Cartoni irrinunciabili: Jenny la tennista!

Un cartone che comprende sia tematiche sentimentali che sportive e che all’epoca rappresentò decisamente una novità fu senz’altro Jenny la tennista.

Si parla di questa giovane ragazza, molto insicura, che giocherebbe a tennis praticamente solo per hobby. Ammira molto la tecnica di un’altra tennista bella e bionda facente parte del suo circolo, Madame Butterfly, da tutti amata e rispettata per l’eleganza e l’efficacia del suo gioco. Jenny teme il serissimo e poco loquace allenatore del circolo il quale però incredibilmente la punta e insiste per spronarla a dare il meglio di sé. Il furbone ha l’occhio lungo e ha intravisto in lei delle potenzialità da campionessa…

La storia va avanti così, tra le crisi esistenziali di Jenny, gli allenamenti duri, i primi amori adolescenziali, l’invidia e la competizione spietata tra tenniste e la scalata alle classifiche…

Cartoni irrinunciabili: Gigi la trottola!

Gigi la trottola è semplicemente uno dei cartoni più divertenti mai realizzati. Parla di un ragazzino (bassissimo) di liceo che per tante cose sarebbe proprio una peste. Ama alla follia le mutandine bianche (che considera forse una specie di simbolo di purezza estrema) e in particolare quelle della sua amata Annina. Ma Gigi è anche un fenomeno in ogni sport che pratica. Così si dedicherà a varie discipline: basket (nonostante l’altezza!), ping pong, scherma, gare massacranti di resistenza, ecc., uscendone sempre vincitore, perché lui è un campione nato!

Michela Murgia: Noi siamo tempesta – Storie senza eroe che hanno cambiato il mondo

Partiamo da lontano… Noi anarchici vediamo quelli di “sinistra” come persone che certo sono generalmente un po’ meglio di quelli di “destra” ma allo stesso tempo ci sembrano allocchi indottrinati e stolti, capaci solo di vedere una parte del problema. Sono cuginetti scemi, borghesi, adattatisi così bene al Consumismo-Capitalismo da non esser più capaci di intendere quale sia il punto focale del problema, di conseguenza inabili anche solo a immaginare il mondo “diverso” che diciamo noi anarchici.

Premesso questo, la Murgia è indubbiamente di Sinistra. E data la progressiva e ineluttabile dissoluzione dei principi migliori della Sinistra (basti pensare che uno come renzi è stato il segretario del principale partito di sinistra in Italia per svariati anni), questa scrittrice si è sentita sempre più responsabilizzata a entrare in questioni politiche, che se ci fosse stata una minima sinistra decente il suo intervento non sarebbe stato necessario. Complessivamente è stato pure un bene in alcuni frangenti se lei si è fatta carico (prendendosi più rogne che altro) di portare avanti certe battaglie, spesso anche giuste, battaglie che altrimenti la sinistra istituzionale (con la sua faccia come il culo) avrebbe bellamente ignorato.

Tutto ciò per arrivare a questo libro. Che è un libro politico, ideologizzato, che ha come scopo quello di porre all’attenzione il concetto che tante volte la storia non la fanno i singoli, ma l’unione di più persone, cosa tra l’altro giustissima da dire e ribadire data anche l’odierna era di esasperata “concretezza virile” che viviamo, in cui sembra sempre che uno, eroe o no che sia, debba fare energicamente tutto da solo, nel bene e nel male. D’altro canto, ci sarebbero da ricordare gli enormi danni che in moltissimi casi una moltitudine è in grado di arrecare più o meno consapevolmente (per esempio pensiamo alla gente che abbandona la plastica nell’ambiente; un piccolo gesto, un piccolo errore reiterato di tanti, diventa un enorme problema impossibile da risolvere per chiunque)…

Insomma la Murgia realizza un libro raccontandoci una serie di aneddoti ispirati a fatti reali. E si mette lì, come deve aver fatto da bambina di fronte a un tema “sociale”, raccontando la sua bella favoletta imbellettata, buonista e perbenista. Esegue insomma uno di quei temi che a scuola presumo le facessero prendere sempre dieci, poiché molto mieloso e grondante ottimismo delle facoltà dell’essere umano, che alla maestra per quello piaceva tanto. E così ecco che tra le altre cose fa lo sponsor della ricerca scientifica (poiché progressista) e non dice niente sulle violenze e le torture agli animali su cui si sperimentano…

In breve, il suo intento sarebbe buono, e in certa misura è anche importante che qualcuno faccia quel che fa lei, visto che da quando c’è berluscopi la società è regredita e si va sempre più verso il peggio… Ma preferirei che scrivesse romanzi. Non raccontini ideologizzati. Al contempo mi rendo anche conto che possa essere difficile per lei sfornare romanzi essendo sempre più immersa in attività socio-politiche e bersagliata da attacchi fascisti che la distolgono da quel fine.

L’ultima annotazione la faccio alla grafica, che mi ha stupito molto. Il libro contiene parecchie illustrazioni e anche un fumetto breve. Le illustrazioni sono fatte indubbiamente bene ma… Peccato che per quanto mi riguarda richiamino una specie di grafica futurista, e dunque, per derivazione, in parte fascista! Il che è assai comico. Ora, mi chiedo se la Murgia se ne sia accorta oppure quelli della grafica abbiano deciso di farle un incredibile scherzo… Ai posteri l’ardua sentenza.

Oliver Stone: Ogni maledetta domenica

Al Pacino in un ottimo film di 2h e 30m sul mondo del football americano, con un’imponente colonna sonora.

Non conosco in dettaglio tutte le regole del football americano (dunque non sapevo nello specifico che significato attribuire ad alcuni termini tecnici) tuttavia è stato ugualmente semplice seguire il film perché parla soprattutto di emozioni e dei rapporti di forza che si instaurano in ambiti sportivi. Perciò, se invece di football americano fosse stato, che ne so, calcio, le dinamiche non sarebbero cambiate poi troppo. Difatti troviamo un allenatore pressato dalla dirigenza per fare le cose in maniera diversa da come vorrebbe lui, giocatori montati dediti a droghe e squillo, l’annosa questione di quanto conti il singolo o la squadra all’interno di un team, il nuovo (ovvero i giocatori più giovani) che incalza il vecchio (ovvero i “veterani”)…

L’unico appunto che si può fare a questo film riguarda le azioni di gioco che talvolta sono troppo esasperatamente veloci da seguire. Per il resto è un film di tutto rispetto.

Molly’s game

Altra sorprendente storia vera tratta dalla biografia di una ragazza statunitense che nella vita è passata dalle stelle alle stalle… Stavolta è il caso di una sciatrice tra le migliori che ebbe la carriera stroncata a causa di un brutto incidente durante una gara. La tipa, visto che era molto sveglia, entrò quasi per caso in un giro di poker clandestino, ma dalla parte dell’organizzazione, e in breve tempo apprese tutte le nozioni necessarie affinché fosse in grado di farsi un giro tutto suo.

È chiaro che laddove circolino grossi soldi si finisca sempre o per venire a patti con la propria coscienza – leggi, fare illeciti – oppure venire a contatto con tipacci malviventi che potrebbero minacciare di farti fare una brutta fine. A lei successero entrambe le cose, anche se non era poi così male, come persona, a giudicare dal film.

Sicuramente il suo ardente desiderio di riuscire derivava da vecchi traumi passati della sua infanzia e conflitti col padre.

Non male. Anche se ritengo il poker uno dei giochi più noiosi e detestabili al mondo, il film mi ha sufficientemente appassionato.

https://www.raiplay.it/video/2019/11/film-mollys-game-prima-visione-assoluta-3190ee03-bfb7-413f-98a9-483cbe0a4e8d.html

Moda tennis femminile

Mi fa piacere che finalmente qualcosa si muova nel campo della moda riguardante i completini da sfoggiare sul campo. Dopo secoli di piattume (o estremismi eccentrici) sembra che si sia giunti a una buona mediazione. Solo che adesso capita più spesso di quanto si pensi che a esempio due tenniste scendano in campo con lo stesso completino, come fossero due gemelline! Il che mi sembra semplicemente RI-DI-CO-LO!

Minigonne

Sempre in ambito di vestiario, ho notato questa recente tendenza a indossare minigonne che di dietro lascino vedere candidamente le mutandine delle tenniste. E non ne capisco il motivo! Cioè lo capisco, ma non lo avallo.

Continuo a sostenere che, se si vuole la vera parità tra i due generi, gli uomini e le donne vadano trattati alla stessa maniera anche in ambito d’abbigliamento. Se le donne mostrano il culo, per lo spettacolo!, allora anche gli uomini devono farlo… È questa la vera parità, signore e signori…
Comunque sono contrario a mostrare il culo a priori, perché in un evento sportivo conta la performance sportiva e non altro. Dunque la mia attenzione non deve essere veicolata da altre questioni che in altri contesti avrebbero (più) senso.

Riesumazioni: Nadal-Fognini 7-5 7-5

Mesi fa [anni!] ho potuto vedere Fabio Fognini perdere da Nadal in finale a un torneo. La cosa che mi ha davvero impressionato è stata che Fabio, non solo ha lottato alla pari con Nadal, cioè con uno capace di vincere non so quanti slam, uno tornato in perfetta forma che nel momento in cui lo ha affrontato valeva i primi tre del mondo, non solo ha lottato punto a punto con questo Nadal tornato al massimo della forma, ma lo ha messo sotto! Se poi ha perso la partita, è stato solo perché alla fine, nei momenti più delicati, è stato più emotivo è si è lasciato andare a qualche errore di troppo.
A ogni modo assistendo a questa partita si vedeva chiaramente che da una parte del campo c’era un ex arrotino diventato semplicemente super-arrotino, uno che una volta poteva vincere solo sulla terra battuta, uno che mette le prestazioni fisiche davanti a tutto il resto… mentre dall’altra parte della rete c’era uno che tirava delle fucilate impressionanti – i colpi di Fabio viaggiavano molto più di quelli del super-arrotino! –, uno i cui colpi esprimevano maggiore “arte”, erano di maggiore difficoltà – avendo, per conformazione, un margine di rischio superiore a quelli dell’altro. I colpi di Fabio erano delle pennellate. Quelli di Nadal erano le passate di un imbianchino. Solo che vinceva chi dipingeva di più, non necessariamente chi lo faceva meglio…
Insomma a vedere Fabio sciorinare quel popò di tennis vicino alla perfezione (prima ancora stilistica, se non ancora tecnica) mi son detto che è davvero uno spreco che uno del talento tennistico di Fabio (che ormai se la cava anche a rete da quando gioca il doppio) non sia mai andato vicino a vincere uno slam.
Con questo non voglio dire che Fognini debba sentirsi un fallito o che sia colpa sua se non ottiene maggiori risultati perché, come detto, e lo sottolineo ancora una volta, il tennis di Fabio è molto più difficile da attuare di quello di tanti altri: bisogna avere una gran precisione, si deve colpire la palla al millimetro giusto senza aiutarsi troppo con lo spin, insomma è un tipo di tennis tanto sublime quanto delicato da protrarsi nel tempo… Uno come Fabio per esempio non può toccare alcolici, altrimenti rischia di rompere quel delicato equilibrio su cui si basa la perfezione del suo tennis…
Detto questo spero che Fabio, anche qualora non riesca a stare stabilmente tra i primi dieci per un lungo periodo, perlomeno prima o poi imbrocchi quella settimana-dieci giorni di grande tennis che gli permettano di battere tutti – tritare tutti! – e vincere un torneo dello slam. Uno con quel dritto e quel rovescio se lo merita. Amen.

I tagliani antisportivi

Nartro po’ e se inculavano lui… Questo è il livello dei romanisti odierni. Gli altri ultrà non sono molto dissimili…
Tra l’altro, sicuramente non è così ma… Pallotta mi ha sempre dato l’impressione di avere qualche disturbo della personalità… 😀

Pallotta portace a mignotte

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Da non credere! Gli danno un rigore contro e loro, abituati sempre a riceverne, vanno fuori di testa. E addirittura accusano gli altri di aver corrotto l’arbitro! Loro! Che, chissà perché, sono stati retrocessi in serie B qualche anno fa, chissà perché…

chiel

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Quando ho sentito la notizia non potevo crederci. Ho fatto: che?!?
sembra che qualcuno abbia avuto la bizzarra idea di far giocare delle partite di tennis non su un campo di tennis costruito per giocare partite di tennis ma in una della piazze più famose di Roma. Sicuramente per mere questioni economiche e sponsorizzazioni varie.

Trovo semplicemente che tutto questo sia folle.

Pensate invece a costruire bagni pubblici, che a Roma non esistono. Pensate a fare le strade fatte per bene. Pensate a togliere l’amianto dalla città e a mettere in sicurezza le scuole piuttosto che impegnarvi in carnevalate a cazzo di cane che hanno il solo scopo di suscitare curiosità mediatica.

Regole assurde del tennis

[Nota: questa roba la scrissi tempo fa. Oggi le cose sono già cambiate un’altra volta!]
Quando ero ragazzino io, nel tennis i tempi di riposo per i giocatori erano molto più lunghi e si verificavano ogni volta che il numero dei game giocati era dispari. Era una regola chiara, no?
Oggi, qualche anno dopo, ho visto che quegli intelligentoni dell’ATP e della WTA si sono divertiti (e si divertono ancora) a cambiare le regole. Per prima cosa hanno reso più corti i tempi di riposo dei tennisti, sia perché prima a loro giudizio erano troppo lunghi (e prolungavano troppo le partite), sia per “favorire lo spettacolo” (come se un atleta stanco morto sia più spettacolare di uno fresco)…
Poi hanno fatto in maniera che non esistesse più un vero stop dopo il primo gioco (anche se i tennisti, dovendo effettuare il cambio di campo, si fermano ugualmente qualche secondo a rifocillarsi e bere), questo perché hanno detto che dopo un game i giocatori non potevano essere troppo stanchi (ragionamento assurdo, ovviamente! Perché quanto ci si stanca non si valuta dal numero dei game giocati ma semmai da quanti punti ci sono stati, e poi anche lì bisognerebbe vedere quanto sono stati lunghi semmai i singoli punti). Ma la cosa ridicola è che questa regola di non fermarsi sull’1 a 0 si applica anche all’inizio degli altri set, non solo al primo. Certo, dirà qualcuno, perché hanno appena fatto una pausa per il fine set… Okay ma allora non si spiegherebbe perché fare addirittura tre game prima di fermarsi! Ma non sarebbe stato tutto estremamente più semplice se ci fosse stata una regola che diceva che ci si riposava ogni due game?!?
Poi ho sentito che, sempre per favorire lo spettacolo, hanno accorciato i set dei doppi. Non più dunque 3 set su 5, ma sempre 2 su 3, questo sperando così che anche i grossi calibri giochino più spesso i doppi… Poi hanno tirato fuori dal cilindro una cosa che si chiama  supertiebreak, che è una nuova invenzione tutta loro mai sentita prima…
E anche adesso sono certo che qualche capoccia sta pensando a qualche nuova regola da introdurre prossimamente per rendere il gioco ancora più complicato…
Invece una regola interessante introdotta di “recente” è stata quella, per le donne, di chiedere una specie di mini timeout con il proprio coach, per aggiustare la strategia di gioco se le cose non vanno proprio come dovrebbero. A questa sono favorevole. Inoltre non si perde neppure del tempo extra perché i suggerimenti vengono impartiti durante l’usuale tempo di pausa…

6-0 6-1


Avevamo visto il bando del torneo di tennis ed ero stato io quello tra noi che era sembrato maggiormente elettrizzato. Questo mi aveva un po’ sorpreso. Non era sempre quello che avevamo voluto, confrontarci con gli altri ragazzi della nostra età che frequentavano i nostri stessi campi, che ormai conoscevamo pure discretamente bene e loro conoscevano noi, loro che ogni volta che li vedevamo giocare ci dicevamo tra noi “sì, vabbè, sembrano forti ma noi siamo al loro livello, anzi potremmo benissimo batterli se fossimo in buona forma”…?

Ma forse i miei amici avevano intuito quello che l’ingenuo del gruppo, cioè io, ancora non avevo assimilato. Perché io ero ingenuo forte rispetto a loro. Loro magari, finché si trattava di fare gli smargiassi, lo facevano; mentre io non distinguevo le parole dichiarate per fare i galletti da quello che realmente uno pensasse. Loro a parole erano in un modo, mentre nel profondo del loro animo in un altro. Io no, io combaciavo con quel che dicevo.

Beh, ormai era fatta. Li avevo messi con le spalle al muro: li avevo quasi costretti a iscriversi al torneo. Sia Albert, che Bernard. Cedric invece, il più debole di noi, in quei giorni aveva degli impegni, così aveva glissato. E non saprò mai se in realtà fu perché aveva il terrore di subire una pubblica onta o fosse davvero impossibilitato a venire. Comunque Cedric disse che forse sarebbe venuto a vedere qualche incontro. Mentre io già sapevo che non me ne sarei perso uno e avrei fatto sempre il tifo per l’amico che di volta in volta sarebbe stato impegnato nella sua partita.

Sognavo di incontrare uno di loro non dico in finale, ma almeno nei turni successivi. Avrebbe voluto dire che avevamo passato il turno battendo qualcuno. Infatti il tabellone fu presto bello che fatto e gli organizzatori fecero in modo proprio di non creare scontri troppo fratricidi, tra gente che si conosceva e si sfidava a memoria. Dunque nessuno di noi avrebbe incrociato la racchetta con un amico al primo turno…

Solo quando si avvicinò la data d’apertura del torneo capii in cosa mi ero ficcato. E cominciai a farmela addosso. Tra l’altro nelle ultime occasioni in cui eravamo andati a giocare a tennis ci eravamo tutti esternati in prestazioni piuttosto mediocri: venivamo da un periodo di estrema crisi involutiva. Allarmato da questo, convinsi i miei amici ad andarci ad allenare per recuperare un po’ di smalto per il torneo. E anche lì non si opposero.

La mia scadente forma fisica mi preoccupava oltremodo. Difatti ultimamente accusavo qualche affanno di troppo.

Quel giorno ci allenammo mentre sull’altro campo avveniva l’incontro inaugurale del torneo. Così ogni tanto ci buttavamo un occhio. A dire il vero entrambi i tennisti che si stavano cimentando nel match, adesso che li vedevo bene, mi sembrano superiori sia a me che ai miei amici.

Quel giorno giocammo anche peggio del solito e io pensai, mentre mi tremavano le gambe: se gioco così dopodomani mi tritano.

Il primo a scendere in campo fu il mio amico Bernard. In verità era capitato con uno degli avversari più ostici. Un tipetto molto incazzoso che giocava davvero come dovesse vincere Wimbledon. Un tipo che tirava molto forte e che era stato messo pure tra le teste di serie del torneo.

Mi appostai per assistere all’incontro in modo da non disturbare ma neppure perdere un quindici. E il match iniziò. E il mio amico fu quasi subito spazzato via.

Ora, il mio amico Bernard, tra di noi, era considerato un tennista “di talento” ma molto, molto incostante, difatti perdeva quasi sempre sia con me che con il mio amico Albert, mentre con Cedric vinceva, ma Cedric non faceva testo perché perdeva con tutti. Bernard era un tennista che qualche volta tirava fuori dal cilindro davvero dei bei colpi, ma che quasi sempre vanificava i suoi sforzi perché poi il suo punteggio veniva affossato da una serie interminabile di errori a profusione. Generalmente la tattica migliore per batterlo era quella di mandare la palla dall’altra parte della rete e aspettare il suo errore. Invero questo non bastava più tutte le volte, da quando aveva cominciato a fare scuola tennis. Nondimeno la sostanza non era cambiata granché…

Il tipetto incazzoso aveva davvero un gran dritto con il quale faceva tutto quel che voleva. Quasi tutti i suoi punti venivano da lì. Invece aveva un rovescio a due mani ridicolo sul quale avrebbe ancora dovuto lavorare parecchio, un rovescio che spesso si fermava sulla rete.

Assistetti alla demolizione senza pietà del mio amico da parte del tipetto incazzoso. Il mio amico incamerò subito un pessimo 6-0 a suo sfavore. E io mi dannavo l’anima dicendomi: ma per quale cazzo di motivo accetta di giocargli sempre sul diritto?! perché non gli gioca sul rovescio?! possibile che sia così sprovveduto da non accorgersene?! Ma era proprio così: era talmente tramortito da non capire che doveva giocare sul colpo debole dell’avversario. Avrei voluto allora fornirgli quel suggerimento che avrebbe potuto allungargli la partita, ma non potevo farlo perché era tassativamente vietato parlare con i tennisti che stavano giocando…

Quando cominciò il secondo set però cercò di smuoversi. Lo vidi fare qualche punto sul rovescio dell’avversario e mi dissi: ohhh! finalmente l’avrà capito! Ma era un fuoco di paglia. Un caso. Così il mio amico, che anche quella volta offrì una prestazione piuttosto fallosa, come al suo solito, venne annientato in meno di un’ora, credo trentacinque minuti o giù di lì.

Qualche tempo dopo toccò al mio amico Albert di scendere in campo. A lui era toccato un ragazzo che conoscevamo e con il quale avevamo anche fatto qualche scambio assieme in un paio di occasioni. Noi lo consideravamo “forte”, ma scoprimmo in quel mentre come invece fosse considerato dai suoi amici “debole”. Incredibile!

Questo tipo era molto fisico, ma non molto tecnico. Cioè recuperava un mucchio di palle e correva molto, ma non aveva colpi molto incisivi.

Il mio amico Albert perse malamente il primo set 6-2. Poi nel secondo ebbe uno scatto d’orgoglio e riuscì a rimettere in piedi il match vincendo lui il set 6-4. Io salutai quell’avvenimento con grande soddisfazione e pensai che lui, che era praticamente al mio livello, sarebbe stato il primo di noi a superare il turno e dunque a imprimere il segno del nostro gruppetto a quel torneo cosicché da quel momento in poi tutti gli altri ci avrebbero riconosciuto e temuto…

Ma mi facevo troppi castelli per aria. E nel terzo set il mio amico dovette subire il ritorno, più fisico che tecnico, del suo avversario. E un’altra nostra sconfitta maturò.

Quando ci parlai, a fine gara, gli chiesi cosa fosse successo e lui mi disse semplicemente quello di cui mi ero già accorto. Il suo avversario gli recuperava tutte le palle e lui si era abbattuto (e stancato).

Il giorno dopo toccava a me e avevo pessimi presentimenti. Ero nervosissimo. Fui scortato dai miei amici che il giorno prima avevano capitolato come andassi al macello. Loro erano tranquilli e non si aspettavano molto, ma nutrivano qualche sterile speranza per me. Curiosamente sull’autobus incontrammo un altro ragazzo con la racchetta che non avevamo mai veduto e ci chiedemmo dove andasse. Si recava proprio dove andavamo noi. Era il mio avversario.

Il ragazzo incaricato di fare il giudice del mio match, che conoscevo bene perché anche lui si era iscritto al torneo ed era pure tra le prime teste di serie, diede inizio all’incontro dicendomi che se avessi vinto, per una serie di forfet e colpi fortunati, mi sarei ritrovato come per magia in semifinale. E semifinale voleva dire quasi finale. I miei occhi si colmarono di sogni di trionfi.

Il match incominciò. Dopo qualche game mi accorsi che c’era qualcosa che non andava. Il mio avversario mi spediva un sacco di colpi sul rovescio, come avesse saputo che non fosse proprio il mio colpo migliore. Infatti, quando ero in giornata, era nettamente il dritto il mio colpo migliore, mentre col rovescio ero passato da poco tempo dal rovescio a due mani al rovescio a una mano sola.

Ma la verità era che lui era un mancino del cavolo e soleva giocare quasi tutti dritti incrociati. Ecco perché mi giocava sul rovescio! E io non me n’ero accorto, sopratutto perché mi sentivo molto teso. Così teso da non riuscire quasi a muovermi. Immobilizzato dalla paura, mi sentivo tutti gli occhi addosso. C’erano diversi spettatori quel giorno ad assistere al mio match per qualche curiosa coincidenza, e pure delle ragazze, che per me rappresentavano il massimo del patema d’animo! Avevo il terrore di fare figuracce in loro presenza…

In breve mi ritrovai 3-0 per il mancino. Niente. Non riuscivo proprio a ingranare. Ero bloccato e miravo a non sbagliare, ma così facendo non solo sbagliavo ugualmente ma venivo sormontato dal pur non impeccabile gioco del mio avversario. Cercavo di darmi una scossa ma non ci riuscivo. Cominciai a imprecare contro me stesso e a darmi le botte sulle gambe. Ma fu necessaria la doccia fredda del primo set perso per 6-0 (cioè proprio ciò che più di tutto rappresentava il mio incubo sportivo per antonomasia e che avrei fatto di tutto per scongiurare) per farmi reagire.

Cominciai a incitarmi e sopratutto a tirare i colpi. Misi a punto una strategia irriducibile a cui attenermi rigorosamente. Primo: giocargli sempre sul suo rovescio, il che equivaleva a giocare tutti diritti incrociati, che non mi dispiaceva affatto. Lui era accessoriato di un rovescio tagliato che era una mezza ciofeca. Secondo: tirare forte, senza paura di sbagliare perché ormai non avevo nulla da perdere: la tecnica di rischiare il meno possibile non aveva dato alcun frutto, quindi non avevo motivo di continuarla. Inoltre così speravo di potermi sciogliere dalla tensione che mi attanagliava.

Dunque al mancino cominciarono a piovere sassate sempre dalla parte del suo rovescio e si mostrò molto sorpreso di questo e dovette chiedersi che mi fosse successo e perché fino allora non avessi giocato così. Tuttavia riuscì a vincere quel primo game ai vantaggi. 1-0 per lui anche nel secondo set.

Ma io ormai ero molto incazzato con me e disposto a giocarmela fino in fondo. Così ripresi a tirare tutti i colpi al massimo della velocità e vicino alle righe e… infine riuscii a ottenere il primo game dell’incontro! 1-1! Anche il giudice, che teneva palesemente per me e che si era intristito molto a vedermi perdere così inopinatamente il primo set, mi fece un lungo applauso di incitamento per spronarmi. Ma io non sentivo più il mormorio del pubblico. Io tiravo tutti i colpi al massimo della velocità vicino alle righe e basta.

Continuai a tirare i colpi a tutto braccio e vicino alle righe. Ma da quel momento molti dei miei colpi andarono a morire pochissimi centimetri oltre la riga e mi vennero chiamati fuori. In verità più di una volta non fui d’accordo con le decisioni dell’arbitro ma dovetti accettarle a testa bassa (inoltre per quale motivo avrebbe dovuto giocarmi quel tiro, quel tipo che conoscevo pure e pareva fare il tifo per me?!).

E il dado fu tratto. Persi mestamente, senza più vincere un solo gioco, seppure praticamente ogni game fu combattuto e terminò ai vantaggi. Chiaramente alla fine della fiera con il dritto avevo ottenuto più errori che vincenti e risultava addirittura il rovescio il mio colpo migliore. Per non parlare del servizio. Non misi dentro neppure una prima convincente… Che miseria!

Quando ci ritrovammo a metà campo a stringerci le mani il mio avversario si manifestò ebbro di gioia: me lo potevo vedere quella sera ubriacarsi con il chinotto e festeggiare con i suoi amici teenager.

Dopo il match il mio amico Albert mi disse, per tirarmi su il morale, che forse il tipo da cui avevo perso io era in assoluto l’avversario più debole fra tutti quelli che noi tre avevamo affrontato. 😦 Era una sua opinione che forse voleva dimostrare come il più forte di noi fosse lui. E forse aveva ragione (sull’avversario, non sul fatto che lui fosse il più forte del nostro gruppo).

Qualche giorno dopo ricapitammo malinconicamente lì a giocare, fatalità proprio mentre nel campo attiguo si giocava la finale. Se la disputavano il tipo incazzoso e un altro che non avevo mai visto. Sorprendentemente non c’era in finale il ragazzo che aveva fatto da arbitro alla mia partita (che avevo sempre assimilato a un piccolo Boris Beker). Aveva perso in semifinale, ci venne detto. La finale si giocava 3 su 5 e finì proprio al quinto set. Vinse il tipo incazzoso dopo essere stato avanti due set a zero ed essersi fatto riprendere. Al termine esultò come un matto. La sua soddisfazione aveva qualcosa di spropositatamente egocentrico che mi diede la nausea…

Per quanto riguarda noi, dopo aver subito quelle tremende scoppole, non osammo più dire, guardando gli altri, che tanto erano del nostro livello e che avremmo potuto batterli tutti. Ce ne stavamo in silenzio. E non ci iscrivemmo più a nessun torneo in seguito…