Salvami

Per primo conobbi il suo amico. Si trattava di un gattino nero, senza un occhio, molto vispo, che si dava parecchio da fare per sopravvivere. Lo avevo soprannominato Nerino. Gli piaceva giocare, correre. Ma principalmente occupava il tempo cercando di procacciarsi il cibo, di cui sembrava non averne mai abbastanza.

Aveva capito che la strada più rapida per ottenerlo era stare appresso agli umani. Per cui, ogni volta che ne avvistava uno, gli si precipitava incontro sperando di ingraziarselo. Nerino era proprio un gran ruffiano…

Così fece anche con me. Si può dire che fu lui l’apripista per tutta la sua piccola colonia composta da circa una decina di gatti. Fu tramite lui quindi se anche gli altri felini riuscirono a ottenere dei pasti gratis che non si sarebbero mai immaginati di chiedere, in primis poiché si fidavano pochissimo degli umani.

Dunque il primo che conobbi fu Nerino. Il quale aveva come suo compare inseparabile quest’altro gatto, bianco-grigio. Ricordo bene la prima volta che l’incontrai. Non mi si voleva assolutamente avvicinare. Aveva molto timore. Ma la volta dopo già fu disposto ad approssimarmisi maggiormente. La terza volta ero diventato il contatto sicuro che lo riforniva di leccornie che sapevano di salmone.

Ciò mi fece riflettere. Per arrivare in così breve tempo a ritenermi suo amico evidente quel gatto aveva continuato a pensarmi assiduamente anche nei momenti in cui non mi vide.

Poi un giorno Nerino scomparve. Non so dire che fine fece. Forse la sua intraprendenza lo ficcò in qualche guaio. Forse un gatto più grosso lo accoppò. Mi piace sperare che Nerino, per via del bene che si faceva volere dagli umani, sia stato adottato da uno di loro. Avrei dovuto chiedere alla donna delle pulizie che bazzicava quel posto; anche lei dava loro da mangiare… In ogni caso Nerino scomparve. Ma rimase l’altro, che col tempo si può dire mi si affezionò parecchio. Avevo l’impressione ormai mi amasse, al di là del fatto che gli portassi ogni tanto quei lauti bocconi.

Quando lo lasciavo per tornare a casa, lui, se aveva finito di mangiare, mi si precipitava dietro. Alcune volte mi tagliava la strada a zigzag, come a dire: non andare! Spesso si spingeva al punto massimo in cui immaginavo fosse mai arrivato, ovvero nei pressi della strada. Avevo paura che mi seguisse anche lì, il che sarebbe stato un gran problema, per via della automobili che sempre vi sfrecciavano. Ma poi non varcava mai il portone, il quale evidentemente delimitava tutto quel suo mondo, oltre cui non era disposto a dislocarsi.

In quel periodo avevo un vecchio cagnolino a casa che immaginavo avrebbe preferito non doversi cimentare con lo stress di avere a che fare ventiquattro ore su ventiquattro con un gatto più giovane, scattante ed energico di lui. Per questo motivo fui sempre grato al destino che quel gatto non mi seguisse mai fino alla mia residenza. Non fosse stato per quello, sicuramente lo avrei adottato. O almeno avrei seriamente pensato di farlo.

Ricordo quella volta in cui, dopo essersi sfamato a sazietà, mi mise una zampa addosso, come fanno tipicamente i gatti per sollecitare la tua attenzione. O forse voleva dire “fammi una carezza”, oppure “dai, adesso giochiamo a qualcosa che mi annoio”. :)))

Tempo dopo però lo ritrovai peggiorato. Gli era cambiato lo sguardo. Sembrava ora aver occhi contriti. Si profilava un inverno molto freddo; già allora le temperature stavano andando sotto lo zero. E lui aveva proprio il muso di un animale che soffriva cronicamente il gelo; e il sole che spuntava la mattina non gli bastava più per rimettersi a paro con quel che sentiva nelle ossa.

Nel frattempo il mio cagnolino era morto, quindi teoricamente avrei potuto prendere quel gatto e portarmelo a casa. Ma sarebbe stato giusto? I gatti sono animali sociali. Che ne sapevo di che rapporti stava intrattenendo nella sua comunità? Che ne sapevo se davvero avrebbe barattato la propria libertà con il cibo e un posto sicuro in cui vivere e annoiarsi per il resto dei suoi giorni? Inoltre quel gatto era ora molto legato anche a un altro gatto, che ormai spessissimo vedevo assieme a lui, un gatto completamente diverso, sia nel carattere che nell’aspetto. Si trattava di un gatto grigio molto pacioso e tranquillo che in mia presenza non aveva mai manifestato alcuna apprensione, il quale sembrava tanto vivesse la vita con un’estrema serenità. Aveva un pelo lunghissimo in cui talvolta, ahimè, finivano conficcate delle spighette.

Ero contento che il mio gatto avesse quell’amico sempre vicino. Ero sicuro che i due si aiutassero reciprocamente nelle difficoltà. Ecco, mi chiedevo, se prendo il mio gatto e me lo porto a casa, dovrei adottare anche l’altro, per non farlo sentire triste? Purtroppo, quelle, erano questioni insolvibili di cui non avrei mai avuto le risposte giuste.

Dunque permaneva la questione del suo sguardo, che si era adombrato parecchio, e della sua salute probabilmente non ottimale. Così pensai che se quella volta (che poi divenne l’ultima), quando me ne andai, mi avrebbe seguito, decidendo di varcare quella soglia per lui sempre stata tabù, me lo sarei portato a casa. La scelta finale in fondo era sua. Se davvero preferiva stare con un umano rispetto che con i suoi amici gatti, se davvero voleva il mio aiuto poiché stava male, avrebbe dovuto dimostrarmelo seguendomi oltre il cancello. Doveva indirizzare quella mia disposizione…

Quel giorno il gatto mi seguì, come di consueto; mi camminò davanti rischiando più volte di farmi inciampare, come al solito. Ma non ebbe, anche in quell’occasione, il coraggio di accodarsi oltre il limite del suo mondo conosciuto…

Poi venne la pandemia, il che significò per me l’impossibilità, per lunghissimi mesi, di andare a visitarlo.

Quando alla fine ricomparii dalle sue parti, dopo un inverno a tratti molto rigido, dopo giorni in cui aveva diluviato anche per tutto il tempo, e io mi chiedevo sempre come avesse mai potuto cavarsela… di lui non c’era più traccia. Né invero ce n’era degli altri componenti la colonia. Nessuno sapeva più che fine avessero fatto quei gatti che un tempo erano stati lì. Forse morirono tutti di stenti. La gente crede stoltamente che un gatto possa tranquillamente sopravvivere nelle città poiché di indole maggiormente selvatica rispetto a un cane, ma non è così. Dove possono farsi la cuccia? Dove possono stare in modo da non soffrire troppo né caldo né freddo? E poi che cosa possono mangiare? Uccelli e topi potrebbero essere non troppo facili da cacciare o procacciarsi…

Addio, gattino mio. Spero tu stia riposando in pace, adesso.

19 pensieri riguardo “Salvami

      1. Sì. È triste immaginare che quel povero gattino e tutti gli altri suoi amici pelosi, potrebbero non essere sopravvissuti all’inverno, 😢. Dai tuoi ricordi traspare un grande amore per questi dolcissimi animaletti e di sicuro lui era affezionato a te tanto quanto tu lo eri di lui.

        Piace a 2 people

  1. Non mi lancio in discorsi sui gatti: io li amo e basta.
    Mi soffermo su un punto solo. E’ possibile che si siano semplicemente spostati (lo fanno, quando l’ambiente non gli è più “amico”) e spero sia così. Ma se è come temi tu, mettiamo anche loro fra le vittime di questa enorme, gigantesca follia umana della quale siamo tutti responsabili, nessuno escluso. Gatti lasciati morire come i vecchi negli ospizi. E come i malati senza cure. Siamo una razza di merda.
    Giordà, fidati, mi sta risalendo un veleno che non hai idea. Mi tengo solo perchè sto qua.
    A parte tutto, come stai ? Me stavo a preoccupà…

    Piace a 1 persona

    1. Anche a me sale un gran veleno a sapere certe cose…
      Sto tra alti e bassi. Permane una febbriciola, ho scoperto che avrei un po’ di sangue nelle urine e in certi momento sono assediato dalla nausea. Sarà così, credo, almeno finché farà caldo…

      "Mi piace"

  2. I gatti hanno risorse inaspettate; i randagi, poi, si sanno barcamenare mille volte meglio di un qualsiasi gatto domestico. Ho trovato gatti randagi in perfetta salute a km di distanza dal primo centro abitato, stanziali; significa che lì nelle selve, loro avevano trovato un modo per sopravvivere, cacciando. Nonostante i cinghiali, i lupi e le volpi riuscivano ad invecchiare; ne ho seguiti alcuni per diversi anni. I gatti sono cacciatori formidabili e se la cavano molto meglio di noi nelle difficoltà. La tua colonia secondo me si è spostata, magari fuori città, dove probabilmente hanno trovato di che cacciare e sopravvivere. I gatti è vero che sono animali sociali, ma creano branco anche con gli umani e, udite, udite, con i cani. Il mio cane ha allevato Sandokan, il mio gattone; salvato da morte certa “rubandolo” in un fienile dove continuava a miagolare, attirando l’attenzione di gente poco raccomandabile. Sandokan era da svezzare quando l’ho portato a casa. Il mio cane lo teneva al caldo e si prendeva cura di lui. Sono cresciuti insieme. Poi ne è arrivato un’ altro, dal bosco, minuscolo e malato; si è avvicinato solo perché non ce la faceva più; di solito sono loro che ci scelgono, hai ragione. Adesso è nel nostro branco in casa con me, col cane e con Sandokan. L’ho chiamato Federico Secondo di Svevia, perché è un guerriero, lui, ed ha un non so che di regale. Come tutti i gatti, del resto. Ho avuto altri gatti prima; non so vivere senza.

    Piace a 1 persona

    1. Forse in un ambiente più selvaggio se la cavano, ma in città finiscono per essere del tutto dipendenti dagli umani, e se gli umani da un giorno all’altro se la squagliano, si ritrovano in grossa difficoltà, i gatti.
      E sì, anche io ho rintracciato in loro un certo atteggiamento quasi regale… 😉

      Piace a 1 persona

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...