Il colore dell’odio

Dovevo recarmi in trasferta. Tutti lo sapevano. Un giorno venni al corrente però che, in merito, girasse anche un’altra voce: una volta andato, non sarei più tornato.

Il mio malessere in azienda era risaputo. Era noto quanto fossi sempre più intollerante nei confronti del vecchio boss canuto. Venuto a conoscenza di quella voce, a dire il vero mi sfiorò davvero l’idea di prendere al volo l’occasione e dileguarmi. Tuttavia ancora non avevo trovato un altro impiego. Per questo dovetti seguire la via assennata che mi consigliava di aver pazienza permanendo ancora un po’ in quel detestato luogo di tribolazione.

Ovviamente c’era anche un altro motivo che faceva sì che volessi andarmene: Miriam. Questo nessuno lo sapeva. Da poco io stesso me l’ero confessato con molta fatica. Perché fa male ammettere di amare una persona con la quale non vai sostanzialmente d’accordo; una persona che forse un tempo mi aveva amato anche lei, ma che ultimamente mostrava di non sopportarmi più e tentava di ignorarmi a oltranza. Fa male provare affetto per una persona che non solo non ti contraccambia ma in certi momenti ti fa capire quanto ti odi.

A ogni modo, venuto al corrente di quella diceria che volessi andarmene, scelsi di non far nulla. Non la rintuzzai. Non la confermai. La lascia indolentemente circolare. Pensai: non è un problema mio; inoltre, se è in grado di far venire qualche ulcera al vecchio despota, mi fa pure piacere.

Poi venne l’antivigilia del giorno della partenza. Come ogni tanto mi capitava, mi ritrovai nella stanza di Miriam ad armeggiare su un computer che avrebbe dovuto svolgere delle mansioni autonomamente, in mia assenza. La collega di Miriam volle stuzzicarmi.

«Allora te ne vai, eh? Dopodomani è il grande giorno…», disse civettuola.

Volevo tenerla a bada, non mi andava di parlare di quel viaggio: al solo pensarci, mi indisponevo. Ma mi resi conto che dovevo fornirle qualche contentino perché non aveva intenzione di lasciar cadere l’argomento. Così provai a parlarle con una faccia il più possibile svuotata di ogni entusiasmo e fui assai parco.

«Sì…», le risposi.

«E ti piace fare queste trasferte di lavoro?», rinfocolò lei.

«A dire il vero è più il fastidio degli spostamenti che altro… Essendo io un tipo abitudinario…»

«Però ti pagano bei dindi…», fece il verso quasi scurrile del denaro con le dita della mano.

«Mah… Fosse per me, me li risparmierei. Non è che mi interessino troppo i soldi. Ci sono cose più importanti…», mi tradii sul finale rendendomi conto troppo tardi che le avevo fornito un assist su tutto un mondo nuovo che le si era spalancato davanti che solo chiedeva di esser sviscerato.

«Ah sì? E cosa? Dimmi, dimmi! Forse tu pensi al tipo di lavoro… Ti piace stare qui?», disse infine con un sorriso falso che mi diede la nausea.

«Mmm… Beh, ci sono pro e contro, come ovunque… Scusa ma adesso mi devo concentrare qui…», tagliai corto per togliermela di torno. E lei capì così bene l’antifona che, soddisfatta, e forse con la voglia matta di andare a spifferare subito quel poco avvenuto tra noi ad altri colleghi, si alzò per recarsi ufficialmente al bagno.

Così rimanemmo soli io e Miriam. Eventualità, quella, che avrei preferito evitare.

Mi abbrancò subito una gran tristezza. Lei era lì che faceva le sue cosette. Con un orecchio aveva ascoltato bene il discorso avvenuto tra me e la sua compagna di stanza ma non aveva osato intromettersi. Anche se, a dire il vero, il suo atteggiamento – di quello non potevo esser certo perché lei era un’attrice consumata; inoltre esso poteva cambiare anche molto quando erano presenti altre persone oltre noi – da quando ero entrato nella stanza non mi era parso così duro e inscalfibile, così ferocemente orgoglioso come negli ultimi tempi. Sembrava a dire il vero che sotto sotto patisse un qualche pensiero. La conoscevo bene e sapevo che poteva essere davvero così, anche se forse ciò che la angustiava poteva esser una gran sciocchezza, perché lei poteva preoccuparsi anche di immani cazzate attribuendo loro un peso del tutto sproporzionato.

Ovviamente non avevo intenzione di interrompere il silenzio tra noi. A quale pro, visto l’estrema difficoltà dei nostri rapporti? Così me ne stavo lì a scrivere sulla tastiera e ormai non mi mancava molto per potermene tornare nella mia stanza-rifugio con Belosh, che certo in quell’ambiente era la compagnia migliore che mai avessi potuto trovare.

Fu allora che Miriam, potei quasi vederla anche se avevo gli occhi sullo schermo del computer, tirò su la testa timidamente e, con un velo di tristezza negli occhi e pure nella voce, mi chiese:

«…Eri tu che mi dicevi che il viola è il tuo colore preferito?»

La balzana domanda mi spiazzò totalmente. Così rimasi alcuni secondi interdetto prima di risponderle, mentre smisi di scrivere al computer.

«Beh… Effettivamente sì…»

Avessimo potuto usufruire di una conversazione normale in quel periodo, le avrei sicuramente chiesto perché me lo chiedeva. Ma non avendo avuto la forza di ottenere indietro una sua ennesima eventuale cattiveria, non aggiunsi altro. Così fu lei ad aggregare giusto poche parole…

«A dire il vero anche a me piace molto. Ho anche dei bei abitini viola che ho comprato l’anno scorso, ma qui non li metto perché… il capo è superstizioso. Si narra che una volta abbia quasi licenziato una perché si era presentata con una blusa viola…»

La conversazione terminò lì. E mi lasciò basito. Non capivo il perché di quel discorso. Doveva pur esserci, ma nessuno dei due si sentì di far niente per portare alla luce ciò che in quel frangente appariva oltremodo oscuro. Poco dopo me ne tornai nella mia stanza. E non vidi più Miriam.

Il giorno seguente, per email, prese corpo la possibilità di non effettuare più il viaggio. Se fossi riuscito a fare il lavoro da remoto potevo anche non partire. Quell’eventualità mi rese abbastanza contento. Ne parlai col capo. Non gli mostrai che avrei preferito quell’opzione; così, quando lui mi chiese cosa preferivo fare, gli dissi con tono monocorde che per me andava bene tutto. Lui, immaginando un mio fastidio a cambiar programma e considerando che così avrebbe risparmiato quei per lui pochi euro, mi concesse l’autorizzazione a lavorare con quell’intento così da evitare il viaggio del giorno dopo.

Dunque tutto il dì mi occupai alacremente di quella questione. Doveva essere perfetta. Avrebbe dovuto funzionare tutto a meraviglia sennò mi sarebbe toccato di partire ugualmente. Giunti a sera mi resi conto che la mia accuratezza mi aveva fatto fare un po’ più tardi del previsto. L’ufficio cominciò a svuotarsi. Anche Belosh, che si offrì di farmi compagnia solo per non lasciarmi solo, se ne andò dopo che gli dissi che mi mancavano ormai pochi minuti e preferivo star solo.

Quando infine credevo non fosse rimasto più nessuno in azienda, compreso il capo, sentii bussare tenuemente alla porta. Venni scosso da un brivido. Non sapevo chi poteva essere, eppure nel mio animo era come sapessi già chi sarebbe apparso da quella porta.

Dissi avanti e la porta mi dischiuse una visione quasi psichedelica. Era Miriam con in volto un’espressione estremamente garbata, tornata nuovamente gentile con me, per un qualche incomprensibile evento eccezionale. Ma la cosa più stramba di tutte era rappresentata dal suo vestiario, completamente viola. Indossava pantaloni viola attillati che le disegnavano perfettamente i conturbanti fianchi, un maglioncino viola che doveva essere di un pregio ricercato. Inoltre, incredibilmente, anche il fard sui suoi occhi quel giorno, per la prima volta da quando la conoscevo, era viola.

Osservando il mio stupore mi disse con la sua voce da angioletta:

«Volevo salutarti… prima che tu parta.»

Poi non disse più nulla. Io pure non sapevo cosa dire. Eppure il nostro silenzio non era imbarazzato. La guardai negli occhi. Non potei più staccarglieli di dosso. Pure lei sembrava non intenzionata a mollare i miei.

«Ciao, Ariel», disse commossa con una voce ancora più tenue di prima mentre si richiudeva la porta alle spalle e forse dai suoi occhi stavano per affiorare delle lacrime.

Per cinque minuti il mio cervello andò in tilt e non capii più niente – per fortuna il lavoro era praticamente finito e mi erano rimasti da fare solo tre o quattro click col mouse in totale.

Quella sua venuta mi stravolse. Me ne tornai a casa corrucciato, imbambolato, con una strana voglia-timore di incontrarla da qualche parte, per la strada. Per tutta la notte continuai a pensare a quanto mi aveva fatto male quel saluto e al perché potesse esser giunto.

Il giorno dopo, in una fresca mattinata, si diradò la nebbia nella mia testa. Tutto mi apparve chiaro, perfino ovvio. Miriam non sapeva – perché lo avevano potuto sapere davvero in pochi – che probabilmente non sarei più partito. Dunque, attribuendo, come altri, a quel viaggio la concreta possibilità di non vedermi più… aveva avuto la pensata di vestirsi completamente di viola, per me, sfidando la sorte col capo, pur di donarmi un ultimo saluto d’addio che solo io fra tutti avrei compreso. Pur di dimostrami forse anche dell’altro…

Erano questi gli atteggiamenti in lei che mi lasciavano esterrefatto. Questa sua assurda generosità che affiorava subentrando alla sua cruda intransigenza. Queste cose che mi scombinavano da capo a piedi costringendomi a interrogarmi ancora e ancora, senza mai poter giunger a una conclusione certa, se lei avesse potuto amarmi sul serio un giorno, oppure no.

Quando mi presentai normalmente a lavoro, di buonora, feci subito una capatina nella stanza di Miriam. Come previsto lei si mostrò oltremodo sorpresa di rivedermi.

«Ah, oggi non ti sei vestita di viola, eh? E come mai?», le dissi come avessi smascherato totalmente il suo gioco segreto e adesso avessi voluto prenderla in giro per essersi lasciata andare a una tale esagerata premura verso me.

Al che lei rispose dapprima «…Ma tu non dovevi esser partito?!», per poi immediatamente, notando un sorriso sardonico apparire sulla mia faccia, stizzita, dirmi: «Mica mi voglio far licenziare solo perché a te… cioè a me piace il viola!»

Al che sprofondò lo sguardo nel computer, finse di avere da fare e si chiuse nel mutismo tipico di chi è stata colta in castagna ma non vuol dare la soddisfazione agli altri di ammetterlo. Così riprese immediatamente a odiarmi come prima.

La miseria dell’ipocrisia

Ariel sognò che non vedeva Miriam da svariati anni, poiché non lavoravano più nella stessa azienda. Un giorno però, percorrendo una strada per lui nota, se la vedeva, con immensa sorpresa, venire giù anche lei dal lato opposto della carreggiata. Allora il suo cuore cominciava a pompare forte. Nel sogno Miriam era ormai sposata con Richard da molti anni, ma non doveva esserne molto felice, tutto sommato. Era ormai una donna, ammogliatasi in definitiva sopratutto per “sistemarsi”. Non certo per amore, o passione, o sesso.

Anche Miriam lo aveva avvistato ma non lo guardava negli occhi. Camminava facendo assolutamente finta di nulla. Eppure veniva proprio verso lui. A ogni passo si avvicinava sempre più. Così era certo che si sarebbero ritrovati a breve l’uno davanti l’altra…

Ariel era vestito come al solito; negli anni non aveva rinunciato al suo stile lineare e pulito. Invece rimase sorpreso che lei indossasse degli abiti che non le aveva mai visto addosso. Dei pantaloni – che lui giudicò molto casalinghi – che le mettevano in evidenze le ginocchia. Ariel non si era mai accorto che Miriam avesse le ginocchia così grandi perché lei era sempre stata abile a camuffare ciò che essa doveva certamente ritenere un suo brutto difetto fisico.

A un certo punto furono davvero a pochi centimetri… Ma mentre Ariel aveva naturalmente sorriso cercandole gli occhi, si rese amaramente conto che lei aveva ulteriormente abbassato lo sguardo. Così Ariel capì che Miriam gli aveva riservato il destino delle persone sgradite: fingere di non riconoscerle. Questo lo immalinconì molto perché pensava che un tempo erano stati assai vicini e, bene o male, non meritava d’esser trattato a quel modo, freddo, quasi da scocciatore. Certo, sapeva pure che delle volte questo atteggiamento era messo in pratica per viltà, più che per altro, ma allo stesso modo si sentiva deluso dalla situazione e dal suo atteggiamento.

Una volta che Miriam lo sorpassò, ad Ariel venne spontaneo di girarsi a guardarla. Lì fu quasi tentato di gridarle qualcosa dietro, del tipo: sei sempre la solita! Hai una notevole faccia tosta a fingere di non riconoscermi! Ti confermi la persona più ipocrita che conosco!

Ma poi non lo fece. La vide sfilar via come davvero fosse stata una sconosciuta di nessuna importanza. Di nessuna rilevanza. D’altronde quello era il ruolo che Miriam aveva scelto di impersonare quasi sempre nella sua vita.

Stronza fino alla fine

Quando conobbi Richard

Il giorno prima io e Miriam avemmo quella discussione tribolata. Al solito non la vedevamo affatto alla stessa maniera. Ma non solo. In quell’occasione espressi in libertà esattamente quel che pensavo, senza filtri; e certo dovetti finire per sembrarle esagerato. Esaltato. Potenzialmente pericoloso. Eh, sì. So di cosa poteva esser capace quella testolina paranoica quando si azionava, in particolare quando c’ero di mezzo io. Perché una cosa ormai era certa: lei non si fidava di me.

Così, l’indomani a metà mattinata, Miriam – durante la pausa caffè – annunziò ai presenti – ovvero un paio di altre colleghe più me e Belosh, la tal cosa mi fece distintamente percepire che fin dal principio quell’annuncio fosse stato impacchettato appositamente per me – che Richard sarebbe probabilmente giunto in sede durante la pausa pranzo per farle una visitina. Poi si rivolse direttamente a me dicendomi: tu ancora non l’hai mai visto; così lo conoscerai.

Il suo tono era oltremodo amichevole. Non vi si poteva rintracciare nulla di vagamente carico di doppisensi. Meno che mai ansia. O minacce. Né allusioni. Niente. Ma conoscevo le sue doti d’attrice da Oscar e pensai subito quella cosa, di cui fui assolutamente certo…

Ebbi come la nitida visione di quel che doveva esser accaduto la sera innanzi. Miriam, ancora colpita dalle mie parole di appena poche ore prima, per lei troppo oltranziste, tornata a casa aveva deciso di confidarsi col suo smanceroso fidanzato. Chi meglio di lui poteva proteggerla dai mali potenziali del mondo? Allora doveva aver sciorinato tutta quella serie di dubbi paranoici che io le davo sempre – invero non solo io, ma lei e il suo tonto lacchè almeno per quella volta avrebbero deciso di non considerare quell’evidenza. Potevo facilmente immaginarla mentre, con tono allarmato e sostenuto, si prendeva il proscenio recitando la parte della ragazza che ha paura che un uomo le abbia appena fornito il suo letale biglietto da visita tramite il quale prima o poi le presenterà il conto… mettendola a serio repentaglio.

Allora, quell’allocco del suo ragazzo, anche lui paranoico perso, il quale sicuramente sarebbe stato sempre dalla sua parte a meno che sull’altra sponda non ci fosse stato lui, aveva imboccato con tutte le scarpe avallando in pieno quelle sue paventate illazioni. Dunque doveva quindi averle detto: lo voglio conoscere!, voglio vederlo in faccia questo tipo!, può sempre esser utile una tal cosa; voglio vedere coi miei occhi se può essere un tipo realmente pericoloso o no, che io i delinquenti veri li sgamo subito col lanternino!

Dunque Miriam stabilisce che il giorno dopo, per la prima volta in vita sua, mi avrebbe presentato Richard, eventualità che prima non si era mai lontanamente concretata o ipotizzata. Già, perché adesso che aveva affermato quelle scempiaggini il suo ragazzo era scattato. E voleva vedermi negli occhi per stabilire, dall’alto del suo insindacabile giudizio, se ero o no quel pericoloso soggetto che Miriam temeva tanto fossi.

La notizia del suo arrivo ammetto che mi turbò un poco. Chissà com’è Richard, pensai. Non conoscevo la sua immagine, però conoscevo un po’ i gusti di Miriam in materia di uomini – e per la cronaca, il confronto, da quel punto di vista, non lo temevo affatto.

Una volta avevo udito la sua voce, nel corso di una chiamata effettuata da Miriam a viva voce per far sapere all’ufficio anche lì quanto lei fosse vittima di lui – lei faceva sempre quella parte, anche se cambiava di continuo la controparte. Però non conoscevo molto altro di lui. In particolare non sapevo… Ecco, forse posso ammettere che temevo eventualmente la sua lingua. Cioè, quello aveva avuto tutto il tempo di elaborare una strategia per provocarmi. Magari, appena ci fossimo presentati, se ne sarebbe uscito subito con qualche affermazione urticante che poteva rifarsi alle mie parole del giorno prima. In tal caso sarei riuscito a mantenere la calma e rimetterlo a posto come meritava? Di certo aveva il vantaggio della prima mossa, e di conoscere già la mia opinione su alcune questioni, mentre io potevo solo vagheggiare che lui la pensasse stoltamente come Miriam, ma molto vagamente, non avevo ben precise le sfumature e gli angoli delle sue fissazioni.

In ogni caso ero certo di una cosa. Veniva sopratutto per marcare il territorio. La sua venuta era come pisciare metaforicamente su Miriam per farmi sapere che gli apparteneva e dovevo girarle attorno. Che dovevo lasciarla stare. Che in ogni caso lui le era subito dietro le spalle, anche se io non lo vedevo mai. Quindi non dovevo dimenticarmi della sua presenza. Dovevo darmi una calmata e non prenderla più di petto. Non la dovevo più né contraddire né sbugiardare con la veemenza che avevo usato il giorno prima.

Dopo le tredici, quando già era scattata in azienda la pausa pranzo e infatti io stavo immancabilmente consumando il mio panino farcito, seduto dignitosamente alla mia scrivania, avendolo già addentato per metà… entrò Richard nella stanza. Era alto più o meno quanto me, forse un filo di meno. Aveva l’atteggiamento calmo, pacato, quieto-riflessivo, di uno che si trovava in trasferta e dunque doveva muoversi con accortezza mantenendo un profilo basso. In un lampo seppi che non mi avrebbe provocato.

Entrando salutò tutti genericamente con un formale buongiorno, con un tono di voce sommesso ma non troppo. Tutti lo salutarono, anche io. Miriam ci presentò immediatamente. Lui è Ariel, gli disse, un collega che non avevi mai visto. Così ci stringemmo la mano – nessuno dei due strinse troppo forte o debolmente la mano dell’altro. Mi venne anche di sfoderare un sorriso molto amichevole, ma senza mostrare i denti.

Il nostro incontro durò pochissimi secondi. Certo forse rimase sconvolto nell’apprendere che quel collega oltranzista potenziale terrorista anarchico avesse la scrivania proprio di fronte alla sua Miriam – ma in realtà non era proprio così, quel giorno mi ero dovuto sistemare su quel computer per svolgere delle attività –, in maniera che avremmo potuto guardarci negli occhi per tutto il tempo qualora avessimo voluto farlo. Per il resto non aveva motivo di fare o dire nulla, così uscì con lei per andare a mangiare qualcosa chissà dove.

Adesso gli altri colleghi presenti sembrarono tutti ridere sotto i baffi consapevoli che quel giorno era avvenuto uno strano incontro epocale, perfettamente informati del motivo reale che lo aveva scatenato.

Quando tornai alla mia postazione usuale, la prima cosa che mi disse Belosh, con quel suo sorriso da orso, fu: allora hai conosciuto Richard, eh? E non aggiunse altro, come mordendosi le labbra per non rivelare che sapeva qualcosa che gli era stato detto di non rifermi per nessun motivo al mondo. Qualcosa che lo divertiva e lo metteva di buonumore. Perché, uno come lui, che mi aveva molto in stima, non poteva credere che quella voce fosse vera: che mi fossi invaghito di Miriam. Una stronzetta del genere.

Miriam

Riesumazioni: Rapporto di coppia

Una volta una mia amica disse una frase che mi rimase molto impressa: “il rapporto di coppia è un continuo compromesso”. Nel senso che per stare con una persona bisogna per forza scendere a patti. In un certo senso è vero.

Non sono affatto certo che chi ci fa tanto star bene e poi tanto dolere sia in fondo la persona giusta. Anzi, in genere non è così. Insomma il rapporto Ariel-Miriam è un’eccezione che conferma la regola. Nella realtà è molto arduo che un fortissimo rapporto d’amore e d’odio possa trasformarsi in solo amore.

E se non è solo amore, è sbagliato.

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La stella di natale

Dato che condividevamo, in quel periodo, seppur parzialmente, un progetto di lavoro a cui partecipavamo entrambi, Miriam non mi ricusava più su tutta la linea e, come lei soleva fare, intratteneva con me rapporti intermittenti, freddi, che però potessero lasciarmi intendere che sotto sotto potesse ritenermi in fondo suo amico.

Così avevamo preso l’abitudine di arrivare presto al mattino, quando l’ufficio era ancora deserto, prenderci un caffè insieme e parlottare non solo di lavoro. In realtà quei momenti per me erano molto preziosi, rappresentavano la parte più bella della giornata perché talvolta lei non riusciva più a tenere su quel muro che ci divideva; insospettabilmente, lo abbassava di schianto rivelandomi la sua vera faccia, la quale non poteva che toccarmi l’anima dal profondo.

Comunque quel giorno non era stata così cristallina nei miei confronti, le rigirava nuovamente male – e non era colpa mia perché io, al solito, non le avevo fatto nulla di male. E mi cominciavo decisamente a stancare di tutti i saliscendi che lei imponeva al nostro rapporto. Avrei tanto voluto dirle: basta, Miriam! O mi tratti da amico oppure no! Ma non le due cose alternate, non entrambe! Non ne posso più delle tue intemperanze! Anche io ho dei sentimenti, sai, anche se evidentemente tu non intendi tenerlo minimamente presente…

La accompagnai nella sua stanza seppur non avrei dovuto. Non c’era nessuno. Lei si chiese che diavolo ci facessi lì, me ne accorsi.

Perché non l’avevo lasciata? Già, perché? Io stesso non lo sapevo. Probabilmente volevo che lei in qualche maniera forzasse la nostra situazione, cioè volevo che mi odiasse o amasse apertamente…

Nella sua stanza era comparsa una stella di natale che il giorno prima non c’era. Miriam se ne accorse subito. Guardò la stella, poi me, con aria interrogativa. Poi si dedicò alla piantina carezzandole le foglie come stesse pettinando i capelli a una bambinetta piccola.

«Ce l’hai messa tu, Ariel?», mi disse sospettosamente dandomi le spalle.

«No», risposi, «Altrimenti ti avrei avvertita, no?»

«Eh, non è mica così scontato… Qui ogni tanto compare o scompare una pianta. Delle volte è Helen che ne porta una, ma altre volte no. Praticamente usano la mia stanza come rifugio di stoccaggio o recupero per casi disperati. Sei mesi fa mi avevano portato un piccolo cactus, o comunque una piantina grassa. Era ridotta malissimo. Non sono riuscita a salvarla…»

«Ehm…», dissi io che ora apparivo impacciato. «Sai, mi sono ricordato che… Insomma quella volta del cactus sono stato io a portatelo… Belosh mi aveva detto che avevi il pollice verde, per cui… Mi ha consigliato lui di metterti la pianta lì. Tanto non sapevo più che fare con quella… Me l’aveva messa qualcuno della direzione in stanza – forse per comunicarmi quanto gli stavo “simpatico” –, e io, da vero idiota ignorante, le ho subito dato dell’acqua…»

«Era troppa!»

«Eh… Me ne sono accorto dopo…»

«L’hai uccisa quella piantina… Non sono riuscita a recuperarla. Ormai era troppo tardi. Ho provato anche a drenare l’acqua, ma niente…», mi disse per farmi sentire in colpa pensando che ero stato uno stronzo.

Mi sentii effettivamente in colpa. Ripensai a quell’episodio rammentandomi che non le avessi detto niente. Ma a mia discolpa potevo portare il fatto che lei in quel periodo proprio non volesse avere nulla a che fare con me. Comunque adesso c’era la stella di natale.

«Come è strana questa pianta, eh? Fa le foglie di questo bel rosso…», disse Miriam.

«In realtà non avrebbe le foglie rosse. Conosci la sua origine?»

«No… Che vuol dire che “non avrebbe le foglie rosse”?»

«Vedi, in realtà, tanto per cominciare, si tratta di una pianta che non ha nulla da spartire con l’inverno. Difatti viene da luoghi molto caldi, tropicali. E le sue foglie in origine non sono affatto rosse, come le vendono, bensì banalmente verdi come tante altre…»

«E come fanno a farle diventare rosse? Le dipingono?!», chiese Miriam istintivamente propensa a credere che la stessi menando per il naso.

«Se lasci questa pianta all’oscurità per diverso tempo… le sue foglie diventano rosse.»

«Mi sembra strano…», disse Miriam sempre più orientata a non fidarsi di me.

Per l’ennesima volta le era scattato quel certo sentimento paranoico e malfido nei miei confronti, e allora volli punirla.

«Perché ti sorprende tanto? Anche tu, se ti stringono le mani alla gola abbastanza a lungo, cambi colore e diventi viola…»

Ecco là. Ma come mi era uscito quel commento caustico così poco elegante? Eppure l’avevo detto, e non sembravo per nulla pentito.

«Non mi piace proprio questa cosa che hai detto… Per niente…», disse la povera Miriam andandosi a sedere al proprio posto, desiderando comunicarmi che non voleva più parlare con me poiché si riteneva mortalmente ferita nel suo orgoglio di ragazza sensibile.

Compresi che l’avevo fatta grossa. Ma dovevo pur comunicarle in qualche maniera la mia contrarietà rispetto al fatto che fossi stufo di dovermi sempre scontrare con quell’accentuata scarsa fiducia che lei riponeva in me. Così, dissi quella cosa per punirla, ma lei certo la interpretò come l’ennesima riprova che io, sotto sotto, fossi quel bastardo patentato che lei sospettava tanto da quel dì.

Abbandonai la stanza affranto: l’averla ferita non mi portava niente.

Quel giorno non ci vedemmo più. Entrambi cercammo di non capitare davanti al distributore automatico allo stesso orario. Ci riuscimmo. Lei non fece pause; si fece portare solo un caffè da Helen. Io mi recai al distributore, sì, ma negli orari in cui ritenevo che non l’avrei incontrata.

E dal giorno dopo lei non si fece più rinvenire sul presto in azienda, sola con me.

miriam

Scapigliatura

Era l’ultimo dell’anno e in ufficio si lavorava alacremente per via di un’importante attività che il boss aveva brillantemente avuto l’idea di consegnare proprio in quella data. Era stata una settimana intensa e caotica e tutti avevano fatto la loro parte. Sembrava che il più fosse stato fatto. Si vociferava che il boss, compiendo un gesto di grande magnanimità nei riguardi dei suoi inferiori, avrebbe concesso l’autorizzazione per una festicciola a sorpresa due ore prima di pranzo, ma solo dopo aver vagliato per l’ultima volta i prospetti con i sunti di ciò che era stato così faticosamente prodotto.

Ariel, lungimirante come pochi, che odiava quelle festicciole ipocrite in cui tutti avrebbero fatto finta di andare d’amore e d’accordo, si era preso da tempo delle ore di permesso, così se la sarebbe squagliata fingendo un impegno inderogabile. Già si immaginava stringere qualche mano, fare l’occhiolino a Belosh, che sarebbe stato il solo al corrente del suo escamotage, e dire con aria di affettato dispiacere: ah, mi dispiace tanto ma anche quest’anno salto la festa di fine anno, che iattura, pazienza, mi rifarò al prossimo… Solo che lui non ci sarebbe stato neanche a quella. Difatti era da tempo che gli frullava nella testa l’idea di abbandonare quell’azienda che odiava, in cui odiava in particolare l’insopportabile boss despota, anche se il motivo principale della sua fuga – perché era una fuga, quella – in realtà era che non voleva più pensare a Miriam, anche se non se lo sarebbe mai ammesso troppo volentieri.

Quella mattina Ariel entrò nei corridoi dell’ufficio al solito più presto degli altri colleghi. Al distributore incontrò l’unica persona che quel giorno lo aveva preceduto. Si trattava di Miriam, che sicuramente era giunta prima poiché terrorizzata che in quel che doveva consegnare avesse potuto esserci qualcosa di sbagliato. Aveva una faccia sbattuta, stanca, un’espressione da bimba traumatizzata che fece subito molta pena ad Ariel. Non c’era nulla da fare: quando la vedeva in quelle condizioni, una gran tenerezza tornava ad affiorargli nel cuore e ogni loro dissidio era momentaneamente superato. In quei momenti Ariel avrebbe voluto solo renderla nuovamente serena, anche se poi, ciò avrebbe implicato che lei sarebbe tornata a fare la stronzetta con lui, macchiandosi di quelle colpe talmente grandi che lui non gliele poteva perdonare, anche se avrebbe tanto voluto farlo.

Miriam lo vide in fondo che si avvicinava. Sbatté gli occhi. Pensò: oddio, non lui, non ora, non ora che sono senza difese… se mi dice una di quelle sue battute che lui crede tanto salaci, di quelle che mi fanno tanto male anche se non glielo lascio mai vedere, sento che stavolta mi metterò subito a piangere…

Dunque, con fare sbrigativo, raccolse il bicchierino con il caffè caldo da sotto l’erogatore e se lo portò subito nella sua stanza.

Ariel però la seguì e quando lei si sedette alla scrivania, se lo vide entrare come uno spaventapasseri ancora avvolto nel suo pregiato cappotto blu. E allora pensò: oddio, ma cosa vuole da me?! ti prego, Dio!, fa che se ne vada subito, ti prego!

Ariel però sembrava non fosse interessato a lei. Si diresse infatti alla scrivania di Helen, si chinò, aprì un cassetto e ne estrasse qualcosa. Miriam non si stupì perché quel cassetto era una zona franca dove tutti lasciavano cose per altri scambiandosele.

Poi però Ariel non se ne andò neppure allora e puntò dritto su di lei, la quale sentì la sua presenza notevole ridurre sempre più la distanza che li separava. Una strana paura si impossessò di lei. Lui e lei, soli nell’ufficio, lui che le si avvicinava senza dire una parola. Miriam provò dei brividi di eccitazione che sorpresero anche lei…

Ariel si arrestò a un metro da lei, e lei ancora non aveva il coraggio di voltarsi verso lui. Le posò davanti uno specchietto per il viso, che lei aveva visto usare tante volte da Helen, e le disse con un sorrisetto sulla faccia:

«Hai i capelli dritti stamattina, Miriam…»

E anche se lei, dopo quel commento, avrebbe potuto indisporsi parecchio, in qualche modo comprese che lui non aveva voluto essere offensivo e le stava facendo un favore avvertendola di quella cosa.

Così Miriam si gettò subito riconoscente sullo specchietto controllando la situazione. Effettivamente sembrava una matta, con quel ciuffo alto sulla testa che faceva sembrare che si fosse appena svegliata. Pensò a cosa sarebbe accaduto se si fosse presentata davanti al boss in quello stato, pensò alla figura che avrebbe fatto…

«Ah… Stamattina ho dimenticato proprio di pettinarmi… Non mi sono neppure guardata allo specchio… Avevo solo il pensiero fisso di giungere qui al più presto, per via della verifica che si terrà tra un’ora e mezza…»

Con una mano provava a sistemarsi il ciuffo ribelle, ma c’era poco da fare, ormai aveva preso quella piega, e lei non aveva neppure con sé la borsetta con il pettinino… Avrebbe dovuto attendere l’arrivo di qualche altra collega per provare a pettinarsi per bene.

«Lo so, Miriam, che per te è stata una settimana impegnativa. Tuttavia, vedrai che andrà tutto per il meglio. Scommetto che qualcuno ha già ordinato le bottiglie per il brindisi di fine anno…», le disse lui volendola acquietare.

«Vorrei tanto avere il tuo ottimismo, Ariel… Lo so che probabilmente mi preoccupo troppo e tutto si risolverò per il meglio… ma finché il boss non mi libera da questa schiavitù non mi posso rilassare… Mi sono proprio consumata questa settimana… Spero che finisca al più presto! Voglio andare a casa e non fare niente per tutto il weekend! Solo televisione e buon cibo. Anzi, facciamo anche solo cibo, pure spazzatura va bene…», gli disse lei.

Miriam gli restituì lo specchietto.

«Grazie. Ma non è servito a molto. Pazienza, tutti rideranno di me alla riunione, almeno capiranno che ho perso il sonno per colpa del lavoro e non mi scorticheranno viva…», disse ancora lei.

«Miriam se vuoi… ti potrei aiutare io a dare un’occhiata a quello che hai combinato… Oggi non ho cose urgenti a cui lavorare e se tu volessi…», le propose Ariel che davvero avrebbe fatto di tutto per aiutarla.

Ma lei troncò di netto la sua gentile proposta mentre si era già aperta davanti il foglio elettronico a cui avrebbe lavorato.

«No, no, grazie Ariel, ma queste sono cose che non sai, che ci impiegherei un mucchio di tempo a spiegarti, e mi esaurirei anche nel farlo… Per cui, no, grazie di avermelo proposto… ma è destino che debba morire sola e abbandonata da tutti… È il mio triste destino!», gli disse con la faccetta da bambina che soffriva. Quella faccina che pur essendo artefatta Ariel trovava irresistibile.

Così ad Ariel non restò che riporre lo specchietto nel cassetto della scrivania di Helen e andarsene nella propria stanza.

Alle nove e trenta gli capitò di alzarsi per recarsi presso un’altra stanza. Allora nei corridoi intravide Miriam uscire dal bagno proprio allora. Notò che si era appiattita il ciuffo con l’acqua. Ne sorrise.

Dunque rientrò nella propria stanza e scrisse quell’email a cui aveva pensato da tempo…

Poi prese un’ulteriore ora di permesso, che gli accordarono senza fare storie – perché si era già sparsa la notizia ufficiosa che la consegna sarebbe andata in porto –, e se ne andò immediatamente dall’ufficio salutando come si doveva solo il grande amico Belosh, non dicendo a nessuno che se ne stava proprio andando e non sarebbe tornato se non nell’anno nuovo.

Poco dopo Miriam si accorse che gli era giunta un’email di Ariel. Che cosa vorrà mai dirmi, pensò incuriosita. La aprì. C’era scritto:

Mi è venuta in mente questa cosa, Miriam…

Sbirciando il tuo foglio di lavoro, credo di aver visto che tu ti sia impegnata molto a scrivere una formula che voglia simulare una data funzione che invece esiste già ed è incorporata nel foglio di lavoro. Vedi tu se inserire questa funzione che ti suggerisco di usare io la quale ti faciliterebbe di molto la vita… Per inserirla è necessario…

Miriam esaminò la funzione attentamente. Era proprio la cosa di cui aveva avuto bisogno! Ah, ad averlo saputo prima! Dato che era facile inserirla nel foglio di lavoro, lo fece subito senza impacci e si accorse che adesso era tutto molto più leggibile. Fu così presa che dimenticò di rispondere ad Ariel che aveva molto gradito il suggerimento.

Alle undici ormai si era sparsa la notizia che era andato tutto bene e quindi si poteva festeggiare nella grande sala riunioni una fine dell’anno anticipata coi colleghi di lavoro. Miriam adesso era rilassata e rideva e scherzava con Helen. A un certo punto le due decisero che fosse il caso di andare a raggiungere il fulcro della festa… Allora stavano per andare quando a Miriam giunse un’altra email. Le venne un colpo. Tante volte email mandate all’ultimo momento le avevano rovinato la giornata… Tuttavia, quando vide che era ancora di Ariel, si acquietò perché non era da lui gettare le persone nella disperazione lavorativa all’ultimo secondo come invece facevano altri colleghi molto stronzi, di quello doveva dargliene atto.

Aprì l’email. C’era scritto semplicemente:

PS: Ah, dimenticavo. Auguri, Miriam.

Miriam non capì bene il significato di quell’email. Okay, le faceva gli auguri, ma a cosa serviva? Tanto lo avrebbe rivisto tra poco nella grande sala dove si festeggiava… Ariel è sempre così contorto, pensò lei non propensa a spaccarsi la testa su di lui proprio quel giorno.

Sennonché, una volta giunta nella sala dove si celebrava la festa, non lo trovò. Chiese allora di lui, fingendo indifferenza, a Belosh, il quale le disse (ammiccando anche parecchio) che Ariel se n’era andato in anticipo, un’ora fa, per via di una questione improcrastinabile. Lei sospettò che forse c’entrasse una ragazza; tuttavia poi ne dedusse semplicemente che Ariel se n’era andato prima solo per evitare quei festeggiamenti, che certo a lui dovevano dare il voltastomaco.

Le venne però un dubbio, e allora si rivolse ancora una volta a Belosh.

«Senti… Però è successa una cosa strana che non mi so spiegare, Belosh…»

«Cosa?»

«Mi è giunta un’email di Ariel…»

«Beh, che c’è di strano?»

«Ma me l’ha spedita dall’ufficio alle 11 in punto! Quando tu mi hai detto che se n’era già andato!»

Belosh sorrise.

«Ah, in realtà ci potrebbero essere molte spiegazioni a questo strano fenomeno, Miriam. Ma io credo di sapere la verità…», le disse misteriosamente. Poi proseguì.

«Sai che Ariel… Insomma, si diverte a fare delle cose che normalmente le persone normali non fanno…»

Miriam annuì decisa.

«Beh, sono sicuro che abbia pianificato di spedirti quella email, in automatico, quando lui non ci sarebbe più stato. Sì, sono sicuro che sia andata così», le disse felice.

E Miriam rimase come interdetta. E si chiese perché Ariel lo avesse fatto.

«Per curiosità», disse ancora Belosh interrompendo lo stupore di cui era vittima Miriam, indovinando già parte della verità, «mi diresti che cosa c’era scritto in quell’email? Qualcosa di particolare?»

Miriam rispose come in trance.

«No. Mi ha solo fatto gli auguri…»

«Ah, okay», disse Belosh che sembrava la sapesse lunga. «Così, Ariel, prima di andarsene, ha fatto gli auguri solo a me e a te in tutto l’ufficio, lo sai Miriam?», le disse bevendo un bel sorso di aranciata.

Miriam si sentì profondamente colpita. E da quel momento rimase intontita. E quel fine anno, si sorprese a pensare ad Ariel anche quando non se lo aspettava, quando festeggiò le feste in famiglia, con i parenti, gli amici e con Richard.

Così, il due gennaio, si decise a mandare un sms ad Ariel in cui gli diceva:

Auguri, Ariel. E grazie.

Miriam

Miriam

Cipolline

Miriam era a dieta. Eppure non esisteva un filo di grasso sul suo bel corpicino magro. Nondimeno era convinta di possedere un sedere troppo “spazioso”. Per questo, ossessionata dalla linea, faceva sempre molta attenzione a ciò che ingollava. Era vero che talvolta si lasciasse andare agli eccessi, però questi erano sempre estremamente calibrati.
Così mi toccava di vederla a pranzo mentre mangiucchiava quelle sue cosette con due calorie e basta, e poi mi arrivava l’eco che era svenuta perché aveva la pressione bassa. Non aveva compreso che tra le due cose ci fosse una correlazione?! Sì, Miriam lo sapeva bene, perché in fondo era molto intelligente – non lo era invece quasi mai quando si trattava d’esser indulgente verso me, e chissà perché doveva sempre fraintendere o malignare un mio atteggiamento che la investisse in maniera diretta o indiretta… – però essa preferiva ignorare l’evidenza. Cioè, pur di non rischiare d’ingrassare neppure d’un milligrammo… era disposta a venir meno, convinta che tanto non sarebbe morta! Insensatezze di una ragazza viziata abituata ad averla sempre vinta! Ah, se avessi conosciuto i suoi genitori gliela avrei cantata bella!
Avevo provato a spaventarla su quell’aspetto. Allora le avevo raccontato di quella donna che, per fare i digiuni, aveva finito per cadere proprio sui binari della metropolitana – che prendeva anche Miriam. Ma lei niente. E anzi, il giorno dopo, per ripicca, aveva proprio digiunato completamente. Che indicibile stronza!
Una volta la vidi che si era portata un’intera bustina di plastica di piccole carote crude già lavate – chissà, doveva aver letto da qualche parte che non facevano ingrassare e se ne potevano dunque mangiare a bizzeffe, e inoltre saziavano assai. Così, quando le veniva voglia di sgranocchiare, se ne pappava una quasi di nascosto anche durante l’orario di lavoro. L’avevo presa un po’ in giro dicendole che ne avrebbe dovute mangiare di carote per crescere un po’ – di testa, intendevo –; il giorno dopo le carote erano sparite, e da allora non gliele vidi più.
Successivamente si fissò con l’insalatina. Delle volte se la portava scondita ma perlomeno aveva il buonsenso di condirla in ufficio. Più spesso invece ne comprava di già condita al supermercato, non rendendosi conto dell’assurdità del gesto che compieva per risparmiarsi il modesto fastidio di lavarsela e portarsela da casa. Per prima cosa, le facevano pagare quelle poche foglie condite come si fosse trattato di un’intera pianta di lattuga. Poi ciò incentivava anche la produzione di rifiuti plastici, perché gliela mettevano proprio in una di quelle superflue scatolette di plastica. Infine comperare qualcosa di già pronto è come fidarsi alla cieca di quello che ci mettono dentro. Cioè, a lei chi glielo diceva che l’insalata era lavata bene e che ci avessero messo un olio perlomeno di discreta qualità ed extravergine – perché l’olio, lo sanno tutti, deve essere extravergine, sennò fa male, oltre a essere troppo grasso –?
Si scottò con questa sua insensatezza una prima volta. Dentro quelle due foglie condite ci trovò un giorno una lumaca ancora viva. Facile intuire che una tipa schizzinosa come lei quasi vomitò per lo schifo. Allora buttò l’intero contenuto della scatoletta di plastica nel cestino – mentre io pensai alla povera lumaca che, fosse toccata in sorte a me, avrei liberato in natura al parchetto sotto l’ufficio. Così Miriam finì per saltare il pasto.
Poi ci fu la volta in cui si accorse che nell’insalata ci avevano messo anche la cipolletta fresca. A Miriam piaceva e la mangiò – anche perché sarebbe stato troppo complicato per lei stare lì a scostarne ogni volta un pezzetto, anche perché andava di fretta e dopo doveva tornare a lavorare alla svelta. Tuttavia dopo si fece venire una della sue paranoie da ragazzina stupidina. E allora, per cancellare il sapore – anzi l’odore – della cipolla dalla sua bocca, non fece che masticare gomme americane profumate una dietro l’altra.
Io la vedevo che masticava, masticava come una capra ruminante e non si fermava mai, andando avanti per ore: masticava ostinatamente cercando di arrivare a ogni piccolo interstizio tra un dente e l’altro. Ciò mi fece riflettere per la milionesima volta circa quanto potesse essere ottusa e superficiale la mia Miriam.
Allora le dissi, per rincuorarla e farla smettere: non ho mai sentito provenire alcun cattivo odore da te – a parte quando fumi, s’intende –; inoltre sono sicuro che quel po’ di cipolla che hai mangiato, a quest’ora, sarà stata del tutto cancellata da tutte quelle gomme che hai ciancicato per tutto questo tempo: dunque smettila, Miriam!
Ma lei continuò indefessa a ciancicare picchiando duro sui molari, come non mi avesse sentito. E io mi chiesi ancora una volta come era stato possibile che mi fossi innamorato di una simile stronzetta cretina come lei…

miriam

Aria condizionata

Ariel entrò deciso nella stanza di Miriam. Non fu necessario bussare dato che la porta era aperta. Certo, se in quel periodo fossero stati in rapporti migliori, lo avrebbe fatto ugualmente, anche con la porta aperta, ma purtroppo era proprio uno di quei periodi, sempre più frequenti, in cui Miriam non gli parlava, lo odiava a profusione senza un motivo che Ariel riuscisse a comprendere.
Avrebbe potuto salutarla lo stesso, è vero, ma, dato che, durante le pause, lei non lo salutava quando lo incontrava in corridoio, decise di rimanere muto, e ovviamente Miriam non aprì bocca, e anzi si comportò proprio come non fosse mai entrato. Neppure guardò nella sua direzione pur essendosi indubbiamente accorta di lui.
Ariel si sedette al computer della collega che divideva la stanza con Miriam, Helen, che era una donna sui cinquanta con una selva di capelli ricci tinti di biondo, sempre molto profumata, anche se il profumo che si versava addosso a secchiate non riusciva, come pensava lei, a cancellare l’appestante puzzo delle sigarette che ella si concedeva con dovizia di approvazione. Anzi, quel profumo si mescolava mortalmente con le sostanze tossiche delle sigarette finendo per sprigionare un odore asfissiante che, se pure non era “cattivo”, però mozzava il fiato. Perlomeno a un non fumatore come Ariel. Mentre a Miriam, che amava spippettare di nascosto, anche se ufficialmente aveva detto a tutto l’ufficio che aveva smesso da quel dì, non dava affatto fastidio, segno inoppugnabile, quello, che non era mai diventata una non fumatrice per davvero, al contrario di quanto affermava nei dintorni per fare la parte della ragazza assennata che si evolveva!
Helen era spesso assente. Difatti poteva usufruire di alcuni permessi per via della malattia di un parente prossimo i quali sfruttava alacremente anche quando non ve n’era una vera necessità. Non era un caso se Ariel aveva deciso di sistemare quella faccenda proprio allora e non quando Helen fosse stata presente, così non avrebbe avuto l’incomodo di trattenere il respiro dovendo stare vicino a quella chiavica profumata che era Helen.
Ariel cominciò a smanettare. Batteva veloce sui tasti sperando di terminare a breve, entro una mezz’oretta, così da lasciarsi alle spalle al più presto quella riottosa ragazza che corrispondeva al nome di Miriam. Sennonché si accorse immediatamente che in quella stanza faceva troppo caldo. Il condizionatore dell’aria era spento. Dunque pensò che se non voleva schiumare gli toccava di capire perché Miriam non lo avesse acceso.
«Non funziona il condizionatore?», gettò là vagamente la domanda, mentre Miriam ormai non se lo sarebbe più aspettato.
Ora, Miriam spesso lasciava bellamente cadere gli argomenti di conversazione con lui quando era nel periodo da “mestruazioni arialiche”… Ma dato che Ariel aveva toccato una questione che la investiva direttamente, che lei auspicava un giorno si sarebbe risolta lietamente, colse subito la palla al balzo per rispondergli.
«A saperlo, se funziona!»
Più di questo non riuscì a dirgli, altrimenti lo avrebbe lusingato troppo. A ogni modo gli fece capire che quella condizione di calore estremo e sudorazione esacerbata a cui si andava incontro nella sua stanzetta d’ufficio non dipendeva affatto da lei, e comunque lei non era d’accordo che sussistesse.
«Forse è il caso di provare ad accenderlo, visto il caldo atroce di questo periodo, non trovi Miriam?»
Miriam gli fece il gran favore di guardare nella sua direzione, sbattere gli occhi una volta in segno di approvazione, e inclinare la testa verso destra in segno di stanchezza e possibile sollievo ormai prossimo: magari fosse successo!
Ariel si alzò in piedi. Cominciò a voltare lo sguardo in ogni angolo della stanza. Miriam intuì cosa cercasse, ma lo lasciò fare perché non voleva rendergli le cose troppo facili, neppure se lui si stava apprestando a farle un grosso favore. Con lo sguardo ispezionò anche la scrivania di Miriam, e lei se ne accorse, e si sentì come se un porco le avesse sbirciato un po’ nel vestitino estivo, più leggero possibile visto le condizioni da schiava negra raccoglitrice di pomodori sotto il sole d’agosto in cui la facevano lavorare. Lei sapeva che a un certo punto gli occhi di Ariel si sarebbero arrestati sui suoi. E lì li attese quando quello puntualmente avvenne.
«…Dove avete il telecomando?», chiese Ariel andando diritto al punto. Difatti senza il telecomando era impossibile azionare quegli affari dell’aria fredda.
«E chi lo sa!», disse Miriam cominciando a fare la vittima, «Qui non s’è mai visto nessun telecomando! Non credo ci sia mai stato. Almeno da quando occupo questa stanza. Se lo sarà mangiato Helen. O forse se lo sarà nascosto nei capelli…»
Ariel sorrise. Quella stronzetta quando voleva sapeva come suscitare il suo spirito ironico.
«Vado a prendere il mio…», si involò nella sua stanza non troppo distante da quella di Miriam e tornò superpresto con un bel telecomando fiammeggiante che sembrava nuovo di zecca.
«Okay. Adesso vediamo se funziona…», disse, ed era già lì che si interessava alle figure sui tasti per ricordarsi come andava comandato, davanti al condizionatore e a fianco di Miriam, la quale timidamente si era alzata in piedi anche lei sperando che lui la facesse partecipe della condivisione di quella conoscenza. E difatti, quando Ariel capì che lei era interessata, l’avvicinò maggiormente, le fu accanto accanto e, mentre le faceva vedere le iconcine sui tasti, le disse:
«Poi, se vuoi, lo puoi tenere. Tanto a me e Belosh non serve. Noi ci siamo comprati a nostre spese un ventilatore che cambia l’aria che respiriamo senza cagionarci colpi della strega, torcicolli o malanni vari. Per fortuna Belosh è una persona molto pragmatica e di buonsenso – come me. Sono stato fortunato a capitare con lui in stanza. Sennò…»
Ma a Miriam non interessavano quelle disquisizioni filosofiche circa l’irrequietezza che si creava sempre fra colleghi molto diversi tra loro che dovevano forzosamente condividere uno spazio comune.
«Funziona?!», gli disse per darci un taglio e istradarlo laddove lei voleva.
«Vediamo…», disse Ariel e premette il tastino dell’accensione al quale seguì un piccolissimo “beep!”, e il ventilatore, come per magia, cominciò a ventilare la stanza.
«Wow!», disse Miriam estasiata che, abituata a dover patire quella situazione, si sentiva finalmente una dipendente di serie A come gli altri. E per lei quello sarebbe bastato. Tuttavia Ariel sentiva che fosse il caso di spiegarle almeno i concetti base del marchingegno.
«Guarda, Miriam… Questo tasto serve per accendere o spegnere, e fino a qui ci siamo… Quest’altro è per fare il freddo, oltre che ventilare… Vedi il segnale di neve?… Poi un’ultima cosa indispensabile che devi sapere è questa… Con questo tasto si dice al ventilatore come e se fermarsi in una posizione. Per esempio, se lo blocchi qui, lui adesso è posizionato tutto giù, vedi? Il che vuol dire che l’aria la fa circolare ma non ce l’hai diretta, il che presenta sia pro che contro… Mentre io ti consiglio di metterlo che continua sempre a ruotare. Così non ti prende un colpo ma neppure patisci il caldo. Poi ci sarebbe questo tasto per la temperatura, ma funziona fino a un certo punto, te ne accorgerai, io ti consiglio comunque, per sicurezza, di non mettere una temperatura troppo bassa… Allora come lo vuoi?», la guardò infine Ariel.
«Mettimelo col getto addosso!», esagerò lei che, dopo anni e anni di sudorazioni lavorative, voleva adesso fare la pacchia come il capo.
«Ma sei sicura? Guarda che poi…», provò ad avvertirla.
«Lo voglio così! Mettimelo così sennò qui fa troppo caldo!»
Ariel la conosceva e sapeva che sarebbe stato inutile starci a perdere ancora del tempo. Era come una bimba viziata che doveva sbattere il grugno sulle sue scelte, altrimenti non avrebbe mai imparato nulla.
«Va bene. Comunque ricorda che puoi sempre cambiare la posizione se cambi idea, okay?»
Miriam annuì per farlo contento ma non lo aveva neppure ascoltato. E con quello sancì che era terminato il periodo di non belligeranza con lui, per cui non spiccicò più una parola e si rimise in fretta seduta alla sua scrivania a lavorare. Ariel, amareggiato del suo solito voltafaccia, fece lo stesso alla scrivania di Helen.
Una settimana dopo Ariel dovette tornare in quella stanza per discutere di una facezia con Helen, in un periodo in cui ella c’era. Non fece neppure in tempo a metter piede in quella stanza che sentì Miriam – che si teneva con una tenacia rabbiosa una specie di scialle alla gola come le avessero appena tolto le tonsille con delle tenaglie incandescenti – intimargli:
«Ma mi vuoi forse ammazzare, Ariel?! Smetti di tenerlo puntato su di me! Spegni quell’affare del diavolo una buona volta!»
Ariel la guardò smarrito come un cane bastonato. Poi guardò anche Helen in volto, la quale aveva assunto una posa del tipo: sei crudele a trattare sempre così male questa povera bambina indifesa, che mostro che sei!
E ad Ariel non rimase che spegnere il condizionatore – il telecomando era sulla scrivania di Miriam, nel punto esatto dove l’aveva lasciato la settimana prima – e andarsi a sedere al fianco di Helen per discutere di quella questione.

miriam

Ridarola

Era da tempo che non eravamo più in buoni rapporti. Il nostro legame si era come oscurato, inesorabilmente incrinato e sembrava destinato a finir presto. Io stavo mollando. Non ce la facevo più a sentirmi di doverla sempre riconquistare. Per cosa poi? Quali erano le gravissime colpe che lei mi faceva pagare? E perché non si dimostrava mai soddisfatta, anche quando riuscivo effettivamente a farla tornare bendisposta nei miei riguardi? Eppure ogni volta mi impegnavo per rifarla mia, per riportarla da me. E anche quel giorno avvenne lo stesso. E poi le cose presero quella strana svolta.
A un tratto cominciammo a ridere, assieme, per la stessa cosa, nello stesso tempo. Non ci era mai capitato. Ridere smodatamente non potendo trattenerci. Avvenne senza che ce ne accorgessimo. Ci era presa la “ridarella”, lei la chiamava così. Io invece la chiamavo in un’altra maniera ma era chiaro che fosse la stessa cosa.
Quella ridarella fu come un dono del cielo. Per un giorno fummo come i migliori amici che non eravamo mai stati. Mi sorpresi molto di quell’accaduto: non mi era mai accaduto prima di condividere quell’emozione con una persona che non fosse stata una persona a me molto cara. Dunque dovevo ammettermi che lei lo era, per me, cara.
Ma ancor di più mi si rivelò quella verità nascosta che lei non mi avrebbe mai rivelato scopertamente: se quel teorema era vero per me, doveva esserlo anche per lei. Dunque, nonostante il suo modo di fare freddo e scostante, lei, sotto sotto, anche lei mi voleva molto bene, e quel giorno non poté non rivelarmelo. La mia Miriam mi voleva bene, anche se con me spesso faceva la stronza. Faceva la stronza, sì, ma sotto sotto le piacevo, e anche molto. Non mi ero inventato tutto io…
Ah, fosse stata meno bizzosa e disfattista… avremmo potuto coronare il nostro sogno d’amore. Ma purtroppo non fu così. Lei non sarebbe mai cambiata. E il giorno dopo già era tornata la stronza di sempre. Quasi a negare che la storia della ridarella fosse mai avvenuta, cercava di tenere ora le distanze anche più del solito. Non rendendosi conto che il suo peccato era gravissimo e imperdonabile: distruggere meticolosamente l’amore che si prova per qualcuno, giorno dopo giorno, come nemmeno il diavolo sarebbe stato capace di fare.

miriam

Rivka

La prima immagine che ho di lei è durante una pausa caffè. Rivka discuteva accoratamente di politica con Alfonse (che tra parentesi teneva per la parte opposta alla sua). Aveva una figura snella e atletica. Era una di quelle more di carnagione scura, con occhi scuri, “latine calienti”, ed era considerata molto bella e attraente da tutti. Sicuramente era stata assunta anche per il suo aspetto fisico. Nessuno me l’avrebbe confermato esplicitamente ma era evidente che fosse così dato che la maggior parte delle donne in quell’azienda erano carine, se non proprio belle. Qualche boss ci avrebbe anche provato, non fosse stato però che lei era sposatissima e innamoratissima di suo marito (che una volta vidi pure: era un tipo anche lui atletico, mingherlino, non troppo alto, che in realtà sembrava un po’ troppo poco per lei, mentre lei lo portava sempre sul piedistallo). Dunque lei era considerata “intoccabile”. Il mio amico Fauno la trovava irresistibile e spesso mi metteva al corrente delle sue fantasie erotiche circa lei.
Rivka aveva trentacinque anni. Era bella e in salute. Era viva. E discuteva di politica col nemico accalorandosi assai. E io pensavo, dato che era della mia stessa parte politica, che ero contento che una come lei fosse dalla mia parte e non dall’altra. Eppure ricordo il grande affetto che la legava ad Alfonse, che la induceva a pronunciare sempre con rispetto altissimo il suo nome, e stava dunque sempre ad anteporre quell’”Alfonse” alle sue frasi avvalorandolo di grande stima nonostante lui rappresentasse la deprecabile fazione opposta. Noi altri la vedevamo battersi per quei valori e la ammiravamo. E lei sapeva di essere ammirata e anche che, mettendosi in mostra a quel modo, sarebbe risaltata e si sarebbe accentuata la sua femminilità.
Rivka vestiva lasciandosi scoperta le spalle e mettendo in evidenza i seni della giusta misura. Anche le gambe se le scopriva spesso, però devo dire che i suoi abiti non erano fatti per instillare brame negli altri uomini. Il suo era un naturale modo di vestire femminile. Altre volte la vidi anche vestita tranquillamente in tuta, a testimonianza che non si faceva problemi a presentarsi a lavoro così se poi quella sera sarebbe andata a correre, o in piscina, o in palestra, o a giocare a tennis.
Poi un giorno avvenne il patatrac. La terribile notizia si diffuse a macchia d’olio immediatamente in ogni ufficio aziendale. Il marito di Rivka era morto. Aveva avuto un incidente sul lavoro, era caduto da un’impalcatura di venti metri ed era deceduto sul colpo. Per alcuni giorni Rivka non si vide. I colleghi più anziani raccolsero del denaro per la vedovanza perché lì si usava così. Anche io comprensibilmente diedi il mio contributo, anche se la conoscevo di straforo e nessuno mai aveva avuto la decenza di presentarci.
Alcuni giorni dopo Rivka si ripresentò in ufficio. Ovviamente era molto triste e lugubre. E adesso quel suo essere mora con la carnagione scura le conferiva una specie di aurea ombrosa percepibile anche diversi passi da lei, non era più una caratteristica vitale.
Rivka smise di parlare, di essere accalorata, di interessarsi alle cose. Alfonse, che era suo amico da lungo tempo, tentò di smuoverla dicendole di non buttarsi troppo giù, ma non riuscì nel suo intento di farla riprendere. E, scontrandosi con quei suoi silenzi ostinati, alla fine gradualmente smise di cercarla poiché pensò che lei gli aveva chiuso per sempre le porte.
I mesi passarono ma l’atteggiamento di Rivka non cambiò. Anzi si può dire che peggiorò. Peggiorò perché, se prima si poteva dire che fosse una vedova sconsolata che non sapeva rassegnarsi alla sua perdita, dopo apparve evidente che Rivka si era definitivamente trasformata in un’altra donna totalmente differente da quella che era sempre stata in precedenza. Una donna abulica che non nutriva affetto per nessuno (per nessuno, neppure i suoi figli piccoli, considerati ormai come fonte di impiccio e fastidioso lascito di un marito bastardo morto troppo prematuramente). Rivka era una donna che non parlava mai. E che quando lo faceva aveva sempre quel tono monocorde. Una donna che si dibatteva sempre tra l’odio incessante per tutti gli altri (colpevoli di non aver avuto anche loro quel lutto) e la disperazione di esser e sentirsi irrimediabilmente sola.
Dopo la scomparsa del marito, Rivka aveva provato una depressione profondissima che non era più cessata. Fosse stato per lei si sarebbe pure ammazzata. Ma non aveva potuto farlo perché dei rimasugli di senso materno glielo avevano impedito, perché altrimenti i suoi poveri figli non avrebbero avuto più nessuno su cui contare, neppure lei.
Per questo Rivka un giorno era crollata ed era stata portata all’ospedale dove aveva rivelato ai medici che non reggeva più e che dovevano darle qualcosa che le permettesse di non uccidersi, che le facesse smettere di provare quel dolore così intenso ventiquattro ore su ventiquattro. Da allora Rivka cominciò ad assumere psicofarmaci i quali, è vero, la fecero stare un poco meglio, ma ovviamente non riuscirono a far sparire il dolore o a farle tornare la voglia di vivere. Così adesso l’atteggiamento di Rivka fu anche amplificato da quei farmaci che le ottundevano il cervello. Che la placavano ma anestetizzando tutto il resto, compresi quegli aliti di entusiasmo che avrebbero potuto riaffiorare prima o poi da lei se non avesse dovuto soggiacere a quei farmaci fortissimi.
Rivka si era trasformata un uno zombie rancoroso. Anche il denaro cominciò a essere un’ulteriore fonte di preoccupazione e malessere per lei. Senza il marito che contribuiva all’economia domestica, non le bastava mai. Così, quando in azienda cominciò a tirare quella brutta aria di licenziamento, Rivka ebbe paura che l’avrebbero mandata via, eventualità, quella, che avrebbe rappresentato il suo biglietto di sola andata nello sprofondo, perché lei era convinta che non avrebbe mai avuto la fortuna di trovare un altro lavoro, lei che oramai aveva una certa età, che era depressa e che pensava al suicidio un giorno sì e uno no e se ne andava in giro per il mondo sempre con quella sua faccia svuotata che certo non poteva essere un incentivo per trovare un altro lavoro.
Allora Rivka cercò di tenerselo ben stretto quel lavoro. Vi si aggrappò con forza e decisione sentendosi vicinissima al caos più completo. E quando i capi la insultarono, perché facevano sempre così con le donne che avevano sotto che a loro giudizio sbagliavano qualcosa, lei si prese quei “puttana” e non fiatò, odiandoli profondamente e pensando che quando sarebbero morti, lei forse non avrebbe più avuto quel lavoro, ma loro perlomeno sarebbero stati morti. Ecco, loro non meritavano di vivere. Sarebbe dovuto toccare a loro morire e non a quel sant’uomo di suo marito, pensava lei…
Quando passavo davanti l’ufficio di Rivka la salutavo sempre al mattino. Lei in genere non mi rispondeva: rispondeva solo saltuariamente se pensava che fossi qualcun altro. E quando lo faceva neppure alzava gli occhi dallo schermo, come fosse stata impegnata in chissà quale attività improrogabile, mentre io sapevo che i lavori che le venivano assegnati non erano per nulla di responsabilità e chiunque sarebbe stato capace di farli.
Col passare del tempo poi prese a non salutarmi più, come le avessi fatto qualcosa di specifico che mi imputasse. Allora anche io non la salutai più.
Poi ci fu quell’inverno. Era natale e si era organizzata la solita festicciola prima delle vacanze natalizie. Ci si era ritrovati tutti nella grande sala delle riunioni a festeggiare. Io mi ero presto defalcato poiché trovavo stucchevoli quei ritrovi tra colleghi in cui si doveva essere per forza felici e amiconi e inoltre si fingeva di andare tutti d’amore e d’accordo. Senza contare i leccaculo dei capi e questi ultimi che pretendevano di fare il bello e il cattivo tempo, e quando facevano battute tutti si dovevano sbellicare rumorosamente. Quando invece erano tesi per via di qualche affare che non era andato come speravano, allora anche tutti noi avremmo dovuto avere un tono più morigerato in osservanza dei loro umori da imprenditori di rubagalline. In quell’occasione quindi, con una scusa, ero tornato a lavorare presto andandomi a rifugiare nel mio ufficio. Ciò però non mi aveva risparmiato quei classici siparietti tipici di chi poi a fine festicciola si girava tutto l’ufficio e salutava i colleghi dando il “buone feste”. Mancava oramai poco alla fine degli ultimi minuti dell’ultima giornata lavorativa di quell’anno quando a un tratto fece capolino dalla mia porta mentre discutevo con Belosh anche Rivka. Era venuta a fare il giro dei saluti, anche lei, imprevedibilmente.
Rivka sembrava quasi felice. Aveva abbozzato sul volto un sorriso che non le avevo più visto da anni. Rivka entrò nella stanza fregandosene che avrebbe potuto interrompere i nostri discorsi. Si recò da Belosh e lo baciò dicendogli auguri e lui la contraccambiò affabilmente. Dato che non mi parlava più da mesi io rimasi neutrale e non osai minimamente intromettermi o sperare o reclamare che un tale atteggiamento avesse potuto averlo anche con me. Ma poi rivolse il suo sguardo nella mia direzione e anche a me disse: auguri! Allora la contraccambiai freddamente. Ma poi lei mi si avvicinò e volle comunque baciarmi.
Una volta che se ne fu andata mi interrogai a lungo circa il motivo di quel bacio. Che senso aveva volermi baciare se non mi salutava da tempo come mi avesse alacremente odiato? Pensai che forse aveva deciso di cambiare, di imprimere una svolta alla sua vita cercando di tornare almeno la parvenza di quella donna che era stata. La verità era che Rivka quella sera almeno avrebbe voluto tornare a sentirsi donna e quei baci volevano esprimere il suo desiderio quasi inconscio di trovarsi un uomo. E quell’uomo che aveva scelto ero io. E potendo mi avrebbe fatto venire da lei, quella sera, e, completamente brilla, avrebbe volentieri fatto l’amore con me, ben sapendo però che il giorno dopo probabilmente non avrebbe potuto esserci più alcun seguito tra noi circa quel sentiero sentimentale.
Una volta rientrati a lavoro il nuovo anno, memore di quel bacio che aveva voluto darmi per forza, riprovai a salutarla quando la mattina passavo davanti il suo ufficio. Però sul suo volto intravidi il medesimo cipiglio feroce nei miei riguardi. E infatti non mi salutò.
Mesi dopo la incrociai durante una pausa caffè, esattamente come la prima volta che l’avevo vista e conosciuta, quando il marito era ancora in vita. Stavolta si dibatteva di affidamento di bambini piccoli agli omosessuali. Lei, come pure tutti gli altri idioti, erano contrari per principio. Io invece ero astiosamente favorevole e trovavo oltraggioso che si potesse sostenere che una persona, solo perché omosessuale, non potesse crescere neonati nella maniera migliore. Cercai di porre l’accento sul fatto che ciò che caratterizza una persona nel bene o nel male non può certamente essere il suo orientamento sessuale, e semmai dovrebbe essere il suo grado di “stronzaggine”. Cioè, se uno è uno stronzo, non potrà certo essere un buon genitore; mentre se uno è omosessuale o etero, non si può minimamente dire che tipo di genitore sarà perché l’orientamento sessuale non è un fattore discriminante (se non per gli idioti che lo pensino). Allora Rivka, che quel giorno vedevo più loquace del solito, se ne uscì con quella boiata che i bambini devono avere un padre maschio e una madre femmina sennò crescono male. Al che non ci vidi più e le dissi che allora, seguendo quel ragionamento dissennato, si sarebbero dovuti togliere i bambini che avevano un solo genitore per darli a due coniugi integri. Sul momento giuro che non mi resi conto che quell’esempio la tirava direttamente in ballo. Lei però se ne rese conto eccome e allora accusò il colpo e nei suoi occhi vidi la convinzione che fossi cattivo, perché avevo fatto quell’esempio e non un altro, e lo avevo voluto fare indubbiamente per ferirla. Ma non era così.
Qualche mese dopo, quando mi licenziai e passai davanti la sua stanza nell’ultimo giorno di lavoro per l’ultima volta, mi sembrò di percepire che lei sapesse perfettamente ciò che mi stava accadendo e che ne fosse sadicamente felice, convinta che avessi avuto quel che mi meritavo. A ogni modo le avevo finalmente fornito, a suo giudizio, un pretesto valido per odiarmi.