevo detto neppure mezza parola.
Non sapendo spiegare la mia malattia, per loro, devo essere quindi sano come un pesce! Ma certo: il loro ragionamento non fa una piega! E io quasi quasi sarei contento di morire, così da inguaiarli e farli finire in galera. Ma chissà perché c’è una parte di me che non glielo vuole concedere, anche se sarebbe facilissimo farlo. Irrisoriamente facile. Basterebbe fingere di stare bene e molto presto mi prenderebbe un colpo.
Mi stanno per dimettere quando si accorgono che ho ancora la cannula nella vena della mano. Me la tolgono, mi consegnano la mia scheda nella quale hanno tolto gli esami che mi hanno fatto e in cui compare solamente il loro esito, e finalmente me ne posso andare. Non è servito a nulla chiedere aiuto al pronto soccorso. A nulla!
Nel frattempo si è fatto buio. I miei genitori mi invogliano a mangiare qualcosa anche se io non ho per niente fame. Ingurgito due tramezzini preconfezionati e un succo d’ananas. Usciamo dall’ospedale. Indubbiamente sto meglio di quando ci sono entrato. Ma solo perché ho potuto riposarmi per quasi tutto il periodo da sdraiato.
L’autobus che dovrebbe riportarci a casa è appena passato e io non voglio trascorrere il tempo ad aspettarlo in piedi, anche perché a quest’ora potrebbe passarne uno troppo pieno. E io non prenderò nessun autobus nel quale non potrò mettermi seduto. Ovviamente a mio padre non è minimamente passato per la testa che sarebbe stato opportuno recarci all’ospedale con la sua automobile, d’altronde lui la utilizza solo per accompagnare le altre persone, non certo per me. Così, approfittando del fatto che apparentemente non mi sento male, mi viene la balzana idea di farmela a piedi. In realtà sarebbero quindici minuti, massimo venti, quasi tutti in lieve discesa. Prendiamo la strada mentre il freddo sale assieme alla notte.
Mi maledico per la mia inavvedutezza. Ma la verità è che le situazioni intorno e dentro di me continuano a cambiare alla velocità della luce come dovessi passare di continuo dal Polo all’Equatore, dunque non è colpa mia se il mio fisico non riesce ad abituarvisi. A metà strada ci ritroviamo in un posto caotico, asfissiati dalle macchine, dallo smog e pure dal freddo. E io ho paura di cedere, di non farcela ad andare avanti. Mi porto una mano al cuore e vado avanti. Se mi fermo in questo luogo potrei anche rimanerci, e non voglio morire qui come un barbone. Voglio morire a casa mia, se devo morire! Mia madre mi chiede perché mi tengo il cuore con la mano. La mando affanculo.
Supero il momento difficile e finalmente scorgo un punto di pre-arrivo che mi è molto familiare. Sono quasi arrivato, mi dico. Ce la sto facendo! Ce l’ho fatta!
Vorrei allora correre per la felicità (ma non ci illudiamo: non posso farlo), oppure urlare qualcosa a squarciagola, qualcosa del tipo:
«…Io! Io! Io! Sono ancora vivo! Nonostante tutto, sono ancora vivo! Brutti stronzi che non fate nulla per aiutarmi!»
È stato concordato di prendere la pizza, che fungerà da una sorta di festeggiamento. Appena finiamo davanti il negozio, sento che ho bisogno di sedermi. Le forze stanno di nuovo scemando. Ho preteso troppo dal mio fisico fiaccato. È un miracolo che sia giunto fin là. Per qualche strano motivo, sembra quasi che più mi avvicini a casa e più stia male. Per fortuna c’è una panchina sulla quale mi posso adagiare. Vedo la fila che c’è in pizzeria e penso con nausea che io non ce la farei mai a farla.
Rientriamo in casa. È bollente. I riscaldamenti sono al massimo e fuori tutto sommato non faceva poi questo freddo. La pressione torna a calare a picco, come sempre quando accendono i riscaldamenti.
Tutti i fattori esterni nei quali mi tocca di vivere non fanno nulla per spalleggiarmi. Anzi. Sono loro i veri responsabili della mia infermità. Lo capirò solo in seguito. Solo quando, potendo tornare a ragionare decentemente, tirerò quelle somme così semplici che quei medici da strapazzo e quei miei genitori carenti non sono stati in grado di concepire. Mi stavano uccidendo il fumo passivo e altre cose simili: l’aria!, l’aria che respiravo a casa mia, cazzo! Le numerose sostanze nocive che qui figli di puttana dei miei vicini si sentivano in pieno diritto di sprigionare dalla mattina alla sera.
L’ignoranza uccide. Per questo, almeno per oggi, non ve la voglio dar vinta. Io, non essendo ignorante, durerò molto più di quanto sarebbe dovuto essere per via del mio destino d’infermità. E quando morirò, non voglio che si dica che è stata una tragica fatalità imprevedibile. Voglio che si dica che i colpevoli ci sono. E sono coloro che mi hanno sempre avvelenato.
FINE

DOT: Lei lo sapeva

Venerdì.
Oggi ho riletto tutto questo diario e mi sono accorto di una cosa sconvolgente, una cosa di cui non mi ero mai accorto prima. In particolare ho riletto dell’ultima volta in cui ho veduto Hushy… Quella volta lei era stata strana tutto il giorno alternando nei miei confronti molteplici stati d’animo. A un certo punto aveva guardato dalla mia parte come imbambolata, come a volermi comunicare qualcosa… Ma poi non mi aveva detto nulla. Sembrava mi avesse cercato per, infine, decidere di sradicarmi dalla sua vita per sempre, aborrendomi. E poi sul finale non mi aveva voluto salutare. Sembrava mi avesse escluso per sempre da lei. Non mi aveva voluto salutare…
A ripensarci oggi, oggi che so che da allora non l’ho più vista, oggi che so che quella fu l’ultima volta che la vidi, tutto questo sembra assumere un significato più enorme di quanto avessi potuto immaginare allora. Sembra quasi che Hushy fosse a conoscenza che quello sarebbe stato l’ultimo giorno che mi avrebbe visto. Oppure che decise allora di porre fine una volta per tutte ai nostri incontri saltuari, stavolta irrevocabilmente…
E a pensare tutto ciò oggi, oggi che sto così male fisicamente e psicologicamente, oggi che non riesco più a riprendermi da nessun punto di vista, a ripensarci oggi provo un grande, inestinguibile dolore, e mi viene da piangere.

DOT: La verità su me

Martedì.
Ne sono consapevole. Nella mia vita ho perso tante occasioni con le ragazze. Per questo oggi mi ritrovo solo. Mi balocco spesso a pensare alle ragazze, perché è normale che aneli un rapporto amoroso, come tutti. Ma so che non ci arriverò mai. Perché ho perso quelle occasioni, le ho lasciate scivolar via tutte, ultima la storia con Hushy. Solo perché sarebbe complicatissimo andare d’accordo con l’altro sesso (che pure sarebbe vero)? No.
La verità è che non mi sento. Non mi sento, nelle mie condizioni, di intrecciare davvero un rapporto amoroso con nessuna. È da quando ero piccolo che vado incontro a strane debolezze estreme che sento mi avvicinino alla morte. Dunque è questo il mio segreto. Troppe volte mi sono sentito a un passo dalla morte; troppe volte per farmi avanti con qualcuna sperando che le cose andranno semplicemente bene. Troppe volte per essere stolidamente ottimista. E in questo periodo le cose stanno peggiorando. Non so cosa sta accadendo ma mi sento risucchiato sempre più giù in un vortice. E anche riposando non miglioro. Quanti giorni mi ci vogliono per tornare a star bene? Sembra che non abbia più la facoltà di guarire. Sembra che non ce la farò più. Ma allora come ne esco?, mi chiedo.
Penso sempre con grande rammarico alla mia cara amica d’un tempo che non mi ha più voluto. La amavo e non riesco ad accettare il suo rifiuto a volermi bene. Questo pensiero mi sta distruggendo. È il grimaldello sul quale sta facendo leva la mia malattia per colpirmi ancora più al cuore. Al cuore. Più forte al cuore.
Ho rivisto quella vecchia compagna di scuola in biblioteca. Ho scoperto che mi odia. Perché? Che cosa le ho fatto? Non ho insistito abbastanza con lei, quando lei avrebbe voluto? Piccola mia, tu non sai che io non posso insistere. Non me la sento di mettere nei guai qualcuna. Io ho dentro un buco nero che mi sta risucchiando sempre più dentro di me… Non voglio dare bidonate a nessuna. Quelli come me non possono mettersi con nessuna, perché sono coloro che cadono, che spariscono, che muoiono. Se tu sapessi… se tu sapessi che ti ho salvata da un grande dolore… sono certo che non mi odieresti più… Ti prego, non odiarmi anche tu, Sarah…

DOT: Amore cicciottello

Venerdì.
Divertente. Oggi ho scoperto che la ragazza nuova delle pulizie è la figlia della cicciona con il fiato corto. Quindi la trippona deve averle passato il testimone. Non sapevo che si potesse fare con tutta questa semplicità. Di certo c’è qualche inghippo. Certo che non si può fare.
La ragazza persiste comunque a dimostrarsi oltremodo cortese. Quest’oggi ero seduto sulle scale in attesa dell’apertura e quando lei è uscita per ramazzare, salendo i gradini, mi ha posto l’ormai consueto “buongiorno”, e io ovviamente le ho risposto. Giusto un cafone non risponderebbe al suo saluto così casto.
Poco dopo ho avuto l’ennesima riprova del suo carattere bendisposto. Quando il tipo incaricato di rifornire i distributori automatici, solitamente ombroso e di poche parole, è uscito anch’esso dall’edificio, ha cominciato subito a scherzare pesantemente con lei. Sembravano molto amici. Sembrava quasi che fosse lui il suo ragazzo, perché si permetteva osservazioni che solo una persona molto in confidenza avrebbe potuto permettersi. E allora l’ho vista che voleva rispondere alle sue battute forti con un pari livello d’esuberanza. Sennonché si blocca, non riesce più a parlare, le si inceppano le parole. Ci prova una, due, tre volte. Poi il tipo si decide a interromperla per toglierla dall’impaccio.
Non so se per lei sia normale bloccarsi in questo modo. Forse in quel momento il suo cuoricino batteva più forte di quanto non sembrasse. Forse ha una mezza cotta per il tipo, nonostante sia già fidanzata. Forse si sente traboccante di felicità perché tutto le va bene in questo periodo. Quanta grazia sant’Antonio! Forse si vergogna oltremisura a essere trattata così davanti a estranei… Fattostà che non riesce a terminare le frasi che comincia.
Temo che la ragazza, un po’ per la voglia di risultare simpatica, un po’ per vezzo, un po’ per disposizione… tenda a cercare di ficcarsi in grossi casini sentimentali. Non ho dubbi che col suo comportamento così aperto e disponibile finirà presto, se ancora non c’è finita, per imbattersi in qualche relazione parallela a quella ufficiale.
Ma sì, in fondo, come diceva la mia professoressa di Italiano, “finché una è giovane la deve dare a più persone possibili e senza stare a farsi troppe domande”! Godi finché puoi ragazza, che da grande, quando la tua giovinezza sfiorirà, diverrai come la tua sciatta madre brontolona. Godi finché puoi: dilettati a sobillare i cuori dei giovani maschi che ti sono intorno, che poi un giorno saranno quegli stessi maschi che ti schiferanno, quando non avrai più la gioventù dalla tua parte, ma solo avrai un bel po’ di cellulite sul sederone, che già ora è molto presente ma può ancora rappresentare una lusinga, mentre dopo non sarà più tanto così…
Sono sempre stanco, come fossi malato. E non riesco a recuperare la forma fisica. Che diavolo ho?

DOT: Stanco morto

Mercoledì.
Ho qualcosa che non va. Mi sento sempre più stanco. Sento che mi si stanno esaurendo le forze. Sento che mi si stanno stirizzendo sempre più le risorse fisiche. E la depressione che vivo in questo periodo non mi aiuta affatto. E anzi ho l’impressione che peggiori le cose.
Sono murato vivo in una vita senza rapporti umani. Pensavo di farcela. Di poter superare tutto da solo. Di essere forte abbastanza. Ma penso di continuo a quella mia amica che mi ha fatto capire che non mi vuole più. E questo mi sta distruggendo. È stata una delle botte peggiori della mia vita. Perché le volevo moltissimo bene. Poi la storia di Hushy non è che abbia migliorato le cose. Vorrei completare Anarcolessia ma fatico tantissimo a fare le ultime revisioni… E, se pure mi riposo, non sembra servire a molto. Non riesco a riprendermi.

DOT: Cambio di stanza

Novembre inoltrato.
C’è un tipo insolente che ogni mattina si gira tutta la biblioteca e chiude ogni finestra aperta incontri sul suo cammino. Poi si va a mettere lontano, dove non lo vedo… Che arroganza! Pretende di decidere per ogni occupante di ogni stanza e nemmeno chiede il permesso! Mi verrebbe da litigarci subito… Forse lo farò in seguito. So cosa gli passa per la testa: fa freddo, quindi neppure ti devo chiedere se vuoi la finestra chiusa o meno. Ma ovviamente è un’immensa boiata, la sua. Anche perché, dopo un’ora e mezza, incomincia a mancare l’ossigeno e si fatica a respirare con la presenza di tutti quegli altri che vengono che non fanno altro che consumare ancor di più l’esigua aria rimasta.
A proposito, proprio per questo motivo, per stare in una stanza più grande e non stipata di persone e fare come mi pare, cioè tenere la finestra leggermente socchiusa, mi sono spostato nella sala informatica. E qui non è per niente male. Trovato il mio posticino preferito, me la passo abbastanza bene. Gli unici punti di debolezza di questa dislocazione sono che: primo, vi è un continuo andirivieni di persone, le quali però riesco abbastanza facilmente a ignorare, poiché non è che mi passino poi troppo vicino; secondo, mi si siedono intorno meno persone, e dunque anche meno ragazze. Però stranamente, per ora, la loro vista non mi manca quanto mi sarei immaginato. Sarà che sono molto impegnato nell’odierno processo di scrittura che sto vivendo, nel quale sto preparando il mio primo libro da pubblicare. Ho deciso. Ormai siamo quasi alla fine. Si chiamerà Anarcolessia e sarà un romanzo anarchico che la dirà lunga sulla mia visione comunitaria del mondo e su cosa penso del ributtante Potere.
Nel frattempo, però non è vero che in tutto questo tempo non ci sia stata nessuna nuova ragazza a farmi capolino nella vita. Infatti, qualche tempo fa, entrando la mattina presto in biblioteca, mi sono subito accorto di una nuova presenza del gentil sesso: si trattava della “donna delle pulizie”! Ah! Ne rido io stesso! Alcune volte avevo notato una chiattona sui sessanta col fiato corto, che si portava a lavoro il figlio il quale voleva arruolare nel grande mestiere delle detersione; ma il tipo non ne aveva molta voglia, si intendeva al volo. Invece adesso la cicciona non la vedo più (né tanto meno l’abulico figlio) e c’è questa nuova donna delle pulizie, che credo l’abbia sostituita del tutto. Ma non è propriamente una donna, bensì una ragazza, e pure molto giovane. Presumo che abbia circa venti anni.
La prima volta che l’ho vista, proprio perché ero abituato a donne delle pulizie rivoltanti e attempate, l’ho inavvertitamente fissata più del consueto; e allora lei si è accorta di me e dopo un po’ che incrociavamo gli sguardi… che ha fatto? Mi ha salutato dicendomi “buongiorno”, forse perché gli sembravo un tipo influente nella biblioteca. Influente, io?! Anche da questo si vede che è nuova: cerca di amicarsi le persone.
Comunque non ho potuto squadrarla per bene. Però da lontano mi è sembrata carina di volto. Inoltre ho colto un particolare che invero è stato quello che più di tutto ha focalizzato la mia attenzione su di lei: ha un enorme sederone da femmina allestita per la filiazione. Sicuramente lei ne è consapevole e se ne vergogna, come la maggior parte delle femmine farebbe al suo posto, non comprendendo quanto esso invece attiri gli guardi e le voglie degli uomini su di lei. Qualche volta ho appurato come tenda a effettuare quei gesti istintivi che tentano di coprirselo, cercando di spostarsi la camicia più giù per nasconderselo. Continua a tirarsela giù, giù, ma la camicia è finita…
Ha proprio un bellissimo sederone. Spero di poterglielo mirare meglio e da vicino. Eppure, se davvero ritenesse che la imbruttisca, seguendo una dieta mirata, potrebbe disfarsene. Ma, a molte donne, ho notato quanto piaccia mangiare non volendo rinunciare a niente, anche se poi col cibo (ma anche col sederone) finiscono per avere un rapporto conflittuale e contraddittorio…
Che è giovane si vede pure da come si relaziona con le persone. Molto gentile con gli impiegati della biblioteca: ancora non ne conosce certi dai quali farebbe bene a tenersi alla larga. In più, ha stretto diverse amicizie con altri ragazzi della sua età… E, chiaramente, la ragazza è fidanzatissima. Mi è capitato infatti di sorprenderla al telefono col moroso. Gli ha detto:
«Ciao, amo’! Come stai?»
L’altro giorno ho intravisto una mia vecchia compagna di classe del liceo, tra l’altro una delle poche verso le quali mi fossi dichiarato ufficialmente, e facendo pure diverse figure di merda, perché all’epoca le ragazze non sapevo proprio dove fossero di strada (mentre adesso invece…). È ancora piuttosto simile a come era allora. Non è bellissima. Mi chiedo che cosa ci faccia in questa biblioteca. È un po’ lontano da casa sua, dove sono stato anche ospitato qualche volta. Ma forse nella sua zona non ci sono biblioteche. O forse voleva prendere in prestito un libro che solo qui poteva trovare. Però si è diretta spedita verso le salette prese d’assalto dagli studenti le quali contengono anche molti volumi. Poi non mi è sembrato di averla veduta uscire. E dunque si deve essere trattenuta dentro.
Forse ha ripreso a studiare? Non posso credere che ancora non abbia terminato l’università in questi dieci anni. A meno che, certo, non abbia contemporaneamente dovuto lavorare. I suoi avevano un negozietto…

DOT: Una così

Ottobre inoltrato.
Quest’oggi una bella ragazza vestita in modo insolito, con colori molto chiari e fuori moda, torna ad allietarmi le ore in biblioteca, dopo un digiuno che mi è sembrato di secoli. Ha pantaloni marrone chiaro e un maglioncino bianco. Una carnagione tra il latteo e il rossiccio, tipica dei popoli del nord, mani bianche e affusolate, con unghie tagliate molto corte, con dita sulle quali non rintraccio alcun anello… Alleluia! Mi ricorda un po’ la mia perduta Hushy, che immagino sarà emigrata chissà dove, magari in Germania, lei che conosceva il tedesco e infatti poteva benissimo essere originaria di quelle parti. Emigrata comunque con pochi rimpianti, perché forse non voleva più vedermi, né me né l’intero Paese…
Era da molto che non ci pensavo, o meglio che non la menzionavo. Ma in realtà, durante tutto questo tempo, ho continuato a pensarla, a sperare che risaltasse fuori e che perlomeno si potesse tornare a essere amici, senza avere più alcun dissidio pregresso a interporsi tra noi. Sarebbe bello, sarebbe così bello se davvero potessimo fare la pace…
Un’altra caratteristica della ragazza che mi ricorda Hushy è il suo profilo, leggermente schiacciato, con il mento lievemente più pronunciato del normale e con lo spazio tra il bel nasino e il labbro superiore più ampio del consueto.
Sembra una tipa molto a posto, ammodo, timorata di Dio ed educata. Indossa degli occhiali che ne accentuano l’inclinazione da studiosa. Difatti ha pure con sé dei fogli scritti a mano che illustrano strani diagrammi di flusso. Studierà per divenire un ingegnere?
Con grande padronanza muove le sue delicate dita sui tasti del suo portatile bianco, in particolare nel rettangolino designato a sostituire il mouse, quel posto che io non utilizzo tanto, sia perché non mi ci trovo, sia perché ho paura di romperlo, preferendo tenermelo per scorta per i momenti nei quali davvero non avrò a disposizione il mouse.
Quanti anni avrà? Non lo so: difficile che sia più vecchia di me però. Secondo me ne ha una trentina, forse meno. Più la guardo e più mi convinco che la sua carnagione sia quella di una ragazza inglese. Così spero che accada che la possa ascoltar parlare. E poco dopo la mia silenziosa preghiera viene esaudita, perché un signore distratto urta rovinosamente qualcosa di suo e lei gli sorride per farlo sentire meno in colpa (è anche dotata di un carattere comprensivo! Wow!) e gli dice «Prego» quando lui si scusa. E nel suo “prego” non vi è alcuna inflessione anglofona. Dunque parla la mia lingua, ma anche Hushy la parlava perfettamente pur essendo probabilmente di origine teutonica.
Passa il tempo e si ritrova circondata: ha persone grossomodo da tutti i lati. Però non va nel panico come avrebbe fatto Hushy: si mantiene calma. Forse sono i suoi occhiali che, fornendole una sorta di barriera protettiva, la anestetizzano dalla cagnara che ha intorno e dagli occhi ingordi di qualcuno. Non i miei, eh! Io ho lo sguardo fin troppo sprofondato nei fatti miei. Oggi ho un mucchio di cose da fare…
Ogni tanto anche lei ha l’abitudine di stiracchiarsi completamente le braccia spingendo fuori quel suo seno, il quale non sembra abbondantissimo, ma bello sodo sì. So che stando seduti al tavolo dove è lei si soffre molto la scomodità. Ma quando ci sono stato io non facevo tutti quei movimenti così plateali, quei movimenti che ogni ragazza pare obbligata a fare quando ci si ritrova. Forse, pur essendo, con tutta probabilità, una brava ragazza, non le dispiacerebbe se la notassi un po’. E io infatti l’ho notata.
Ha abbandonato la sua roba, con altri libri e una borsa marrone, in terra, come fosse molto disordinata o non si curasse troppo delle sue proprietà. Strano che non le abbia volute appoggiare sul tavolino quando questo era bello sgombro e non vi erano ancora altre persone. Ma forse, anche in questo caso, la sua, potrebbe essere un’ennesima altra forma di cortesia avuta verso chi sarebbe andato a occupare quello spazio che lei sapeva sarebbe stato assai costipato. O forse immaginava che con la venuta di qualcuno le avrebbero fatto spostare le sue cose e quindi tanto valeva non mettercele.
Me ne vado con rammarico, perché vorrei continuare a osservarla e magari attaccare bottone, ma ormai l’aria nella stanza si è fatta irrespirabile, e questi idioti non mi permetteranno di aprire la finestra perché fa troppo freddo, secondo loro. Dunque d’inverno niente ossigeno? Ma andate a cagare!
Beh, in fondo non ho segnalato nulla di particolare circa questa tipa, vero? La verità è che mi manca non aver nessuna femmina di cui parlare (per questo delle volte esagero). Non avere nessuna che mi aiuti a far battere questo cuore difettoso, sempre più pigro. Vogliamo dire “pigro”? Diciamo pigro, anche se è un’altra cosa…

DOT: Maniache

Un giorno…
Due inquietanti accadimenti che vedono come protagoniste esponenti del gentil sesso. Entrambi similmente sinistri e insani.
Primo accadimento.
Si mette davanti a me una ragazza molto bassa. Non la vedo, la scorgo solo con la coda dell’occhio. C’è qualcosa che mi ammonisce rigorosamente di non guardarla. Per ora appuro solamente che ha gambe molto tozze e storte che non sembrano uno splendore. Quando però finalmente si siede, dopo essersi regalata un ricco cappuccino al distributore automatico, non posso più fare a meno di osservarla, e non per curiosità, ma perché prima di votarsi pienamente a quel libro che ha dirimpetto esegue una lunghissima e complicatissima procedura per legarsi i capelli, prassi dalla quale appuro che la povera femmina non ha pace. È una maniaca-ossessiva.
Cioè, è impossibile che ci impieghi così tante mosse, che pratichi così tanti aggiustamenti, che non sia mai paga del risultato ottenuto: che per un attimo incominci a leggere ma che subito dopo si debba fermare per porre un nuovo improrogabile rammendo. Mi chiedo se, al solito, non lo faccia apposta per attirare la mia attenzione; ma sarebbe folle se così fosse poiché va avanti per minuti e minuti. No, stavolta non si tratta di arte d’adescamento: ci dev’essere qualcosa di sincopato e di psicotico nel suo comportamento morboso.
Inoltre la tipa è anche molto, molto brutta, e di quel tipo di bruttezza che quando la si incontra si potrebbe rimanere irretiti a fissarla, senza esser capaci di distogliere lo sguardo; quel tipo di bruttezza di cui non si può non esser consapevoli e che certo deve cagionarle una serie infinita di sensi d’inferiorità e insicurezze.
La zona degli occhi e dei sopraccigli è quella particolarmente soggetta a determinare la sensazione finale di disagio e ripugnanza. Non la saprei descrivere: c’è qualcosa di irsuto e di molto maschile in essa. Forse ha folte sopracciglia unite. Per questo, evito di osservarla, anche se ce l’ho lì, ed è la sola cosa viva che mi si muova davanti quest’oggi.
Continua ad agitarsi, a risistemarsi i capelli, mai soddisfatta dell’esito. E se per caso tiro su col naso o sbatto le ciglia, allora lei lo rileva e ne introita nuova insicurezza. E giù sotto a riassestarsi l’acconciatura e a torturarsi quei capelli con l’elastico: atteggiamento che denota anche una certa attitudine a nascondersi il viso con le braccia mentre si dà da fare.
Andando avanti però la smette quasi del tutto: quando capisce che non la guardo, in qualche modo si rasserena e riesce a trovare sufficiente equilibrio interiore per far finta di studiare. Ma come può, una persona del genere, trovare davvero la concentrazione necessaria per procedere col suo studio?!
Quando però nella stanza si introduce qualcun altro, che le sarebbe pure di spalle tra l’altro, ecco che riprende a massacrarsi la cute. Mi propone una rappresentazione incredibile che non sarei mai riuscito a concepire da solo, neppure in un sogno, assurda oltre ogni immaginazione…
Eppure, nonostante non me la intruppi, e mi ci impegni a fondo per farlo, ogni tanto torna alla carica e usa quel sistema che in quella biblioteca deve essere una moda, perché lo praticano un po’ tutte le ragazze che vogliono attirare l’attenzione di qualcuno su di loro: mi fissa per svariati secondi imperterrita sperando di suscitare qualche mia reazione. Che però non sono orientato a concederle perché mi son rotto le scatole di stare a competere con ragazzine immature che dalla vita hanno imparato solo queste sciocchezze psicologiche di nessun rilievo e assai maleducate.
Riesco a evitare la pregnanza del suo viso nauseante fino a quando però non la incontro nel corridoio mentre mi dirigo verso il bagno. Allora i nostri sguardi si incrociano e non posso resistere dal soffermarmi disorientato sul suo viso da bruttona. Il suo incantesimo si attiva e per un secondo mi ritrovo incatenato alla sua faccia truce. Tuttavia, con sommo sforzo, riesco a liberarmene, altrimenti sarei ancora lì a fissarla, come fosse Medusa…
Per fortuna, di lì a poco, me ne vado, così non le regalo troppi grilli per la testa. Però ho la malasorte di avviarmi proprio nel momento in cui esce anche lei per effettuare una chiamata. Ed è allora che scopro che, anche lei, ha un innamorato che la cerca. Anche lei ce l’ha. Anche lei… Dunque tutte quelle smorfie di patimento per via della sua bruttezza, che io mi credevo mi avesse fatto per via della sua indifferibile solitudine, erano tutte una farsa, perché lei ce l’ha qualcuno con cui stare. Eppure ne voleva ancora qualche altro, me, penso per un attimo.
Ma poi capisco che non deve e non può essere molto soddisfatta di quella ciofeca d’uomo che s’è rimediata. Perché probabilmente è uno che sta con lei solo per manipolarla a suo piacimento: perché a una con un’autostima così bassa puoi far fare qualsiasi cosa. Poverina.
Sono un genio della psichiatria, eh? O forse mi piace desumere delle storie da un niente?
Secondo accadimento.
Una signora matura, oltre i cinquanta, ma forse decisamente di più, una signora che per come si muove e come l’ho intravista con la coda dell’occhio sembra esser bella (ma non è che lo sia poi molto, per quanto in lei almeno permanga un corpo armonico e senza ombra di cellulite), entra nella stanza, si cerca un libro e quindi si siede a leggerlo.
Fin qui tutto normale. Ma poi le prende una sorta d’impellenza di doversi fare più bella. Si sente, per qualche ragione inspiegabile, come se le stesse per crollare tutto il trucco dalla faccia. Allora tira fuori lo specchietto, con il quale si osserva attentamente, e cerca di porre rimedio incipriandosi reiteratamente gli zigomi e le guance.
Lo fa rabbiosamente una volta: e io penso che possa anche essere comprensibile. Poi lo fa ancora sollecitamente: e allora immagino che magari si sia scordata di trattare un lembo di pelle. Ma poi lo fa ancora e ancora, ripetutamente, e basta che qualcuno passi lì vicino o che qualche altro si raschi la gola, che lei scatti e, interrompendo la lettura di quel libro che ogni tanto la distoglie, si getti a risistemarsi la faccia con furore.
Anche lei, come l’altra, deve sottostare a una sorta di complesso compulsivo. Mi trovo forse in un luogo in cui le affezioni mentali si attaccano da un avventore all’altro?! Mi fa un po’ pena. E mi verrebbe quasi da farle capire che non è poi così vecchia e che sia ancora piacente. Ma sarebbe una giusta medicina, per lei, rinsaldare la sua convinzione che la bellezza sia un valore fondamentale per vivere in questo mondo di uomini? Le farei del bene oppure del male?
Donne schiave della vanità, convinte dalla società maschilista che l’unico modo per esser donna sia quello di passare per l’approvazione e l’esser desiderate da un uomo. Non è così, stupide che non siete altro. Non ve ne accorgete che vi usano soltanto, che è così deboli, e fragili, e ricattabili che questa società maschilista vi vuole? Non dovete credere alle bugie e alle false adulazioni della società. Perché mente. La società vi mente per fottervi meglio.

DOT: insignificanti effimere gioie

Un venerdì.
Ho davanti una bella ragazza “non mora”. Credo che sia la seconda volta che la vedo, e la prima volta non è che mi avesse lasciato tutta questa reminiscenza. Però stavolta più la guardo e più mi piace. A una prima occhiata può sembrare scialba e troppo invasata dal suo libro. Però, osservandola bene, si nota la freschezza del suo corpo rotondo e quanto essa sia già pronta per… l’accoppiamento!
Ricordo pure che la volta scorsa, così come lei non mi aveva particolarmente colpito, anche io non è che le fossi risultato così intrigante. Però ora è diverso. Penso che sia per via dei miei capelli lunghi, che sono tornato a sciogliere, che mi conferiscono un maggiore fascino, perché ultimamente non mi capita per niente infrequentemente di essere fissato da belle ragazze per lungo tempo. E lei non fa che lanciarmi sguardi, soffermandosi su di me fino a quando non la riguardo a mia volta. L’accontento quasi sempre. Ma non sempre. Altrimenti potrei viziarla.
È proprio una bella ragazza. Di altezza media, ha una carnagione bianca. Non è per nulla abbronzata. Il colore dei suoi capelli invece non mi piace granché. È un po’ quello che la rovina. Sono castano chiari. Magari molte altre al suo posto si sarebbero già tinte bionde o rosse, ma lei non lo ha fatto. Deve essere una tipa acqua e sapone. La stimo per questo.
Fa ancora molto caldo, così indossa solamente una magliettina estiva e dei calzoncini corti, proprio come si trovasse in campeggio. Peccato che dalla mia posizione non riesca a vederle i piedini i quali anch’essi devono essere senza calze. Sarà anche per quello che mi eccita: perché le posso vedere le cosce nude e crude, senza troppi raggiri, ma non tutto il resto.
In un’ora e mezza si alza un paio di volte, così come faccio io. Alla fine, quasi fosse delusa (credo perché nella stanza c’è troppo chiasso e non riesce a concentrarsi), prende la sua roba e, con mia grande desolazione, se ne va altrove. Dove non so.
Rimango solo.

DOT: La ragazza con il nasone 2

E un altro giorno ancora…
La ragazza con il nasone mi si è di nuovo seduta davanti, stavolta decisamente più vicina della volta scorsa. O almeno mi sembra che sia quella ragazza col bel corpicino che però era rovinata dalla sua proboscide: quella che a un tratto mi aveva guardato severamente volendomi comunicare chissà cosa, volendomi intimidire, la stronzetta.
Però, se anche è lei (non ne potrò esser certo neppure quando me ne andrò), molte cose sono cambiate. Per primo, dato che fa freddo, è molto più trapuntata di allora, per cui, non è più in grado, tramite la sua nudità spinta, alla quale ha dovuto rinunziare, di suscitare né in me né in nessun altro alcuna impressione dissoluta.
Poi, anche i suoi capelli hanno qualcosa di diverso… Ricordo che l’altra volta, per il caldo, li teneva legati. Invece stavolta li ha sciolti. E devo dire che non le stanno affatto male. Ondulati, neri, e quasi ricci, che le arrivano non oltre le spalle. Però, quel suo nasone (sarà che ce l’ho proprio davanti e mi si presenta esattamente di profilo) finisce irrimediabilmente per deturparla, anche più della volta scorsa. Dunque stavolta davvero non la guardo neppure per un secondo. E quando lei tenta di riproporre quel suo giochetto perverso del fissare intensamente qualcuno sperando che chi è fissato la riguardi, non le capitolo e non la degno di alcuna corrispondenza. Ben le sta!, dopo il raggiro che mi ha tirato l’altra volta. Io non dimentico, stronzetta.
La misera tapina sbadiglia, si stiracchia, tenta di sobillare la mia attenzione in qualche altro modo, ma fallisce, sempre. A proposito: c’è una cosa da dire. Non è solo lei a essere cambiata nel frattempo, ma anche io. E il mio look invernale è decisamente più affascinante di quello estivo, nel quale la mia magrezza finisce per farmi passare per un ragazzino tisico invecchiato precocemente. Ecco perché dunque lei mi spasima tanto. D’inverno sono proprio un gran fico!
Addio ragazza col nasone! Non hai più alcun potere su di me, sempre ammesso che tu ne abbia mai avuto almeno un cincinino.
Le tocca di sprofondare lo sguardo in quel libro che quest’oggi le risulta noiosissimo, in cui ogni pagina, per esser oltrepassata, deve esser letta più e più volte. Gioca un po’ con il cellulare ma, anche lì, cattive notizie: nessun bel ragazzo si è interessato o ha chiesto di lei. Rassegnati.
La volta dopo…
Rincontro la nasona. Fa più caldo, per cui può di nuovo sfoggiare quei sui completini che la lasciano mezza nuda. Almeno di questo sarà contenta…