Laila: Le antenate

Nel salotto di casa mia c’è uno strano quadro che ha sempre attirato la mia attenzione poiché molto particolare e inquietante. Non c’è da molto, saranno dieci anni. Prima non c’era. Poi un giorno sostituì le gigantografie di quando ero bambina piccola e stavo alle giostrine. Non so da dove provenga. Forse da un mercatino, direi, anche perché non sembra affatto un quadro di valore, seppure è molto evocativo. Eppure c’è qualcosa in esso che racconta una storia, una storia lontana di piccole grandi violenze, che forse potrebbe avere a che fare con la mia tormentata famiglia, potrebbe essere un ponte tra quel passato violento e la violenza del mondo d’oggi…

Il quadro raffigura due donne o ragazze. Lo stile è un falso carboncino, dunque è una specie di bianco e nero con sfondo seppia, con qualche ombra più marcata di altre. Ci sono queste due donne, sedute su un canapè da due posti, l’una vicinissima all’altra. Attaccate. Devono essere molto unite, devono essere state molto unite queste due donne, nella vita così come nel quadro. Quella di sinistra è più minuta dell’altra, anche se non di molto. Anche la sua postura più ritirata mostra che è subalterna all’altra. Difatti essa stringe con una mano il braccio dell’altra, come a non volersene separare, o come a proteggersi da qualcosa d’imminente, forse proprio colui che ha fatto il quadro, colui che ha voluto ritrarre le due sorelline tanto unite. Ma saranno davvero sorelle? Le due si somigliano, tuttavia tendo a prediligere l’ipotesi che chissà perché siano cugine carnali, ma non sorelle, non so perché…

Entrambe hanno abiti lunghi. Ma quello della donna di sinistra è come si può intuire più castigato di quello dell’altra, con il vestito che le arriva fino alla gola. Mentre quello dell’altra si ferma subito dopo i seni, che le fascia aderendo perfettamente non lasciando intravedere alcuna piega che si potrebbe dire maliziosa; le lascia scoperte le braccia bianche però, di un biancore che risalta, soprattutto nel braccio destro, più esposto alla luce poiché più avanti che l’altro.

E veniamo al viso. A una prima analisi le due sembrerebbero molto quiete. La prima donna fissa un punto imprecisato dietro il ritrattista, un punto spostato alla propria destra. Non guarda lui, no. Guarda assorta qualcosa che sta più lontano, molto più lontano. L’altra donna invece ha un volto maggiormente oscurato anche se dovrebbe essere maggiormente in prominenza rispetto la luce. Questo particolare non si capisce. C’è un’unica spiegazione in merito. Non è un vero ritratto dal vivo, quanto semmai un qualcosa di simbolico. La luce illumina meglio la donna a sinistra poiché più pura e fragile dell’altra, mentre per l’altra, per lo stesso motivo, le oscura in parte il volto.

Il volto della donna di destra sorride bonariamente, oppure arrendevolmente, con mitezza. È tramite quel sorriso che mi risposto sul volto della donna a sinistra e mi rendo conto che anche lei sorride. Ma il suo sorriso è più simile al sorriso di un folle convinto di qualche sciocchezza, il sorriso dell’egocentrico. Invece l’altro sorriso ha qualcosa di rassegnato, come se essa, essendo la donna che si carica sulle spalle il benessere psicofisico dell’altra, dovesse patire anche di più, e per questo fosse maggiormente rassegnata. Così, deve essere, sì, più forte dell’altra, ma anche maggiormente battuta e sconfitta, la donna di destra…

Anche le loro acconciature risultano molto diverse. La prima la definirei morigerata. La donna ha i capelli lievemente ricci, legati dietro, con una scriminatura in mezzo. Un’acconciatura che meno intrigante non potrebbe essere. La seconda invece sembra indossare un copricapo molto ampio che le avvolge tutta la testa, comprese le orecchie, un copricapo conico, che è un cono con il vertice in basso. Ma è davvero un copricapo? Mi avvicino per vederlo meglio e confermo che sia un copricapo, un vecchio copricapo che forse poteva essere in voga, se non ancora nel secolo scorso, in quello ancora prima. Ma avvicinandomi mi sono accorta anche di un’altra differenza tra le due donne. La prima ha gli occhi indefessamente neri, ottusi, come quelli di uno squalo. La seconda invece, li ha azzurri, chiarissimi, con la pupilla molto ristretta, e la loro curvatura è incline alla compassione, particolare, questo, di cui non mi sarei mai accorta se non mi fossi avvicinata.

Mi convinco che un uomo abusasse di entrambe e le picchiasse. Mi convinco che la cugina di destra, per far patire di meno la cugina di sinistra, più piccola e sensibile di lei, spesso si sia presa anche la sua dose di violenze. Immagino il bruto che un giorno volle fare il ritratto alle sue giovani vittime, come un cacciatore fa la foto della preda appena uccisa…

C’è poi un ultimissimo particolare su cui posso puntare la mia attenzione alterata. Quel canapè che appare dietro, anche se è indiscutibilmente un canapè, se non si tiene conto del punto di congiunzione tra le due cugine e ci si lascia invaghire solo dalla forma che affiora ai lati, ci si rende conto che il suo schienale rigido sembra trasformarsi in delle ali. Splendide ali bianche, grandi, ali di angelo, perché solo gli angeli ne posseggono di così bianche e grandi: tali ali si possono trovare attaccate alle spalle di figure celestiali umanoidi… Così, le due cuginette martiri, sembrano degli angeli pronti a prendere il volo, degli angeli che voleranno via lontano appena sarà finita l’ora del ritratto, dopo che l’uomo cattivo forse le avrà abusate per l’ultima tragica volta, la più terribile ed efferata di tutte…

Questo quadro nasconde un antico peccato.

antenate

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