Dalle ombre #5

. L’ardimento del sangue

L.C. amava sbucciarsi le ginocchia, farsele proprio sanguinare. Aveva visto che succedeva spesso agli altri bambini turbolenti, e che poi essi potevano anche stare lì a piagnucolare per parecchio tempo. Lui adottava invece un atteggiamento diverso. Lui se le sbucciava apposta, poi tutti vedevano che gli colava il sangue; e se andavo lì e gli chiedevo se gli faceva male, lui mi diceva che avrebbe resistito, avrebbe fatto lo stoico, dunque potevamo continuare a giocare come prima…

Solo oggi posso immaginare le innumerevoli occasioni in cui finiva tagliato fuori senza neppure che me ne accorgessi. Si giocava a guardie e ladri? Lui spariva. Si giocava a fare le olimpiadi? Lui spariva. Lui non poteva correre decentemente, era questo il suo dilemma: per questo si dissolveva.

Ma dove andava quando stabilivamo di optare per un gioco a cui lui non avrebbe mai potuto partecipare? Effettivamente non lo so. Non l’ho mai saputo. Forse si metteva in un angolino a osservarci mestamente. Forse tornava in classe a far finta di studiare, o disegnare. Forse provava ad avere più fortuna con i bambini più piccoli, i quali si sarebbero accontentati con maggiore facilità di un mezzo bambino come lui. Bambini più piccoli sui quali poteva già esercitare parte del suo proto-potere malvagio ancora piuttosto in erba.

Per fortuna, in un gioco molto popolare, L.C. un ruolo era stato in grado di ritagliarselo. Si era scelto il ruolo del portiere di calcio. Certo, era chiaro che il suo handicap esisteva ugualmente però, vista la modestia dell’attività che praticavamo, il più delle volte faceva la sua figura non facendo rimpiangere gli altri due portieri presenti. Eh, sì: poi c’era anche quel problema. I portieri erano dispari: tre. Dunque o si facevano tre squadre (e una a rotazione avrebbe dovuto attendere di giocare mentre le altre due si sfidavano, ipotesi questa che non andava a genio a nessuno perché volevamo tutti partecipare al gioco subito); oppure uno dei portieri (quasi mai lui, perché lui avrebbe preferito non giocare piuttosto che far finta che fosse in grado di correre) si adattava a fare il difensore.

Comunque fare il portiere nelle sue condizioni voleva dire esser molto coraggiosi. Per lui, arrivare su una palla, era più facile con le mani che non con i piedi. Ciò implicava che dovesse coordinarsi al limite delle possibilità umane e scegliere il momento giusto per “cadere” a terra. Se avesse scelto il momento sbagliato, l’attaccante non solo avrebbe segnato ma lo avrebbe anche umiliato mettendolo letteralmente col sedere per terra. Proprio da qui era nato quel suo frequente sbucciarsi le ginocchia. Quando sbagliava il tempo di “caduta” non era infrequente poi che qualche bambino che non ci stava a perdere gli facesse piovere addosso critiche feroci…

2 pensieri riguardo “Dalle ombre #5

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