Il colore dell’odio

Dovevo recarmi in trasferta. Tutti lo sapevano. Un giorno venni al corrente però che, in merito, girasse anche un’altra voce: una volta andato, non sarei più tornato.

Il mio malessere in azienda era risaputo. Era noto quanto fossi sempre più intollerante nei confronti del vecchio boss canuto. Venuto a conoscenza di quella voce, a dire il vero mi sfiorò davvero l’idea di prendere al volo l’occasione e dileguarmi. Tuttavia ancora non avevo trovato un altro impiego. Per questo dovetti seguire la via assennata che mi consigliava di aver pazienza permanendo ancora un po’ in quel detestato luogo di tribolazione.

Ovviamente c’era anche un altro motivo che faceva sì che volessi andarmene: Miriam. Questo nessuno lo sapeva. Da poco io stesso me l’ero confessato con molta fatica. Perché fa male ammettere di amare una persona con la quale non vai sostanzialmente d’accordo; una persona che forse un tempo mi aveva amato anche lei, ma che ultimamente mostrava di non sopportarmi più e tentava di ignorarmi a oltranza. Fa male provare affetto per una persona che non solo non ti contraccambia ma in certi momenti ti fa capire quanto ti odi.

A ogni modo, venuto al corrente di quella diceria che volessi andarmene, scelsi di non far nulla. Non la rintuzzai. Non la confermai. La lascia indolentemente circolare. Pensai: non è un problema mio; inoltre, se è in grado di far venire qualche ulcera al vecchio despota, mi fa pure piacere.

Poi venne l’antivigilia del giorno della partenza. Come ogni tanto mi capitava, mi ritrovai nella stanza di Miriam ad armeggiare su un computer che avrebbe dovuto svolgere delle mansioni autonomamente, in mia assenza. La collega di Miriam volle stuzzicarmi.

«Allora te ne vai, eh? Dopodomani è il grande giorno…», disse civettuola.

Volevo tenerla a bada, non mi andava di parlare di quel viaggio: al solo pensarci, mi indisponevo. Ma mi resi conto che dovevo fornirle qualche contentino perché non aveva intenzione di lasciar cadere l’argomento. Così provai a parlarle con una faccia il più possibile svuotata di ogni entusiasmo e fui assai parco.

«Sì…», le risposi.

«E ti piace fare queste trasferte di lavoro?», rinfocolò lei.

«A dire il vero è più il fastidio degli spostamenti che altro… Essendo io un tipo abitudinario…»

«Però ti pagano bei dindi…», fece il verso quasi scurrile del denaro con le dita della mano.

«Mah… Fosse per me, me li risparmierei. Non è che mi interessino troppo i soldi. Ci sono cose più importanti…», mi tradii sul finale rendendomi conto troppo tardi che le avevo fornito un assist su tutto un mondo nuovo che le si era spalancato davanti che solo chiedeva di esser sviscerato.

«Ah sì? E cosa? Dimmi, dimmi! Forse tu pensi al tipo di lavoro… Ti piace stare qui?», disse infine con un sorriso falso che mi diede la nausea.

«Mmm… Beh, ci sono pro e contro, come ovunque… Scusa ma adesso mi devo concentrare qui…», tagliai corto per togliermela di torno. E lei capì così bene l’antifona che, soddisfatta, e forse con la voglia matta di andare a spifferare subito quel poco avvenuto tra noi ad altri colleghi, si alzò per recarsi ufficialmente al bagno.

Così rimanemmo soli io e Miriam. Eventualità, quella, che avrei preferito evitare.

Mi abbrancò subito una gran tristezza. Lei era lì che faceva le sue cosette. Con un orecchio aveva ascoltato bene il discorso avvenuto tra me e la sua compagna di stanza ma non aveva osato intromettersi. Anche se, a dire il vero, il suo atteggiamento – di quello non potevo esser certo perché lei era un’attrice consumata; inoltre esso poteva cambiare anche molto quando erano presenti altre persone oltre noi – da quando ero entrato nella stanza non mi era parso così duro e inscalfibile, così ferocemente orgoglioso come negli ultimi tempi. Sembrava a dire il vero che sotto sotto patisse un qualche pensiero. La conoscevo bene e sapevo che poteva essere davvero così, anche se forse ciò che la angustiava poteva esser una gran sciocchezza, perché lei poteva preoccuparsi anche di immani cazzate attribuendo loro un peso del tutto sproporzionato.

Ovviamente non avevo intenzione di interrompere il silenzio tra noi. A quale pro, visto l’estrema difficoltà dei nostri rapporti? Così me ne stavo lì a scrivere sulla tastiera e ormai non mi mancava molto per potermene tornare nella mia stanza-rifugio con Belosh, che certo in quell’ambiente era la compagnia migliore che mai avessi potuto trovare.

Fu allora che Miriam, potei quasi vederla anche se avevo gli occhi sullo schermo del computer, tirò su la testa timidamente e, con un velo di tristezza negli occhi e pure nella voce, mi chiese:

«…Eri tu che mi dicevi che il viola è il tuo colore preferito?»

La balzana domanda mi spiazzò totalmente. Così rimasi alcuni secondi interdetto prima di risponderle, mentre smisi di scrivere al computer.

«Beh… Effettivamente sì…»

Avessimo potuto usufruire di una conversazione normale in quel periodo, le avrei sicuramente chiesto perché me lo chiedeva. Ma non avendo avuto la forza di ottenere indietro una sua ennesima eventuale cattiveria, non aggiunsi altro. Così fu lei ad aggregare giusto poche parole…

«A dire il vero anche a me piace molto. Ho anche dei bei abitini viola che ho comprato l’anno scorso, ma qui non li metto perché… il capo è superstizioso. Si narra che una volta abbia quasi licenziato una perché si era presentata con una blusa viola…»

La conversazione terminò lì. E mi lasciò basito. Non capivo il perché di quel discorso. Doveva pur esserci, ma nessuno dei due si sentì di far niente per portare alla luce ciò che in quel frangente appariva oltremodo oscuro. Poco dopo me ne tornai nella mia stanza. E non vidi più Miriam.

Il giorno seguente, per email, prese corpo la possibilità di non effettuare più il viaggio. Se fossi riuscito a fare il lavoro da remoto potevo anche non partire. Quell’eventualità mi rese abbastanza contento. Ne parlai col capo. Non gli mostrai che avrei preferito quell’opzione; così, quando lui mi chiese cosa preferivo fare, gli dissi con tono monocorde che per me andava bene tutto. Lui, immaginando un mio fastidio a cambiar programma e considerando che così avrebbe risparmiato quei per lui pochi euro, mi concesse l’autorizzazione a lavorare con quell’intento così da evitare il viaggio del giorno dopo.

Dunque tutto il dì mi occupai alacremente di quella questione. Doveva essere perfetta. Avrebbe dovuto funzionare tutto a meraviglia sennò mi sarebbe toccato di partire ugualmente. Giunti a sera mi resi conto che la mia accuratezza mi aveva fatto fare un po’ più tardi del previsto. L’ufficio cominciò a svuotarsi. Anche Belosh, che si offrì di farmi compagnia solo per non lasciarmi solo, se ne andò dopo che gli dissi che mi mancavano ormai pochi minuti e preferivo star solo.

Quando infine credevo non fosse rimasto più nessuno in azienda, compreso il capo, sentii bussare tenuemente alla porta. Venni scosso da un brivido. Non sapevo chi poteva essere, eppure nel mio animo era come sapessi già chi sarebbe apparso da quella porta.

Dissi avanti e la porta mi dischiuse una visione quasi psichedelica. Era Miriam con in volto un’espressione estremamente garbata, tornata nuovamente gentile con me, per un qualche incomprensibile evento eccezionale. Ma la cosa più stramba di tutte era rappresentata dal suo vestiario, completamente viola. Indossava pantaloni viola attillati che le disegnavano perfettamente i conturbanti fianchi, un maglioncino viola che doveva essere di un pregio ricercato. Inoltre, incredibilmente, anche il fard sui suoi occhi quel giorno, per la prima volta da quando la conoscevo, era viola.

Osservando il mio stupore mi disse con la sua voce da angioletta:

«Volevo salutarti… prima che tu parta.»

Poi non disse più nulla. Io pure non sapevo cosa dire. Eppure il nostro silenzio non era imbarazzato. La guardai negli occhi. Non potei più staccarglieli di dosso. Pure lei sembrava non intenzionata a mollare i miei.

«Ciao, Ariel», disse commossa con una voce ancora più tenue di prima mentre si richiudeva la porta alle spalle e forse dai suoi occhi stavano per affiorare delle lacrime.

Per cinque minuti il mio cervello andò in tilt e non capii più niente – per fortuna il lavoro era praticamente finito e mi erano rimasti da fare solo tre o quattro click col mouse in totale.

Quella sua venuta mi stravolse. Me ne tornai a casa corrucciato, imbambolato, con una strana voglia-timore di incontrarla da qualche parte, per la strada. Per tutta la notte continuai a pensare a quanto mi aveva fatto male quel saluto e al perché potesse esser giunto.

Il giorno dopo, in una fresca mattinata, si diradò la nebbia nella mia testa. Tutto mi apparve chiaro, perfino ovvio. Miriam non sapeva – perché lo avevano potuto sapere davvero in pochi – che probabilmente non sarei più partito. Dunque, attribuendo, come altri, a quel viaggio la concreta possibilità di non vedermi più… aveva avuto la pensata di vestirsi completamente di viola, per me, sfidando la sorte col capo, pur di donarmi un ultimo saluto d’addio che solo io fra tutti avrei compreso. Pur di dimostrami forse anche dell’altro…

Erano questi gli atteggiamenti in lei che mi lasciavano esterrefatto. Questa sua assurda generosità che affiorava subentrando alla sua cruda intransigenza. Queste cose che mi scombinavano da capo a piedi costringendomi a interrogarmi ancora e ancora, senza mai poter giunger a una conclusione certa, se lei avesse potuto amarmi sul serio un giorno, oppure no.

Quando mi presentai normalmente a lavoro, di buonora, feci subito una capatina nella stanza di Miriam. Come previsto lei si mostrò oltremodo sorpresa di rivedermi.

«Ah, oggi non ti sei vestita di viola, eh? E come mai?», le dissi come avessi smascherato totalmente il suo gioco segreto e adesso avessi voluto prenderla in giro per essersi lasciata andare a una tale esagerata premura verso me.

Al che lei rispose dapprima «…Ma tu non dovevi esser partito?!», per poi immediatamente, notando un sorriso sardonico apparire sulla mia faccia, stizzita, dirmi: «Mica mi voglio far licenziare solo perché a te… cioè a me piace il viola!»

Al che sprofondò lo sguardo nel computer, finse di avere da fare e si chiuse nel mutismo tipico di chi è stata colta in castagna ma non vuol dare la soddisfazione agli altri di ammetterlo. Così riprese immediatamente a odiarmi come prima.

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