Scapigliatura

Era l’ultimo dell’anno e in ufficio si lavorava alacremente per via di un’importante attività che il boss aveva brillantemente avuto l’idea di consegnare proprio in quella data. Era stata una settimana intensa e caotica e tutti avevano fatto la loro parte. Sembrava che il più fosse stato fatto. Si vociferava che il boss, compiendo un gesto di grande magnanimità nei riguardi dei suoi inferiori, avrebbe concesso l’autorizzazione per una festicciola a sorpresa due ore prima di pranzo, ma solo dopo aver vagliato per l’ultima volta i prospetti con i sunti di ciò che era stato così faticosamente prodotto.

Ariel, lungimirante come pochi, che odiava quelle festicciole ipocrite in cui tutti avrebbero fatto finta di andare d’amore e d’accordo, si era preso da tempo delle ore di permesso, così se la sarebbe squagliata fingendo un impegno inderogabile. Già si immaginava stringere qualche mano, fare l’occhiolino a Belosh, che sarebbe stato il solo al corrente del suo escamotage, e dire con aria di affettato dispiacere: ah, mi dispiace tanto ma anche quest’anno salto la festa di fine anno, che iattura, pazienza, mi rifarò al prossimo… Solo che lui non ci sarebbe stato neanche a quella. Difatti era da tempo che gli frullava nella testa l’idea di abbandonare quell’azienda che odiava, in cui odiava in particolare l’insopportabile boss despota, anche se il motivo principale della sua fuga – perché era una fuga, quella – in realtà era che non voleva più pensare a Miriam, anche se non se lo sarebbe mai ammesso troppo volentieri.

Quella mattina Ariel entrò nei corridoi dell’ufficio al solito più presto degli altri colleghi. Al distributore incontrò l’unica persona che quel giorno lo aveva preceduto. Si trattava di Miriam, che sicuramente era giunta prima poiché terrorizzata che in quel che doveva consegnare avesse potuto esserci qualcosa di sbagliato. Aveva una faccia sbattuta, stanca, un’espressione da bimba traumatizzata che fece subito molta pena ad Ariel. Non c’era nulla da fare: quando la vedeva in quelle condizioni, una gran tenerezza tornava ad affiorargli nel cuore e ogni loro dissidio era momentaneamente superato. In quei momenti Ariel avrebbe voluto solo renderla nuovamente serena, anche se poi, ciò avrebbe implicato che lei sarebbe tornata a fare la stronzetta con lui, macchiandosi di quelle colpe talmente grandi che lui non gliele poteva perdonare, anche se avrebbe tanto voluto farlo.

Miriam lo vide in fondo che si avvicinava. Sbatté gli occhi. Pensò: oddio, non lui, non ora, non ora che sono senza difese… se mi dice una di quelle sue battute che lui crede tanto salaci, di quelle che mi fanno tanto male anche se non glielo lascio mai vedere, sento che stavolta mi metterò subito a piangere…

Dunque, con fare sbrigativo, raccolse il bicchierino con il caffè caldo da sotto l’erogatore e se lo portò subito nella sua stanza.

Ariel però la seguì e quando lei si sedette alla scrivania, se lo vide entrare come uno spaventapasseri ancora avvolto nel suo pregiato cappotto blu. E allora pensò: oddio, ma cosa vuole da me?! ti prego, Dio!, fa che se ne vada subito, ti prego!

Ariel però sembrava non fosse interessato a lei. Si diresse infatti alla scrivania di Helen, si chinò, aprì un cassetto e ne estrasse qualcosa. Miriam non si stupì perché quel cassetto era una zona franca dove tutti lasciavano cose per altri scambiandosele.

Poi però Ariel non se ne andò neppure allora e puntò dritto su di lei, la quale sentì la sua presenza notevole ridurre sempre più la distanza che li separava. Una strana paura si impossessò di lei. Lui e lei, soli nell’ufficio, lui che le si avvicinava senza dire una parola. Miriam provò dei brividi di eccitazione che sorpresero anche lei…

Ariel si arrestò a un metro da lei, e lei ancora non aveva il coraggio di voltarsi verso lui. Le posò davanti uno specchietto per il viso, che lei aveva visto usare tante volte da Helen, e le disse con un sorrisetto sulla faccia:

«Hai i capelli dritti stamattina, Miriam…»

E anche se lei, dopo quel commento, avrebbe potuto indisporsi parecchio, in qualche modo comprese che lui non aveva voluto essere offensivo e le stava facendo un favore avvertendola di quella cosa.

Così Miriam si gettò subito riconoscente sullo specchietto controllando la situazione. Effettivamente sembrava una matta, con quel ciuffo alto sulla testa che faceva sembrare che si fosse appena svegliata. Pensò a cosa sarebbe accaduto se si fosse presentata davanti al boss in quello stato, pensò alla figura che avrebbe fatto…

«Ah… Stamattina ho dimenticato proprio di pettinarmi… Non mi sono neppure guardata allo specchio… Avevo solo il pensiero fisso di giungere qui al più presto, per via della verifica che si terrà tra un’ora e mezza…»

Con una mano provava a sistemarsi il ciuffo ribelle, ma c’era poco da fare, ormai aveva preso quella piega, e lei non aveva neppure con sé la borsetta con il pettinino… Avrebbe dovuto attendere l’arrivo di qualche altra collega per provare a pettinarsi per bene.

«Lo so, Miriam, che per te è stata una settimana impegnativa. Tuttavia, vedrai che andrà tutto per il meglio. Scommetto che qualcuno ha già ordinato le bottiglie per il brindisi di fine anno…», le disse lui volendola acquietare.

«Vorrei tanto avere il tuo ottimismo, Ariel… Lo so che probabilmente mi preoccupo troppo e tutto si risolverò per il meglio… ma finché il boss non mi libera da questa schiavitù non mi posso rilassare… Mi sono proprio consumata questa settimana… Spero che finisca al più presto! Voglio andare a casa e non fare niente per tutto il weekend! Solo televisione e buon cibo. Anzi, facciamo anche solo cibo, pure spazzatura va bene…», gli disse lei.

Miriam gli restituì lo specchietto.

«Grazie. Ma non è servito a molto. Pazienza, tutti rideranno di me alla riunione, almeno capiranno che ho perso il sonno per colpa del lavoro e non mi scorticheranno viva…», disse ancora lei.

«Miriam se vuoi… ti potrei aiutare io a dare un’occhiata a quello che hai combinato… Oggi non ho cose urgenti a cui lavorare e se tu volessi…», le propose Ariel che davvero avrebbe fatto di tutto per aiutarla.

Ma lei troncò di netto la sua gentile proposta mentre si era già aperta davanti il foglio elettronico a cui avrebbe lavorato.

«No, no, grazie Ariel, ma queste sono cose che non sai, che ci impiegherei un mucchio di tempo a spiegarti, e mi esaurirei anche nel farlo… Per cui, no, grazie di avermelo proposto… ma è destino che debba morire sola e abbandonata da tutti… È il mio triste destino!», gli disse con la faccetta da bambina che soffriva. Quella faccina che pur essendo artefatta Ariel trovava irresistibile.

Così ad Ariel non restò che riporre lo specchietto nel cassetto della scrivania di Helen e andarsene nella propria stanza.

Alle nove e trenta gli capitò di alzarsi per recarsi presso un’altra stanza. Allora nei corridoi intravide Miriam uscire dal bagno proprio allora. Notò che si era appiattita il ciuffo con l’acqua. Ne sorrise.

Dunque rientrò nella propria stanza e scrisse quell’email a cui aveva pensato da tempo…

Poi prese un’ulteriore ora di permesso, che gli accordarono senza fare storie – perché si era già sparsa la notizia ufficiosa che la consegna sarebbe andata in porto –, e se ne andò immediatamente dall’ufficio salutando come si doveva solo il grande amico Belosh, non dicendo a nessuno che se ne stava proprio andando e non sarebbe tornato se non nell’anno nuovo.

Poco dopo Miriam si accorse che gli era giunta un’email di Ariel. Che cosa vorrà mai dirmi, pensò incuriosita. La aprì. C’era scritto:

Mi è venuta in mente questa cosa, Miriam…

Sbirciando il tuo foglio di lavoro, credo di aver visto che tu ti sia impegnata molto a scrivere una formula che voglia simulare una data funzione che invece esiste già ed è incorporata nel foglio di lavoro. Vedi tu se inserire questa funzione che ti suggerisco di usare io la quale ti faciliterebbe di molto la vita… Per inserirla è necessario…

Miriam esaminò la funzione attentamente. Era proprio la cosa di cui aveva avuto bisogno! Ah, ad averlo saputo prima! Dato che era facile inserirla nel foglio di lavoro, lo fece subito senza impacci e si accorse che adesso era tutto molto più leggibile. Fu così presa che dimenticò di rispondere ad Ariel che aveva molto gradito il suggerimento.

Alle undici ormai si era sparsa la notizia che era andato tutto bene e quindi si poteva festeggiare nella grande sala riunioni una fine dell’anno anticipata coi colleghi di lavoro. Miriam adesso era rilassata e rideva e scherzava con Helen. A un certo punto le due decisero che fosse il caso di andare a raggiungere il fulcro della festa… Allora stavano per andare quando a Miriam giunse un’altra email. Le venne un colpo. Tante volte email mandate all’ultimo momento le avevano rovinato la giornata… Tuttavia, quando vide che era ancora di Ariel, si acquietò perché non era da lui gettare le persone nella disperazione lavorativa all’ultimo secondo come invece facevano altri colleghi molto stronzi, di quello doveva dargliene atto.

Aprì l’email. C’era scritto semplicemente:

PS: Ah, dimenticavo. Auguri, Miriam.

Miriam non capì bene il significato di quell’email. Okay, le faceva gli auguri, ma a cosa serviva? Tanto lo avrebbe rivisto tra poco nella grande sala dove si festeggiava… Ariel è sempre così contorto, pensò lei non propensa a spaccarsi la testa su di lui proprio quel giorno.

Sennonché, una volta giunta nella sala dove si celebrava la festa, non lo trovò. Chiese allora di lui, fingendo indifferenza, a Belosh, il quale le disse (ammiccando anche parecchio) che Ariel se n’era andato in anticipo, un’ora fa, per via di una questione improcrastinabile. Lei sospettò che forse c’entrasse una ragazza; tuttavia poi ne dedusse semplicemente che Ariel se n’era andato prima solo per evitare quei festeggiamenti, che certo a lui dovevano dare il voltastomaco.

Le venne però un dubbio, e allora si rivolse ancora una volta a Belosh.

«Senti… Però è successa una cosa strana che non mi so spiegare, Belosh…»

«Cosa?»

«Mi è giunta un’email di Ariel…»

«Beh, che c’è di strano?»

«Ma me l’ha spedita dall’ufficio alle 11 in punto! Quando tu mi hai detto che se n’era già andato!»

Belosh sorrise.

«Ah, in realtà ci potrebbero essere molte spiegazioni a questo strano fenomeno, Miriam. Ma io credo di sapere la verità…», le disse misteriosamente. Poi proseguì.

«Sai che Ariel… Insomma, si diverte a fare delle cose che normalmente le persone normali non fanno…»

Miriam annuì decisa.

«Beh, sono sicuro che abbia pianificato di spedirti quella email, in automatico, quando lui non ci sarebbe più stato. Sì, sono sicuro che sia andata così», le disse felice.

E Miriam rimase come interdetta. E si chiese perché Ariel lo avesse fatto.

«Per curiosità», disse ancora Belosh interrompendo lo stupore di cui era vittima Miriam, indovinando già parte della verità, «mi diresti che cosa c’era scritto in quell’email? Qualcosa di particolare?»

Miriam rispose come in trance.

«No. Mi ha solo fatto gli auguri…»

«Ah, okay», disse Belosh che sembrava la sapesse lunga. «Così, Ariel, prima di andarsene, ha fatto gli auguri solo a me e a te in tutto l’ufficio, lo sai Miriam?», le disse bevendo un bel sorso di aranciata.

Miriam si sentì profondamente colpita. E da quel momento rimase intontita. E quel fine anno, si sorprese a pensare ad Ariel anche quando non se lo aspettava, quando festeggiò le feste in famiglia, con i parenti, gli amici e con Richard.

Così, il due gennaio, si decise a mandare un sms ad Ariel in cui gli diceva:

Auguri, Ariel. E grazie.

Miriam

Miriam

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