La sorella di Pablo

Avevo sempre considerato Pablo quasi fosse figlio unico, come me e Hildita. Invece tecnicamente non lo era, perché aveva una sorellina di tre anni più piccola, una marmocchia che fin dall’infanzia vidi infilarsi nella sua vita seppur tenendosene sempre ai margini. La quale potei osservare vestita col grembiulino esser accompagnata all’asilo la mattina. Una marmocchia che delle volte cominciava a starnutire e le colava così tanto mocciolo dal naso che mi faceva dire: che schifo! Una marmocchia che rimaneva sempre enucleata dai nostri giochi, anche perché io e Pablo raramente stavamo a casa sua, mentre lei rimaneva sempre chiusa lì, essendo femmina. Una marmocchia che comunque quando ero da loro mi si avvicinava, evidentemente incuriosita dal fatto che fossi il migliore amico di suo fratello: anzi, ero l’essere umano in assoluto con il quale lui voleva passare più tempo assieme (Hildita ancora non era arrivata). E forse la piccola ne era pure parzialmente gelosa, poverina.

Pablo sembrava non calcolarla troppo. Poi però assistevo a gesti di spropositata gentilezza nei suoi riguardi. Quindi sapevo che le voleva molto bene, anche se non lo manifestava quasi mai e si atteggiava sempre a duro.

Successivamente, per un bel pezzo, non la vidi proprio. Non so dove se ne sparì. So solo che ogni volta che passavo da lui lei non c’era mai: era fuori a fare acquisti, o da qualche sua amica. Spesso dormiva pure dalla sua amica del cuore. Per cui, per me era come fosse introvabile, come fosse stata traslata in un’altra realtà completamente avulsa da me.

Sennonché un giorno ricomparve in quella casa in mia presenza. E quasi non la riconobbi. Vidi una ragazzina sexy in shorts che mangiava di gusto un enorme gelato, con le belle gambine distese sul divano mentre guardava alla tv Happy Days. Anche se non lo lasciai trapelare, rimasi molto colpito quel pomeriggio che Pablo mi condusse da lui per fare i compiti d’Inglese. In realtà quella fu per me come una fulminazione. E per fortuna non gli chiesi chi fosse quel bel pezzetto di ragazzina e mantenni la bocca ben chiusa finché non compresi l’ovvio, cioè che doveva trattarsi di Tefi che, mentre noi eravamo cresciuti, era cresciuta anche lei, altrimenti chissà che immane figura di merda avrei fatto!

Lei mostrò di non notarmi. O meglio dislocò appena un attimo gli occhi su di me per subito abbandonarmi completamente disinteressata: per lei era più importante vedere come Ricky sarebbe riuscito a chiedere a quella ragazza bionda di uscire.

Però lei mi aveva notato. E presto, complice pure il fatto che Pablo mostrasse di stimarmi quasi più di se stesso, si convince che il vecchio Guillermo doveva essere un bel tipo, tutto sommato. Così, da quel momento, fatalità, ogni volta che passavo da Pablo la trovavo in casa che faceva i compiti, parlava al telefono, guardava soap, rimescolava il suo già considerevole guardaroba da adolescente, si impiastrava la faccia con dei trucchi e mi chiedeva come stava. E cominciò a fare una cosa che non aveva mai fatto: salutarmi. E io ogni volta la contraccambiavo affabilmente mostrando sempre il mio miglior sorriso. Tutto questo mentre Pablo rimaneva totalmente cieco di fronte alla nostra attrazione reciproca, che cresceva giorno dopo giorno.

Poi Tefi prese non solo a salutarmi ma ad anteporre o postporre sempre il mio nome al saluto. E come divennero ancora più dolci quelle frasi! Ciao Guillermo, che piacere vederti. Ciao Guillermo, vuoi un pezzo di crostata, è molto buona, sai? Ciao Guillermo, sai che ti stanno proprio bene quei pantaloni che indossi?, mi diceva. E io ero felicissimo. Però le nostre brevissime conversazioni finivano sempre in un battibaleno. Sia perché c’era Pablo, sia perché ero venuto per stare con Pablo (e non con lei, e questo doleva entrambi, ma per il momento non potevamo farci niente); sia perché non avevo la minima idea di come intrattenere una femmina. Comunque, come detto, il fatto che tanto non potessi parlarle mi sgravava perlomeno dall’accusare quel senso di colpa per la mia inettitudine.

In tutto questo scambio di sorrisi cordiali e battute e occhiate assecondanti, anche Pablo, alla fine, non poté più far finta di non vedere e presto assunse, ogni volta che io e la sorella ci incrociavamo mostrando di attrarci come calamite di segno opposto, …assunse quella sua strana faccia dispiaciuta da sciagura inevitabile, cioè la faccia che metteva su quando si rendeva conto che su una cosa non ci poteva far niente, anche se non gli andava bene.

Ma la sua sconfitta vera scattò quel giorno, quel giorno che andai da lui e gli citofonai. Rispose Tefi, che mi disse senza darmi tempo di riflettere o rifiutare: Pablo non c’è, Guillermo; ma sali un attimo che ti debbo dire una cosa. E mi aprì subito il portone. E io salii quelle scale mentre mi aumentava il battito cardiaco chiedendomi cosa mai avesse da dirmi Tefi. Forse voleva che l’aiutassi con la Matematica?

Mi aprì la porta col suo sorriso meraviglioso. Mi diede un bacio sulla guancia (cosa mai avvenuta prima!) e mi disse di entrare e che capitavo là proprio a proposito. Mi chiese se volevo un pezzo di torta. Accettai. In quella casa c’erano i dolci più buoni e profumati che avessi mai assaggiato: sembrava di essere nella favola di Hansel e Gretel.

Una volta in cucina, consumata la torta, mi diede da bere del tè. La televisione era come al solito accesa (mai una volta che in quella casa l’avessi vista spenta). Ben presto mi resi conto che Tefi non aveva proprio niente da dirmi. Stava improvvisando: e non sapeva minimamente cosa fare per poter giungere a quagliare.

Avremmo potuto essere imbarazzati, ma per fortuna non lo eravamo. Ci sorridevamo benevolmente mostrandoci contenti di essere così vicini. Poi lei mi ordinò di andare in salotto e io la seguii.

Era da un po’ che mi facevo fantasie su di lei. Ogni sera, prima di addormentarmi, sognavo di prenderla e farla mia mentre magari Pablo era nell’altra camera a fare un esercizio d’Inglese. Avevo dunque avuto un mucchio di tempo per abituarmi a quell’idea e risolvere quel conflitto sanguinoso che ovviamente albergava in me circa quanto fosse corretto farmi la sorellina di Pablo. Alla fine lo avevo brillantemente risolto nel seguente modo: avrei provato a farmela a tutti i costi!, dovendo solo star attento a non farla soffrire. Ma quello era facile perché ritenevo che i rapporti con lei sarebbero stati molto semplici, visto che entrambi volevamo la stessa cosa. Cioè, con le altre ragazze c’era sempre di mezzo un altro ragazzo, magari di cinque anni più grande di te, con il quale non potevi competere; oppure, sì, avevo quei classici problemi da adolescenti diciassettenni sfigati che complicano sempre ogni cosa. Invece con lei no. Con lei non avrei avuto né gli uni né gli altri, di problemi. Infatti lei doveva essere single. E poi si vedeva che non si faceva complicazioni. Mi sembrava la ragazzina più placida che avessi mai incontrato, praticamente una futura moglie ideale, pensavo.

Eh, sì. Ero già andato molto oltre con le mie fantasie e ritenevo che, se pure avessi dovuto sposarla, non ci sarebbero stati impedimenti, almeno nelle mie visioni in cui prima me la facevo sotto gli occhi di Pablo e poi, una volta che lui mi intimava di sposarmela, lo affrontavo con glaciale flemma e, convintissimo delle mie ragioni e del mio sentimento per lei, gli dicevo che naturalmente l’avrei impalmata, e per me sarebbe stato un onore farlo perché io e Tefi ci eravamo amati fin dal primo momento…

Dunque in definitiva me l’ero posta la “questione Pablo” e mi ero risposto che… non sarebbe stata poi questo enorme scoglio insormontabile. Ora, ciò non voleva dire che nella realtà sarebbe stato tutto così idilliaco come mi ero creduto io, però ero convinto che non esistessero ostacoli concreti alla nostra storia d’amore. Anche Tefi doveva essersi posta quella domanda circa cosa sarebbe successo se Pablo ci avesse scoperto… E doveva essersi risposta qualcosa del tipo: e ‘sti cazzi!, faccio come mi pare, ormai sono grande e non può impedirmi di mettermi col suo migliore amico solo per gelosia fraterna o chissà cos’altro!

A quel punto io ero seduto sul divano, lei no, era in piedi di fronte a me. Entrambi cercavamo una scintilla in grado di far appiccare il nostro fuoco. Lei mi si sarebbe gettata volentieri tra le braccia senza troppi convenevoli, ma non voleva darmi l’impressione di essere una “facile”. Io invece ero troppo timido per rischiare una mossa avventata che avrebbe potuto precludermi il successo: per questo cincischiavo.

Poi la scintilla avvenne. E anche in una maniera piuttosto stupida, a testimonianza di quanto entrambi lo volessimo. Lei mi disse se avevo visto quel souvenir di quando erano stati a Venezia. Si trattava di una di quelle palline piene d’acqua che se le scuoti viene giù la neve. Me la prese dalla mensola. Ci fu un momento in cui Tefi quasi scivolò, visto che la pallina era collocata molto in alto. Allora io mi gettai immediatamente al suo salvataggio sorreggendola affinché non cadesse all’indietro. Una volta che me la ritrovai tra le braccia lei si voltò verso me accondiscendente. Mi disse: sei sempre così gentile con me, Guillermo (quando era vero più il contrario semmai) divenendo languida. Non la lasciai più. E lei mi avvolse le braccia al collo dimenticando il souvenir. Il resto fu semplice (ma chiaramente ci baciammo solamente, non pensate male).

Un’ora dopo si udì aprire la porta di casa e poi richiuderla rumorosamente. Era il modo chiassoso che aveva Pablo per far capire a tutti che era rientrato. Cominciò a parlare ad alta voce. Ufff! La partita di pallavolo non finiva mai quest’oggi! Tefi, è venuto Guillermo? Gli avevo detto di passare e non ho fatto a tempo a dirgli di questo contrattempo…

Quando entrò in salotto e ci vide ancora avvinghiati, io seduto nella poltrona del comando, con in braccio la sua calda sorellina che sorrideva ora quasi perversa, la sua faccia fu impagabile. Assunse un’espressione del tipo: oh, mio Dio!, alla fine è successo, sapevo che sarebbe successo, solo speravo non tanto presto!, non mi ero ancora preparato per questo, porca miseriaccia zozza! Che traditori che siete, farmela così sotto il naso appena manco da casa una mezz’ora, mi fate schifo!

Io invece compensai la faccia da mascalzona di Tefi (lei si beava molto di averlo fatto soffrire con quella mossa a sorpresa) con una faccia estremamente seria e da bravo ragazzo, del tipo: scusa se non te lo abbiamo detto, ma non ci abbiamo potuto far niente: è successo e basta, e se ora vorrai obbligarmi a sposarla, tu meglio di ogni altro, sai che sono un tipo coscienzioso e che questo impegno sono pronto già a prendermelo, caro Pablo, amico mio, mio migliore amico!, che adesso, oltre alla tua incommensurabile amicizia, mi hai donato pure quel bel pezzo della tua sorellina, che tanto tu non ci potevi fare niente. Mentre io invece, io non sono suo fratello, e per me quindi può essere adatta a soddisfare le mie voglie sessuali più sfrenate di adolescente vergine in calore.

Vabbè, se voi due avete finito, avremmo da fare sempre i compiti d’Inglese, ricordi, Guillermo, o non te lo ricordi più?, disse lui sconsolato.

Pablo non si arrabbiò, no, si dimostrò solo irritato che tutto fosse avvenuto senza esser interpellato. Ma presto gli spiegai che non era come pensava lui e Pablo dovette pensare che ormai sua sorella aveva incominciato a interessarsi ai ragazzi. Dunque, in definitiva, meglio che si fosse messa con me, che ero un ragazzo a posto, piuttosto che con il primo cagnaccio incontrato per la strada approfittatore di ragazze illibate, ingenue e indifese. Proprio questo dovette pensare il mio amico Pablo quando ebbi un flirt con la sua bella sorellina.

Alla fine forse pensò anche che avrebbe potuto vendicarsi soffiandomi Hildita, che poi conoscemmo proprio sul finire del mio flirt con la sorellina. Beh, se io volevo giocare a fare l’uomo con una poppante come sua sorella, meglio per lui, che avrebbe avuto campo ancor più libero con Hildita: la quale però certo era una preda molto più difficile e per questo ambita. Primo, perché piaceva a un mucchio di ragazzi. Secondo, perché aveva già un ragazzo ufficiale, e per giunta di cinque anni più grande di lei, porcogiuda.

pablo

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