Shane Jones: Daniel contro l’uragano

Mai letto un libro del genere, scritto quasi interamente in una forma onirico-fantastica che lo rende simile a un immenso sogno allucinato. Per la precisione, ci sono tre percorsi del libro. Nel primo è Daniel a parlare in prima persona. Nel secondo si narrano comunque le avventure visionarie di Daniel ma come lui fosse solo un personaggio della storia. Nel terzo infine è la moglie di Daniel a parlare.

Ben presto scoprirete che Daniel ha qualche problemino di testa. Vive più nell’immaginazione che nella realtà. È ossessionato dall’idea che stia arrivando un uragano. Poi un giorno l’uragano arriva sul serio…

Le suggestioni che crea questo autore sono davvero notevoli. Vedrei bene se ne venissero tratti dei cartoni animati per adulti. Oppure una serie per la tv, ma deve essere assolutamente fedele al testo originale, sennò non se ne fa niente, capito Tim Burton?!

È anche difficile scrivere materiale del genere, in dosi così massicce. L’autore deve essersi abbandonato completamente al suo mondo inconscio. Spero per lui, senza l’ausilio di droghe.

Il totem con la testa di nuvola

Mi agito nel letto. Non dormo. Non ho sonno. Mi sono svegliato e sono lucidissimo come un folle che capisce che è tale. Ti cerco, ti cerco. Come sempre, ti cerco. Cerco qualcuna che possa amare. Cerco te che saresti la suprema. Ti cerco, ti cerco, ti cerco. Ma trovo solo quella che adesso sei. Ahimè! Che bello era quando ancora potevo credere in te! La cosa tragica e che non riesco nemmeno a vederti la faccia. Ci provo ma tu, in qualche modo, me la sottrai. Mi avvicino ma tu mi tieni a distanza. Come è possibile? Neppure nei sogni ti posso più toccare ormai? Sarei tentato di lasciar perdere, come sempre faccio ultimamente quando penso a te. Meglio una fantasia più brutale e immediata. Meglio sesso per sgombrare. Meglio far finta che ci possa essere qualcosa con una delle tante altre che potrebbero un giorno diventare come te, ma che in verità non lo saranno mai. E se anche un giorno mi dovessi per sbaglio unire a una di esse così prossimamente da pensare per un attimo di amarla, non ho dubbi che, quando prestissimo finirà quel caduco sentimento, neppure la ricorderò come un amore grande, grande come fu il mio per te, grande come fu il nostro amore, Margherita…

Così stavolta non mi arrendo e decido che, anche se non è facile, anche se tu hai ormai disseccato tutto il nostro bel giardino fiorito, io andrò avanti lo stesso. Tento di riavvicinarmi a te. Mi concentro, faccio uno sforzo, mi impegno e almeno capisco che cosa mi fai. È come se io tentassi di appressarmi al tuo corpo e ti tendessi la mano per toccarti, e tu mi respingessi come fossimo fatti dello stesso polarizzato materiale magnetico. Ma non è affatto così, vero? Ed entrambi sappiamo che semmai noi due siamo due opposti. Per cui… perché dunque non rimani attratta da me?! Succede che, se faccio un passo verso te, nella stessa misura, una forza ignota ti sospinge lontano. E per giunta mi dai anche le spalle, cosicché io veda soltanto le tue terga, con te che tieni le gambe divaricate come mi volessi comunicare che mi sarà impossibile smuoverti.

Ma ti dimostro che sono più forte di te e finalmente, non so neppure io come, riesco a rivoltarti di fronte. Sei rigida come una statua di legno. Ma – sorpresa! – anche adesso posso percepire il tuo volto, adirato e fermo, solo per una frazione di secondo, mentre viene coperto da una coltre di nuvole grigie che minacciano di piovere.

Così non sei più la donna che eri, e io non vedo più il tuo sorriso. Sei diventata una statua immobile, con in più delle nuvole al posto del volto! Che sortilegio malefico è mai questo?! È evidente che proprio non mi ti vuoi concedere, neppure nei sogni. Devi odiarmi davvero tanto…

Ma ho già detto che queste ore notturne le dedicherò tutte a te e scioglierò tutte le tue fatture per farlo. E ti dimostrerò che sono più forte di te. Dunque, dopo esser già riuscito a voltarti, compio un ennesimo tentativo di spazzar via le nebbie che ti coprono il bel viso. Ma quelle nubi mi intimano di piantarla e iniziano infatti a strepitare: possono lanciare fulmini, e io so che se mi saettassi mi uccideresti, amor mio. Ma anche io sono un potente stregone – il più potente, stupida ribelle! – e riesco a toccarti le spalle e poi le braccia addormentando i tuoi fuochi elettrici non permettendo loro di crepitare. E dopo faccio anche di più, e con un gesto della mano spazzo via le tue nubi e ti elimino la prima arcigna difesa che avevi creato appositamente per preservarti da me.

Torno a vedere il tuo sguardo fisso e arrabbiato, ma è già qualcosa. Adesso cosa posso fare per farti tornare a scorrere il sangue nel corpo? Ti prendo una mano nella mia. Il suo bel candore è diventato, ahimè, opaco. Provo ad accarezzarla. Ma sento solo un pezzo inanimato, freddo, di plastica, o di quel che è, maniera inerte che non mi risponde più. Sei diventata una bambola non snodabile, una foto tridimensionale cristallizzata in una posa ostile, una marionetta che parla solo se io fingo di darle la voce, una donna-totem di legno che desidera essere adorata e mostrarsi altera e implacabile. Una statua a futura memoria della sua ineluttabile e indifferibile intransigenza. Sei una cosa, un oggetto, e non più una persona fatta di carne e sangue e deformabili tessuti umani. Sei pietra, metà granito e metà marmo. Sei inscalfibile, inarroccabile, inflessibile. Sei crudele con me.

E qui scopro che nemmeno i miei poteri possono null’altro con te. Ho fatto sparire la nebbia che ti celava il viso e ti oscurava la mente, ma la tua corazza di risentimento non la posso abbattere. Non almeno con la forza bruta. Ti vedo che sei ritta, impettita, con il seno in fuori e con le braccia ai lati dei fianchi, in monumentale disposizione di guerra, come a dirmi: «È tutto inutile! E adesso che cosa farai, Nemesis? Ti odio e non ti perdonerò mai (seppure tu non ne hai alcuna colpa). Troppo grande è il dolore che dovrei abbracciare riaprendoti la strada verso me! Dunque, perché non te ne vai?! Che aspetti?! Ancora sei qui?!».

Queste sono le tue segrete parole che non odo ma sento. E allora non mi resta altro che gettarmi ai tuoi piedi, i quali sono inchiodati e fissati a quel piedistallo che tu stessa hai voluto divenisse essenza unica con te per non permettermi nemmeno di sollevarti. Cingo ancora la tua mano fredda da manichino e me la stringo alla guancia e la bacio, mentre qualche lacrima calda si spande su quella spenta derma di corteccia.

Ed è lì che avviene il miracolo. E percepisco che quella sciocca inanimata similmano femminile ti si fa morbida, si squamizza, si incrina, si frantuma e perde le prime scaglie. In breve, il suo strato superiore e duro, quello che tu avevi forgiato appositamente come barriera per me, si rompe e, mano a mano che passano i secondi, sento la tua mano ridivenire molle, viva, calda e che la posso nuovamente stringere, mentre il suo colorito ricompare così affascinatamente niveo, come lo conobbi un tempo, e ancora puro.

Alzo il capo con tuttora il viso illacrimato e vedo che anche il resto del tuo corpo è ormai ristabilito e la tua faccia non è più invariabilmente irritata, anzi mi guarda fiaccata dal dolore e dai sussulti che non può più trattenere, poiché nessuna donna può ignorare davvero l’amore di un uomo verso di lei, se tale impulso amoroso è genuino, immenso e predominante su tutti gli altri…

Termino la genuflessione e le mie gambe mi riportano da te, con il tuo viso angelico, così vicino al mio, che tenta di sfuggirmi, ma che ormai non lo può più fare. Ti prendo e cerco di baciarti, ma con le tue ultime opposizioni ti scosti e mandi a vuoto il mio gesto facendotelo posare, non più sulla bocca, ma tra la gota e il collo.

Ma il mio colpo è ugualmente andato a segno, amore, e anche tu lo sai. Perché opporti ancora? Ottusa Margherita! Non hai capito che dobbiamo ricongiungerci? Non hai capito che fin troppo spasmo è stato creato dal tuo atteggiamento figlio dell’angoscia, del risentimento, della gelosia e della codardia di non abbracciare il nostro amore, la nostra amicizia, per la sola paura di patirne troppo se un giorno fosse finita? Sei colpevole, amore. Colpevole di alto tradimento. Perché hai tradito il tuo più alto amore, quello al quale hai reciso le ali per non farlo più volare, quello al quale hai tolto l’acqua per farlo assetare, quello al quale hai asportato le fondamenta per farlo cadere demolito. Per questo adesso la tua sensazione principe non è più di odio bensì di profonda vergogna, perché hai compreso quello che mi hai fatto, quello che hai fatto a te stessa e, soprattutto, quello che hai fatto a noi.

Ma non sono certo qui oggi per biasimarti o soppesarti, amore. Non è per questo che ti ho cercata laddove Morfeo è il signore incontroverso, cioè nell’unico regno dove ancora ti governo e non mi sono arreso a cercarti, amore. E il mio bacio di prima ti ha trafitto al cuore e tu ora non puoi più allontanarmi la bocca, che finalmente si congiunge perfettamente alla mia e mi contraccambia in tutto… Stessa passione, stesso intento, stesso amore.

E in un attimo il nostro equivoco è dissipato. In un attimo tutto il Male è finito e non importa più, perché abbiamo avuto la forza di superarlo. Tu sei tornata te e, in quanto tale, mi ami ancora. Come sempre avrebbe dovuto esser tra noi.

marghe

The big bang theory (serie)

Ormai molti anni fa un mio amico blogger mi chiese se mi piaceva The big bang theory. Gli risposi che lo conoscevo poco ma non mi intrigava più di tanto. Difatti, nonostante l’argomento avesse potuto interessarmi, perché potevo facilmente divertirmi a immedesimarmi nei protagonisti nerd sfigati cronici, come pure a comprendere le battute che vertevano in parte sui fumetti, la scintilla non scoccò. Anche perché paragonavo questa serie a Friends e… Friends era inarrivabile.

Sennonché poi gli anni sono passati. La serie è andata avanti e io mi sono recentemente trovato a guardarla intorno alle 20:30, sul 20. Così adesso posso dire che mi piace di più. Ho l’impressione che le stagioni a cui sto assistendo adesso siano migliori di quelle iniziali. Gli attori sono più bravi a affiatati, ognuno con le sue tipiche caratteristiche riconoscibilissime. Inoltre mi sembra che il cast dei personaggi fissi sia stato adeguatamente ampliato. Quindi non più solo i quattro sfigatelli disadattati sociali (tra cui risaltava sempre Sheldon, che credo si potrebbe supporre parzialmente autistico) più la bellona bionda che con loro non c’entrerebbe un cavolo, ma anche le ragazze di questi. Eh, sì perché i ragazzini sfigatelli sono cresciuti e ora hanno quasi tutti delle ragazze che ormai conosciamo bene come loro.

Solo, ancora fatico a digerire un paio di cosette, che tra l’altro furono le stesse che mi infastidivano all’inizio quando provai a seguire la serie.

Primo: mi dà fastidio che il grassottello con gli occhiali passi per il meno sfigato di tutti, e anche il più “bello” del gruppo!, proprio lui che per me è il peggiore, il più normale tra quei quattro ragazzi pieni di potenzialità. Mi dà fastidio che spesso lo sia usato come ponte tra il mondo dei nerd e il mondo “normale”.

Secondo: similmente mi dà fastidio che la bellona bionda (che in realtà neppure sarebbe così bella, però incarna il concetto distorto che hanno gli americani di bellezza, in cui una ragazza deve essere bionda e formosa, anche cicciotella, e magari risultare in qualche maniera sessualmente disponibile) sia riuscita non solo a entrare nel mondo di quei nerd ma anche a mettersi col cicciottello occhialuto di cui sopra, cosa che nella realtà è davvero difficile che succeda. Anzi non riesco a capire come gli autori possano essere riusciti ad appaiarli. Ho perso quelle puntate…

C’era poi un altro punto che mi infastidiva ma vedo che col tempo è stato sanato, cioè il fatto che Sheldon accentrasse quasi sempre su di sé il fulcro delle trame.

Concludendo, The big bang theory non è Friends. Però è un telefilm – perché io ancora li chiamo “telefilm” – discreto, che spesso riesce a far ridere.

Il mio personaggio preferito è Howard prima maniera (quasi maniaco sessuale). 😉

PS: la bizzarra sigla spesso mi rintrona nella mente…

Delirius Dementhia: Polenta

«Domani voglio fare la polenta…», le dico.

Vedo che increspa la fronte. Un’espressione di fastidio sul volto.

Erompe come chissà che le avessi detto, come non ne potesse più.

«No, domani cucino io!», dice con risolutezza.

E io la immagino volitiva che si alzerà presto, si metterà ai fornelli e mi sveglierò, come tante altre volte, che sta cuocendo tre contorni diversi – acc… qui la lieta visione comincia a guastarsi –, qualcuno lo avrà bruciato; avrà fatto quel tipo di carne che non mangio più da lustri; il sugo della pasta col tonno, anch’esso attaccatosi al pentolino, sovrabbondante d’olio…

Interrompo la visione. Beh, staremo a vedere cosa si inventerà domani. Neppure ha la minima idea di cosa ci sia in frigo. Sono proprio curioso di vedere cosa si inventa…

L’indomani mi sveglio bruscamente. Ho fatto un brutto sogno che si vaporizza quando apro gli occhi. Lei è appena uscita dal bagno, rumorosamente. Controllo l’ora. Sono già le otto! Perché mi sono svegliato così tardi? È piuttosto anomalo. Mi faccio forza per andare a occupare il bagno, lavarmi e vestirmi. Nel tragitto osservo la porta della sua camera socchiusa da cui proviene una forte luce.

Sulla tazza nemmeno ne faccio tanta, di pipì, segno che ho dormito bello caldo stanotte – ovviamente nella mia stanza: è da decenni che non dormiamo più insieme.

Sull’attaccapanni noto le sue mutandine fucsia usate. Ha dimenticato di riporle nella cesta dei panni sporchi. Le capita, quando va di fretta. Eppure ha il terrore me ne possa sempre impossessare. Forse perché un tempo, da giovane, gliele annusavo? Ah!, rido: ma lei come mai può averlo scoperto? A ogni modo ho smesso da tempo perché il farlo non mi procura alcuna soddisfazione: neppure le sue mutandine sanno di donna. Sanno solo di sudore. Non le trovo per niente attraenti. Gliele lascio lì senza mettergliele nella cesta dei panni sporchi. Così si roderà maledicendosi quando si sarà accorta del suo errore…

Mi bussa piano alla porta, come successo un mucchio di volte. Immagino già cosa mi stia per dire. Difatti…

«Io esco… Sto a pranzo da Nanda… Non mi aspettare neppure per cena…», dice sottovoce quasi vergognandosi, sapendo che mi ha rifilato l’ennesima fregatura.

Ah, ma tanto da tempo non me ne importa più niente. Perché ancora si sente in colpa? Ci si può dispiacere solo di quello che non ci si aspetta.

Dunque, polenta sia. 🙂

polenta

Spoor (film)

In un paese del nord dove si pratica indiscriminatamente la caccia, sia legalmente che non, cominciano a verificarsi morti cruente da parte di alcuni cacciatori. E vicino a essi, compaiono sempre tracce di zampe di animali, di quegli stessi animali che quei cacciatori cacciano brutalmente…

Ho faticato a terminare questo film perché argomenti del genere – la falsa predominanza della razza umana nei confronti degli animali, ai quali si potrebbe fare di tutto, secondo alcuni – mi fanno parecchio infuriare. Però mi sono consolato con le morti di quei cacciatori bastardi. 🙂 E anche per come finisce il film…

L’arte è bella perché può narrare delle storie facendo riflettere le persone, e magari ispirandone altre a fare qualcosa che è giusto fare.

Ora aspetto che l’insegnamento di questo film sia da ispirazione a qualcuno. Già sorrido pensando che prima o poi ciò accadrà sul serio. Tutt’è cominciare.

🙂 3:-)

3<–

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L’amour brûle

Se ne venne fuori dall’uscita della metropolitana. Sapevo che era lei. E lei sapeva che ero io. Ci guardammo profondamente negli occhi come ipnotizzati. Mi fermai ad attenderla. Lei, rallentando, mirandomi, si avvicinava, sempre più lentamente, come fosse indecisa se arrestarsi totalmente o non avvicinarsi più così tanto, che forse poteva esser pericoloso per lei.

Eppure era lì apposta per me. Come io lo ero per lei. Per questo non poté prendere e fuggire come forse le sarebbe venuto. Ormai era troppo forte l’attrazione che ci univa, che ci aveva reso complici.

Gli occhi le si inumidirono, ma era ancora solo un accenno. Colsi un tremore in essi.

«Oh, non immaginavo fossi così…», sussurrai. Parole che mi uscirono dalla bocca senza che me ne fossi reso conto. Avevo già perso la testa. Non ero più in grado d’esser padrone di me.

«Non dire niente! Non dirlo!», fece lei alzandomi la mano in segno di supplica.

Forse aveva paura che avessi potuto profondermi in un commento sul suo aspetto fisico. E, qualsiasi parola avesse anche lontanamente potuto percepire come di scherno, in quel momento l’avrebbe ferita a morte, perché si sentiva tanto fragile di fronte a me. Avrei potuto distruggerla con un aggettivo, con un sorrisetto malvagio, anche solo con un qualsiasi gesto fraintendibile. Perché lei era come nuda di fronte a me, senza alcuna difesa. Anzi, era anche peggio: era senza pelle. Come del resto io nei suoi confronti.

A ogni modo io non le avrei mai fatto un commento riferito al suo aspetto, che comunque non ero in grado di vedere coi miei soliti occhi. Le avrei semmai fatto un commento sulla sua anima che le usciva dagli occhi e dal corpo tutto, che si manifestava in ogni suo movimento seppur accennato. E comunque la parola successiva che le avrei detto se solo lei mi avesse permesso di completare quella frase sarebbe stata… bella. Non immaginavo fossi così bella.

Poi le sue lacrime scoppiarono. Non riuscì più a tenersele. E vidi quella donna che sapevo esser così forte in certe cose divenuta così delicata, l’essere più delicato e fragile della terra, piangermi davanti, piangere da quegli occhi così belli. Nati per piangere e per essere amati.

Allora avrei tanto voluto portarla subito a me, tra le mie braccia. Ma non l’avevo mai sfiorata. Era la prima volta che ci incontravamo. Potevo permettermelo? Feci il gesto di accoglierla in me, ma non strinsi le braccia attorno alla sua figura. Era come non avessi potuto superare la barriera d’aria della sua aurea.

Ma quando fu lei a farmisi prossima, in corrispondenza perfetta al mio gesto di accoglienza, non ci fu più nulla da fare. La presi. L’accolsi in me. Non l’avrei più lasciata andare.

In piedi, oscillammo abbracciati per lunghi secondi. Era strano quel modo di comportarsi per due come noi che non avevano mai avuto il coraggio di confessarsi il loro amore. Strano. Assurdo. Al limite della follia. Ma l’amore è questo, e noi lo sapevamo in fondo e non potevamo più opporci. Ci avevamo provato – perché l’amore fa male. Ma avevamo fallito.

La condussi in qualche maniera su una panchina. Ci sedemmo. Lei sopra me e le mie gambe, che mi abbracciava come fossi stato il suo albero della vita che aveva ricercato per tanto tempo. Le sue lacrime calde mi toccarono la pelle. Erano calde, sì. Pensai che provenivano dall’interno del suo corpo e ciò mi eccitò. Avrei voluto leccargliele. Mi biasimai per quel momento di desiderio carnale. Ma in fondo era normale. E io non ero più padrone di me. Non si trattava più di bonton e gentilezza. Si trattava ormai solo di amore, allo stato puro. E l’attrazione fisica era una delle componenti più prominenti e faceva parte del prezzo salatissimo che entrambi avevamo acconsentito a pagare.

Sospirò. Tentò di riprendersi. Riuscì allora a parlare, e uno spiraglio della donna forte che avevo conosciuto mi disse tra le lacrime e i singhiozzi:

«Scusami… Non so cosa mi succeda…»

«Non hai niente di cui scusarti», le bisbigliai direttamente nell’orecchio. «Sei venuta da me… Sei solo venuta da me…»

Avrei voluto farle un lungo discorso accorato su quello che perdeva ad amare uno come me. Avrei voluto avere la forza di sospingerla via per dirle: scappa! Salvati! Puoi ancora farlo! Sei ancora in tempo! Corri lontano da me il più in fretta che puoi! Puoi ancora farlo. Io ti prometto che se lo farai non ti correrò dietro. Ti lascerò andare come ho già fatto in passato con tutte quelle come te, con tutte quelle che ho salvato dal disumano amore che avrebbero provato con me, da tutto quel dolore che avrei donato loro. Un futuro di sofferenza sarà il tuo destino se non ti stacchi immediatamente da me.

Avrei voluto dirle tutto quello ma comprensibilmente non potevo. Perché non ero in grado di articolare parola, anche io senza pelle, esattamente come lei. E più ci stringevamo e più avremmo provato dolore, ma nessuno dei due esitava lo stesso a stringersi ancora di più.

Così le mie braccia ampie adesso la stringevano forte a me. Attraverso i voluminosi cappotti sentivo i suoi seni che si comprimevano sul mio petto. Sentivo le dure ossa della sua schiena, che però avrei potuto sbriciolare facilmente con le mie dita se solo avessi voluto. E poi sentivo lei che mi cingeva il collo con le sue braccia, che non mi voleva mollare, come fossi stato un notevolissimo affetto, il più rilevante di tutti.

Supplicai che lei non alzasse la testa. Perché sapevo quel che sarebbe successo allora. Invece lei, come leggendomi nell’anima, volendo fare il mio bene come il mio male, l’alzò proprio in quel momento. Così le nostre bocche si congiunsero come non avessero atteso altro.

Era quasi burlesco: avevamo scambiato solo quelle poche parole nel nostro primo vero incontro… e già il primo bacio. Dove saremmo finiti di lì a poco? Sapevo che ci aspettava l’inferno. Un inferno fatto di passione lastricava la strada già scritta che ci attendeva.

Eppure io, da vero galantuomo, da vero stronzo, da vero vigliacco e da vero salvatore di anime di fanciulle delicate a cui deve ancora essere spezzato il cuore in maniera irreparabile, riuscii a trovare la forza – non so come – di allentare la stretta su di lei. Così le nostre bocche si separarono. Lei poté respirare dell’aria che non fosse la mia ritornando un poco in sé. Poté sospirare malinconicamente e aprire gli occhi sul mondo che ci circondava, in quel giardino dell’eden.

In quel momento passò una coppia più o meno come noi, ma più giovane. La quale ci guardò sorridendo benevolmente pensando che fossimo innamorati persi. Allora ripensai a tutte le volte che mi era capitato di vedere una coppia come noi avvinta in effusioni d’amore mortali, a quello che avevo pensato provando anche un po’ di invidia per loro. Adesso ero passato dall’altra parte della barricata. E quei giovani che ci guardavano con benignità non sapevano tutto il tormento che la nostra condizione implicasse. Non so se avrebbero dovuto invidiarci ma di certo ignoravano le fatali conseguenze. Perché l’amore vero è sofferenza, sennò non è amore, cari giovani miei.

Una volta che le mie mani mollarono la presa sui suoi fianchi, fu come le avessi donato nuovo ossigeno. Così lei poté pensare a quello che stava avvenendo senza esserne troppo travolta. Le stavo dando l’ultima occasione di fuggire. Le dissi:

«Vuoi prendere qualcosa al bar… o vieni da me?»

Pregai che protendesse per il bar.

Ma lei si fece decisa. Scattò in piedi. Interruppe il nostro contatto, e per una frazione di secondo mi sentii perso. Ma solo per un attimo, perché sapevo che lei era ancora mia, lo sarebbe stata per sempre. Mi guardò in faccia e disse volitiva:

«Andiamo.»

E io sapevo cosa volesse dire. Mi alzai in piedi anche io. Le presi la mano e, come era stato per il bacio, fu naturale farlo e i nostri gesti si sincronizzarono alla perfezione congiungendoci ancora una volta.

Cominciammo a camminare verso casa mia, dove avremmo fatto l’amore più volte. Dove il nostro amore sarebbe giunto a compimento. Così come doveva essere. E non avrei più potuto fuggire da esso. Lei non me l’avrebbe più permesso. Lei non era come le altre che potevo ingannare, che mi odiavano perché avevano creduto che non mi fosse interessato davvero. Lei aveva fuso la sua anima con la mia. Si sarebbe presa tutto. Il dolore e l’amore. Ah, per me l’amore è sempre stato sinonimo di infinito dolore. Come può esistere qualcuno per cui non sia così?, ho sempre pensato e lo pensavo anche in quel momento.

amour

The prestige (film)

È la storia di due ambiziosi prestigiatori che cominciano assieme ma presto si dividono per primeggiare. È la storia di una competizione spietata, lanciata sempre più verso l’estremo, per risultare il migliore nel campo della magia.

Il film si apre con la morte di uno dei due, e l’altro che viene incarcerato per il presunto omicidio. Da lì partono i flashback che ne riservano davvero delle belle, tra diari veri e falsi, aggressioni corporali, segreti e trucchi del mestiere da svelare o sottrarre, tradimenti, scambi di partner e assistenti, morti, colpi bassi, ecc.

Il ritmo è serratissimo. Le azioni si svolgono rapidamente. Ci sono un mucchio di colpi di scena uno dietro l’altro. Il finale si può intuire solo in parte. Vi faccio un piccolo spoiler: è anche un film di… fantascienza!

prestige

Una vita in sofferenza, storia di un bambino debole #6: Sport

6. A dodici anni ricordo quell’estate in cui giocavo a pallone e mi prendeva un affanno profondissimo che compresi dovesse essere innaturale. Rimanevo senza fiato. Il cuore mi batteva fortissimo. Mi voltavo intorno per vedere se i miei compagni di giochi accusassero il mio stesso male, ma mi rendevo conto che per loro non era affatto così.

Oppure giocavamo a ping pong, per ore, durante quelle giornate afosissime, e anche lì mi stancavo molto. C’è da dire che non eravamo completamente a digiuno della specialità e anzi ci davamo davvero dentro, dunque ne veniva fuori un movimentato gran dispendio di energie. Eppure, anche lì, io mi stancavo mentre i miei compagni di giochi sembrava non lo facessero mai.

E allora non mi rimaneva che dissimulare, prender tempo. Riposarmi il più possibile nelle brevi pause che ci prendevamo, che io imponevo loro, anche a costo di perdere dei punti o tutta la partita.

Usai dei trucchi per non far capire loro che stavo male, che ero al limite del collasso.

Di lì a breve, per la prima volta in vita mia, manifestai a mia madre l’intenzione di andare dal dottore, perché mi sentivo “un po’ debole”, le dissi.

Il medico chiaramente non mi trovò nulla di anomalo in quella visita superficiale che mi fece. La cosa mi sconfortò molto. Compresi che nessuno mi avrebbe aiutato in quella battaglia. Dunque per anni decisi di tener duro e di combattere da solo quel male nascosto che solo io avvertivo.

Libri di Lalla Romano, tratti dal primo dei Meridiani a lei dedicati

Le metamorfosi

Serie di racconti dalla forte impronta onirica. Mi hanno sorpreso perché sono al maschile pur essendo stati scritti da una donna.

Maria

Primo vero romanzo dell’autrice. È la storia molto minimale di una ragazza, Maria, che per tutta la vita sarà una domestica-bambinaia.

Nonostante l’apparente estrema semplicità della prosa, il romanzo mi è piaciuto.

Nota: in un romanzo successivo che sto leggendo adesso, si parla di una certa Maria che assume lo stesso ruolo della stessa. Che si tratti dello stesso personaggio?

Tetto murato

In fondo sarebbe una storia simile alla precedente ma in cui la scrittrice è molto cresciuta. Dunque quel dire e non dire del romanzo precedente, quell’autocensura che sembrava le impedisse di parlare di cose realmente importanti e pericolose, qui diventa allusione velata che sfiora l’esplicito senza mai arrivarci. Stavolta non c’è solo una donna che finisce sotto la lente d’ingrandimento dell’autrice ma una coppia. Dunque il suo interesse si scinde tra una forma di virilità e una di femminilità. Lui è un superuomo afflitto però da una forte malattia fisica. Lei una superdonna, tanto diversa da lui da esserne la sua perfetta controparte. La protagonista in qualche maniera si innamora di entrambi…

È nettamente il romanzo più bello che ho letto di questa autrice sinora e lo consiglio.

L’uomo che parlava da solo

Qui si cerca di alzare ulteriormente il tiro. Stavolta è la storia di un uomo confuso, deluso e sperduto, che nutre qualche senso di colpa, che per una parte della sua vita ha avuto due donne con sé, la moglie e l’amante. È un viaggio nella sua interiorità che non approda a niente, essendo l’uomo probabilmente troppo modesto e superficiale per arrivare a quella verità confortante che anela.

Potenzialmente poteva essere migliore del precedente romanzo. Però trovo che giri un po’ a vuoto. Per colpa del misero uomo che parla, direi, non tanto dell’autrice…

La penombra che abbiamo attraversato

No. Questo non mi è piaciuto. Lo trovo estremamente frammentario. L’autrice torna nei luoghi della sua infanzia e questo dà il via a una lunga serie di flashback, frammenti di infanzia, per lo più brevissimi ed estemporanei. È un romanzo composto da racconti fugaci, per questo non funziona. Ma questa è solo la mia opinione. Sono sicuro per esempio che a Daria “Bignami” questo romanzo piacerebbe. D’altronde anche il suo romanzo che avevo letto era di questo tipo, solo più ironico, mentre qui non c’è molta ironia.

Nota: sono narrati tutti in prima persona e sono tratti dal primo dei Meridiani che le sono stati dedicati.

Infine aggiungo che in tale tomo sono presenti anche le poesie dell’autrice, a cui non ho dato particolare risalto e ho saltato quasi del tutto.