Delirius Dementhia: Squilibrismi

Il 97% delle cose che dice sono superflue, sgradevolmente inesatte, inveritiere, o semplicemente fastidiose come la peste.

Rimane scioccata se le faccio notare che mi devo togliere gli occhiali per leggere un libro o il giornale – cosa che dovrebbe già sapere perché le ho spiegato un mucchio di volte. Allora giù un pippone sul calo della vista, sul fatto che non mi faccio una visita da anni e compagnia danzante. Termina con l’esortazione patetica: non ti trascurare!!! Come fossi dedito all’abbruttimento personale, o le avessi mai dato modo di pensarlo!

Quindi lei non avrebbe mai visto uno cogli occhiali che se li toglie per leggere meglio?! Ma dove ha vissuto sinora? In Botzuania – e lo scrivo volontariamente sbagliato per far capire che questo paese non esiste! –?

Al pomeriggio torna a bombardare con una delle sue insensatezze che non stanno né in cielo né in terra.

Mi si avvicina con fare circospetto, come a volermi prendere di soprassalto. Poi comincia a parlare con quella sua vocetta malferma, che sembra ti stia per rivelare il segreto di Fatima, o parimenti che ha un tumore alla testa – ah, le cose che si spiegherebbero se fosse davvero così!

«Mi sa che è meglio se ti segni il numero del conto che ho… che se dovessi morire improvvisamente…», e si silenzia, come colta da moto di commozione ferale.

Ora capirete facilmente che… come mai questa cosa non le è venuta in mente prima, se davvero è così importante?! Perché mi ha privato di questa importantissima notizia, se davvero è di così vitale importanza che la sappia?!

Ovviamente cerco si smarcarmi da questa assurdità nel più breve tempo possibile. «Scrivi tutto da qualche parte, poi me lo conservo…», tento di togliermela di torno. Ma lei insiste; ormai il suo cervello non può più tornare indietro, nel mondo della Ragione:

«No, dove te lo scrivo?!, che poi ti rimane su qualche foglio svolazzante e te lo perdi!»

Dunque me lo dovrei appuntare… ma non su un foglio perché sennò me lo perdo! E allora dove cazzo vuole che me lo segni, sul corpo, come fosse un tatuaggio?!

«Prendilo da qui…», dice, «L’ho scritto sulle note del cellulare…»

Scopro dunque che non si tratta del numero del conto, ma del pin del bancomat

Ma questa psicotica vicenda, al solito, ha un’appendice tragicomica… No, non è mica finita qua…

Qualche settimana dopo, mentre è in viaggio, mi manda tutta allarmata un vocale per telefono in cui mi chiede se per caso non abbia approfittato dell’accesso al suo conto per fare acquisti pazzi online senza dirle niente. Cosa molto difficile da praticare se uno non dispone del bancomat fisico in questione, a meno che, forse, non si sia una specie di hacker malfattore che abbia messo in atto tutta una serie di tecniche per clonarglielo, quel bancomat.

Stavolta non le rispondo. Non se lo merita.

Più tardi si accorge della sua gaffe astronomica e cerca a suo modo di far pace. Ma ovviamente senza chiedere scusa.

Continuo nel mio silenzio.

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