Let the sunshine, let the sunshine in, the sunshine in

È stata una settimana intensa, con diverse emozioni e un po’ stressante…
Mi sento di voler dare un piccolo segno di speranza.
Perché il mondo degli uomini fa schifo.
Ma in fondo c’è sempre un po’ di speranza.
E sopratutto esistono le eccezioni a quelle regole che ci vorrebbero sempre soccombere.
Così, mutuo la proposta musicale del mio amico Red bavon per dirvi…

Let the sunshine, let the sunshine in, the sunshine in!

Megere perseguitanti

Ricordo l’aria pesante. Ricordo che cercavo un posto che non si poteva trovare, in qualche dove. Mi muovevo di stanza in stanza, di edificio in edificio trovando poco sollievo. I miei compagni potevano però donarmi un lieve conforto con la loro presenza. E ce ne era uno che più degli altri possedeva questo dono.
In quel periodo la mia situazione sentimentale era confusa. Non ricordo bene se fossi già in aperto conflitto con Diva oppure no. Probabilmente no, perché altrimenti la mia propensione spirituale sarebbe stata diversa, più cupa, più grama. E invece ricordo quell’atmosfera di attesa, di grigio limbo sospeso in cui io e tutto il mondo parevamo immersi. Dunque la mia situazione con Diva doveva essere di apparente comune noncuranza, quando invece, sotto quelle braci che non si erano mai spente, covava un odio-amore che presto sarebbe riavvampato conducendoci al suicidio avvilito della nostra storia d’amore. Ma questa è un’altra storia, che non c’entra niente con questa…
Che cosa accadde in questa? In realtà ben poco. Proviamo a ricordare… Ricordiamo, facciamo uno sforzo. Perché quel giorno fu importante? E chi dice che lo sia mai stato, importante? Fu un giorno insulso, uno dei più insulsi e inutili; però vidi quella cosa che mi lasciò quella strana sensazione di vertigine, di vuoto, ma non precorriamo i tempi…
Che cosa accadde quel giorno? Proviamo a ricordare, anche se i ricordi che dirò potrebbero essersi svolti in altri periodi di quell’anno e non necessariamente quel giorno specifico… Ricordo prima di pranzo che mi ero portato in quel vialetto dietro l’università, vialetto che invero, pur essendo così vicino, frequentavo pochissimo. Primo perché non mi recavo mai da quella parte, non avevo motivo di andarci, dato che di là c’era solo Giurisprudenza, cioè una facoltà tanto inutile da non esser degna della mia attenzione, anche se fu proprio lì che avvenne un incontro fondamentale con Diva – ancora lei. Il secondo motivo per cui non passavo mai di là era probabilmente che quella stradina era affollata come un porto di mare. Era incredibile l’afflusso continuo di persone che transitavano di là – e per andare dove, poi? Perché c’era tutta quella gente? Non so. La mia facoltà e Giurisprudenza non avevano nulla in comune, se non la vicinanza. Posso supporre però che quelli di Giurisprudenza passassero di là incessantemente per arrivare più in fretta alla mensa. Sì, deve essere senz’altro così.
La terza ragione era che proprio lì un periodo fantasticai a lungo circa la consegna di una fantomatica lettera a Diva – ancora lei –, una lettera nella quale mi sarei scusato del mio gesto di averla baciata a tradimento. E facendolo non mi sarei scusato per il bacio in sé ma per il fatto che lo avessi fatto solo per tener fede a una scommessa persa con quel mio amico. Quella consegna non avvenne mai però, perché quel mio amico volle venirmi incontro esentandomi dal pagarla. Io però persi ore e ore a immaginarmi la faccia indignata che Diva avrebbe fatto in quel vialetto scoprendo che non l’avevo baciata per amore ma solo per pagare un debito d’onore. Allora il suo odio non sarebbe più stato mascherato. Non si sarebbe tenuta più e da quel momento neppure ci avrebbe tenuto a camuffare la sua reale propensione verso me, che non sarebbe più mutata: si sarebbe conservata in eterno irascibile; e tutti quanti all’università lo avrebbero saputo, avrebbero saputo che tipo disgustoso di ragazzo vigliacco e superficiale ero…
Dunque quel giorno mi portai per un qualche motivo da quella parte, forse per prendere una boccata d’aria. Trovai quella moltitudine di gente che mi ispirava un qualcosa di biblico perché era uno sciame di ebrei fuggenti l’abisso, se non ancora una piaga di locuste o cavallette. Non ero solo. C’era il mio migliore amico cui ho accennato sopra e un altro bravissimo ragazzo oggi quasi sicuramente morto – non avrei mai pensato che una fine del genere avesse potuto toccare a lui. Ero certo che un giorno sarebbe toccata per prima a me, mentre invece io sono ancora qui a scrivere, scrivere, anche se al limite della pazzia e delle mie energie psicofisiche.
A un tratto incontrammo il ragazzo sagoma, che era uno che sorrideva sempre. Ci fermammo un attimo a scherzare come era nostro costume fare. Passarono dei ragazzi che sembravano più giovani e meno navigati di noi. I quali salutarono, mi sembrò con molto ossequio, il ragazzo sagoma il quale li guardò un attimo, in particolare colui che parlava, sbigottito, poi decise di salutarli. Così quelli se ne andarono e dopo il ragazzo sagoma si voltò verso noi e confessò di non aver avuto la minima idea di chi fossero stati. Azzardò l’ipotesi che si fossero sbagliati. Ma c’era il particolare che salutandolo avevano usato il suo nome. Glielo feci notare. E lui dovette convenire che allora era solo lui che non si ricordava di loro, per qualche motivo. Gli chiesi se gli succedeva spesso di non riconoscere qualcuno che lo salutava e lui mi confessò di sì, che qualche volta gli era già successo, anche se in genere ricordava vagamente una faccia ma magari non riusciva ad associarla a un nome o al luogo dove l’aveva vista. A quel punto sentenziai fornendogli la soluzione del suo caso patologico. Conosceva troppe persone, gli dissi, e il suo cervello non faceva a tempo ad assegnare a tutti un posto di rilievo nella sua memoria. Lui fece di sì col capo. Sapevo che spesso usciva la notte e che aveva una vita sociale molto intensa. Non era difficile immaginarlo mezzo brillo in compagnia di decine e decine di persone che magari gli erano state appena presentate da amici comuni, non riuscire a imprimersi con la giusta esattezza, a fine scorribanda, tutti i loro volti nella memoria.
Tornammo all’interno della facoltà e poi vagabondammo verso l’altra uscita, che era la principale. Fu lì che mi accorsi dell’inquietante vista di alcune signore con la faccia dipinta. Non capivo chi diavolo fossero. Non capivo che volessero. Non erano certo studentesse attempate. Il mio cervello le associò a una specie di clown femminili. Ma le loro facce le trovavo così ripugnanti che presto me ne tornai dentro la facoltà per fuggire la loro vista. Infatti in quella visione c’era qualcosa di così respingente che non potevo sopportarla. Entrai nel laboratorio dove invero ebbi altri incontri. L’uomo fumo era come al solito sul suo trono. Egli era infatti il re incontrastato del laboratorio e ormai tutti i fruitori di quel luogo lo conoscevano riverendolo assai. Non era raro vedere qualcuno che gli chiedesse un’intercessione. Anzi, tutti gliene chiedevano perché vedevano tutti gli altri chiedergli un sostegno. E lui soccorreva tutti indifferentemente anche quando il chiedente aiuto non aveva i suoi favori, come fu per me in un periodo della mia vita, sempre per via di Diva, che se la menava simultaneamente sia con me, sia con lui, sia con un nugolo imprecisato di spasimanti fottitori variegati di fighe umidicce. In quel periodo però i nostri rapporti erano ottimi, non dovette dunque masticare amaro per aiutarmi a fare qualcosa e ci limitammo a salutarci. Era invero però assediato da un tipo ripugnante, il pescatore, un tipo che per sport amava ficcare ami nelle bocche dei pesci. Lui avrebbe voluto farsi chiamare il pescatore perché tale nomea secondo lui era degna di rispetto, ma io lo chiamavo invece il sadico animista stronzone. Ma lui ovviamente non lo sapeva. Lui e io non ci sopportavamo. Alla fine avevamo capito che eravamo diversi, troppo. Lui era violento e manesco, io delicato e riflessivo e gentile; lui attaccabrighe, ciarliero e alla bisogna cafone e diretto, io onesto, affabile, gentile e diplomatico, non propenso a offendere chi non se lo meritasse. Inoltre lui mi era diventato molto contrario nel momento in cui… forse qualcuno potrà indovinarlo. Esatto: quando scoprì che avevo un intrallazzo con Diva. Questo perché si era messo in testa di avercelo anche lui. E penso che alla fine ce l’avesse avuto sul serio, quell’intrallazzo, a giudicare da come si permetteva di invitarla a casa sua quando non c’era nessuno, nonostante la ragazza con cui stava, e soprattutto tenendo presente il rapporto di genuflessione che conservava verso Diva, l’unica al mondo per quanto ne sapevo in grado di farlo prostrare ai suoi piedi. Essa era l’unica in grado di comandarlo a bacchetta. Con lei non era violento. Lei aveva il suo rispetto e forse gli incuteva anche soggezione. Non voglio pensare al motivo per cui si fosse arrivati a quel punto, non posso e non voglio proprio pensarci sennò mi verrebbe da vomitare a immaginarmi quei due che scopano e litigano…
Quel giorno il ficcatore impenitente di ami aveva attaccato bottone con l’uomo sigaretta (o fumo, che dir si voglia), il quale provava a respingerlo ma con poco successo. Il manesco gli aveva messo le mani addosso e ogni tanto lo menava per scherzo ma facendogli davvero male. L’uomo sigaretta cercava di tenere botta senza cercare di manifestare agli altri che non era in suo potere di fermarlo, di porre un freno alle sue scellerate mani molestanti. Io assistevo rassegnato per il suo destino, sperando invero di non attirare le attenzioni del ficcatore di ami, perché io non sarei stato capace di abbozzare a sarebbe finita senz’altro in rissa se fossi stato aggredito. Per questo ero già intenzionato ad andarmene lasciando il povero uomo sigaretta al suo infausto fato. Però non potevo andarmene subito sennò si sarebbe arguita la mia codardia. Per cui mi toccava di rimanere per qualche minuto ancora…
L’amatore ficcatore gli stava parlando del lavoro part-time che svolgeva in quel momento. Che aveva a che fare con una fabbrica tessile, in particolare di calzini. Faceva calzini! L’uomo amatore di ami faceva calzini, un lavoro che neppure avrei mai potuto immaginare esistesse. E parlava di rammendarli, metterli in una macchina e poi ripiegarli nella giusta maniera. Diceva che così raggranellava dei soldi, e anche di diversi. Voleva trascinare con lui l’uomo sigaretta perché diceva che si annoiava tutte quelle ore la notte in quel luogo senza nessuno con cui parlare. Ma l’uomo sigaretta apparteneva alla categoria degli studiosi non in grado di svolgere un lavoro mentre danno tutto per la questione istruttiva. Per cui rifiutava con forza la sua offerta e l’uomo amatore di ami allora lo picchiava sulla testa e sulle parti basse per estorcergli il consenso ad accettare quella proposta. Ma non ci fu niente da fare. A un certo punto l’uomo amatore di ami pose fine alle sue sofferenze smettendo di picchiarlo, facendo tirare un grande sospiro di sollievo sia a me che all’uomo sigaretta, che le botte se le era prese.
L’uomo amatore di ami si rivolse verso me degnandomi per la prima volta di attenzione chiedendomi se allora volessi accettare io la sua proposta. Era incredibile: anche la mia compagnia avrebbe accettato pur di non star da solo?! Sembrava impossibile. E infatti pensai che i fatti non stessero esattamente come li presentava lui. Non era per la compagnia che cercava un compagno. Doveva esserci qualche altro motivo che non ci aveva rivelato: qualcosa che andasse a suo deciso vantaggio. Era impensabile immaginare me e lui in quel luogo a piegare calzini eseguendo una qualche conversazione faceta tra noi. Impensabile!
Gli dissi che avevo intenzione di lavorare solo una volta uscito dall’università.
Uscii dal laboratorio, tornai al piano terra della facoltà e rividi quelle befane perseguitanti. La loro vista ancora una volta mi ripugnò e sdegnò, e pensai: come osano entrare in questo luogo sacro dedito all’apprendimento della disciplina scientifica suprema? Mi ficcai nell’ascensore e cercai rifugio ai piani superiori. Di sopra incontrai l’efebico falso gentile. Era un ragazzo apparentemente d’oro che non aveva nemici, eppure i suoi amici si contavano sulla punta delle dita. Aveva il difetto di prendere in giro le persone, in particolare le donne che soleva penetrare per poi non rivolger più loro la parola, perché lui era un collezionista e non un casanova. Quella cosa di amare qualcuno proprio non la sapeva fare nonostante i suoi modi da dandy gentile portassero la gente a credere il contrario. Proprio in quel mentre passò di lì una soubrette famosa della televisione che quel giorno era venuta per partecipare a una conferenza sul sesso sicuro. L’efebico volle subito andare da lei per salutarla. Le disse che lei era il suo idolo e che non credeva ai suoi occhi, era felice di conoscerla e poterla vedere dal vivo. La donna si illuminò e gli strinse calorosamente le mani invitandolo a partecipare alla conferenza, perché era una cosa importante, gli disse. Lui le rispose che ci avrebbe fatto un salto ma non si sarebbe trattenuto perché doveva studiare. Ma prima che si lasciassero lei gli donò un preservativo alla fragola e gli disse di usarlo se per caso avesse avuto dei rapporti sessuali con una ragazza, di qualsiasi tipo fossero stati. Lui si sentì al settimo cielo. La sua attrice preferita gli aveva regalato un preservativo che sicuramente avrebbe usato nel giro di una settimana al massimo. E quando l’avrebbe fatto, si sarebbe ricordato di lei e magari si sarebbe immaginato di scoparsi anche lei, oltre la sciagurata a cui era toccata la sorte di cadere nelle sue mire di seduttore seriale spezzacuori.
L’attrice si allontanò per la conferenza, l’efebico se ne andò. E fu allora che sentii uno strano rumore come di maracas. Erano le befane con le facce dipinte, che erano salite fin lì. Stavolta le ebbi davvero vicinissime. Camminavano in fila indiana improvvisando una danza. Avevano vestiti da carnevale e il volto coperto da una cipria color argento che non donava affatto loro, che infondeva loro un’aria da streghe marziane che facevano venire il mal di mare. Ma la peggiore di tutte era la capofila la quale doveva essere sicuramente il capo. Essa mi passò a pochi centimetri, volle insinuarsi tra me e altri studenti basiti dalla loro importuna e inopportuna presenza. Abbozzando danze oscene vollero dividerci, vollero passare, vollero che tutti quanti noi le vedessimo. Vollero interrompere lezioni che si tenevano, vollero che tutti le guardassero. E io pensai: ma dove devo andare per non vederle?!; come è possibile che abbiano la faccia tosta di infiltrarsi fin qui, nei luoghi dove genia come la loro, dalle ambigue motivazioni, non dovrebbe mai portarsi?

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Una vita in sofferenza, storia di un bambino debole #4

4. L’avvisaglia

Ci trasferimmo altrove e per quanto ricordi la mia salute se ne giovò. Tuttavia spesso la sera, a casa, mi prendevano quelle odiose crisi d’asma che mi facevano venire l’affanno. Però quando ero a scuola, una bellissima scuola con annesso un bel giardino spazioso, mi sentivo bene e durante la ricreazione correvo, correvo e correvo… Mi piaceva correre e mi sentivo forte.
Ma un giorno mi accadde di sentirmi davvero male, proprio a scuola, avrò avuto dieci anni. Quel giorno il cielo era così plumbeo che pareva il crepuscolo. Il sole non c’era, completamente oscurato da nubi grigie di morte. E io non respiravo. Sentivo il cuore in petto che mi batteva forte forte, anche se non correvo, inoltre avvertivo una spropositata debolezza. Mi sentivo di morire e non ne comprendevo il perché. Gli altri miei compagni si comportavano normalmente.
Uno di loro mi guardò negli occhi e intuì che stavo male, e io, non riuscendo a sostenere il suo sguardo di curioso sadismo, mi allontanai mestamente da lui e da tutti pensando: resisti, domani vedrai che starai meglio. Fu quella la prima occasione in cui me lo dissi. All’epoca non potevo immaginare che ci sarebbero stati tanti altri giorni in cui mi sarei ripetuto la stessa identica tiritera, come una preghiera…
Quando mio padre venne a prendermi all’uscita di scuola salutai la sua venuta come la mia salvazione. Quella crisi me la portai anche a casa, ma il giorno dopo effettivamente mi sparì e io me la scordai per tanto tanto tempo: perché le cose brutte uno se le deve scordare per andare avanti, altrimenti si patirebbe ancora di più del consentito.
Per tanto tempo mi dimenticai di quella crisi. Me la sarei rammentata solo alla prossima. E allora avrei detto: ma io questa sensazione di oppressione l’ho già provata…

Frenesia e Ipersensibilità – Come una malattia

Adesso che il mio cagnolino non c’è più, mi è presa la frenesia di fare. Dunque scrivere, perché io è questo che faccio e presumibilmente farò fino agli ultimi giorni della mia vita.
Mi sono reso conto che gli ultimi due anni li ho votati alla sua cura. Tutta la mia giornata era pianificata pensando a lui, anche ai momenti in cui non sarei stato presente a casa. Inoltre faticavo a lasciarlo solo con altre persone perché sapevo che loro non avrebbero saputo badare alle sue esigenze. Perché loro erano ciechi, e anche se gli spiegavi le cose non le volevano capire lo stesso (mi ricorda qualcosa… ah, sì: quasi tutto il mondo pensa e agisce in questa maniera).
Il dedicarmi a lui era anche una sorta di protezione per me. Le emozioni che vivevo erano come filtrate attraverso lui, attutite. Adesso invece sono tornato la persona a tratti ipersensibile di prima, me ne sono già accorto… Così, dunque, adesso… m’è tornata anche questa frenesia. Sì: ero così anche un tempo, prima che lui diventasse così fragile e vecchio. Sì, questo sono io.
Sono tornato a vivere come se questo fosse l’ultimo giorno della mia vita, ovvero come se non fossi certo che ci sia un domani. Così, tutte quelle mezze cose quasi pronte che però ancora non lo sono, le devo sistemare e buttar fuori al più presto, fuori da me, nel mondo.
Solo così posso provarmi di non aver sprecato tempo nella mia vita e sentirmi soddisfatto di me. Solo così posso addormentarmi stanco ma felice di aver fatto quello che io dovevo fare.
Certo, il caos cresce sempre più dentro me. Non so a chi dare i resti. Sarò molto impegnato d’ora in poi, niente più tergiversare. Le attività e i propositi si affastellano le une sugli altri. Temo di non portare a compimento un bel niente. Ho troppa carne al fuoco. E, ohibò!, ho ripreso a scrivere almeno un racconto nuovo al giorno! E io che pensavo che la mia ispirazione stesse lentamente scemando… E invece no. Sono ancora quello che sa fare quelle cose che vanno fatte. Ma non sempre sono cose piacevoli (cit. wolweriana 😉 ).

(
Ci starebbe bene la canzone di Paola Turci, Ringrazio Dio, ma essendo io maschio etero non la metterò.
😉
)

Karma with temptescions

Ma ciao! (Toh! Che fortuna! Chi se lo sarebbe aspettato! È tanto che lo cercavo! Il mio karma ha colpito ancora!)
Ciao! Ma guarda te… (E lei che ci fa qui? Speravo di non incontrare nessuno della vecchia compagnia. Però lei non mi dispiace affatto di averla rincontrata… Mi ha sempre attizzato, con quella sua ottusa gentilezza ipointelligente…)
Che ci fai qui? (Ah, che tono da stupida che ho usato! Spero che non pensi che lo sia…) Anche tu in cerca di libri che ti aprano l’anima? (Ma che cazzo dico?! Non è certo il modo migliore per esordire… La gente normale non parla di questi argomenti in maniera così diretta… Ah, ma voglio saperlo subito che tipo è… Non voglio più perdere tempo o scottarmi con chi sembra una cosa e in realtà non lo è…)
Io? Ah, no beh… (Macché, non mi vedi? Io sto nella sezione musicale! I libri in questo periodo non mi interessano proprio. Ma lei si aspetta una risposta… Devo dirle qualcosa…) Più che altro… amo i romanzi… (Ma che cazzo dico?! Cerchiamo di rimediare…) un po’ classici… (mah, parlo a vanvera…)
(Ecco, penserà che sono strana, devo rimediare facendogli un complimento) Ah, sei un romanticone!
Sì… No… (Se non sto attento finisco a parlare di Baglioni… Baglioni?! Come sono vecchio! Non va più di moda da un pezzo… Ah, ma ai miei tempi tutte le ragazze morivano per lui! Vorrei sapere oggi dovo sono finite tutte quante…) Beh, sì, abbastanza… (Mi arrendo: pensi pure che sono romantico, qualsiasi cosa immagini) …E allora? (Cambiamo argomento, va!, che è meglio) Che mi dici? Non pensavo di trovarti qua… (…nel posto che frequentavamo sempre alcuni anni fa… Certo pure io sono un bel genio!)
Per me è lo stesso. (Spero che abbia capito che sono contenta di vederlo) Beh, vengo qui perché è molto fornito. Sopratutto la sezione che interessa me è fornita. Con tutti quei libri che ti aprono i ciagra… (E dai! Dimmi che sei nel mio karma! Fammelo capire! Lanciami un segno che solo io coglierò! Sono alla ricerca dell’uomo della mia vita, nel periodo più delicato della mia vita, e sarebbe stupendo se fossi tu quell’uomo!)
(Cambiamo argomento, che questa sennò finisce a parlarmi di religioni! Non lo sopporterei proprio!) Stai bene! (Acc… che cazz! Non le devo guardare le tette in quel modo! Toglile subito gli occhi dalle tette! Te lo ordino! Te lo ordino!)
Trovi? (Oddio come mi sento grassa e brutta in questo momento! Dieci anni fa ero ancora bella, e magra, e avevo gli uomini che ci provavano sempre! Ovunque! Oggi non è più così, da ciò ne ho tratto che per loro sono ormai da buttare, che pena!) Anche tu… sei in forma! (Sei invecchiato, ma sei sempre un fico. A dire il vero forse non ti avrei riconosciuto se non indossassi gli stessi identici abiti di dieci anni fa… Ma chi è il tuo sarto? Ah, dimenticavo: tu sei un uomo. Non fai shopping compulsivo come noi donne. E neppure hai il culo che assorbe l’aria che respiri per subito trasformarla in cellulite che neppure col teletrasporto andrebbe via…)
Io? Me la cavo… (Avrà notato la pancetta? Forse no. Il giubbotto maschera parecchio. Certo, se mi vedesse nudo forse… Ma che vado a pensare? Perché mi dovrebbe vedere nudo? E adesso che le dico? Non faccio che guardarle le tette, che certo ce le avrà un po’ più cascanti, e grosse, ma son sempre piacenti… Quanto mi piacerebbe toccargliele per poi… Oh, ma non devo pensare a queste cose! Adesso che le dico? Che le dico? Le tette… Oddio, non riesco a pensare a niente altro!)
(Sembra essersi bloccato a fissarmi il seno. Ti prego, non pensare che sono diventata troppo grassa, ti prego! Devo cambiare argomento al più presto…) Hai più rivisto qualcuno del gruppetto? (Cerchiamo di capire se stai con qualcuna che magari conosco già…)
Io? Ah, no. Io no. (Ecco, adesso come le dico che non me ne frega più un cazzo di nessuno? Che erano tutti delle merde, secondo me, anche lei, se solo non l’avessi incontrata oggi imbattendomi nelle sue tette grosse da manipolare come fossero pasta per fare la pizza? Come le dico che sono diventato l’essere più cinico e orso del mondo? Beh, fai un po’ di pubbliche relazioni, cazzo! Sforzati! Lei vuole che gli parli di qualcuno, e tu allora parlagliene, anche se non ti frega un cazzo di niente…) A parte… ma, solo ogni tanto… Assirio. (Non era tra i suoi preferiti. Spero che non sia lei quella con cui lui ci aveva provato spudoratamente mettendoglielo in mano quella volta al cinema… In tal caso me ne accorgerò presto dalla sua faccia…)
Ah, Assirio… Come sta? (Che tipo insulso che era Assirio, spero non sia tuo amico intimo…)
(No, Assirio è okay. Non è lei a cui quella volta l’ha messo in mano al cinema, altrimenti lo avrei capito) Se la cava anche lui. Ha cambiato lavoro. (Va a finire ora che parliamo solo di questo stronzo di cui non me ne frega più un cazzo da tempo).
Ah, sì? (Va a finire che parliamo di lui che non me ne frega niente. Ma di donne? Ce ne hai nella tua vita? Sei single oppure no?)
(Ah, il lavoro è un tasto troppo delicato, di questi tempi. Non vorrei che lei si trovasse male dove sta, o che fosse disoccupata) Sì. Ma sta meglio. Non ti preoccupare… (Ma come mi è uscita? Speriamo che il lavoro non sia un suo punto sensibile…)
Mi fa piacere. Uno non sa mai cosa trova quando cambia… (Come glielo chiedo se sta con qualcuna? Forse dovrei essere sfacciata… Perché no? Se lo faccio con nonchalance neppure gli sembrerò troppo interessata)…
Già. E tu… hai più rivisto qualcuno? (Mandiamo affanculo Assirio, che è meglio. Beh, se ha toccato l’argomento immagino che lei avrà qualcosa da dirmi in merito…)
Io… non è che abbia rotto definitivamente i ponti col passato… diciamo che sono io che mi sono isolat… (Ma che dico? Mi sto fregando con le mie mani! Se mi percepirà disperata non accetterà mai di uscire con me!) Cioè, sono andata per strade nuove, sai… (Diciamo così che è meglio, va!)
Ah, sì… (Però ha ancora una bella figura… Non è solo tette. Eh, mi ricordo di lei come era prima, uno spettacolo! Per questo mi piace ancora. Perché so che è stata e che teoricamente potrebbe tornare così. Cioè, se non l’avessi conosciuta prima avrei potuto pensare che è sempre stata uno scaldabagno… Invece no, lei aveva un corpo da urlo!… Ah, ma che gli succede alle donne a una certa età? Perché non sanno controllarsi? Perché diventano così facilmente grasse? Non hanno cura di loro? Non si vogliono bene? Non lo capirò mai…)
Sì. Adesso ho cambiato religione… (E dai! Plutone, entrami in Venere! Dimostrami che la mia luna calante mi incalza! Fammelo portare a letto, grande Giove!)
Oh, davvero… (No, no, e no. Non intendo parlare di religione. È qualcosa che uno dovrebbe aver già sistemato da una vita! Non puoi cambiare religione alla tua età!) Io, mi scuserai per la franchezza, non credo affatto alle religioni… (Sarò sembrato troppo drastico? Devo rimediare subito, non voglio che pensi che la sto respingendo…) Però credo in dio… (Ah, qua di solito faccio un figurone, quando lo dico… Scommetto che sarà così anche stavolta…)
Ah, che strano… (Ma che dice? Non crede nelle religioni ma crede in dio, e come può avvenire questa cosa qui? È sempre stato un po’ strano, adesso ricordo… Ma voglio lo stesso vedere il bicchiere mezzo pieno, voglio che mi scopi questa sera stessa!) Anzi, forse no, forse ti capisco. In ogni caso senti il bisogno di credere in un dio… Questo ti fa onore e ti unisce a me! (Agli uomini piace essere incensati e apparire intelligenti…)
(Visto? Et wuolà! Sapevo che avrebbe fatto effetto! Ancora una volta ha fatto centro!) Più o meno… Insomma, non hai rivisto più nessuno? (Voglio sapere se sta ancora con quel rammollito alcolizzato pelato del suo ragazzo di merda. Non l’ho mai sopportato, per questo non l’ho mai chiamata, altrimenti, una bellezza del genere, anche gentile… non me la sarei lasciata sfuggire…)
Ah, beh. Non li frequento più con costanza. (Le ragazze erano tutte o quasi serpi invidiose o idiote… I ragazzi non mi parlavano mai, a parte cose banali, forse perché stavo con Bruto) Ma ogni tanto qualcuno viene alle nostre riunioni. Come… (Acc… Mi è appena venuta in mente una che forse… Ma non aveva avuto una tresca con lui? Vorrei avere un attimo per ricordarmene…)
Come? (Son curioso di sapere chi sono questi deficienti che fanno le riunioni di religione… Non ricordo nessuno che fosse devoto o robe simili)
Come Pizia… (Beh, ormai gliel’ho detta… Che scema, avrei potuto dirle di Titty. Perché non l’ho fatto? Beh, vediamo che faccia fa…)
Ah, Pizia… (No, quella stronza proprio non me l’aspettavo che andasse alle sue riunioni religiose! Chissà i peccati che ha da farsi perdonare… Ma chi glieli condona? Neppure il Padreterno in persona potrebbe farlo a quella stronza!… Se ci penso, ancora mi arrabbio… Spero di non averle fatto capire dei sentimenti che mi suscita… Mi chiedo se lei sappia di quella cosa che abbiamo avuto, io e Pizia, che ancora mi ci maledico…)
(Ammazza che faccia che ha fatto! La deve odiare ancora molto! Non avrei dovuto nominargliela! Beh, almeno con lei è definitivamente finita. Questa è la parte positiva. Ma devo subito distogliere l’attenzione da lei o quel ricordo potrebbe rovinare tutta la nostra bella conversazione) …O anche Titty (Vedo che la sua faccia migliora subito distendendosi in un sorriso…)
Ah, Titty! Mi è sempre stata simpatica. È proprio una brava ragazza… (Belle tette anche lei… Se non fosse stata sposata, ci avrei provato già da tempo, mannaggia a lei!)
Sì. È dolcissima… (Adesso mi viene in mente che Titty mi ha detto che una volta ci ha provato con lei, che le guardava sempre le tette… Non vorrei averci rimesso ad avergliela rievocata…)
(Adesso faccio la figura della persona perbene e sensibile…) Come sta suo figlio? Aveva appena partorito quando stavamo tutti lì… (Ah, e mi piaceva pure col panzone! Io me la sarei fatta pure così, se solo a lei fosse andata bene!)
Ah, sta benissimo. È cresciuto ormai. È grande… (Forse mi sbagliavo. Sembra legato a lei da un sincero sentimento di amicizia, solo amicizia, altrimenti non mi chiederebbe mai del figlio che neppure deve aver mai visto)
Eggià. Sono passati un mucchio di anni… (Sempre qui torniamo. Sono passati molti anni, siamo cambiati molto, sia io che lei. È normale. Abbiamo ancora sufficienti cose in comune per… trombare assieme? È questa la domanda, cazzo! Essere o non essere? È questo il fottuto problema!)
Già anche io sono ingrassata… (Siamo tornati qua… Se continua a raffrontarmi a come ero prima non potrà che pensar male di me… Ah, vorrei tanto aver cominciato la dieta sul serio, e non per finta come ho sempre fatto…)
Noo, ma che dici? Sei sempre splendida… (Eh, sì. Sei un dirigibile rispetto a prima. Però, porco cazzo, che io possa esser fulminato se non mi attizzi più! Che poi in fondo… mica posso andare con le ragazzine. Il tempo passa per tutti, anche per me… Dunque mi devo accontentare di quelle della mia età…)
Dici? Troppo buono! Dovrei fare un po’ di ginnastica. È una delle cose che mi ripropongo a breve… (Fargli vedere che cambierai per lui, che potresti essere ancora bella, sì così!) Ah, scusa il cellulare!… Devo rispondere… (È Mirko! Oddio da quanto aspettavo una sua chiamata! Adesso capisco che il mio karma era Mirko, non lui! Era questo che era scritto nel mio destino! Lo devo mollare!…) Ciao, ci vediamo… Pronto?! Mirko!…
Ciao! Mi ha fatto tanto piacere rivederti… (Beh, se ne va così? E io che mi ero illuso di piacerle… Non le capisco proprio le donne, io…)

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Una vita in sofferenza, storia di un bambino debole #3

3. Il fumo uccide

Ero un bambino asmatico e vivevo, manco a farlo apposta, in un ambiente molto umido. Quindi sovente stavo male.
Mio padre era un fumatore accanito e non lesinava mai di farmi respirare l’avvelenante fumo delle sue odiose sigarette. Non gli passava per l’anticamera del cervello che potessero decisamente debilitarmi. D’altronde lui l’asma non sapeva cosa fosse (che testa di cazzo!). E io stavo sempre male.

trasferimento (12)

Introduzione a “Il teorema di Incompletezza (dell’essere umano)”

Il teorema di Incompletezza (dell’essere umano) è un romanzo che affonda le sue radici nel background di Nemesis, su come egli, giovane ragazzo in cerca di occupazione, divenne quel Nemesis personaggio paranoico che forse conoscete.
Come annunciato precedentemente, intendo pubblicare questo romanzo a puntate qui, su questo blog, quasi integralmente – toglierò solo quelle poche parti che giudicherò sia meglio non render note.

Dunque cos’è questo “teorema d’incompletezza dell’essere umano”? Trattasi di profonda riflessione di Nemesis che sta a significare che in realtà l’essere umano è un animale assai imperfetto, per questo destinato a non esser mai soddisfatto: a esser sempre assai infelice, per un verso o per l’altro…

Italioti fascisti di merda (spiegato facile anche per sub-umani populisti ignoranti)

Il fatto…
Giorni fa, sulla metropolitana di Roma, è stata beccata una ladruncola mentre rubava. È stata malmenata. Una donna ha provato a difenderla ed è stata pesantemente coperta di insulti anche lei, mentre la folla impazzita avrebbe voluto volentieri crocifiggere entrambe, la ladruncola e la giornalista che ha tentato di non farla linciare.

Ecco, volevo dire a quella folla fascista, populista e xenofoba che sono dei pezzi di merda. Perché se la prendono con una singola landruncola che ruba un portafoglio mentre non fanno niente per chi ruba 49 milioni (leggi Lega).
Non vi ho visto protestare per quello. Non vi ho visto manifestare. Non vi ho sentito chiedere le dimissioni di salvini. E sapete perché? Perché il fascista è molto vile. Se la prende con i più deboli e lecca il culo ai potenti, oltre a essere molto ottuso.

Che poi parliamo della stessa folla che si esalta quando uno al supermercato viene beccato a rubare una mela. E ancora non fa e dice niente quando uno viene condannato in via definitiva per una cospicua frode fiscale e poi non si fa neppure un giorno in galera e lo mandano chissà come mai ai servizi sociali (leggi berlusconi).

Che poi sono gli stessi che si lamentano delle tasse e si infuriano perché gli ospedali chiudono, mentre loro sono i primi a evadere le tasse, nevvero? Ah, ma voi vi sentite autorizzati a farlo, vero? Voi potete, vero?

Che poi sono gli stessi che ancora vanno a votare. E votano sempre sbagliato. Anche perché non esiste un voto giusto. Fanno tutti schifo. Ma voi, avendo qualche problemino al cervelletto, ancora non l’avete capito, e neppure mai lo capirete.

Detto questo io non difendo la ladruncola. Non la conosco, non ho elementi per farlo.
Dico solo che voi altri fascisti fate schifo perlomeno quanto lei.
Magari lei è obbligata a rubare sennò la pestano.
Voi invece che scusa avete per essere delle merde patentate incapaci di ragionare con la vostra testa che non ve la prendete con la vera causa ma avvertite la pagliuzza nell’occhio ma non sentite la trave che vi hanno infilato nel culo?

E adesso che ve l’ho spiegato, anche ora vi rifiuterete di ammettere che ho ragione su tutto. E sapete perché? Perché siete delle merde.
E lo rimarrete sempre. Non c’è alcuna speranza per voi.

Goya