Case

Ieri sono entrata in cinque case. E in quasi tutte e cinque sono stata accolta come una regina, da gente molto, molto gentile. Non credevo che la gente fosse così gentile. Io avrei fatto altrettanto? Perché penso di no? Ma sì, dai, anche io quando sto bene mi comporto esattamente come loro.

La prima casa mi è servita per sbloccarmi. Eppure è stato semplice bussare, farmi aprire e parlare con dolcezza. Nella prima casa c’era un odore di bucato appena fatto. È stata la casa più profumata che io abbia potuto scoprire in vita. No, non poteva essere lì il Male che stavo cercando di stanare, non poteva proprio esser lì, mi sono detta non volendo vedere una delle tante dolorosissime verità del mondo, cioè che i più gentili delle volte sono i più malvagi…

Nella seconda casa non mi aprivano. Poi è venuto uno che era il padrone. Aveva un po’ paura di me, poveraccio, chissà cosa si pensava. Lui ha fatto un po’ di storie prima di farmi entrare, ma solo perché non mi conosceva e aveva intuito dai miei occhi come la follia potesse dissimularsi in me. Ma una volta rassicurato da un tipo che mi conosceva, non ha fatto più storie e mi ha aperto la sua dimessa dimora. Loro se la passavano molto peggio di quelli della prima casa. E l’odore di quella casa era molto spoglio. Non puzzava per niente come mi credevo. Così, appena ci ho messo un piede dentro, già sapevo che non era lì il grande male che volevo affrontare a muso duro. Non lì, ma allora dove? Per fortuna non avevo preso iniziative ben più bellicose, altrimenti avrei finito per scagliarmi contro degli innocenti – INNOCIENTI?! INNOCIENTI?!

A questo punto non sapevo più con chi prendermela, ma il mio problema non si era affatto risolto. Allora a un certo punto ho visto la signora col cane. Poteva essere lei la prossima della lista. L’ho incontrata sotto casa, le ho spiegato la situazione e lei non ha fatto storie, come a dire, facciamo un favore a questa sciroccata che non sa più dove sbattere la testa. La signora col cane ha sempre degli atteggiamenti ambivalenti con me, ma quando le vado a chiedere un favore, diventa disponibile. Mi ha fatto entrare in casa sua, dopo aver rassettato un secondo. Ma non era lì quel che cercavo. Inutile dire che non c’era neppure l’ombra del Male in quella casa. Mi stavo allontanando dalla verità, ma allora dove andare? La signora però mi diede una dritta: mi confessò a mezza bocca che lei sentiva spesso una brutta puzza venire dai suoi vicini cattivi. Allora non potei esimermi dal visitare anche loro.

Bussai e mi aprì subito un vecchio molto mite. Anche lui non ebbe problemi a farmi entrare in casa sua. Lì c’era sì una puzza, ma non era quella del demonio sfuggente e cattivo che cercavo io. Annusai più volte, ma niente. Alla fine venne anche il figlio che mi guardò molto stupito; in lontananza osservai una donna fare i lavori di casa. Era il momento di salutare e andarmene. Il vecchio mi accompagnò sull’uscio dicendomi che anche lui doveva uscire. Prima di salutarmi mi disse che loro una puzza la sentivano salire dalla cantina. Adesso scoprivo che tutti sentivano una loro puzza! Ma è chiusa, mi disse. Beh, tanto valeva darci un’occhiata. Discesi le scale ma non sentivo nulla provenire da lì. E la porta era chiusa. Rimasi sul pianerottolo mentre il buon vecchio se ne andava.

Rincasai ma il mio tormento era inestinguibile. L’adrenalina e il movimento mi avevano fatta stare meglio ma il disturbo persisteva. Ma forse avevo capito una cosa importante. Quella puzza non veniva da sotto come mi ero creduta io. Quella puzza, di cui non c’era stata la minima traccia al piano di sotto, allora doveva provenire dal mio stesso piano. Gironzolai alcuni secondi sul pianerottolo e… BAM! Trovai tracce forti e insindacabili della puzza. Ma non aveva più quell’odore che avevo creduto erroneamente di attribuirle. Così capii che il vento mi portava quella puzza con l’odore di un’altra sostanza, che il vero Male non aveva quell’odore che gli avevo attribuito. Dannato vento, che correnti oscure seguivi per non farmici capire niente?

Da cosa capii la presenza dal Male? Dal battito cardiaco che era impazzito nel tratto proprio in cui c’erano due usci uno davanti all’altro. Avevo fatto trenta, tanto valeva fare trentuno. Suonai al primo campanello una volta. Non mi rispose nessuno. Suonai un’altra volta. In realtà quello era l’uscio di una signora piuttosto acida che purtroppo conoscevo bene, una signora inasprita dagli amari risvolti della sua vita. Non avevo voglia di incontrarla. Sapevo che mi avrebbe fatto delle storie. E sarebbe stata l’unica. E allora avrei dovuto dirle la brutta frase che l’avrei denunciata all’autorità…

Suonavo ma appurai che non mi rispondeva nessuno, né l’avrebbe fatto. Venni a sapere che era uscita. Suonai allora all’uscio successivo. Ascoltai dei rumori provenire dall’interno dell’abitazione. Mi aprì una ragazza che tempo addietro mi aveva guardato ammirata: da tempo smaniava per conoscermi. Le spiegai il mio tormento e dapprima si dimostrò comprensiva. Mi disse che anche lei sentiva qualcosa nell’aria e non capiva che fosse. Purtroppo però quell’ombra nera che mi aveva accompagnato, quell’ombra alla quale ero stata costretta ad affiliarmi per poter entrare in quelle case sconosciute, le fece intendere che fossi matta. Così, quando tornai a visitare il volto della ragazza, un po’ di timore affiorava dai suoi occhi, inoltre per lei la mia ricerca era diventata del tutto vana. Abbandonai con rammarico la sua abitazione sapendo che non vi avrei più messo piede.

Ma di lì a poco la quasi incontrovertibile soluzione del mistero mi sarebbe giunta innanzi, talmente paurosamente da lasciarmi esterrefatta e inabile a ogni giusta contromossa. Un dì mi accorsi che il Male mi strisciava violentemente in casa. Osava entrare da altri anfratti non soliti per lui. Scoprii che entrava da sotto la porta d’ingresso della mia abitazione. La aprii e le mie attenzioni furono rivolte alla casa immediatamente prossima alla mia, quella dove non mi avevano mai aperto, quella dove non mi avevano mai salutato, quella dove avevo già bussato ben sapendo che non mi avrebbero risposto.

Era il momento di entrare in quel luogo e di parlare con il nemico. Dovetti ancora venire a patti con il diavolo facendomi accompagnare dall’ombra nera che si prendeva sempre gioco di me mettendomi i bastoni tra le ruote. Ma quello era il sol lasciapassare per poter accedere a quell’antro infernale. Da sola mi sarebbe stato impossibile farlo.

Bussammo, l’ombra nera e io, e ci fu subito aperto. L’unico cruccio che ebbi riguardava il caso che l’ombra nera fece in modo di annunciarmi, così non potemmo più contare sull’effetto sorpresa e qualcosa fu occultato ai miei occhi per rimanere ancora ignoto e ostile.

Ci aprì la regina dei porci. Aveva le gambe nude, camminava scalza per casa mostrando le sue oscene zampe da scrofa. Desiderai poterla fare allo spiedo. Quello sarebbe stato l’unico destino che avrei trovato giusto per lei. Per quale motivo viveva gente come lei? Me l’ero sempre chiesto. E non avevo mai trovato nessuna spiegazione plausibile. Per me, quelle come lei, erano al mondo solamente per cagionare fastidio agli altri. Non vi erano altri motivi per la loro esistenza.

Sembrava accogliente, sembrava dirmi: vieni pure nella mia enorme vulva odorosa; è così grande e ributtante che verrai consumata e assimilata e assoggettata anche tu. E li la puzza c’era. Eccome se c’era! C’era la puzza del Male in persona, il Male invisibile che non mi faceva più vivere. Però il Male non si vedeva. Dunque mancava la prova regina per poterla accusare di complicità col Maligno.

Le spiegai e mi condusse in cucina. Lì la puzza era meno forte. Ma non era lì che volevo vedere. E lei sembrava saperlo, e per questo cercò di tenermi lontana dalla zona più calda e rivoltante. Insistetti per entrare anche nella stanza che mi voleva tener chiusa. Dovetti insistere per tre volte prima di potervi accedere. Alla terza volta, visto la mia insistenza, la sua ritrosia sarebbe suonata sospetta pure all’ombra nera che mi accompagnava, che pure non era dalla mia parte. Così la scrofa oscena cedette e mi fece entrare. Scoprii un’altra ragazza in quella stanza, una ragazza muta, mai vista, che doveva essere la sua amante-giocattolo; almeno era vestita. Lì la puzza era fortissima, ma la regina delle scrofe ancora negava. Me ne stavo per andare quando mi accorsi di una sostanza gelatinosa che colava dal tavolo. Era la bava del mostro invisibile che cercavo. Gliene chiesi conto ma lei ancora volle negare. Disse che era lì da anni e si doveva far risalire all’affittuario precedente.

A quel punto me ne andai furiosa. Aveva avuto la faccia tosta di negare anche l’evidenza. Quel male nefasto così cattivo che vilmente mi stava facendo uscire l’anima dagli occhi e dalla bocca, era sempre stato vicinissimo, nella casa proprio accanto la mia, propagato dalla scrofa malvagia che godeva ad ammazzarmi poco a poco, giorno dopo giorno implacabilmente, con sadico divertimento.

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