Dannunzio

Sarai pure l’italiano più veloce di tutti i tempi ma… porcozio c’hai la gobba!”, è quello che dice sempre un mio amico quando vediamo assieme questa pubblicità alla tv.

Per la serie:

C’AVEMO I SORDI. COMPRIAMO CHI VOLEMO. MA FAMO RIDE QUANDO LI USAMO!

…Dream on!

Dream on!…

dannunzio

Uccellini

Qui ce ne sono molti. Sfrecciano nell’aria di continuo. Sembrano divertirsi molto. Chissà se le loro sono solo gare pindariche. Oppure volano per cacciare i numerosi insetti presenti. Delle volte sembra che danzino per me, per tirarmi su il morale. Se è così, li ringrazio.

L

Monk (serie)

Adesso che le repliche della serie The Flash sono terminate, dovevo trovare qualcos’altro che occupasse quella fascia oraria in cui voglio riposarmi guardando sdraiato sul letto qualcosa di rilassante… Così la mia scelta è caduta su Monk.

Si tratta delle avventure di un brillante detective, ex poliziotto, tanto arguto quanto pieno di manie. Le storielle poliziesche non sono sempre un granché ma è il personaggio, così particolare, a cui ci si affeziona molto, da subito, grazie a chi lo ha ideato e a chi lo interpreta, a rappresentare il bello della serie…

Curiosità: sono quasi certo che l’attore di cui sopra abbia fatto una comparsa che in pochi ricordano in una delle prime stagioni di X-Files, moltissimi anni fa, nel ruolo, se non erro, di un fisico che aveva dei poteri particolari (in cui forse c’entrava l’ombra!). Non ho voglia di andare a controllare se è vero, ma secondo me è così… 😉

Adrian_Monk

Biglie

Un giorno anche la scuola di Ninetto fu contagiata dal virus delle biglie. Fu impossibile stabilire quali furono i primi bambini a fungere da “untori”. Sta di fatto che un giorno comparvero dei pischelletti con delle biglie, e una settimana dopo praticamente tutti i bambini ne avevano e non facevano che giocarci, comprese le femmine. Anche Ninetto ne fu contagiato subito.

Così chiese ai genitori se gli potevano comprare un pacchetto di biglie. E i genitori acconsentirono. Lo portarono in un giocattolaio che proprio in vetrina ne aveva esposte di tutte le fogge. Il padre di Ninetto gli chiese quali preferisse. Ne vuoi venti?, gli chiese pure. Ma a Ninetto venti sembravano un’enormità! Non c’era motivo di sperperare i soldi così. Dieci gli sarebbero bastate. Certo il pacchetto da cinque biglie sarebbe stato troppo esiguo per le sue esigenze e l’avrebbe fatto sentire con l’acqua alla gola, che già con due sconfitte gliene sarebbero rimaste solo tre…

Così a Ninetto venne regalata una confezione da dieci biglie semplici, le più a buon mercato, che venivano chiamate “italiane”. Al negozio ce n’erano anche di più rinomate, ma a Ninetto sarebbe sembrato, anche in quel caso, inopportuno esordire con le prelibatezze quando era nuovo del ramo.

Ninetto cominciò a giocare a scuola. Fin da subito emerse che ci sapeva fare. Una settimana dopo Ninetto aveva tredici biglie nella sua collezione. La settimana ancora dopo aveva superato le venti. Quando Ninetto la sera apriva la busta delle biglie – difatti il sacchettino originario ormai non bastava più per contenerle – e le esaminava orgogliosamente una a una, il suo cuore di bambino si colmava di gioia.

Giocare a biglie gli regalava sensazioni molto intense. Il cuore gli batteva forte. Tuttavia lui era attentissimo a non farsi tremare la mano sul più bello, perché una sua esitazione in un momento cruciale o un suo errore avrebbero potuto costargli caro: perdere una biglia. Per questo seguiva una dieta ferrea non assumendo troppi zuccheri che avrebbero potuto dargli alla testa. L’alcol non ci fu bisogno di eliminarlo, era astemio. Il caffè non ne parliamo, lo faceva vomitare.

Le biglie denominate italiane erano le meno pregiate, seppure non era detto avessero dovuto considerarsi necessariamente le più brutte. Erano trasparenti, con al centro una specie di fiore con tre o quattro petali, generalmente di colori diversi. Ce ne erano anche con petali di un solo colore, ma erano più rare, anche se il loro valore era esattamente lo stesso delle altre italiane.

Poi c’erano le americane, che non erano trasparenti. Solitamente erano di un colore solo predominante, il bianco, con delle spruzzatine minime di altri colori. Le americane valevano il doppio di un’italiana. Così Ninetto dovette sbocciare due volte per vincere la sua prima biglia americana. Da allora cercò solo di giocare con biglie di pari valore. Poi vennero le cinesi, le spagnole, le tedesche, le giapponesi, le svedesi, le olandesi. E poi vennero anche i biglioni. E poi i triglioni!

Ninetto pian pianino divenne il bambinetto più ricco di biglie della scuola. Ormai la sua collezione privata poteva contare su diverse centinaia di esemplari, e di varie tipologie diverse, tra cui anche molte straordinarietà che facevano assai gola ai collezionisti, che difatti lo invidiavano e gliele avrebbero anche rubate se solo ne avessero avuto l’occasione. Diciamo che delle volte i suoi amichetti venivano apposta a casa sua per ammirare la sua sterminata collezione di biglie, anche perché quelle biglie erano il frutto dell’eccezionale abilità a sbocciare di Ninetto. Lui non era come quei finti bambini ricchi di biglie a cui genitori facoltosi ne avevano regalato a sciupio, un centinaio, tanto per partire, e poi erano incapaci di farle fruttare. No, lui era un bambino che si era fatto da sé. Lui davvero era partito da dieci biglie italiane ed era arrivato in cima al tetto del mondo! Ninetto era davvero molto bravo! 🙂

Cessi nell’anno del Signore 2019

Certo, ai tempi degli antichi romani – o chi per loro, cioè ai tempi di quelli che inventarono sul serio una parvenza di sistema fognario – si doveva esser molto fieri della strategia adottata per smaltire le cacche e le pisce di coloro che per l’appunto andavano al gabinetto… Che genialità! Pensate, la cacca e la piscia finivano nel fiume, che tanto lì sarebbero state assorbite dall’ambiente e tutto sarebbe andato quindi per il meglio… Perfetto, no?

Già. Ma questo poteva andar bene secoli fa! Prima che la gente cominciasse a defecare come se piovesse e cagasse, e sopratutto prima che i culi caganti non si moltiplicassero all’infinito, di fatto inondando di merda un intero pianeta – senza contare poi, che oggi come oggi, quei gran incivili di esseri umani nel cesso ci buttano di tutto, dai tampax, alla plastica, alle salviettine monouso, ai preservativi usati e… chi più ne ha più ne metta!

Indi per cui, è talmente ovvio che non ci sarebbe bisogno di dirlo… ma invece è altresì necessario e impellente che si dica – perché questo mondo tende a continuare a seguire ciecamente il solco tracciato nell’antichità senza curarsi assolutamente di come e perché quel solco sia stato tracciato, dove quel solco affondi e sopratutto dove esso stia conducendo –, e allora io son qui per questo, a urlare:

OCCORRE UTILIZZARE UN NUOVO SISTEMA DI GESTIONE PER LA CACCA!

NON CI POSSIAMO PIÙ PERMETTERE CHE LA CACCA FINISCA IN MARE, PERCHÉ CIÒ È TROPPO INQUINANTE!

Che poi, capirete, la cacca è nata per concimare il terreno! Sarebbe una risorsa! E allora perché gettarla in mare, dove inquina, quando sarebbe anche utilissima al terreno rigenerandolo e arricchendolo?

Non ci vuole Leonardo da Vinci per capirlo e inventarsi un nuovo semplice sistema di gestione che prenda la cacca e la porti prima o poi ai terreni. Non ci vuol niente a farlo, ne sarei capace anche io! Ma è la volontà che si deve avere, la volontà di cambiare tutto!

D’altronde è ora che tutto cambi – anche il più idiota di voi lo sa –, ma in meglio. Per fin troppo tempo abbiamo lasciato che sia, abbiamo seguito la corrente, abbiamo lasciato fare ai politici.

Ora però siamo consapevoli. E noi non vogliamo più seguire il solco più facile tracciato per noi in passato da gente scaltra che per professione fa “quelli che se ne fregano e nel mentre comunque ti inculano pure”.

Noi siamo la marea, e noi dobbiamo cambiare le cose. Perché, le persone preposte a fare le cose che noi volevamo, semplicemente non le hanno mai fatte.

PS: Volevo scrivere questo post tempo fa… Ma poi era venuta fuori la storia che Bill Gates aveva inventato il cesso ecologico del futuro, per cui pensavo non ci fosse più bisogno delle mie considerazioni. E invece no. C’è ancora bisogno che punti il dito nella piaga dove il dente duole. In questo mondo in cui tutti fanno finta di niente, ci sarà sempre bisogno di uno come me che rompe il ca$$o, che vi inchioda alle vostre delittuose responsabilità, bastardi!

CESSO

Io, Daniel Blake (film)

Stavolta l’impegnato regista britannico Ken Loach affronta il tema della burocrazia e di come lo Stato possa essere nemico del cittadino, lasciando intendere sia che esso lo faccia in parte consapevolmente che non.

Daniel Blake è un anziano operaio che ha sempre lavorato. Solo recentemente ha avuto un infarto e il medico gli ha imposto di riposarsi e di non tornare a lavoro. Allora Daniel deve fare domanda per chiedere un’indennità, ma sembra che il modulo relativo sia disponibile solo online, e lui è del tutto digiuno di internet. Dopo molti intoppi riesce tuttavia a fare domanda. Solo che inspiegabilmente gliela bocciano. Allora, per non rimanere senza un soldo, gli consigliano di fare un’altra domanda, ma stavolta per avere un’indennità di disoccupazione… Tra una cosa e l’altra poi Daniel conosce una giovane ragazza con due bambini, che non se la passa troppo bene. Allora decide di aiutarla… La sua causa si trascina per molto tempo, finché si ritrova in tribunale, quando succede…

trasferimento (12)

Delirius Dementhia: Un’intelligenza superiore

È da mesi che vedo delle fotocopie stanziare sul mobiletto d’ingresso, come dovessero essere consegnate da un momento all’altro. So cosa riguardino: un corso di campane tibetane. E il destinatario delle fotocopie sarebbe una sua amica che si è detta interessata alla cosa.

Perché non gliele consegna? Semplicemente perché si dimentica. Eppure sono in un punto assai visibile, che risalta all’occhio, che non dovrebbe sfuggirle quando esce. Ma quando le chiedo come fa a dimenticarsi ogni volta di consegnarle a quell’amica che pure vede almeno una volta al mese, lei mi dice che ormai si è abituata a vederle in quel posto, per cui le sembrano parte del mobilio.

Allora una volta gliele ho spostate, gliele ho appese direttamente alla porta, così deve vederle per forza, mi dicevo. Ma anche quella volta le ha lasciate là e anzi mi ha accusato di farle fare confusione. Così, prima di andare, le è venuto di rimetterle al solito posto, e poi è uscita.

Da allora ho deciso di non intromettermi più così apertamente nella faccenda. Tuttavia l’ultima volta ho deciso di riprovare a vedere se davvero riusciva a consegnargliele, quelle benedette fotocopie. Dunque le ho chiesto: vai da Ester? Lei mi ha risposto sovrappensiero di sì. Allora le ho detto: prenditi quelle fotocopie, così gliele dai, che è da tempo che le aspetta! E sono stato lì ad aspettare che lei le prendesse. Ma lei sembrava esitare adesso che aveva i miei occhi puntati addosso che attendevano che lo facesse. Alla fine, probabilmente con molto fastidio, quasi per farmi un favore, ho potuto appurare come le abbia piegate e se le sia messe nella borsa.

Così speravo di essermi liberato di quelle fotocopie abusive che non sopportavo più di vedere ingiallire e impolverarsi sul mobiletto d’ingresso. Sennonché poi lei torna, e anche le fotocopie sono tornate sul mobiletto, nello stesso identico punto di sempre.

L’ho interrogata in merito: ma scusa non le hai più dato le fotocopie?

No, mi dice sapendosi imputata, me le sono dimenticate nella borsa… Anzi, adesso che ci penso… mi sono anche scordata la sciarpa lì!

Senza speranza.

superiore

Albert Camus: Lo straniero

È la storia in soggettiva di un ragazzo apatico e mediocre. Il romanzo si apre con la morte della madre, per cui lui non sembra mostrare particolare turbamento. Il ragazzo ha un “amico” (se lo vogliamo chiamare così) il quale è una persona bieca che non esita a picchiare una donna per motivazioni inaccettabili. La sua influenza si rivelerà negativa per lui perché lo condurrà al succedersi di una serie di avvenimenti che ne cagioneranno la messa in carcere. Infatti il protagonista un giorno, su una spiaggia, complice anche un quasi colpo di sole, sparerà quattro colpi di pistola a un arabo che aveva difeso la ragazza picchiata dal suo amico.

Il romanzo è diviso in due parti. La prima è un poco più vivace e si conclude con l’assassinio di cui sopra. La seconda, più monotona, mostra il protagonista in cella, che subisce il processo e infine viene condannato.

Ho letto in rete che qualcuno sostiene, credo giustamente, che sarebbe stato meglio se il titolo del romanzo fosse stato tradotto ne “L’estraneo”. Difatti il protagonista dimostra di essere estraneo a tutto, alle emozioni, al mondo, all’umanità. Comunque questo non fa delle persone che gli stanno attorno invece dei monumenti di affabilità, empatia o bontà d’animo, affatto. Da questo punto di vista il romanzo mi sembra molto pessimista, e non credo che voglia soffermarsi unicamente sul protagonista antieroe, che forse, non avendo reali valori a cui appigliarsi ed essendo anaffettivo, si potrebbe teorizzare innocente delle azioni che compie o non compie, che neppure capisce in pieno.

camus

Delatori

La Signora ha fatto credere ai miei parenti che anche io sia esaurita. Così un giorno sono andata a bussare alla loro porta e mi hanno salutato dicendomi che se c’era qualcosa loro stavano lì, sarebbero stati presenti per me. Ma già dal giorno dopo, quando ho incontrato mia zia in strada, le è preso quasi un coccolone, si è stretta le mani alle vesti come provasse improvvisamente freddo, e il suo sguardo era languido e afflitto: aveva paura per me e sopratutto di me. Così tutto quello che le ho detto, qualsiasi cosa, ha assunto per lei un’eco sinistra; tutto è stato travisato cosicché si potesse dire che era vero: ero diventata matta come il Baubau.

Da allora anche lo zio è evasivo con me. E quando sono andata a ribussare alla loro porta, laddove un attimo prima avevo sentito dei rumori provenire dalla loro casa, nessuno mi ha aperto. Si è sparso il silenzio. Hanno fatto finta di non esserci. A tal punto si è spinto l’impulso delatorio della Signora: fino a farli aver timore di parlare con me.

Così parlo con sconosciuti che forse sanno di quella voce che gira su di me o forse no, mentre vengo evitata da taluni che mi conoscono meglio e dovrebbero essermi più vicini. Anche la mia vecchia amica d’infanzia, l’ultima volta che l’ho veduta, mi ha lanciato un’occhiata del tipo: poveraccia, come si è ridotta male.

delatori