La spaventosa faccia dell’ipocrisia

Era stata una giornata tranquilla, almeno fino a quel momento. Poi successe che sull’autobus una donna cominciò a dare di matto sbraitando contro l’autista, colpevole di non averle aperto le porte del mezzo. Aveva ignorato del tutto la sua fermata.
«Perché non mi ha aperto?! Dovevo scendere, cazzo!», disse la signora idrofoba alzando la voce non curandosi minimamente che tutti l’adocchiassero.
L’autista – che era una brava persona – si sentì ingiustamente punto sul vivo, proprio lui che il suo mestiere lo faceva onestamente e con abnegazione. Così si impuntò a voler cercare un dialogo con l’assurda squilibrata.
«Ma signora, lei ha prenotato la fermata?», le chiese.
Gli occhi degli astanti finirono tutti sul segnalatore di fermata prenotata: era innegabilmente spento.
«Ma certo che ho prenotato! E lei mi doveva lasciar scendere!», gli rispose iraconda la donna.
«Però la fermata non è prenotata, vede? Altrimenti le avrei aperto…», ribatté l’autista che si sforzava d’esser fin troppo affabile.
«Ma io ho prenotato!», insistette lei con rabbia.
Allora all’autista venne in mente che poteva esser rotto il bottone a cui la donna si era affidata per prenotare la fermata.
«Mi faccia vedere come si è prenotata. Provi a premere il bottone, mi faccia la cortesia…», tentò di verificare la sua ipotesi.
E allora assistetti a una scena da macchietta, qualcosa a cui, se non vi avessi assistito, non avrei mai creduto: la signora finse solo di premere il pulsante, ma non lo fece! Tuttavia il suo imbroglio fu sufficiente per gabbare l’autista che, al mio contrario, era molto lontano da lei e non si accorse di nulla.
L’autista le disse dunque conciliante:
«Allora è per quello che la fermata non è stata prenotata… Il pulsante evidentemente è guasto… Avrebbe dovuto accorgersene, signora, quando ha prenotato la fermata…»
«Ma io mi ero prenotata, cazzo! E lei mi deve far scendere!», si incaponì lei imperterrita con una faccia come il culo.
«Ma converrà che non è stata colpa mia, no? Lo sarebbe stato solo se…»
«Non voglio sentire niente! Non mi interessano le sue scuse! Lei mi deve far scendere!», continuò a sbraitare l’indigesta arpia, che avrebbe taciuto solo se lui le avesse autorizzato quel favore.
E infine il povero autista si sentì comunque così in colpa che, nonostante il regolamento lo vietasse categoricamente, le accordò di aprirle le porte in mezzo alla strada, laddove non vi era alcuna fermata.
Quando la pazza finalmente se ne scese scoppiò una grande pace su tutto il mezzo.
Poco ebbi la controprova che confermò la mia tesi in modo incontrovertibile: un tizio si prenotò, sempre a quel pulsante, e riuscì perfettamente – guarda caso – a farlo funzionare. A somma dimostrazione che, pur di ottenere quel che voleva, quella signora sgarbata aveva avuto la faccia tosta di accusare falsamente – e con un’ira spropositata – un’altra persona di non essersi comportata bene…
Che donna ripugnante!

pazza

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