Cipolline

Miriam era a dieta. Eppure non esisteva un filo di grasso sul suo bel corpicino magro. Nondimeno era convinta di possedere un sedere troppo “spazioso”. Per questo, ossessionata dalla linea, faceva sempre molta attenzione a ciò che ingollava. Era vero che talvolta si lasciasse andare agli eccessi, però questi erano sempre estremamente calibrati.
Così mi toccava di vederla a pranzo mentre mangiucchiava quelle sue cosette con due calorie e basta, e poi mi arrivava l’eco che era svenuta perché aveva la pressione bassa. Non aveva compreso che tra le due cose ci fosse una correlazione?! Sì, Miriam lo sapeva bene, perché in fondo era molto intelligente – non lo era invece quasi mai quando si trattava d’esser indulgente verso me, e chissà perché doveva sempre fraintendere o malignare un mio atteggiamento che la investisse in maniera diretta o indiretta… – però essa preferiva ignorare l’evidenza. Cioè, pur di non rischiare d’ingrassare neppure d’un milligrammo… era disposta a venir meno, convinta che tanto non sarebbe morta! Insensatezze di una ragazza viziata abituata ad averla sempre vinta! Ah, se avessi conosciuto i suoi genitori gliela avrei cantata bella!
Avevo provato a spaventarla su quell’aspetto. Allora le avevo raccontato di quella donna che, per fare i digiuni, aveva finito per cadere proprio sui binari della metropolitana – che prendeva anche Miriam. Ma lei niente. E anzi, il giorno dopo, per ripicca, aveva proprio digiunato completamente. Che indicibile stronza!
Una volta la vidi che si era portata un’intera bustina di plastica di piccole carote crude già lavate – chissà, doveva aver letto da qualche parte che non facevano ingrassare e se ne potevano dunque mangiare a bizzeffe, e inoltre saziavano assai. Così, quando le veniva voglia di sgranocchiare, se ne pappava una quasi di nascosto anche durante l’orario di lavoro. L’avevo presa un po’ in giro dicendole che ne avrebbe dovute mangiare di carote per crescere un po’ – di testa, intendevo –; il giorno dopo le carote erano sparite, e da allora non gliele vidi più.
Successivamente si fissò con l’insalatina. Delle volte se la portava scondita ma perlomeno aveva il buonsenso di condirla in ufficio. Più spesso invece ne comprava di già condita al supermercato, non rendendosi conto dell’assurdità del gesto che compieva per risparmiarsi il modesto fastidio di lavarsela e portarsela da casa. Per prima cosa, le facevano pagare quelle poche foglie condite come si fosse trattato di un’intera pianta di lattuga. Poi ciò incentivava anche la produzione di rifiuti plastici, perché gliela mettevano proprio in una di quelle superflue scatolette di plastica. Infine comperare qualcosa di già pronto è come fidarsi alla cieca di quello che ci mettono dentro. Cioè, a lei chi glielo diceva che l’insalata era lavata bene e che ci avessero messo un olio perlomeno di discreta qualità ed extravergine – perché l’olio, lo sanno tutti, deve essere extravergine, sennò fa male, oltre a essere troppo grasso –?
Si scottò con questa sua insensatezza una prima volta. Dentro quelle due foglie condite ci trovò un giorno una lumaca ancora viva. Facile intuire che una tipa schizzinosa come lei quasi vomitò per lo schifo. Allora buttò l’intero contenuto della scatoletta di plastica nel cestino – mentre io pensai alla povera lumaca che, fosse toccata in sorte a me, avrei liberato in natura al parchetto sotto l’ufficio. Così Miriam finì per saltare il pasto.
Poi ci fu la volta in cui si accorse che nell’insalata ci avevano messo anche la cipolletta fresca. A Miriam piaceva e la mangiò – anche perché sarebbe stato troppo complicato per lei stare lì a scostarne ogni volta un pezzetto, anche perché andava di fretta e dopo doveva tornare a lavorare alla svelta. Tuttavia dopo si fece venire una della sue paranoie da ragazzina stupidina. E allora, per cancellare il sapore – anzi l’odore – della cipolla dalla sua bocca, non fece che masticare gomme americane profumate una dietro l’altra.
Io la vedevo che masticava, masticava come una capra ruminante e non si fermava mai, andando avanti per ore: masticava ostinatamente cercando di arrivare a ogni piccolo interstizio tra un dente e l’altro. Ciò mi fece riflettere per la milionesima volta circa quanto potesse essere ottusa e superficiale la mia Miriam.
Allora le dissi, per rincuorarla e farla smettere: non ho mai sentito provenire alcun cattivo odore da te – a parte quando fumi, s’intende –; inoltre sono sicuro che quel po’ di cipolla che hai mangiato, a quest’ora, sarà stata del tutto cancellata da tutte quelle gomme che hai ciancicato per tutto questo tempo: dunque smettila, Miriam!
Ma lei continuò indefessa a ciancicare picchiando duro sui molari, come non mi avesse sentito. E io mi chiesi ancora una volta come era stato possibile che mi fossi innamorato di una simile stronzetta cretina come lei…

miriam

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