Ultimo minuto (film)

Da bambino questo film mi aveva molto emozionato. Mi ero chiesto come mai non esistessero altri film sul mondo del calcio, il quale a dire il vero pensavo fosse stato qui rappresentato in maniera troppo guasta. Ma ovviamente sbagliavo alla grande, per eccesso di ingenuità. A rivederlo oggi mi è sembrato assolutamente realistico, forse fin troppo tollerante col calcio, anche quello di una volta, che certo era meno cattivo e più dilettantistico di quello di oggi.

È la storia del dirigente sportivo di una società calcistica che si barcamena tra diplomazie e corruzioni, dovendo anche star dietro le bizze di alcuni calciatori che poi si vendono le partite. In più ha una figlia che ha avuto una storia con uno dei suoi calciatori più testa calda.

L’ottimo Ugo Tognazzi è il protagonista assoluto della pellicola, e infatti compare in quasi ogni scena.

Il film (di Pupi Avati, scritto anche con l’apporto del giornalista sportivo Michele Plastino), affrontando senza sosta un mucchio di tematiche, risulta quasi naif. Nel senso che contiene molteplici elementi interessanti che avrebbero potuto anche essere approfonditi maggiormente facendo di esso un prodotto sontuoso. Invece così il risultato è un film carino ma decisamente minore.

La madre di Ameba – Parte I

Le cose tra me è Ameba non andavano troppo bene. L’ultima volta che avevamo fatto l’amore mi era sembrato di accoppiarmi con un manichino. Lei aveva guardato a lato per tutto il tempo con la sua faccia imbalsamata, in quella sua tipica espressione da statua. E io mi ero svuotato i testicoli senza alcuna soddisfazione. Per la prima volta in vita mia avevo sperato di “fare presto” per togliermi subito quella pessima sensazione che lei mi procurava, che mi faceva sentire straniero a casa mia.

D’altronde Ameba era una ragazza fredda non solo a letto ma anche per tutto il resto. Stavo cominciando a capirlo, ma ancora non c’ero arrivato, stupido come ero. Inoltre credo non fosse capace di provare vero amore per nessuno. So che non dovrei dirlo, che sembro il leone ferito dal rifiuto di accoppiarsi della leonessa il quale pensa che debba esserci per forza qualcosa che non va in lei se non ha accettato le sue avance. Però, credo proprio che non fossi io il problema. Anche perché il futuro avrebbe dimostrato proprio questo. Anche quando lei dichiarava di aver perso la brocca per qualcuno, oltre a mantenersi fredda, la sua sembrava più una raffigurazione del concetto d’amore che lei aveva nella testa più che un vero vissuto da sperimentare in tutte le sue forme belle e brutte. Anche quando apparentemente sarebbe stata triste per un amore, non mi avrebbe mai dato l’impressione di star davvero male, come invece sarebbe stato per una persona comune in caso di un amore infelice.

Allora perché ci stavo, se lei era così sbagliata, perfino il contrario di quella che avrei desiderato per me? Ci stavo perché in quel periodo gli ormoni mi facevano perdere la testa. Così era vero che lei era un pezzo di legno o ghiaccio che dir si voglia in ogni estrinsecazione di sé, però era anche vero che comunque un bel corpo femminile ce lo aveva. Ricordo che mi facevano uscire di senno i suoi fianchi così femminili. Sui quali mettevo le mani ogni volta che potevo, anche se lei raramente mi permetteva di raggiungere quella contiguità. Ricordo i suoi piedini da femmina. Ricordo quel suo bel sedere ben formato senza smagliature. Ricordo i suoi capelli arricciati. Ricordo le sue labbra dritte. Ricordo come lei, semisvestita, si tirasse sempre su quell’asciugamano per non farmi veder niente, mentre sembrava tanto che una parte di lei fosse affascinata dall’attrazione che provavo per il suo corpo e ci godesse a stuzzicarmi.

Insomma, era solo una questione fisica, perché caratterialmente e per tutto il resto eravamo davvero agli antipodi in ogni aspetto della vita. E la questione fisica era tale non perché lei fosse oggettivamente attraente, ma solo perché lei era una femmina e io un maschio in calore invasato delle sue prime esperienze con l’altro sesso, impossibilitato a lasciar perdere prima di esserne stato abbastanza sazio.

Con le altre femmine avevo invece rapporti splendidi; e allora mi chiedevo: ma perché deve andare così a meraviglia con le altre mentre Ameba non è in grado di regalarmi mai una, dico una, soddisfazione accettabile? Non è che avessi delle storie con altre, e nemmeno che flirtassi. Si trattava semplicemente di intrattenere usuali rapporti più o meno di amicizia e creanza. Ma la cosa divertente è che questo ragionamento mi portava a farlo proprio la femmina che più di tutte era vicino ad Ameba. Cioè sua madre.

La madre era una donna all’apparenza molto diversa da Ameba, tanto che non capivo come quella figlia di pietra avesse potuto nascere da quella madre stupenda. Ameba aveva complessivamente un bel corpo ma era assolutamente piatta davanti. La madre invece era più alta e anche larga di lei, con un seno giunonico che non potei non notare fin da quando misi piede in quella casa.

Ma anche caratterialmente erano molto diverse. La madre aveva per me tutte le accortezze che Ameba ormai dava per scontate e dunque non mi concedeva neppure fintamente. La madre sembrava nutrire del sincero rispetto per l’uomo che ero, o meglio che sarei diventato, perché all’epoca ero solo un ragazzo diciottenne. Aveva circa venticinque anni più di me. Ma era ancora molto piacente. E poi era una donna matura, con tutto il fascino e la consapevolezza di una donna matura. Sapeva come vestire. Sapeva quando risultare castigata (anche se con quel seno era difficile) e quando far perdere la testa indossando una scollatura e delle scarpe con il tacco le quali solitamente non erano mai troppo alte perché sennò avrebbe probabilmente finito per mettere in soggezione il suo partner, a proporsi in quella maniera ostentata, oppure avrebbe potuto facilmente farsi fraintendere e passare per una donna facile o spregiudicata, cosa che lei non era – o almeno così pensavo.

In quella casa ieratica c’era una strana atmosfera. La stanza di Ameba era, sì, piena di gingilleltti da ragazzina tipici di quell’età, con dei poster di Madonna e altre rockstar appesi alle pareti, ma sembrava tanto, anche qui, più una rappresentazione posticcia di una tipica stanza da adolescente che una vera estrinsecazione di lei, vissuta. Mentre il resto della casa era molto spartano o per lo più classico. Come il carattere della madre, che spesso appariva una donna assai silente, riflessiva, imperscrutabile. Quelle due femmine vivevano da sole in quella casa perché il capofamiglia era morto quando Ameba era ancora piccola e aveva dieci anni. Lei mi diceva che suo padre le mancava più come figura che come persona o padre. Invece la madre le ripeteva sempre quella strana frase che io non capivo ma che avrei compreso solo in futuro, quando sarei cresciuto: che lei, Ameba, era stata concepita appositamente per starle accanto, come fosse stata un cane da compagnia più che una ragazza autonoma che un giorno avrebbe spiccato il volo andando per la sua strada.

La madre di Ameba era sempre gentile con me e mi faceva molte domande su come ero e quello che mi piaceva e che opinioni avevo. Sul principio ero certo che fosse perché voleva sapere con chi usciva sua figlia, e certo quella doveva essere una componente importante; ma poi capii che era interessata a me al di fuori del rapporto che avevo stretto con sua figlia.

Così ci fu quel giorno in cui mi presentai all’appuntamento mezz’ora prima del dovuto. All’epoca ero molto inesperto e non sapevo che non ci si deve mai presentare a casa di una ragazza (in particolare una come Ameba) mezz’ora prima, perché essa poteva non esser presentabile. Mi accolse la madre un po’ stupita. Mi disse che sua figlia stava dormendo – difatti Ameba aveva questa abitudine da vecchia, di dormire sempre almeno mezz’ora il pomeriggio, se non anche più di un’ora. Dopodiché decise di tenermi occupato qualche minuto prima di andarla a svegliare. Allora, per una volta, si sedette anche lei al divanetto e cominciò con quella mitragliata di domande. Ma stavolta, approfittando dell’assenza della figlia, mi chiese questioni ben più impertinenti delle volte antecedenti. Come per esempio cosa mi piaceva di Ameba e se la trovavo bella. E io, arrossendo, vuotai praticamente il sacco e le dissi che mi piacevano i suoi fianchi e anche che delle volte non la sentivo proprio vicina. Tutto questo mentre la madre mi osservava attentissima; aveva accavallato le belle gambe muscolose lasciando che lo spacco della gonna si aprisse a più non posso, senza parlare della notevole visione che offriva il vestito all’altezza del seno, di cui lei sembrava totalmente non informata e ostentava quasi con pertinace civetteria.

Poi fu il suo turno di parlare e mi disse, mostrando di cercare delle parole che non riusciva a trovar adatte, che sua figlia era un po’ così e che la dovevo prendere per quel che era. Mi disse anche una cosa molto importante: che non sarebbe cambiata e quindi dovevo chiedermi onestamente se la accettavo oppure se fosse il caso di cambiar aria. Ma poi, notando la mia aria preoccupata, volle chiarire che a lei piacevo molto e certo lei sperava che sarei rimasto con la figlia perché ero senz’altro un bravo ragazzo e un buon partito.

Poi mi chiese subito dopo, a tradimento, se avevamo già fatto l’amore. Io non risposi, defalcai lo sguardo e sorrisi nel vuoto, a far intendere che non potevo certo parlare di quell’argomento con la madre della mia ragazza, per quanto essa fosse gentile con me e la sentissi ben più vicina della figlia. Allora lei non pensò di abbandonare la questione e anzi andò più a fondo sorprendendomi molto, chiedendomi quanto mi piacesse fare l’amore e che cosa mi piaceva di più del farlo. Che era una domanda generica, anche se molto privata, che non riguardava la figlia, per cui si aspettava, quasi mi imponeva, di rispondere…

Ma poi sentimmo giungere Ameba con le sue ciabbattine porpora che chiedeva alla madre, dalla cucina, se era rimasta una certa merendina per fare uno spuntino. Allora la madre riunì all’istante le gambe, si rifece dritta col busto e le rispose flemmatica, come niente fosse, che le merendine erano finite e che io ero di là in salotto con lei che l’aspettavo. Allora Ameba fece la sua comparsa all’ingresso del salotto rimanendovi in realtà ritrosa, perché era solo in pantaloncini corti e magliettina e ciò la faceva sentire quasi nuda; e con aria sia distratta che incuriosita da quella nostra strana intimità, infastidita sia di quello che del fatto che fossi giunto prima degli accordi, chiese alla madre: ma perché non mi hai svegliato? Ma sapeva anche lei che avrebbe preferito non essere svegliata prima, solo perché il suo ragazzo scemo era venuto mezz’ora prima perché aveva tanta voglia di vederla.

Tre giorni dopo litigai con Ameba e pensammo davvero per la prima volta a lasciarci. Il nostro rapporto si fece a maglie più larghe. Ciò volle dire che entrambi ci guardavamo attorno e riflettevamo su di esso chiedendoci se non fosse il caso di troncare. In quel periodo comunque la madre era entrata a far parte nei miei sogni erotici ben più di Ameba: immaginavo sempre che mi si offrisse in quel salotto che era stato spettatore di quell’indiscreto suo modo di fare slacciato ma al contempo dignitoso.

Poi un giorno mi chiamò proprio la madre e mi disse di venire, perché mi doveva parlare. Provai a chiederle di cosa si trattasse ma non riuscii a farmelo dire. Durante il percorso per arrivare da lei vagliai tutte le possibili motivazioni che avessero potuto nascondersi dietro quel suo gesto e alla fine mi convinsi che Ameba, che non sentivo da un po’, con tutta probabilità doveva essere a letto malata, e dunque la madre aveva pensato che le avrebbe fatto bene rivedermi in un momento di patimento. Così mi preparai a qualcosa del genere. Ma una volta che fui lì mi accorsi subito che di Ameba non c’era traccia in quella strana casa così formale e vuota. E la madre era vestita bene. Non da casalinga, ma da donna che forse avrebbe avuto un appuntamento. Il suo seno faceva capolino da una camicetta bianca in cui gli ultimi bottoni erano stati subdolamente slacciati. Aveva scarpe robuste con la zeppa, con un tacco altissimo. Era più alta di me. Più grande di me. Più decisa di me.

Le chiesi imbarazzato cosa volesse. E lei, facendomi accomodare e porgendomi un’aranciata, cominciò a fare un lungo discorso sulla figlia, su me e Ameba, sul nostro rapporto e sul fatto che non avrebbe dovuto dispiacermi se il legame con lei si fosse interrotto, perché nella vita le cose è bene che vadano come devono andare, piuttosto che si protraggano con uno stillicidio di sentimenti ed energie tale da svilire le passioni e le gioie più belle.

Mi disse anche che tra un’ora e mezza Ameba sarebbe tornata dalla palestra e che, se avessi voluto, le avrei potuto parlare. Mi disse che se avessi chiesto ad Ameba di rimetterci assieme, essa sostanzialmente avrebbe accettato perché si era resa conto che con quel carattere che aveva respingeva tutti i maschi che incontrava sulla sua strada. D’altronde, se le avessi detto di lasciarci in via definitiva, Ameba non ne avrebbe affatto fatto una tragedia e, non mostrandosi dispiaciuta, mi avrebbe detto che era meglio così e che anche lei lo aveva pensato da tempo, perché le cose tra noi non andavano più tanto bene.

Tutto questo mi lasciò molto turbato. Perché la madre era tanto diretta, almeno apparentemente, quanto Ameba non sapeva esserlo. Ma era anche tanto più attraente di quanto la figlia non fosse né mai avrebbe potuto essere.

Poi a un certo punto mi chiese se la trovassi bella. E io confessai che mi sembrava la donna più bella che avessi mai visto e le dissi anche che Ameba non sarebbe mai stata così bella, perché non era proprio nelle sue corde esserlo.

Lei sorrise soddisfatta, probabilmente proprio perché era quello che si aspettava e sperava le dicessi. Allora mi prese dolcemente la testa, dapprima me la carezzò e poi me la tirò proprio dove avrei voluto, cioè sul suo grande, accogliente, caldo, soffice seno. Dunque mi spinse la testa sempre più sui suoi seni, se li tirò rapidamente fuori dalla camicetta e capii cosa voleva da me.

Un’ora e un quarto dopo lasciai quella casa non sapendo più nulla, completamente plagiato e rintronato dalla profonda esperienza erotica avuta con la madre.

CONTINUA –

ameba

Arthur Machen: La piramide di fuoco

Arthur Machen è uno degli scrittori inglesi che Alan Moore ha più in stima. Per cui, in questo periodo di quarantena, è stato il suo il secondo (o era il terzo?) libro che ho scelto di leggere in formato digitale.

La piramide di fuoco è una raccolta di racconti dell’orrore che parlano di oscuri avvenimenti che accadono a persone che sempre inesorabilmente muoiono o impazziscono (vi ricorda qualcosa?), talvolta in maniere splatter/pulp (vi ricorda qualcosa?), ma non per via di altri uomini bensì a causa di inquietanti, arcane figure non ben identificate probabilmente più vecchie della razza umana (vi ricorda qualcosa?), denominati il piccolo popolo…

Avrete capito che Machen può considerarsi precursore e ispiratore di Lovecraft in persona, il quale infatti lo conosceva, lo stimava e lo lodò molto.

Se amate il terrore esoterico-pagano, potete provare a leggerlo.

Se mi chiedete un confronto tra Machen e Lovecraft, posso dirvi che il secondo – almeno a giudicare da questo singolo breve romanzo – lo trovo più terrorizzante e disturbante del primo, il quale in un certo senso mi pare più “classico e controllato”.

Insomma, con Lovecraft rischiate che vi parta proprio la brocca, come fu per lui, che sembrava parlasse di cose vere, non false, di cui in qualche maniera sapesse davvero. Forse con Machen questo non accadrà (ma, ripeto, il mio è un giudizio assolutamente sommario e parziale).

machen

La Ragazza Meraviglia nell’era di Apocalisse

…E poi un giorno giunse l’Apocalisse (l’era di Apocalisse)! Nessuno se ne era accorto per tempo, nonostante i numerosi segnali annunziatori, come l’invasione delle locuste. Nonostante morgan e bugo… Nonostante… (chi scrive neppure si ricorda più quali fossero gli altri segnali; per dire quanto la pandemia assunse un ruolo centrale nell’esistenza globale e cancellò tutto il passato!).

Certo, poi incombeva sempre quella certa questioncina di quel certo asteroiducolo che forse avrebbe spazzato via la Terra dalla faccia del Sistema Solare, ma la gente era tutta rinchiusa dentro casa e se ne sbatteva il cacchio, in barba agli Avanguardisti Testimoni di Genova della Chiesa Sacra del Nuovo Millennio Millenario, che lo avevano sempre sostenuto nei loro bigliettini da visita… (Tra parentesi poi un giorno l’asteroide venne, ma siccome nessuno se lo inculava di pezzo, esso decise di non distruggere la Terra come avrebbe benissimo potuto fare; sarà al prossimo giro, semmai, pensò insolentendosi quell’ammasso di rocce provenienti dallo spazio siderale di Star Trek che per non farsi mancare niente era anche scappato da un buco nero e poi si era fatto un viaggetto nel tempo. Ma lassiam perdere che questa è tutta un’altra storia, non mi sembra il caso oggi di narrare le strabilianti avventure di Aster, l’asteroide gibboso…).

Insomma, c’era un gran casino sulla Terra, proprio bello grosso! Ma, a sorpresa, la Ragazza Meraviglia si rese conto che lei non stava male, lei non si lamentava (almeno una volta che poté risolvere la problematica inerente il reperimento della carta igienica). Dirò di più: lei stava pure meglio! Meglio del solito, e meglio di tutti gli altri esseri viventi e real-cyborg che infestavano il mondo.

Il suo superpotere di sopravvivere alla merda era infine emerso: nella fine imminente, lei se ne sarebbe sbattuta il bubbolo. Lei aveva già dato ampiamente prima, quindi che cosa poteva esser per lei una semplice pandemia mondiale? Lei, essendo preparata già al peggio, si rese conto che era la persona che più di tutte la vedeva “rosa”.

E forse un giorno il mondo avrebbe avuto bisogno di lei e del suo superpotere per sfangarla, questo lei lo sapeva, sì. Ad ogni modo, per ora si godeva quella santa pace…

🙂

Merav

Fido (film)

In un’alternativa America anni ’50 o giù di lì, accade un evento (una nebbia radioattiva?) che fa sì che la gente che muore diventi zombie. Così ci si ritrova pieni fino al collo di questi morti viventi. Allora che fare?

Ovviamente qualche imprenditore dritto pensa subito di inventare un collare in grado di calmarli, per utilizzarli praticamente come schiavi. Se il collare però si rompe o è difettoso? E se poi finisce che ci si affeziona a quegli zombie? E se qualcuno se li tromba pure?

Penso spesso a quanto sia incredibile che il concetto di zombie sia entrato così in profondità nella cultura americana (e di conseguenza anche mondiale). Anche a me divertono… ma perché questo successo?

Horror carino. La cosa migliore è la caratterizzazione dei personaggi e del mondo creato. Talmente efficace che affermo senza paura di smentita che da questo film avrebbe potuto tranquillamente trarsi una bella serie.

Altra nota positiva: in uno dei ruoli principali compare quella mora di cui all’epoca ci innamorammo tutti, in Matrix (se non erro lì si chiamava Trinity), qui ormai donna matura, milf con prole al seguito. Felice di averla rincontrata.

🙂

fido

https://www.raiplay.it/video/2018/03/Fido-6c6ecdf3-a57c-416b-811b-c91dde90d5ff.html